Oms: Monti presidente della Commissione salute e sviluppo sostenibile

L’ex premier italiano incaricato di attuare le politiche in risposta al covid19.
Relazione attesa per settembre 2021.

Mario Monti, presidente dell’Università Bocconi di Milano e già premier italiano, è stato incaricato di presiedere la Commissione paneuropea per la salute e lo sviluppo sostenibile da parte dell’Ufficio regionale dell’Oms Europa.

Il suo compito sarà quello di “ripensare le priorità inerenti alle politiche da attuare alla luce della pandemia di coronavirus”. La relazione finale sui lavori è attesa tra circa un anno, ovvero entro settembre del 2021.

Da parte sua, Monti, si è detto “onorato” di aver ricevuto la nomina al medesimo incarico.

Protezione militare: Italia e Polonia dovranno pagare gli Usa

Il presidente Trump sposterà le truppe americane dalla Germania verso l’Italia e la Polonia, in quel momento i due Paesi saranno chiamati al pagamento per la protezione militare.

Donald Trump, il presidente a stelle e strisce, ha dichiarato che sposterà le sue truppe dalla Germania verso Polonia ed Italia.

In quel momento, però, come si legge su “Wall Street Cina”, questi ultimi due dovranno pagare gli Usa per la protezione militare fornita.

Il tema è più ampio e riguarda i pagamenti NATO in generale; lo stesso Trump, infatti, ha criticato i membri della stessa NATO per essere in ritardo con il “saldare i loro conti”, riferendosi appunto ai pagamenti per le truppe statunitensi di stanza nei vari Paesi.

Il presidente americano ha poi sollevato la seguente domanda polemica:

Perché gli Stati Uniti proteggono la Germania dalla Russia gratuitamente, mentre Berlino sta pagando miliardi a Mosca per il gas?”.

La presenza militare Usa è forte sia in Polonia che in Italia: nel primo caso ci sono truppe notoriamente movimentate verso il confine ucraino per gli attriti con la Russia, nel secondo si parla di diverse basi militari e decine di bombe atomiche sul territorio (per la precisione 70 delle 180 totali presenti in Europa).

Esplosione in Libano: la disamina di Lucietti

Si cerca di far chiarezza sulle cause dell’accaduto in un intreccio complicato.
Lucietti: “Libano Paese da sempre complesso, scenari futuri altamente incerti”.

Ha lasciato tutti col fiato sospeso, ciò che è accaduto a Beirut martedì 4 agosto 2020.

Nella capitale del Libano, più precisamente nella zona del porto, è avvenuta un’esplosione enorme, la cui gravità traspare immediatamente anche solo guardando i video da qualche decina di secondi ripresi con i cellulari (reperibili ai link1 e link2) da chi si trovava in quel momento nell’area limitrofa.

Quello che resta da capire è, ovviamente, cosa sia successo e perché.

Anche se è ancora decisamente troppo presto per avere dati concreti, General Magazine ha provato a fare chiarezza sulla questione e ne ha parlato con il dott. Andrea Lucietti, consulente aziendale per l’internazionalizzazione e la finanza agevolata con una laurea magistrale in Relazioni Internazionali ed una tesi dal titolo dal titolo “L’Evoluzione dell’Approccio Israeliano alla Guerra Asimmetrica: la Dahiya Doctrine1”, già assistente nel corso di laurea in “Introduzione alla Politica internazionale” presso l’Università degli Studi di Bologna e responsabile del Centro Studi Nina International.

Dott. Lucietti, in prima battuta, qual è la sua impressione in merito all’accaduto?

“Quanto accaduto a Beirut lo scorso 4 agosto lascia davvero sgomenti. Le immagini a cui abbiamo assistito e che hanno fatto il giro del mondo penso abbiano sconvolto tutti. La catena di eventi che ha messo in moto il processo distruttivo, poi, sulla base di quanto sappiamo oggi, ha davvero dell’incredibile.”

Che chiave di lettura darebbe dei fatti?

“Intanto direi di contestualizzare un po’ i fatti. Il Libano è un Paese già di per sé molto complesso. Presenta una varietà etnico-religiosa unica in Medio Oriente che è allo stesso tempo fonte di immensa ricchezza e grande difficoltà. Ne deriva una cultura sfolgorante ma ne vengono anche problemi politici formidabili. Un Paese che versa da anni in una crisi politica ed economica che pare irreversibile e che è in costante apprensione per i tesi rapporti tra Israele ed Hezbollah (organizzazione terrorista che continua ad avere un’influenza politica grandiosa). L’esplosione avvenuta al porto di Beirut è quasi una rappresentazione plastica di tutto questo.”

Avanza delle ipotesi?

“Al momento non mi sento di fare ipotesi definitive sulla base degli elementi che conosciamo. Di certo l’ipotesi dell’incuria e della negligenza nello stoccaggio del nitrato d’ammonio sequestrato nel 2014 resta la più plausibile. Tuttavia, proprio le condizioni particolari del Paese non possono escludere altre possibilità. I legami di Hezbollah con l’Iran e la Siria hanno sempre fatto sì che da qui partissero grandi quantità di armamenti verso i fronti più caldi della regione. Anche sulla base di quanto dichiarato da Robert Baer, ex agente CIA, alla CNN potrebbero essere stati coinvolti esplosivi militari nella deflagrazione. In quale forma, in quale modo e in quale misura probabilmente non si saprà mai però il dubbio rimane. Un ipotetico attentato sfruttando il deposito esistente o un attacco dall’esterno non possono essere esclusi a priori.”

Per le informazioni di cui siamo attualmente in possesso, cosa si sentirebbe di dire?

“A mio avviso si tratta di un drammatico caso di negligenza che è stato pagato a carissimo prezzo. Certo qualora qualcuno interessato ad organizzare un attentato avesse scoperto un deposito incustodito di quel tipo sarebbe andato a nozze. Quanto successo ci dice che il Libano è ormai un Paese in gravissima difficoltà da molti punti di vista. Io starei estremamente attento nell’ipotizzare scenari futuri. Il tema del confine sud con Israele, delle alture del Golan e delle tensioni tra Israele, Iran e Siria è un’altra polveriera che, qualora dovesse deflagrare, farebbe danni ancora più grandi rispetto a quelli di martedì scorso. Spero davvero che la situazione possa migliorare presto anche se sono moderatamente pessimista.”

1Dahiya Doctrine: dottrina israeliana per la guerra asimettrica teorizzata all’indomani della guerra con il Libano nel 2006, poi applicata a Gaza nel 2008.

Lituania: vicina un’altra Chernobyl?

Il Parlamento solleva preoccupazioni sulla sicurezza e denuncia pressioni russe sulla centrale nucleare in Bielorussia.
Già distribuite compresse di iodio in caso di incidente nucleare.

Oggi venerdì 7 agosto 2020, nella prima unità della centrale nucleare bielorussa di Astravyets, inizia il caricamento del combustibile.

Astravyets si trova a circa 50 chilometri da Vilnius, tanto che la centrale è visibile dalla capitale lituana.

Proprio per questo motivo, il governo lituano ha espresso le proprie preoccupazioni in merito ai lavori in corso; secondo la Lituania, infatti, i medesimi lavori sarebbero stati svolti troppo velocemente e mancherebbero le adeguate licenze.

Il sospetto avanzato dalla Lituania è che dietro ci siano le pressioni delle pressioni provenienti dalla Russia; più precisamente, il presidente della commissione parlamentare lituana per la sicurezza nazionale e la difesa, Dainius Gaizauskas, ha dichiarato quanto di seguito:

La Bielorussia al momento potrebbe non essere d’accordo con il lancio della centrale nucleare, ma c’è una forte pressione da parte di una società di energia nucleare russa e pensiamo che nonostante tutto, questo impianto verrà aperto, Proprio a causa della pressione messa dalla Russia.

Non solo. La Lituania ha anche accusato la Bielorussia di aver lanciato l’impianto senza le adeguate prove e di aver violato dei trattati internazionali; queste accuse, però, sembrano non aver preoccupato Alexander Lukashenko, presidente della Bielorussia dal 1994, che le ha respinte senza peli sulla lingua.

Nel frattempo, sono già state distribuite ai residenti delle compresse di iodio da prendere in caso di incidente nucleare e, di conseguenza, il ricordo è inevitabilmente volato alla disgrazia di Chernobyl, quando il 26 aprile del 1986 un errore umano provocò il più grave incidente nucleare mai verificatosi in una centrale.

Alitalia: decide l’Ue

Il capitale sociale passerebbe da 3 miliardi a 10 milioni.
In ogni caso il piano dovrà essere accettato da Bruxelles.

Erano stati stanziati 3 miliardi di euro, nel decreto Cura Italia, per la nuova compagnia di bandiera.

Ora, invece, la newco per Alitalia potrebbe nascere con un capitale sociale pari a 10 milioni di euro.

È quando infatti prevede la bozza del decreto agosto: costituire una società “ai soli fini dell’elaborazione del piano industriale”.

La medesima società, guidata da Francesco Caio e Fabio Lazzerini, avrebbe 30 giorni di tempo definire il piano ed inviarlo all’Ue; quest’ultima, dovrebbe valutarne l’approvazione con particolare riferimento alle norme sugli aiuti di Stato. Successivamente il piano andrebbe inviato al Parlamento, le cui commissioni avrebbero a disposizione altri 30 giorni per esprimere un parere, ma l’ultima parola spetterebbe comunque a Bruxelles.