Brasile: il Senato approva la riduzione dell’orario lavorativo

Le ore lavorative settimanali passano da 44 a 40.
La proposta di Lula a pochi giorni dal ballottaggio per ridurre il distacco elettorale; ma anche Bolsonaro firma a favore.

Il Senato brasiliano ha approvato la proposta di ridurre l’orario di lavoro in Brasile da 44 a 40 ore settimanali.

Proposta che è stata promossa dal capo dello Stato, Luiz Inácio Lula da Silva, a undici giorni dal ballottaggio delle elezioni presidenziali (approfondimento al link).

Il progetto è stato approvato con due votazioni consecutive nel corso della stessa sessione, dopo aver ricevuto anche il sostegno dell’altro candidato alle presidenziali, Flavio Bolsonaro e la conseguente adesione del resto dei senatori dell’opposizione.

Bolsonaro era contrario al progetto, ma alla vigilia del voto ha annunciato un cambiamento di posizione per rispondere alle richieste della popolazione, stando a quanto riporta Ansa.

Mercato del lavoro europeo: Varsavia prima. Male il Sud Europa

Varsavia vanta l’86,9% di occupati; media europea al 76,1%.
Bene Praga e Isole Aland (finlandia), male Sud Italia e parti di Grecia, Spagna, Francia, Belgio e Romania.

La capitale polacca si attesta al primo posto nell’Unione Europea per tasso di occupazione tra la popolazione in età lavorativa.

Secondo gli ultimi dati pubblicati da Eurostat relativi al 2025, ben l’86,9% dei residenti di Varsavia e dei distretti confinanti di età compresa tra 20 e 64 anni risulta occupato.

Questo risultato supera ampiamente la media dell’Unione Europea, che si attesta al 76,1%. Nella classifica stilata da Eurostat sulla base della suddivisione territoriale NUTS 2, al secondo posto si posiziona la città di Praga con un tasso dell’86,0%, seguita dalle Isole Åland in Finlandia (oltre l’85%) e dalla regione di Utrecht nei Paesi Bassi.

All’estremità opposta della graduatoria, i valori più bassi nell’UE si registrano nel territorio d’oltremare francese di Mayotte (37%) e nella Guyana francese (50%), mentre nell’Europa continentale i livelli minori si concentrano nelle regioni del Sud Italia – Calabria, Campania e Sicilia, dove lavora circa il 50% della popolazione– e in alcuni ambiti territoriali di Spagna, Grecia, Romania, Belgio e Francia.

Il report, come riporta Polonia Oggi, evidenzia inoltre come esistano marcate differenze regionali all’interno della stessa Polonia: mentre l’area metropolitana di Varsavia guida la classifica europea, in altre zone del Paese, come in Podkarpackie, il tasso di occupazione si attesta a poco più del 73%.

Il mondo di Ketty – Quando la scuola vede un limite e una madre vede una possibilità

Bullismo, difficoltà invisibili e la forza di una ragazza che ha imparato a volare con le proprie ali.

Ci sono storie che nascono dentro una famiglia ma appartengono a molte altre.

Questa è la storia di una ragazza che per anni ha dovuto affrontare ostacoli che gli altri non vedevano. Una ragazza a cui è stato spesso detto che doveva impegnarsi di più, senza che nessuno si fermasse a chiedersi quanta fatica stesse già facendo.

È la storia di una diagnosi arrivata dopo anni di domande, di difficoltà scolastiche interpretate male, di esclusioni sociali, di bullismo e di una continua ricerca del proprio posto nel mondo.

Ma soprattutto è la storia di come una persona non possa essere definita dai suoi limiti.

Per anni ho visto una bambina e poi una ragazza impegnata a fare il doppio della fatica per ottenere la metà del riconoscimento. Le difficoltà nel linguaggio sono arrivate presto. Le difficoltà scolastiche le hanno seguite passo dopo passo. E quando finalmente è arrivata una diagnosi, non ha risolto i problemi, ma almeno ha dato loro un nome.

Si scoprì infatti che questa ragazza soffriva di epilessia notturna, una condizione che interferiva con i processi della memoria. Ciò che imparava con impegno durante il giorno spesso non riusciva a consolidarsi durante la notte. Immaginate cosa significhi per una bambina sentirsi ripetere che deve impegnarsi di più quando sta già dando tutta se stessa.

Ma il peso più difficile da sopportare non è stato quello dei libri.

È stato quello dell’esclusione.

Gli inviti che non arrivavano. I gruppi dai quali restava fuori. Le amicizie che non nascevano. Le battute, i giudizi, il bullismo che ha accompagnato una parte del suo percorso scolastico.

Sono convinta che una scuola possa fare molto. Gli insegnanti possono fare molto. Le famiglie possono fare ancora di più.

Perché l’inclusione non nasce da un progetto scritto su un foglio. Nasce dalle piccole scelte quotidiane. Dall’insegnare ai propri figli che chi ha una difficoltà non deve essere lasciato indietro. Che la diversità non va sopportata, ma compresa. Che il valore di una persona non si misura dalla velocità con cui impara, parla o si integra.

Per anni ho avuto paura per il suo futuro.

Mi chiedevo se sarebbe riuscita a trovare il suo posto nel mondo. Se avrebbe avuto l’autonomia necessaria. Se sarebbe stata felice.

Poi è arrivato il diploma.

E dopo il diploma è arrivata la sorpresa più grande.

Dopo un anno di pausa di riflessione si è iscritta all’università, al corso di Mediazione Linguistica. Una scelta che a molti sarebbe sembrata azzardata per una ragazza che aveva incontrato tante difficoltà nel proprio percorso di apprendimento.

E invece è successo qualcosa di straordinario.

Stavolta io non ero dietro di lei.

Per motivi di lavoro vivevo lontano e non potevo seguirla quotidianamente come avevo fatto durante gli anni della scuola. Non c’erano più ripetizioni a tavola, interrogazioni improvvisate in cucina o pomeriggi passati sui libri.

C’era solo lei.

Lei e la sua determinazione.

Nel 2022 si è laureata con il voto di 94/110.

Quel giorno ho capito una cosa importante.

Per anni avevo creduto di essere io a sostenerla. In realtà stavo semplicemente accompagnando una forza che era già dentro di lei.

Oggi racconto questa storia non perché questa ragazza sia speciale più degli altri, ma perché troppe volte si giudicano i ragazzi dalle loro difficoltà invece che dalle loro possibilità.

Dietro ogni diagnosi c’è una persona.

Dietro ogni ragazzo escluso c’è un mondo che aspetta di essere riconosciuto.

Dietro ogni percorso difficile può esserci una laurea, un lavoro, un sogno realizzato o semplicemente una vita piena e dignitosa.

A volte basta qualcuno che continui a crederci quando tutti gli altri hanno smesso.

E forse la vera inclusione comincia proprio da qui. 💜

Volkswagen taglia 611 operai in Messico. L’indotto altri 650

Eliminato il terzo produttivo dei modelli Jetta e Tiguan.
Parte del piano collettivo di riduzione di 50.000 posti.

Il taglio dei terzi turni di produzione dei modelli Jetta e Tiguan da parte dello stabilimento Volkswagen a Puebla ha provocato il licenziamento di 611 lavoratori.

Questa decisione ha generato un effetto a catena nel settore della componentistica, portando alla perdita di altri 650 posti di lavoro in sette aziende fornitrici.

Il presidente locale della Canacintra, Carlos Sosa Spínola, ha definito gli esuberi inevitabili a causa degli aggiustamenti della casa madre, che a livello globale ha annunciato il taglio di 50.000 posizioni. Sosa Spínola, come riporta Quotidiano.Net, ha rassicurato sul fatto che si cercheranno ricollocamenti per sfruttare la manodopera qualificata, escludendo una fuga verso altri stati. “Qui ci sono aziende che richiedono personale in modo permanente, soprattutto con esperienza“, ha dichiarato, prevedendo nuove opportunità lavorative entro il 2027 grazie a futuri investimenti.

Il presidente ha infine rivolto un appello alla prudenza nelle trattative tra azienda e sindacato, dopo la bocciatura dell’aumento del 10,04%, per scongiurare scioperi che danneggerebbero un’industria già sotto pressione a causa dei dazi statunitensi.

Il lavoro da 1 a un massimo di 7 minuti da casa e il percorso di un’intera vita

7 minuti da casa.
Un tempo che non è nemmeno un tempo: è un respiro, un privilegio, una piccola tregua dopo anni in cui la mia vita sembrava una valigia sempre pronta.

7 minuti da casa.
Sette.
Un tempo che non è nemmeno un tempo: è un respiro, un privilegio, una piccola tregua dopo anni in cui la mia vita sembrava una valigia sempre pronta.Perché non ho solo attraversato la città.
L’ho attraversata tutta,quasi da un capo all’altro, e nel frattempo ho cambiato tre alloggi.
Tre case, tre ripartenze, tre modi diversi di chiamare “casa” qualcosa che ancora non lo era del tuttoe continua a non esserlo, perché la mia vera casa è dove tengo le emozioni più grandi più vere, è dove sono diventata mamma e dove ho coltivato quel germoglio chiamato famiglia.Ma qui c’è il lavoro e le mura che chiamo casa con dentro quel germoglio fiorito che mi dà la forza di continuare a costruire il nostro futuro insieme.
E ogni volta,fino a l’altro ieri prendevo tre mezzi per andare al lavoro, un’ora di viaggio, una collezione di attese che avrebbero meritato un album fotografico.E ora, all’improvviso, la vita mi regala una distanza minima.
Una vicinanza che quasi mi commuove.Entro nella scuola con la sensazione di essere arrivata in un luogo che non mi chiede fatica, ma solo presenza.
E, per non smentirmi mai, arrivo con un gesto che è più mio di qualsiasi documento: un vassoio di paste di mandorla fatte da me.
Perché cambiano le scuole, cambiano le distanze, cambiano gli alloggi… ma certe dolcezze restano identiche.Mi accolgono, mi consegnano lecarte della presa servizio mi fanno accomodare… e poi mi mandano alla visita del lavoro.
Un passaggio necessario, certo, dopo il mio ultimo “episodio” al Policlinico.
Un episodio che non è solo un ricordo: è qualcosa che porto ancora con me, come una nota scritta sul margine della mia storia. Esco dalla scuola e mi avvio verso la visita.
Cammino per 300 metri.
E mentre cammino, mi accorgo di una leggerezza strana.
Non quella dell’anima, ma quella che ti fa dire:
“Qui manca qualcosa.” E infatti mancava.
Le carte del Policlinico sono rimaste dentro la borsa con le paste di mandorla.
Quelle che parlano di me, del mio corpo, della mia salute.
Quelle che non puoi dimenticare perché non sono solo burocrazia: sono memoria, sono percorso, sono verità.Mi volto e torno indietro.
Non è una grande distanza, ma è sufficiente per farmi riflettere: anche quando la vita si semplifica, io riesco a complicarla con una naturalezza che sfiora l’arte.
E forse non è un difetto.
Forse è il mio modo di ricordarmi che nulla è mai solo logistico: tutto è emotivo.Rientro a scuola trafelata.
La segreteria mi guarda, preoccupata:
«Ketty, cos’è successo?»E io, con quella mia ironia che spesso protegge ciò che non dico:
«Sono andata a lignaa senza corda.» e aggiungo che poi glielo spiego.
Perché certe espressioni non sono solo dialetto: sono filosofia.
Vuol dire partire convinti, ma senza ciò che ti serve veramente per concludere l’obiettivo.
Vuol dire slancio senza struttura.
Vuol dire che a volte la fretta ci illude di essere pronti, quando in realtà ci manca ancora un pezzo — e quel pezzo, spesso, è importante.Riprendo le carte del Policlinico, rifaccio i miei 300 metri, faccio la visita, torno a casa.
Tutto in una manciata di minuti.E mentre rientro, mi rendo conto che questa nuova scuola non è solo vicina.
È un simbolo.
Un invito a vivere con meno corse e più consapevolezza.
A riconoscere che le distanze che contano davvero non sono quelle tra casa e lavoro, ma quelle tra ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando.La vita, a volte, si accorcia.
E noi dobbiamo imparare a non allungarla inutilmente.
Magari portando con noi, sempre, qualcosa che ci somiglia:
una pasta di mandorla, un sorriso, un pezzo di casa.Benvenuti nella mia nuova quotidianità.
Vicina, sì.
Ma piena di significat e speranzei che camminano con me.