Meta patteggia: pagherà 16,7 miliardi di dollari

Il gigante dei social media accusato di danni alla salute mentale dei minori, accetta di assumersi la responsabilità di modificare Facebook e Instagram per gli utenti adolescenti.

Meta e una coalizione di procuratori generali statali hanno raggiunto un accordo in un importante processo federale, negli Stati Uniti, incentrato sulle accuse al gigante dei social media di aver nascosto la portata dei danni alla salute mentale dei minori causati da app come Facebook e Instagram (approfondimento al link).

Come riporta RaiNews, Meta ha accettato di pagare 16,7 miliardi di dollari.

Come parte dell’accordo, Meta verserà 2,2 miliardi di dollari alla California. L’accordo è stato raggiunto durante la seconda settimana del processo, che si svolge presso il tribunale federale di Oakland, e che è co-diretto dal procuratore generale della California, Rob Bonta, e dai procuratori generali di Colorado, New Jersey e Kentucky, che rappresentano un gruppo bipartisan di 29 procuratori generali in una causa congiunta, derivante da una causa intentata nel 2023. Alla notizia, il titolo di Meta guadagnava oltre il 4% nel premercato. 

Lo storico processo che avrebbe potuto stabilire se il modello di Meta fosse responsabile dei danni ai minori si chiude dunque con un accordo. Meta non ammette responsabilità, ma accetta di assumersi la responsabilità di modificare Facebook e Instagram per gli utenti adolescenti. Il caso giudiziario finisce dunque senza una sentenza di merito, ma lascia sul tavolo proprio quella che era una delle conseguenze più rilevanti del processo: un intervento sul funzionamento delle piattaforme.

29 Stati americani accusavano Meta di aver progettato Facebook e Instagram con meccanismi capaci di creare dipendenza nei minori, pur essendo consapevole dei possibili effetti negativi. Le accuse riguardavano anche la raccolta e l’utilizzo dei dati dei bambini senza il necessario consenso dei genitori.

Il punto potenzialmente dirompente era che, se il processo fosse arrivato a una sentenza sfavorevole, Meta avrebbe potuto essere costretta non soltanto a pagare somme enormi, ma anche a modificare concretamente il funzionamento di Facebook e Instagram: limiti d’uso, modifiche agli algoritmi e altri strumenti di protezione dei minori. Senza una sentenza al riguardo il cambiamento non potrà essere obbligatorio e monitorato nella pratica, dovranno esserci semmai altri processi e eventuali altre dimostrazioni di danni a minori in futuro. 

Gli Stati erano arrivati a prospettare sanzioni potenziali nell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari, con Meta che sosteneva addirittura che le richieste potessero arrivare fino a 1.400 miliardi. Ma la valutazione più lungimirante di Meta nella scelta del patteggiamento non è tanto economica, quanto l’aver evitato che una giuria stabilisse se le accuse fossero fondate.

La vicenda non finisce qui. Meta e le altre grandi piattaforme, TikTok, YouTube e Snapchat, devono ancora affrontare migliaia di cause analoghe promosse da famiglie, scuole, governi locali e Stati. Quindi questo accordo potrebbe diventare un precedente negoziale enorme, anche senza essere una sentenza di merito. 

Gli Usa mettono una taglia da 10 milioni di dollari sui vertici Pasdaran

L’annuncio su X del Dipartimento di Stato americano con le foto dei ricercati e l’invito a segnalare le loro posizioni.

Gli Stati Uniti hanno messo una taglia da 10 milioni di dollari sui vertici militari dei Pasdaran: “Queste persone sono a capo di unità che hanno preso di mira il personale Usa con attacchi e le infrastrutture critiche degli Stati Uniti con operazioni informatiche. Aiutaci a contrastare queste minacce. Invia una segnalazione oggi stesso“.

Così, come riporta Ansa, recita l’annuncio su X del Dipartimento di Stato, rivolto a “chiunque possa fornire informazioni“, con le foto del capo dei Pasdaran, Ahmed Vahidi, il comandante Ali Abdollahi, il responsabile delle forze aerospaziali e droni, Said Aghajani, del cyberwarfare, Hamidreza Lashgarian, e dell’intelligence Majid Khademi.

Sicurezza dei minori: Meta al centro di un processo storico

Le accuse da 4 Stati americani: sapeva e non ha fatto niente.
La California: aggancia gli utenti, li tiene il più a lungo possibile, raccoglie i loro dati e nasconde la verità al pubblico quando rilascia dichiarazioni.

Meta è attualmente al centro di un processo storico a Oakland, in California, intentato da quattro Stati americani: Colorado, California, New Jersey e Kentucky.

Il procedimento potrebbe cambiare in modo permanente il modo in cui vengono progettate le più diffuse piattaforme di social media, come Facebook e Instagram.

Gli Stati accusano il colosso dei social media di aver progettato intenzionalmente le sue piattaforme per creare dipendenza tra gli utenti più giovani e di aver nascosto ciò che sapeva sugli effetti dannosi sulla loro salute mentale, accuse che Meta ha sempre respinto.

Il processo, iniziato martedì, è stato definito dal procuratore generale del Kentucky, Russell Coleman, la più grande causa per la tutela dei consumatori nella storia degli Stati Uniti.

Le testimonianze dei primi tre giorni hanno già fatto emergere affermazioni sorprendenti su ciò che Meta sapeva e da quando.

Il whistleblower Arturo Béjar, ex direttore dell’ingegneria di Meta, ha dichiarato che i Community Standards Enforcement Reports pubblici dell’azienda, che misurano la frequenza con cui agli utenti viene mostrato contenuto che viola le policy di Meta, potrebbero sottostimare il rischio reale fino a cento volte. Questo sulla base di sondaggi interni che chiedevano direttamente agli utenti di descrivere le loro esperienze negative sulle piattaforme.

Come prosegue Euronews, la vice procuratrice generale della California, Megan O’Neill, ha detto ai giurati nella sua dichiarazione iniziale che il modello di business di Meta può essere riassunto in quattro frasi: “Aggancia gli utenti. Tienili il più a lungo possibile. Raccogli i loro dati. Nascondi la verità al pubblico quando rilasci dichiarazioni“.

Ha sostenuto che Meta ha nascosto la verità sui rischi reali delle sue piattaforme per gli utenti più giovani, nel tentativo di agganciarli e raccogliere i loro dati, e ha accusato l’azienda di essere intervenuta attivamente sulle proprie ricerche sulla salute mentale per oscurare ulteriormente tali rischi.

L’avvocato di Meta, Paul Schmidt, ha replicato che il colosso tecnologico vanta una storia di condivisione di informazioni sui danni legati ai social media e che l’applicazione delle regole sui contenuti e sui limiti di età è complessa.

Ritiene che verificare l’età di un utente tramite documenti come un’identificazione governativa o una carta di credito pone problemi perché non tutti ne hanno accesso.

Covid: l’ex consigliere di Fauci si dichiara colpevole

Dalle origini del virus all’uso della mail privata, in tribunale Morens ammette: cospirazione e truffa ai danni degli Usa.
Ciò che veniva etichettato come complottismo viene confermato da documenti e ammissioni di colpevolezza.

Per anni, quando qualcuno chiedeva maggiore trasparenza sulle ricerche sui coronavirus finanziate dagli Stati Uniti, sui rapporti con il Wuhan Institute of Virology o sulle discussioni interne sull’origine di Sars-Cov-2, la risposta era spesso una parola diventata buona per quasi tutto: «complottismo». Poi arrivano i documenti. E qualche volta arrivano persino le ammissioni di colpevolezza.

Il Tempo, infatti, riporta quanto di seguito.

Il 18 agosto David Morens, per sedici anni senior adviser nell’Office of the Director del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, il Niaid guidato fino al 2022 da Anthony Fauci (che sotto interrogatorio si è appellato oltre 100 volte alla facoltà di non rispondere ed è stato condannato di oltraggio al governo – approfondimento al link), si è dichiarato colpevole davanti a un tribunale federale del Maryland di «conspiracy to commit offenses and to defraud the United States» (ovvero, associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati e alla frode ai danni degli Stati Uniti). Non è un post sui social. È quanto comunica ufficialmente il Dipartimento di Giustizia americano.

Morens rischia fino a cinque anni di carcere. La giudice federale Paula Xinis ha fissato formalmente il sentencing di David Morens per il 12 novembre 2026. Mala parte interessante è capire che cosa ha ammesso. Secondo il Doj (Dipartimento di Giustizia), durante la pandemia Morens e altre persone parteciparono a una cospirazione dopo che il National Institutes of Health aveva interrotto il finanziamento di «Understanding the Risk of Bat Coronavirus Emergence».

Quel grant era stato assegnato dal Niaid a un’organizzazione americana che aveva destinato parte dei fondi al Wuhan Institute of Virology, diventato poi uno dei punti centrali del dibattito sull’origine del Covid-19.

Dopo l’interruzione, Morens e un altro soggetto si impegnarono, secondo la sua ammissione di colpevolezza, ad aiutare un co-cospiratore a ottenere il ripristino del finanziamento e a contrastare la tesi secondo cui il Covid-19 avrebbe potuto essere conseguenza di una fuga da laboratorio.

Fin qui potremmo essere ancora nel terreno del confronto scientifico e amministrativo. Il problema è ciò che succede dopo. Prevedendo che quelle comunicazioni potessero essere richieste attraverso il Freedom of Information Act, Morens e gli altri decisero di utilizzare il suo account Gmail personale invece di quello istituzionale.

Perché? Il Dipartimento di Giustizia utilizza parole difficili da equivocare: per «intentionally hide their communications from public view», ossia «Nascondere intenzionalmente quelle comunicazioni alla vista del pubblico».

Attraverso quell’account, secondo il Doj, vennero scambiate informazioni Nih non pubbliche, discussi gli sforzi per ottenere nuovamente il finanziamento e modificate bozze di lettere indirizzate alla leadership del Nih. E qui c’è una differenza fondamentale rispetto a qualche mese fa. Allora Morens era un imputato e valeva la presunzione d’innocenza. Oggi Morens si è dichiarato colpevole. Ha inoltre ammesso di aver cospirato per il pagamento di «illegal gratuities». Un co-cospiratore gli regalò del vino per quelli che nelle loro comunicazioni venivano definiti i suoi «behind -the -scenes shenanigans», le sue manovre dietro le quinte. Secondo il Doj, Morens individuò quindi un atto ufficiale che avrebbe potuto compiere per «meritare» quel regalo: scrivere un commento scientifico per una prestigiosa rivista medica sostenendo l’origine naturale del Covid-19.

A questo punto, però, bisogna distinguere ciò che sappiamo da ciò che non sappiamo. Questo procedimento non dimostra che Sars-Cov-2 sia nato in laboratorio. E Anthony Fauci non è stato incriminato nel procedimento Morens. Affermare oggi che Fauci abbia partecipato alla cospirazione significherebbe andare oltre ciò che gli atti dimostrano. Ma eliminato tutto ciò che non possiamo provare, rimane comunque una domanda enorme. Perché un senior adviser del Niaid sentì la necessità di spostare deliberatamente determinate conversazioni fuori dai sistemi governativi?

Perché persone coinvolte nella discussione di finanziamenti pubblici sulla ricerca dei coronavirus decisero che alcune comunicazioni non dovessero essere accessibili attraverso gli strumenti di trasparenza previsti dalla legge? E soprattutto: chi sapeva?

Morens non era un ricercatore periferico. Dal 2006 al 2022 lavorò nell’Office of the director del Niaid. Trai suoi compiti c’erano la raccolta di informazioni dalla comunità scientifica sul Covid-19 e la consulenza alla leadership dell’istituto. Questo non dimostra che Fauci conoscesse le sue attività illegali. Non dimostra che gli abbia ordinato di farlo.

Ma dovrebbe almeno rendere possibile porre la domanda senza essere trattati come terrapiattisti. Per anni il dibattito sulle origini del Covid è stato avvelenato dalla confusione tra la plausibilità di un’ipotesi e l’identità di chi la sosteneva.

La scienza dovrebbe funzionare diversamente. Le ipotesi si verificano, si confutano e si confrontano con i dati. Quando i dati non bastano si dice semplicemente: non lo sappiamo. Ed è per questo che il caso Morens è importante indipendentemente dalla risposta definitiva sull’origine del virus. Anche se domani venisse dimostrata un’origine completamente naturale, ciò che Morens ha ammesso rimarrebbe gravissimo.

Durante la pandemia ai cittadini è stato chiesto qualcosa di enorme: fidarsi delle istituzioni, degli scienziati, delle autorità sanitarie. Ma la fiducia non può funzionare in una sola direzione. Se chiedi ai cittadini di fidarsi delle istituzioni, le istituzioni devono accettare di essere controllate dai cittadini. Altrimenti non si chiama fiducia. Si chiama fede. E la scienza non dovrebbe averne bisogno. Che Fauci abbia partecipato alla cospirazione non è un fatto accertato. Che questa vicenda dimostri l’origine laboratoriale del Covid non è vero. Ma nemmeno si può raccontare questa storia come se non fosse successo nulla. Qualcuno aveva conversazioni che non voleva fossero viste. Qualcuno ha deciso deliberatamente di tenerle lontane dai sistemi ufficiali. E almeno uno dei protagonisti oggi non lo nega più. Si è dichiarato colpevole. Per questo la domanda più seria forse non è ancora: «Da dove è arrivato il Covid?». È un’altra. Perché alcune delle persone incaricate di aiutarci a scoprirlo non volevano che leggessimo ciò che si stavano dicendo? E questa volta «complottismo» non è una risposta.

WSJ: l’Iran ha usato i 2 mesi di tregua per prepara una guerra più ampia

Intensificata la produzione di missili e droni.
“Cambiamento strategico” ai vertici iraniani per prepararsi ad “ampliare la guerra”.

L’Iran avrebbe trascorso i due mesi successivi alla firma del memorandum d’intesa con gli Stati Uniti per prepararsi a un’intensificazione dei combattimenti piuttosto che a dedicarsi alla diplomazia.

Lo scrive il Wall Street Journal, che cita funzionari iraniani e arabi e viene poi ripreso da Ansa.

Teheran ritiene che gli Usa stiano solo prendendo tempo per un futuro attacco. Pertanto, negli ultimi 60 giorni di cessate il fuoco, che scade oggi, l’Iran avrebbe intensificato la produzione di missili e droni e nominato figure intransigenti in posizioni chiave.

Il Wall Street Journal afferma che i funzionari dell’intelligence araba hanno segnalato un “cambiamento strategico” tra i vertici iraniani per “preparare le proprie forze ad ampliare la guerra“.