Leonardo acquista il 30% di Gem elettronica

Nell’acquisizione anche un’opzione call per il controllo entro il 2024.

Gem elettronica, società italiana specializzata nella produzione di radar 3D di piccole e medie dimensioni, sensori elettro-ottici e sistemi inerziali per il settore marittimo, avionico e terrestre, ha ceduto il 30% delle proprie quote a Leonardo.

Con questa operazione, Leonardo si rafforza nel settore navale, in particolare nella sensoristica a corto e medio raggio per la navigazione, la sorveglianza marittima, costiera e aeroportuale.

Gem elettronica, infatti, opera su business complementari a quelli di Leonardo con sistemi innovativi e competitivi quali radar di navigazione e sorveglianza costiera, apparati elettro-ottici e sistemi inerziali in fibra ottica d’alta gamma.

Stando a quanto riporta “Reuters”, inoltre, nell’accordo è previsto anche un meccanismo di opzioni call e put che darebbero a Leonardo, se esercitate, di acquisire il controllo della società nel 2024.

Cnh-Faw: salta l’accordo per Iveco

Si attende un comunicato per ufficializzare la notizia.
Giorgetti “vicenda seguita con attenzione dal governo”.

Pare ormai ufficiale l’interruzione della trattativa tra Cnh Industrial e la cinese Faw per la cessione di Iveco; si attende un comunicato ufficiale in tal senso.

Non solo. In ballo, inoltre, c’era anche la cessione di una quota di Fpt Industrial.

Come riporta “Tgcom24”, sul tema è intervenuto anche il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti:

Accogliamo con favore e valutiamo positivamente la notizia del mancato perfezionamento della trattativa; il governo ha seguito con attenzione la vicenda.

Allarme Istat: più di un’azienda su tre rischia la chiusura

Tragico il bilancio post Covid19: possibile che abbassino le serrande il 38,8% delle aziende.
È mancato l’aiuto del governo; percentuali elevate anche per le grandi imprese: circa una su cinque.

Ritorna a muoversi il mercato a maggio, dopo le forti contrazioni avvenute a marzo e ad aprile; ma la ripresa è lenta, troppo lenta.

Nella sua periodica nota, l’Istat dice che a maggio (inteso rispetto al mese precedente di aprile) “sono aumentate le esportazioni extra-Ue” ed i dati “hanno iniziato a registrare i primi segnali di ripresa dell’attività produttiva legati al progressivo allentamento del lockdown. Permangono limitazioni agli spostamenti internazionali che producono effetti negativi su trasporti aerei e turismo”.

Tra alberghi e ristoranti, sono addirittura oltre sei su dieci quelli che rischiano la chiusura entro un anno dallo scoppio dell’emergenza legata al coronavirus, mettendo a repentaglio circa 800 mila posti di lavoro.

Più precisamente stiamo parlando del 65,2% delle strutture, che nel loro complesso valgono 19,6 miliardi di euro.

Non va meglio alle imprese impegnato negli ambiti di sport, cultura ed intrattenimento che vedono un rischio chiusura per il 61,5% di esse (700 mila posti di lavoro ed un valore aggiunto pari 3,4 miliardi di euro), mentre il settore dell’abbigliamento ha subìto un calo del 40%.

La nota dell’Istat, che si basa su uno studio inerente le aziende con un numero di addetti superiore a 3, chiude poi mettendo in luce come sia a rischio la sopravvivenza del 38,8% delle aziende italiane:

L’impatto della crisi sulle imprese è stato di intensità e rapidità straordinarie, determinando seri rischi per la sopravvivenza: il 38,8% delle imprese italiane (pari al 28,8% dell’occupazione, circa 3,6 milioni di addetti) ha denunciato l’esistenza di fattori economici e organizzativi che ne mettono a rischio la sopravvivenza nel corso dell’anno.

Scendendo più in profondità con l’analisi, vediamo che il pericolo chiusura è pari al 18,8% per le grandi imprese, al 22,4% per le medie imprese, al 33,5% per le piccole ed addirittura al 40,6% per le micro imprese. Confrontando i dati nello scenario internazionale, in Italia si è decisamente fatto troppo poco a sostengo delle aziende.

Automation, Sapelli: “Long live robots, but with reasonable intelligence”

Yes for automation and technology, but in moderation.
Savings on labor have an impact on the risk of investing in fixed assets and sales.

(Translation by Jolanta Micinska – Hercog)
(Italian version at link)
(Polish version at link – translation by Aneta Chruscik)

The use of technology means growth in all sectors.

Its arrival was inevitable and there are probably many aspects in which it created positive value. Technology leads to a stronger entry of automation and robotics, which finds its foundations on assembly lines in Fordism and Taylorism.

Large, mass production requires the use of a large labor force. Each employee is a separate story, with needs, problems, availability and character, which is individual for each of them; then, of course, there are also physical limits.

Jolanta Micinska – Hercog

The robot, on the other hand, has no problems related to humor, duties or the possibility of working shifts or on weekends, does not submit requests for increases and is not subject to trade union protection.

However, when the pressure is too excessive, there is a great risk of double-edged weapon threat.

We talked about this with prof. Giulio Sapelli, economist, historian, company manager and (lecturer) academic in Europe, Australia and the Americas, placed by the International Bibliography of Business History among the founders of global history of companies, whose latest book is entitled “Why do companies exist and how are they built“, Published by “Guerini e associati“.

Professor Sapelli, you are one of the greatest business experts on a global level, how do you assess the strong propensity for automation introduced by companies, especially large ones?

“Technology is obviously part of our daily life from all points of view; we have been witnessing its increasing use for a long time, on many occasions, it has created positive value, bringing unquestionable benefits.

Of course, it always depends on the type of activity we want to undertake and how we want to place it; there is something we must not forget that automation and robotics undergo economic cycles: there is therefore a risk of large investments in fixed assets that are included in the company’s cost and / or always become a limit or limit in the process of making strategic decisions.”

From the point of view of employment, in your opinion, what is the risk and what are the advantages?

“I would say that the use of technology in its various aspects must be prudent and well measured; of course, employees on production lines and assembly lines will feel the most.

Replacement with robots must be done wisely. One would think, for example, of creating a group of people who were employed on the lines to become responsible for the control and maintenance of robots.

By doing so, value would be created: on the one hand, enriching employee skills, on the other, targeted investments for the company that could reduce the cost of the product while gaining more qualified personnel, thus limiting layoffs, otherwise they would become a boomerang for sale.

Think like that – if all the big companies would throw themselves at the head of automation to replace the workforce. Could we be sure it would be a complete success?”

Do you mean that if everything was produced by robots, companies couldn’t sell their products precisely because people, without a job, couldn’t afford to buy them?

“Of course.

Look, I was in India some time ago and I accidentally witnessed the construction of a highway. I could quickly spot a long string of people carrying bags with material on their heads; pointing to this queue of people I asked “why” the Prime Minister and he replied to me: “You identified the problem immediately and without a doubt, but if we do not give these people work, doesn’t matter how low their salary would be, what will these people live from?”

We are talking about a country that gives jobs to its inhabitants, but the same concept applies to enterprises, in this case: if we automate everything and lay off 40% -60% of people massively, who will have money to buy what we produce if they have no wages ? In particular, if we are talking about insignificant goods. That is why I say “long live robots, but with reasonable intelligence.”

Roberto Cavalli chiude a Firenze: in ballo 170 dipendenti

La “Vision Investment”, che ha rilevato l’azienda di moda, decide di trasferirsi a Milano.
Insorgono sindacati e sindaco, che ritengono il trasferimento privo di fondamenta.

Roberto Cavalli chiude la sede di Sesto Fiorentino.

L’azienda di moda nata nel 1970 per mano dello stilista italianao, è stata ceduta nel 2015 al fondo Clessidra che, nel 2019, ha presentato domanda di concordato preventivo venendo acquisita dalla Vision Investment di Dubai.

L’attuale proprietario, il magnate Hussain Sajwani, ha deciso di chiudere la sede fiorentina per trasferire le attività a Milano.

Sono immediatamente insorti i malumori dei sindacati che, per voce di Luca Barbetti (Filctem-Cgil Firenze) e Mirko Zacchei (Femca-Cisl Firenze-Prato), hanno dichiarato a “Il Corriere della Sera” quanto di seguito:

“Preannunciare oggi un’ipotesi di trasferimento a Milano ci pare davvero una scelta inaccettabile per un marchio che qui, a Firenze, doveva invece rilanciarsi”.

Lo sfogo dei sindacati è poi continuato prendendo di mira la gestione dell’azienda:

“Mesi di totale assenza di chiarezza sulle prospettive industriali della Roberto Cavalli ed ora, nel momento in cui tutte le aziende della moda sembrano prepararsi alla ripartenza e la discussione è centrata sulla massima tutela della condizione di sicurezza e tranquillità dei lavoratori, la nuova Roberto Cavalli sembra disinteressarsi dell’impatto che questa decisione può avere sui suoi lavoratori. Una decisione, questa, non accompagnata dalla necessaria presenza di un piano industriale”.

Sulla vicenda è intervenuto anche il sindaco di Sesto Fiorentino, che si colloca sullo stesso fronte dei sindacati:

“Un comportamento inaccettabile che lascia senza parole e che danneggia i lavoratori e tutto il nostro territorio. Da parte nostra sosteniamo la richiesta di convocazione del tavolo di crisi regionale avanzata dai sindacati con l’obiettivo di arrivare alla ricomposizione di una vicenda che inizia ad assumere caratteri grotteschi e che rischia di vedere disperso un patrimonio di lavoro e competenze di grande valore per Sesto e la Toscana”.

Dopo gli 89 licenziamenti avvenuti nel 2016 a causa della ristrutturazione, ora i posti di lavoro in gioco sono 170. Ai dipendenti è stato posto un trasferimento senza incentivi come aut-aut, facendolo risultare come un’operazione di licenziamenti mascherati.