Con-vivere col virus

“Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà” (Luca 9,24).

Articolo a cura del professor Paolo Becchi, già ricercatore in Germania nella Università di Saarland, borsista prima del Deutscher Akademischer Austauschdienst (DAAD) e poi della Alexander von Humboldt-Stiftung , ha insegnato anche in Svizzera presso l’Università di Lucerna, ed è attualmente professore ordinario di Filosofia del Diritto presso l’Università di Genova.

(Versione polacca al link)

Ma come, non dovevamo combattere fino in fondo questa “guerra” contro un nemico invisibile e insidioso, sino alla sua totale sconfitta, sino al suo annientamento? Una guerra che si sarebbe dovuta concludere con la nostra vittoria ? Ed invece si ha come l’impressione che si tratterà di una nuova “vittoria mutilata”. Eh, sì! Perché, dopo l’imperativo categorico del “restate a casa!”, farà presto il suo ingresso ufficiale il nuovo imperativo – che ci accompagnerà nei prossimi mesi, o forse più a lungo o forse addirittura per sempre:  “convivete col virus!”.

Dopo aver lasciato sul campo migliaia di morti per contrastare (malamente) il nemico, ora dobbiamo imparare a convivere con lui? È una guerra ben strana questa contro il virus fatta dal divano di casa o da un letto di terapia intensiva. Ma ancora più strano è ora dire che dobbiamo  imparare a convivere con il virus. Cosa vuol dire convivere con il virus? La prima e più superficiale risposta potrebbe essere che dobbiamo convivere con la Cina. Il virus è cinese e convivere con lui significa convivere con la Cina. Vuol dire, insomma, abituarsi al fatto che la Cina è diventata una potenza che occupa uno spazio geopolitico, e che può sempre diventare “virale”.

Cerchiamo però di andare più a fondo, sperando di non andare a fondo. Se c’è qualcosa che questo virus ci ha insegnato, è che siamo stati, e siamo ancora, disposti a tutto pur di mettere in salvo le nostre vite.  Ma di quali vite stiamo parlando?

Cerchiamo di spiegare il punto. Già Aristotele aveva distinto la vita come “bios” dalla vita come “zoé”. Zoé è la “nuda vita”, il semplice fatto di vivere, la vita mediante la quale siamo in vita; bios, al contrario, è la vita che viviamo, la vita qualificata dal modo con cui la viviamo: è la “condizione di vita”, il “come di una zoé”. La “quarantena” allora non rappresenta altro che questo: la rinuncia, da parte nostra, ad ogni “condizione di vita”, in nome della “nuda vita”.  Ma che cos’è questa “nuda vita”, questa vita spogliata di ogni attributo, una vita che non è nulla, se non vita? Il virus stesso è questa vita, nella sua forma estrema: una vita tanto “nuda” che neppure sappiamo se sia realmente “vivo” o no. Finto vivente, finto mortale, comunque un ospite indesiderato, un intruso. Il virus è vita? È un interrogativo a cui la scienza non ha saputo ancora rispondere. Non tutte le domande forse possono avere una risposta. “La scienza”, “i virologi” (che spettacolo questi esperti, capaci di alimentare il panico collettivo e che in fondo parlano senza sapere di cosa stiano parlando!) non sono infatti neppure in grado di dire che cosa sia un “virus”, ma sono loro ora a decidere della nostra vita e della nostra morte. Non è casuale. Sono loro infatti che per primi con le tecniche di rianimazione e del connesso trapianto di organi hanno separato ciò che nell’uomo era inseparabile: la vita meramente  fisica e la vita biografica. No, no,  la scienza e la medicina  non ci immunizzeranno da questo virus.

E allora cosa ci resta? Forse possiamo passare dalla fisica alla metafisica, o se volete alla “biologia filosofica”, in senso jonasiano. La “nuda vita” del virus – priva di metabolismo? – può anche essere non vita. Un essere privo di esistenza.  E se è vita che non è vita, allora neppure muore. Ecco, allora, perché non ci resta che con-vivere col virus.

Però ha senso conviverci ponendoci, adattandoci come abbiamo fatto finora, al suo stesso livello, nuda vita contro nuda vita? Ecco l’interrogativo esistenziale dei prossimi mesi, o forse anni. E sì, perché niente sarà come prima. Siamo partiti con il piede sbagliato riducendo tutto alla “nuda vita” e ora ci troviamo costretti a convivere con essa. Convivere con l’incubo, con il panico, con l’ossessione da virus. Fuori sì, ma con guanti e mascherine che diventeranno per sempre parte del nostro abbigliamento come le cravatte e i foulard? Impareremo a baciare con la mascherina senza il contatto delle lingue, o magari utilizzando un apposito profilattico? Gli abbracci avverranno a distanza? L’università e le scuole saranno a distanza? D’altro canto magari  felici (felici?) per il fatto di poter essere in contatto continuo su whatsapp, facebook, twitter, Instagram, vicinissimi nel mondo virtuale, ma a due metri di distanza nella realtà?

Resterebbe però da chiedersi se sia possibile costruire un “Gemeinwesen” autentico, una comunità umana, basato sulla distanza. Non sulla distanza sociale – le differenze sociali sono sempre esistite – ma sulla distanza tra le persone, tra i corpi. Guardare, sentire, ma non più toccare? Neppure sfiorare con una carezza il volto dell’altro? Eppure proprio Aristotele aveva insegnato, lui per primo, che l’unico senso senza il quale non si può vivere è proprio il tatto.

E noi stiamo andando esattamente in questa direzione. Una società senza contatti o con contatti ridotti al minimo. Questa sì che sarebbe la vittoria del virus. Convivere in questo modo col virus significa ammettere la nostra sconfitta. Lui se ne andrà per conto suo seguendo le leggi della sua natura ma avendo già modificato la nostra natura. La sicurezza starà nella distanza. E anche a distanza dei dispositivi di protezione saranno obbligatori: mascherine e guanti per tutti. La nuda vita avrà allora vinto sulle nostre abitudini, sulle nostre storie, sulle nostre vite, sulla nostra vita. Ma il non-essere dell’uomo è davvero qualcosa di più terribile del non-esserci-più in modo autentico?   Più banalmente: la sopravvivenza della nuda vita è davvero l’istanza suprema? Dal punto di vista del darwinismo sociale è certo così. Ma  questo non vale per altri punti di vista. Basti pensare a Walter Benjamin: “L’uomo non coincide in nessun modo con la nuda vita” (der Mensch fällt eben um keinen Preis zusammen mit dem blossen Leben). Tranchant. L’uomo non vive semplicemente come una pianta. E se qualche volta oggi questo succede ci troviamo di fronte ad una tragica realtà prodotta dalle tecniche di rianimazione. Ma per l’uomo non conta  solo la “nuda vita”, ciò che conta è  soprattutto la storia di una vita, la vita vivente.

In fondo, è per questo che diritti fondamentali come la libertà personale, la libertà di circolazione, le libertà religiose e persino la libertà di espressione  sono caduti uno dopo l’altro come soldati mandati al macello. Perché se ciò che conta è semplicemente “salvare” la nuda vita, allora tutto è permesso. Il limite è stato abbondantemente  superato col trattamento incivile, barbaro, privo di qualsiasi pietà, riservato ai malati contagiosi. Uomini e donne lasciati morire soli, senza che abbiano potuto neppure vedere un’ultima volta i propri congiunti e i loro cadaveri bruciati come rifiuti tossici. Parlare di diritti e di diritto ha dunque ancora un senso, in una situazione come questa? E dai diritti si è facilmente passati a mettere in discussione l’ordinamento costituzionale. Per farsi carico dell’emergenza sanitaria diritti e diritto sono stati neutralizzati, sospesi. Bastano “le grida” televisive del Capo  che anticipano i suoi atti amministrativi, volti  a salvare le “nostre vite”. Possibile che siamo arrivati ad accettare tutto questo? C’è ancora una speranza?

L’episodio – riportato dalle cronache – di un nonno di Savona che, non potendo più toccare il suo nipotino, ha preferito uccidersi, in fondo è quello di un uomo – di uno dei pochi – che ha vinto la battaglia contro il virus. Il nonno per la sua età era certo un soggetto vulnerabile, esposto più  facilmente al contagio, ma per lui c’era qualcosa di più importante persino della sua stessa persona fisica, qualcosa di più alto della sua mera sopravvivenza, per lui c’era la sua vita vissuta col nipotino e a questa non poteva e non voleva rinunciare. Soltanto sopravvivere: quella, per lui, non era più Vita.

Automazione, Sapelli: “Viva i robot ma con prudente intelligenza”

Sì ad automazione e tecnologia, ma con moderazione.
Il risparmio sulla manodopera impatta sul rischio degli investimenti in capitale fisso e sulle vendite.

(Versione inglese al link – traduzione di Jolanta Micinska – Hercog)
(Versione polacca al link – traduzione di Aneta Chruscik)

È un crescendo in tutti i settori, l’utilizzo della tecnologia.

Il suo avvento è stato inevitabile e ci sono sicuramente molti aspetti in cui ha creato valore aggiunto. Con la tecnologia, forte è la spinta dell’automatizzazione e della robotizzazione, che trova i suoi rudimenti nella catena di montaggio fordista e taylorista.

Le grandi produzioni di massa comportano l’impiego di una forza lavoro numerosa. Ogni lavoratore ha una storia a sé, con esigenze, problematiche, disponibilità e carattere che sono peculiari per ciascuno; poi, ovviamente, ci sono anche i limiti fisici.

Un robot, invece, non ha problemi legati all’umore, agli impegni, alla disponibilità a lavorare su turni o nei week-end, non avanza richieste di aumenti salariali né è soggetto a tutele sindacali.

Quando la spinta, però, diventa eccessiva, c’è il forte rischio di incombere in un’arma a doppio taglio.

Ne abbiamo parlato con il prof. Giulio Sapelli, economista, storico, dirigente d’azienda ed accademico in Europa, Australia e nelle due Americhe, collocato dall’International Bibliography of Business History tra i fondatori della storia dell’impresa a livello mondiale ed il cui ultimo libro si intitola “Perché esistono le imprese e come sono fatte“, edito da “Guerini e associati“.

Prof. Sapelli, Lei è uno dei massimi esperti d’impresa a livello mondiale, come valuta la forte propensione all’automazione che le imprese, specie quelle di grandi dimensioni, stanno mettendo in atto?

“La tecnologia fa ovviamente parte delle nostre vite quotidiane ormai sotto tutti i punti di vista; col tempo abbiamo assistito ad un suo sempre maggior utilizzo che, in molte occasioni, ha creato valore aggiunto portando vantaggi indiscussi.

Chiaramente dipende sempre dal tipo di business che si vuole intraprendere e, quindi, come lo si vuole impostare; quello che non dobbiamo fare, però, è dimenticarci che l’automazione e la robotizzazione sono soggette ai cicli economici: c’è il rischio, infatti, di incappare in forti investimenti in capitale fisso che poi rimangono a costo per l’impresa e/o finiscono comunque per diventare un limite od un vincolo nel processo decisionale strategico.”

Dal punto di vista occupazionale, secondo Lei, quali sono i rischi ed i vantaggi?

“Direi che l’utilizzo della tecnologia nelle sue varie sfaccettature vada ponderato e misurato; i primi a risentirne sono ovviamente i lavoratori impegnati nelle linee di produzione, nelle catene di montaggio.

La loro sostituzione con i robot dev’essere ponderata. Si potrebbe pensare, ad esempio, di formare le persone che erano impiegate nelle linee al fine di farle diventare degli addetti al controllo ed alla manutenzione dei robot stessi.

Così facendo si creerebbe valore: arricchimento delle competenze dei lavoratori da una parte, investimenti mirati per dell’impresa dall’altra, che riuscirebbe ad abbassare il costo del prodotto ma al contempo si ritroverebbe ad avere personale più qualificato, limitando inoltre i licenziamenti che diversamente farebbero da boomerang per le vendite.

Pensi, per esempio, se tutte le grandi imprese si buttassero a capofitto nell’automazione per sostituire la manodopera. Siamo sicuri che sarebbe un successo totale?”

Intende che, se tutto venisse prodotto dai robot, le aziende non venderebbero i loro prodotti proprio perché le persone, senza un lavoro, non potrebbero permettersi di comprarli?

“Certo.

Guardi, tempo fa ero in India e, per caso, mi è capitato di assistere alla costruzione di un’autostrada. Ho potuto subito notare che c’era una fila molto lunga di persona che trasportava sacchi di materiale sulla testa; indicando tale fila di persone chiesi il perché all’allora primo ministro e lui mi rispose: “Lei ha individuato immediatamente e senza dubbio il problema, ma se non gli facciamo fare questo lavoro, per quanto bassa possa essere la retribuzione, di cosa vivono quelle persone?”.

Stiamo parlando di uno Stato che dà lavoro ai suoi cittadini, ma lo stesso concetto vale per le imprese in questo caso: se automatizziamo tutto e licenziamo in massa il 40%-60% delle persone, chi avrà poi i soldi per comprare ciò che produciamo se non hanno una retribuzione? A maggior ragione se parliamo di beni non essenziali.

Per questo dico evviva, sì, i robot, ma con prudente intelligenza.”

Coronavirus e responsabilità: il governo prepara lo scudo penale

Gli stessi che volevano processare Salvini, ora preparano una legge che li renda non processabili per la gestione dell’emergenza.
La delibera del Consiglio dei Ministri del 31 gennaio metterebbe in luce il ritardo e la cattiva gestione.

Gli stessi che tanto spingevano per processare Matteo Salvini, ora che ci sono oltre 10.000 morti chiedono uno scudo penale per chi sta operando contro il coronavirus.

La richiesta è da un lato lecita e legittima, se parliamo di medici e personale sanitario: questi sono infatti stati buttati in pasto ad un’emergenza che non eravamo pronti a contrastare, dalle strutture alle attrezzature, fino al ridimensionamento del personale passando per la mancanza delle semplici mascherine.

Imputare colpe al personale medico impegnato in una battaglia contro un virus di cui ancora sappiamo poco o nulla, non è certo etico e corretto. Lo stesso personale medico e sanitario, infatti, nel combattere il virus in prima linea rischia la propria incolumità ogni istante.

Diversa è, invece, la responsabilità di chi governa: sono state prese tutte le precauzioni necessarie? Ci si è mossi in ritardo? É stato fatto tutto il possibile?

Sotto questo punto di vista, fanno rumore quel silenzio e quell’inattività intercorsi per più di un mese dalla dichiarazione dello stato d’emergenza avvenuto nel Consiglio dei Ministri il 31 gennaio 2020 e le precauzioni prese dal governo (approfondimento al link).

In sintesi, l’Italia ha dichiarato lo stato d’emergenza il 31 gennaio 2020 ma non ha fatto niente per più di un mese; le tardive decisioni prese sono state tutto ed il contrario di tutto (approfondimento al link). Gli aiuti economici, finora, decisamente insufficienti.

Proprio su queste basi, l’avvocato Di Carlo si è fatto portavoce di una class action che ha denunciato il premier Conte ed il ministro della Salute Speranza. L’accusa è la seguente:

Il governo sapeva dello stato d’emergenza, ma non ha tutelato l’interesse pubblico omettendo e rallentando la messa in sicurezza di tutta l’Italia.”

Carlo Taormina, avvocato ed ex parlamentare del centrodestra, ha poi parlato di oltre mezzo milione di adesioni alla sua denuncia contro il premier Giuseppe Conte.

La gestione italiana è stata inoltre criticata anche dall’Università di Harvard, che ha invece premiato il modus operandi attuato in Veneto dal governatore Zaia (approfondimento al link).

Preoccupato, il governo sta ora cercando di correre ai ripari. Ecco quindi che è stato approvato l’emendamento del Pd a firma del capogruppo Marcucci per uno scudo penale che protegga, come visto, non solo il personale medico e sanitario, ma anche per burocrati e dirigenti amministrativi.

La responsabilità dei medici in sede penale è già oggi limitata ai casi di colpa grave, quindi di fatto la tutela non è altro che ampliata a “funzionari ed agenti responsabili di condotte gestionali o amministrative poste in essere in palese violazione dei principi basilari delle professioni del Servizio sanitario nazionale”.

In buona sostanza: il governo sapeva ma non ha agito, si è mosso tardi e male? Nessun problema, si attiva uno scudo penale con buona pace per l’etica e le responsabilità.

Coronavirus, Garattini: “Italia impreparata. Sfruttiamo la lezione”

Nel male, dobbiamo fare tesoro della situazione: più soldi a Sanità e Ricerca.
E poi bisogna creare protocolli e procedure per saper gestire eventuali future emergenze.

Una nazione in affanno, messa in ginocchio da un virus.

Un nemico da contrastare che presenta due caratteristiche insidiose e temibili: invisibilità ed infettività.

Questo è il quadro generale della situazione italiana; ne abbiamo parlato con il Professor Silvio Angelo Garattini, scienziato e farmacologo, Presidente e Fondatore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS.

Prof. Garattini, dove nasce il coronavirus?

Da quello che hanno detto autorevoli virologi, nasce probabilmente da un pipistrello o comunque da un animale, per poi mutare sino a raggiungere la capacità di trasmettersi all’uomo. Vivendo in un mondo globalizzato si è poi diffuso un po’ dappertutto; il tracciato indicherebbe che in Italia, nello specifico, sia arrivato a quello che si chiama “paziente 1” di Codogno dalla Germania. È però tuttavia altamente probabile che ci siano state molte altre fonti di contagio.

Ritengo, invece, che non trovi alcuna base l’ipotesi che sia stato costruito in un laboratorio.”

E perché l’Italia ne sta soffrendo in maniera così particolare?

Guardi, vi sono una molteplicità di fattori da considerare. Pensiamo anche solo a come vivono le popolazioni, agli usi ed alla mentalità: rispetto a Paesi come Cina, Giappone e Corea del Sud, noi siamo soliti esprimere le relazioni umane attraverso contatto fisico, dalla banale stretta di mano ai baci e gli abbracci soventi. Un banale esempio: alla partita Atalanta-Valencia vi erano 25.000 tifosi bergamaschi che ad ogni goal si abbracciavano e baciavo per festeggiare; questo può benissimo essere stato un detonatore enorme per i contagi.

Ci aggiunga che all’inizio l’emergenza sia stata un po’ sottovalutata da parte di tutti e quindi non si sia attivato nessun piano per le epidemie, capirà che con un virus di questo tipo, altamente contagioso e spesso asintomatico, basti poco per far esplodere i contagi.

Diciamo che c’è stata un po’ di imprevidenza, forse sarebbe stato opportuno un approccio come quello adottato al tempo della peste suina, ma ovviamente dirlo adesso è facile.”

Come interpreta i numeri legati all’epidemia?

Dipende da come li vogliamo analizzare, da cosa vogliamo vedere: possono dire tanto e niente allo stesso tempo. Per fare delle statistiche corrette bisognerebbe innanzitutto fare i tamponi a tutti, prendere coloro che sono risultati positivi e da li procedere a calcolare i vari tassi che ci interessano (mortalità, letalità, eccetera). Un dato che ritengo importane è quello inerente al numero dei ricoveri ospedalieri: ci sono moltissime persone che sono asintomatiche o che guariscono da sole senza grossi problemi (circa l’80%), ma quello che conta è capire per quante persone è stato necessario il ricovero ospedaliero, così da evincere l’entità della gravità del virus.

I punti di riferimento che abbiamo ad oggi al fine dei calcoli statistici sono la nave da crociera “Diamond Princess”, i dati ricostruiti dal sindaco (che è un fisico) di Nembro ed infine i dati dell’Ispi: si tratta di casi a perimetro chiuso che ci permettono di conteggiare più precisamente ciò che vogliamo analizzare e dai quali emerge una letalità pari a circa l’1%.”

Crede che sia possibile creare un vaccino? Se si, ci darà l’immunità o sarà come quelli influenzali?

Il vaccino arriverà, speriamo entro la fine dell’anno. Si sta lavorando per ottenere un vaccino che sia in grado di dare l’immunità ma è ancora troppo presto per saperlo. Bisogna riuscire a capire quali sono le caratteristiche con cui il virus muta; se non si riuscirà a crearne uno che dia l’immunità, se ne produrrà uno in stile vaccino influenzale, ovvero che sia in grado di contenere lo zoccolo duro delle informazioni del virus da combattere.

Di conseguenza, al momento, è anche impossibile fare proiezioni sul fatto che arrivino seconde ondate o meno, proprio perchè prima dobbiamo capire come si comporta il virus. È comunque probabile che, esattamente come l’influenza, sia un’infezione che muti leggermente e torni tutti gli anni; fosse così, ci dovremmo vaccinare molto di più, soprattutto le persone a rischio.”

Mentre aspettiamo il vaccino, il servizio sanitario nazionale è al collasso. Qual è la sua disamina da questo punto di vista?

Innanzitutto va detto che per fortuna c’è un servizo sanitario pubblico. Poi ritengo che lo stesso abbia fatto tutto quello che era possibile fare; quello che è stato fatto dagli ospedali lombardi e nello specifico da quello di Bergamo, difficilmente sarebbe stato fatto dai migliori ospedali di tutto il mondo.

Il vero problema è che eravamo impreparati e che, quindi, molto del personale medico non è stato adeguatamente equipaggiato di tutto quello che serve per poter far fronte ad un’infezione virale.

Ancora oggi si parla di non aver il numero sufficiente di respiratori ma anche solo di mascherine.”

Dall’alto della sua esperienza e dei prestigiosi ruoli da lei ricoperti, cosa si sente di suggerire?

Spero che una volta passato questo brutto momento non ci si dimentichi di tutto semplicemente non parlandone, ma si colga l’occasione per studiare e mettere in atto delle procedure adeguate, davvero senza polemica alcuna.

Dal mio punto di vista mi sento di indicare in particolar modo tre cose da migliorare.

La prima è la mancanza del rapporto territorio-ospedale: la nostra mentalità è ospedalocentrica, mentre credo che il territorio dovrebbe fare da grande filtro. Abbiamo visto che i medici di medicina generale non hanno ricoperto un grande ruolo perché non sono stati messi nelle condizioni di farlo.

La seconda riguarda le riserve, se così le vogliamo chiamare: abbiamo un mucchio di armi, di corazzate, di aerei, che sono a disposizione nel caso in cui dovessero servire; non vedo perché non dovrebbe essere altrettanto per le attrezzature mediche. Lo facciamo per motivi militari, e non lo facciamo per la salute?

La terza si riaggancia a quello che dicevamo prima. Oggi tutti chiedono ai ricercatori di fare il più in fretta possibile, di dirci cosa si deve fare, eccetera, però in Italia abbiamo ridotto la Ricerca alla miseria, tanto da essere il fanalino di coda sotto ogni profilo: investimenti, numero di ricercatori, vincoli di sperimentazione sugli animali che, per quanto brutto, ci servono perché determinate sperimentazioni non le possiamo fare sulle persone.

Come dicevamo è un mondo globalizzato: viaggiamo noi, viaggiano le merci, viaggiano anche i batteri ed i virus. Speriamo non succeda di nuovo, ma dobbiamo essere preparati per fronteggiare emergenze di questo tipo.

Crollo natalità: dov’è la radice del problema

Si accentua il problema del ricambio generazionale a causa delle poche nascite: se manca il lavoro, non si può andarsene di casa e fare famiglia.

Non è una novità, il problema del tasso di natalità in Italia.

Al primo gennaio 2020, infatti, la popolazione italiana risulta ancora in calo di 116.000 persone su base annua, con il numero di residenti totali che ammonta a 60 milioni e 317mila.

I dati sono quelli forniti dall’Istat nel rapporto annuale sugli indicatori demografici ed evidenziano l’aumento del divario tra nascite e decessi: più nel dettaglio, si stima che per ogni 100 decessi ci siano state 67 nascite.

Se andiamo a ritroso nel tempo, vediamo che dieci anni fa, sempre a fronte di 100 decessi, vi erano 96 nascite.

Il livello del 2019 appena registrato rappresenta il record negativo di “ricambio naturale” degli ultimi 102 anni.

Il numero medio di figli per donna è ora di 1,29 mentre l’età media al parto è di 32,1 anni. La speranza di vita si attesta, per le donne, attorno agli 85,3 anni e per gli uomini ad 81 anni, entrambe aumentate di 0,1 decimi di anno rispetto al 2018 (ovvero un mese di vita in più); ne consegue che anche l’età media salga, toccando quota 45,7 anni.

il problema viene poi strumentalizzato da alcune forze politiche, le quali si concentrano sulla necessità di importare persone anziché migliorare la qualità della vita dei cittadini, dando loro la possibilità di fare figli.

Il tasso di natalità è legato innanzitutto ad una facile connessione: lavoro-casa-famiglia.

Con l’elevata disoccupazione e gli stipendi sempre più ridotti (approfondimento al link) dovuti a dei contratti da schiavitù legalizzata, infatti, per i giovani diventa davvero duro poter andar fuori di casa. Le alternative sono quelle di non mettere su famiglia o di trasferirsi all’estero.

Senza un reddito adeguato non è possibile mantenersi; non potendolo fare, diventa impossibile sposarsi (o convivere) e, quindi, fare figli.

Il problema è legato al modello economico che ci ostiniamo a preservare e che giova solo alle grandi multinazionali, perché rende i lavoratori altamente sostituibili e privi di tutele grazie alla riduzione del potere politico (approfondimento al link).

In estrema sintesi, dunque, la connessione è questa: niente lavoro significa impossibilità di andare a convivere/sposarsi che, a sua volta, significa non poter far figli.