Le migliori città al mondo in cui espatriare

Espatriare per volontà o necessità: dove conviene farlo?
L’Italia? Due città ultime in classifica: ecco perchè.

Voglia o necessità di espatriare? Quali sono le migliori città del mondo in cui trasferirsi?

La classifica 2023 pubblicata dalla rete di espatriati InterNations fornisce un quadro più chiaro a chi ha la volontà o la necessità di espatriare ma anche a coloro i quali hanno già fatto il grande passo.

Questa classifica si basa su una serie di criteri, come le opportunità professionali, la disponibilità ed il prezzo degli alloggi, la qualità della vita e dell’ambiente ed il contatto con la popolazione locale.

Il minimo che si possa dire è che la Spagna è che è stata sotto i riflettori per questa annata 2023: il Paese occupa le tre posizioni del podio ed ha addirittura quattro rappresentanti nella top ten delle città.

La città numero 1 nella classifica non è Madrid o Barcellona, ma Malaga, una città più piccola sulla costa dell’Andalusia.

Malaga, infatti, è al secondo posto per la qualità della vita e al primo posto per il clima e il contatto con la gente; è anche nella top 10 per l’ambiente naturale.

La città si colloca ai primi posti anche per il costo della vita e degli alloggi, la facilità di trovare una casa ed il tanto ricercato equilibrio tra lavoro e vita privata.

Un po’ più in alto sulla costa, Alicante è arrivata seconda. Nonostante l’ambiente non sia considerato molto favorevole alla creatività ed al lavoro autonomo, il 92% degli intervistati ha dichiarato di essere soddisfatto della propria vita in questa città.

Alicante ha molto da offrire: la città occupa il primo posto nella classifica dei prezzi degli alloggi, della vita sociale e della sensazione di essere accolti e a casa.

Sempre in Spagna, Valencia è arrivata terza in classifica: la città è risultata addirittura prima in termini di qualità della vita e di opportunità sportive, anche se i giudizi sono stati più contrastanti per quanto riguarda le prospettive di carriera.

Una cosa che distingue Valencia è la qualità del suo sistema sanitario con la metropoli spagnola che occupa il primo posto per il prezzo dell’assistenza sanitaria ed il terzo per la sua disponibilità.

La top 5 è completata da due città degli Emirati Arabi Uniti: Ras-el-Khaimah (4°) ed Abu Dhabi (5°): il clima soleggiato ed i redditi molto elevati in alcuni settori non sono certo da biasimare.

Oltre a Madrid (6°), la top 10 globale è completata da diverse destinazioni asiatiche, tra cui Kuala Lumpur (Malesia, 8°), Bangkok (Thailandia, 9°) e Muscat (Oman, 10°).

Altre città più sorprendenti appaiono abbastanza in alto in questa classifica, come Città del Messico (7°), Nairobi (15°) e Lussemburgo (19°).

Al contrario, la maggior parte delle grandi capitali europee è in ritardo, come Parigi (41°), Londra (42°) e Berlino (45°): l’elevato costo della vita e le difficoltà nel trovare un alloggio hanno un impatto negativo sulla qualità di vita degli espatriati.

Le metropoli nordamericane se la cavano poco meglio, con Toronto che si piazza a malapena al 35° posto, New York al 39° e Vancouver al 47°, davanti a solo altre due città.

L’Italia è l’asso pigliatutto tra gli espatriati: al 48° posto e penultima nonostante il suo clima favorevole e la bellezza del suo patrimonio, Roma sta pagando il prezzo dei bassi salari e delle prospettive di carriera, oltre alla difficoltà di integrarsi se non si parla italiano.

Al 49° posto, Milano è arrivata ultima.

La metropoli del nord Italia viene messa sotto accusa per la mancanza di sicurezza, la difficoltà di trovare un alloggio e, come a Roma, la difficoltà di trovare buone prospettive di lavoro e di integrarsi senza parlare un italiano fluente.

Insomma, in Italia pesano sempre i soliti fattori che negli ultimi anni stanno facendo rovinare l’immagine del Bel Paese nel mondo: scarse possibilità professionali e bassi salari, elevata immigrazione con problemi di sicurezza, la diffusa non conoscenza dell’inglese nonostante sia un Paese altamente turistico.

Disparità salariale e ore lavorate: la classifica

Ecco dove si lavora e guadagna di più e di meno.
Italia nella seconda metà della classifica.

Grazie ai dati dell’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) è possibile tracciare il grafico delle ore lavorative e dei salari medi settimanali.

Il Sole 24 Ore li ha raccolti ed elaborati: partendo dal numero di ore lavorate mediamente durante la settimana, gli estremi della graduatoria sono composti da Germania (25,8), Danimarca (26,4), Norvegia (27,4) e Paesi bassi (27,4) in cui la soglia di lavoro non supera le 27,5 ore, mentre sul fronte opposto si trova in primis il Messico (42,8) come unico Paese in cui si sfora la quota standard delle 40 ore settimanali, seguito poi dal Cile (37,8), dalla Corea del Sud (36,6), da Israele (36,4) e dalla Grecia (36,3).

Per quanto riguarda, invece, la paga oraria, pur rispettando alcune analogie con il tempo lavorativo speso su base settimanale, ci sono alcuni attori diversi, partendo dall’Islanda che guida la classifica in fatto di remunerazione con 54,8 dollari per ora, valore superiore di oltre un dollaro e mezzo rispetto al Lussemburgo secondo in graduatoria con 53,2 rendendole le uniche due realtà in cui i lavoratori sono ricompensati con oltre 50 dollari.

L’Italia si colloca circa verso la metà di entrambe le classifiche con 32,6 ore settimanali lavorate, andando a percepire mediamente 26,5 dollari all’ora.

La combinazione di queste due metriche si traduce in un salario settimanale medio che per il nostro Paese si attesta sugli 863 dollari facendoci comparire tra nella seconda metà della classifica nell’elenco OECD, precisamente al 32esimo posto, e comunque abbondantemente sotto lo spartiacque dei 1.000 dollari per settimana.

Trump: sul muro avevo ragione

Si chiede: chissà se Biden si scuserà.
Poi continua: l’ambientalismo è cosato 15 milioni di migranti.

Sul muro al confine (con il Messico) avevo ragione”.

Queste le parole di Donald Trump sul social Truth, come riporta Ansa.

Più nel dettaglio, ecco quanto scritto dall’ex presidente a stelle e strisce:

È così interessante vedere Joe Biden dover infrangere ogni regola ambientalista per dimostrare che avevo ragione nel costruire il muro al confine. Chissà se Biden si scuserà con me e con l’America per averci messo così tanto tempo e per aver consentito al nostro paese di essere inondato con 15 milioni di migranti“.

Il segretario alla sicurezza interna, Alejandro Mayorkas, ha lanciato l’allarme al confine ed invocato l’adattamento di una ventina di norme per consentire la costruzione del muro al confine con il Messico in Texas.

Migranti: Musk contro la Germania

Musk: “Violazione della sovranità italiana da parte tedesca”.
Poi continua: “Ha tutta l’aria di un’invasione” e attacca Soros.

Elon Musk “litiga” con la Germania in una discussione sui migranti e sugli sbarchi a Lampedusa.

Sul social X, di sua proprietà, viene diffuso un video che rimanderebbe alle generiche operazioni di 8 navi di Ong tedesche che, finanziate dal governo della Germania, raccoglierebbero migranti nel Mediterraneo per trasferirli in Italia.

Musk retwitta il post con una domanda: “L’opinione pubblica tedesca è al corrente di tutto questo?“.

A rispondere è il ministero degli Esteri tedesco, con un post perentorio: “Sì, si chiama salvare vite“.

Qui Elon Musk risponde:

Ah, quindi ne siete addirittura orgogliosi. Interessante. Francamente dubito che la maggioranza dell’opinione pubblica tedesca lo sostenga. Avete lanciato un sondaggio? Non costituisce forse una violazione della sovranità dell’Italia il fatto che al Germania trasporti un gran numero di immigrati clandestini sul suolo italiano? Ha tutta l’aria di un’invasione…

Nei giorni scorsi, sempre in relazione all’argomento migranti, Musk ha attaccato George Soros, accusando la fondazione del filantropo americano di “volere niente di meno della distruzione della civiltà occidentale“.

Il commento di Musk è apparso in risposta al post di un utente sui massicci arrivi di migranti a Lampedusa, in cui si parlava di “invasione guidata da George Soros“.

Il magnate in queste ore è al confine tra Stati Uniti e Messico da dove ha dichiarato, come riporta Adnkronos, quanto di seguito:

L’immigrazione illegale deve cessare, ma sono assolutamente favorevole all’ampliamento e alla semplificazione dell’immigrazione legale. Chiunque dimostri di essere un lavoratore, una persona di qualità e onesta dovrebbe avere la possibilità di diventare americano. Punto“.

Qui, lo scambio di tweet su X tra Elon Musk ed il Mnistero degli Esteri tedesco:

Ucraina-Russia: la disamina

Ecco perché si fa la voce grossa con Putin ma non lo si può attaccare.
Usa guerrafondaia. Ue insipido carrozzone.

È senza dubbio il tema caldo di questi giorni, il conflitto tra Russia ed Ucraina.

La situazione ha avuto un’escalation ieri, giovedì 24 febbraio, quando la Russia attorno alle 04:00 del mattino è entrata militarmente in Ucraina, mettendola al tappeto in sole 8-10 ore.

L’attacco russo è stato fortemente e fermamente criticato dagli Usa e dall’Unione europea, che hanno espresso la loro solidarietà all’Ucraina tramite dichiarazioni, manifestazioni e fissando un’agenda di meeting volti a stilare il comportamento da adottare (al momento pare si vada verso la direzione delle pesanti sanzioni).

Tuttavia, l’Ucraina è stata di fatto sedotta ed abbandonata ritrovandosi sola nella lotta.

La tipica strategia americana è stata quella di usare uno Stato (in questo caso l’Ucraina) per ottenere i propri scopi, ovvero scatenare la tanto desiderata guerra contro Putin e la Russia. Per farlo, hanno illuso l’Ucraina di supportarla in tutto e per tutto: dagli aiuti economico-finanziari (approfondimento al link) a quelli militari (approfondimento al link).

La promessa sembrava anche credibile, dato che gli Usa stanno armando da tempo gli ex Stati Urss al confine Est-Europeo (Polonia, Bulgaria, Romania, Lettonia, Estonia e Lituania), facendo lo stesso con l’Ucraina e condendo i dialoghi con la possibilità di farla entrare nell’Ue e nella NATO.

Forte di una convinzione errata, l’Ucraina decide di attaccare il Donbas, che già bombarda da circa 7 anni proprio per via di questi conflitti e che da tempo si è dichiarata una Repubblica indipendente, manifestando la volontà di aderire alla Federazione Russa anche tramite referendum (qualcuno sostiene che il referendum fu falsato, ma queste accuse si possono fare anche per le elezioni negli Usa, in Polonia, la rivoluzione Arancione in Ucraina o ancora l’Italia che ha avuto diversi premier non eletti con un governo meno legittimo di quello del tanto criticato Assad, vincitore con oltre il 90% alle ultime elezioni…insomma, un’accusa comune).

Il Donbas, sotto attacco dell’Ucraina, prima chiede a Kiev di fermare le ostilità e poi chiede aiuto alla Russia (tanto che i rifugiati non scappavano dalla Russia ma verso la Russia).

Sulla base di questo, Putin dichiara di ritenere infranti gli accordi di Minsk (approfondimento al link) per il comportamento ucraino e di agire in difesa del suo popolo (le regioni dichiaratesi indipendenti dall’Ucraina e che avevano formalizzato la loro adesione alla Federazione Russa), sferrando appunto l’attacco di ieri.

Sapendo che Putin ha reagito ad un attacco ucraino dopo che Kiev aveva infranto gli accordi di Minsk, che l’Ucraina non è né nella NATO né nell’Ue e quindi non vi sono requisiti per intervenire militarmente, Usa ed Ue usano le armi a loro disposizione: le sanzioni e la propaganda (approfondimento al link).

Ecco che cominciano le manifestazioni e le dichiarazioni contro Putin, per farlo apparire come colui che ha iniziato la guerra; poi vengono fissate le agende degli incontri per stabilire quale strategia usare e quali sanzioni applicare alla Russia.

I canali russi come “Russia Today” e “Sputnik” cominciano a venire oscurati in modo da non far trapelare altre verità, si cominciano a diffondere fake news come foto di caccia americani abbattuti (in realtà inerenti ad esercitazioni di anni fa) o a missili su Kiev (in realtà immagini del videogioco “War Thunder”); si comincia a pensare di escludere la Russia dai mercati globali e dai sistemi internazionali di pagamento per isolarla. Gli Usa e la Germania decidono di sanzionare il gasdotto Nord Stream 2 (approfondimento al link) che dalla Russia porta il gas in Europa.

Qui cominciano le spaccature dell’Unione: Italia, Germania, Ungheria e Cipro si oppongono all’esclusione della Russia dal sistema dei pagamenti internazionali SWIFT, mentre la Gran Bretagna (fuori dall’Ue ma nella NATO) propone il veto di operare sul proprio territorio per ogni banca russa ed un limite ai conti correnti dei cittadini russi, oltre che il divieto di atterraggio di aerei russi sul suolo britannico.

Come ogni volta, le decisioni e le azioni tardano arrivare: un blocco di circa 30 Paesi che si muove in maniera pachidermica, scoordinata, insipida.

L’Europa è dipendente al 40% dal gas russo, la Germania arriva al 60% considerando il petrolio e, come sostenuto da Putin, speculava sulle forniture di gas che poi hanno subito un aumento del prezzo (approfondimento al link). Se la Russia chiude i rubinetti del gas, l’Europa deve andare a prenderselo con una guerra?

La NATO dichiara che non schiererà un solo soldato sul suolo ucraino.

Insomma, interessi troppo importanti e troppo diversi per agire in modo unanime, almeno per il momento.

Nel frattempo la Cina si schiera al fianco della Russia (materializzando l’incubo di Kissinger di vedere Russia e Cina unite), dichiarando che “Cina e Russia, non sono alleati, sono molto di più” (subito dopo la Cina ha acquistato ingenti quantità di grano dalla Russia invece che dall’Australia e, poco tempo fa, la Russia aveva siglato un accordo di fornitura di gas verso la Cina), La Turchia dice che non prenderà parte alle sanzioni nei confronti della Russia, l’Iran si dichiara al fianco della Federazione Russa, Maduro e Trump elogiano Putin (approfondimento al link).

Come dichiara Arestovich, consigliere dell’ufficio del presidente ucraino, Putin non colpirà obiettivi civili in quanto deve mantenere la fedeltà della popolazione, ma solo gli obiettivi delle forze armate ucraine.

Lukashenko propone un incontro tra Russia ed Ucraina a Minsk per ridiscutere gli accordi di Minsk.

Putin propone la tregua a Zelensky in cambio del riconoscimento delle Repubbliche indipendenti e gli concede 12 ore di tempo per pensarci; il premier ucraino dichiara che il suo Paese è stato lasciato solo, che nessuno ha intenzione di combattere per loro, che non li vogliono portare nella NATO e che hanno paura di dare garanzie.

Ora Zelensky dovrà decidere se accettare o se continuare un inutile spargimento di sangue condannando a morte il proprio popolo; al momento sono in atto delle controffensive ucraine, che hanno colpito anche due navi mercantili russe.

Perché se gli Usa, con un’economia fortemente militare, esportano democrazia con le bombe in Libia, Serbia, Afghanistan, Iraq o Kosowo dobbiamo fare il tifo, mentre se la Russia si difende è perché vuole scatenare la guerra?

Provate a pensare, infine, se la Russia avesse armato Cuba come gli Usa hanno fatto con l’Ucraina o se, ancora, avesse spostato le proprie truppe in Messico al confine con gli Stati Uniti: come credete che avrebbero reagito gli americani?