Gli Usa mettono una taglia da 10 milioni di dollari sui vertici Pasdaran

L’annuncio su X del Dipartimento di Stato americano con le foto dei ricercati e l’invito a segnalare le loro posizioni.

Gli Stati Uniti hanno messo una taglia da 10 milioni di dollari sui vertici militari dei Pasdaran: “Queste persone sono a capo di unità che hanno preso di mira il personale Usa con attacchi e le infrastrutture critiche degli Stati Uniti con operazioni informatiche. Aiutaci a contrastare queste minacce. Invia una segnalazione oggi stesso“.

Così, come riporta Ansa, recita l’annuncio su X del Dipartimento di Stato, rivolto a “chiunque possa fornire informazioni“, con le foto del capo dei Pasdaran, Ahmed Vahidi, il comandante Ali Abdollahi, il responsabile delle forze aerospaziali e droni, Said Aghajani, del cyberwarfare, Hamidreza Lashgarian, e dell’intelligence Majid Khademi.

Covid: l’ex consigliere di Fauci si dichiara colpevole

Dalle origini del virus all’uso della mail privata, in tribunale Morens ammette: cospirazione e truffa ai danni degli Usa.
Ciò che veniva etichettato come complottismo viene confermato da documenti e ammissioni di colpevolezza.

Per anni, quando qualcuno chiedeva maggiore trasparenza sulle ricerche sui coronavirus finanziate dagli Stati Uniti, sui rapporti con il Wuhan Institute of Virology o sulle discussioni interne sull’origine di Sars-Cov-2, la risposta era spesso una parola diventata buona per quasi tutto: «complottismo». Poi arrivano i documenti. E qualche volta arrivano persino le ammissioni di colpevolezza.

Il Tempo, infatti, riporta quanto di seguito.

Il 18 agosto David Morens, per sedici anni senior adviser nell’Office of the Director del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, il Niaid guidato fino al 2022 da Anthony Fauci (che sotto interrogatorio si è appellato oltre 100 volte alla facoltà di non rispondere ed è stato condannato di oltraggio al governo – approfondimento al link), si è dichiarato colpevole davanti a un tribunale federale del Maryland di «conspiracy to commit offenses and to defraud the United States» (ovvero, associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati e alla frode ai danni degli Stati Uniti). Non è un post sui social. È quanto comunica ufficialmente il Dipartimento di Giustizia americano.

Morens rischia fino a cinque anni di carcere. La giudice federale Paula Xinis ha fissato formalmente il sentencing di David Morens per il 12 novembre 2026. Mala parte interessante è capire che cosa ha ammesso. Secondo il Doj (Dipartimento di Giustizia), durante la pandemia Morens e altre persone parteciparono a una cospirazione dopo che il National Institutes of Health aveva interrotto il finanziamento di «Understanding the Risk of Bat Coronavirus Emergence».

Quel grant era stato assegnato dal Niaid a un’organizzazione americana che aveva destinato parte dei fondi al Wuhan Institute of Virology, diventato poi uno dei punti centrali del dibattito sull’origine del Covid-19.

Dopo l’interruzione, Morens e un altro soggetto si impegnarono, secondo la sua ammissione di colpevolezza, ad aiutare un co-cospiratore a ottenere il ripristino del finanziamento e a contrastare la tesi secondo cui il Covid-19 avrebbe potuto essere conseguenza di una fuga da laboratorio.

Fin qui potremmo essere ancora nel terreno del confronto scientifico e amministrativo. Il problema è ciò che succede dopo. Prevedendo che quelle comunicazioni potessero essere richieste attraverso il Freedom of Information Act, Morens e gli altri decisero di utilizzare il suo account Gmail personale invece di quello istituzionale.

Perché? Il Dipartimento di Giustizia utilizza parole difficili da equivocare: per «intentionally hide their communications from public view», ossia «Nascondere intenzionalmente quelle comunicazioni alla vista del pubblico».

Attraverso quell’account, secondo il Doj, vennero scambiate informazioni Nih non pubbliche, discussi gli sforzi per ottenere nuovamente il finanziamento e modificate bozze di lettere indirizzate alla leadership del Nih. E qui c’è una differenza fondamentale rispetto a qualche mese fa. Allora Morens era un imputato e valeva la presunzione d’innocenza. Oggi Morens si è dichiarato colpevole. Ha inoltre ammesso di aver cospirato per il pagamento di «illegal gratuities». Un co-cospiratore gli regalò del vino per quelli che nelle loro comunicazioni venivano definiti i suoi «behind -the -scenes shenanigans», le sue manovre dietro le quinte. Secondo il Doj, Morens individuò quindi un atto ufficiale che avrebbe potuto compiere per «meritare» quel regalo: scrivere un commento scientifico per una prestigiosa rivista medica sostenendo l’origine naturale del Covid-19.

A questo punto, però, bisogna distinguere ciò che sappiamo da ciò che non sappiamo. Questo procedimento non dimostra che Sars-Cov-2 sia nato in laboratorio. E Anthony Fauci non è stato incriminato nel procedimento Morens. Affermare oggi che Fauci abbia partecipato alla cospirazione significherebbe andare oltre ciò che gli atti dimostrano. Ma eliminato tutto ciò che non possiamo provare, rimane comunque una domanda enorme. Perché un senior adviser del Niaid sentì la necessità di spostare deliberatamente determinate conversazioni fuori dai sistemi governativi?

Perché persone coinvolte nella discussione di finanziamenti pubblici sulla ricerca dei coronavirus decisero che alcune comunicazioni non dovessero essere accessibili attraverso gli strumenti di trasparenza previsti dalla legge? E soprattutto: chi sapeva?

Morens non era un ricercatore periferico. Dal 2006 al 2022 lavorò nell’Office of the director del Niaid. Trai suoi compiti c’erano la raccolta di informazioni dalla comunità scientifica sul Covid-19 e la consulenza alla leadership dell’istituto. Questo non dimostra che Fauci conoscesse le sue attività illegali. Non dimostra che gli abbia ordinato di farlo.

Ma dovrebbe almeno rendere possibile porre la domanda senza essere trattati come terrapiattisti. Per anni il dibattito sulle origini del Covid è stato avvelenato dalla confusione tra la plausibilità di un’ipotesi e l’identità di chi la sosteneva.

La scienza dovrebbe funzionare diversamente. Le ipotesi si verificano, si confutano e si confrontano con i dati. Quando i dati non bastano si dice semplicemente: non lo sappiamo. Ed è per questo che il caso Morens è importante indipendentemente dalla risposta definitiva sull’origine del virus. Anche se domani venisse dimostrata un’origine completamente naturale, ciò che Morens ha ammesso rimarrebbe gravissimo.

Durante la pandemia ai cittadini è stato chiesto qualcosa di enorme: fidarsi delle istituzioni, degli scienziati, delle autorità sanitarie. Ma la fiducia non può funzionare in una sola direzione. Se chiedi ai cittadini di fidarsi delle istituzioni, le istituzioni devono accettare di essere controllate dai cittadini. Altrimenti non si chiama fiducia. Si chiama fede. E la scienza non dovrebbe averne bisogno. Che Fauci abbia partecipato alla cospirazione non è un fatto accertato. Che questa vicenda dimostri l’origine laboratoriale del Covid non è vero. Ma nemmeno si può raccontare questa storia come se non fosse successo nulla. Qualcuno aveva conversazioni che non voleva fossero viste. Qualcuno ha deciso deliberatamente di tenerle lontane dai sistemi ufficiali. E almeno uno dei protagonisti oggi non lo nega più. Si è dichiarato colpevole. Per questo la domanda più seria forse non è ancora: «Da dove è arrivato il Covid?». È un’altra. Perché alcune delle persone incaricate di aiutarci a scoprirlo non volevano che leggessimo ciò che si stavano dicendo? E questa volta «complottismo» non è una risposta.

L’Ue interferisce nelle elezioni degli Stati

Accusa Russia ed Usa di interferire nelle elezioni, ma fa lo stesso.
Finanziamenti ai media per influenzare il dibattito e l’opinione pubblica: 40 milioni nel 2023 per il cambio di governo in Polonia.

L’Ue interferisce nelle elezioni, facendo di fatto esattamente quello che accusa gli altri Paesi di fare.

Quante volte avete sentito accuse verso la Russia o verso gli Usa di interferire con le elezioni dei vari Paesi?

L’Ue fa esattamente lo stesso, finanziando i vari media per influenzare l’opinione pubblica.

Prawy.pl riporta un’intervista pubblicata dal quotidiano tedesco Berliner Zeitung con il commentatore e ricercatore Thomas Fazi. Secondo Fazi, prima delle elezioni polacche del 2023 sarebbero affluiti in Polonia fondi europei destinati a organizzazioni non governative favorevoli all’integrazione europea, con l’effetto di influenzare il dibattito pubblico e l’opinione pubblica.

Fazi sostiene che l’Unione Europea eserciterebbe una crescente influenza politica e culturale attraverso programmi di finanziamento, ONG, media e istituzioni accademiche. Secondo la sua analisi, esisterebbe un collegamento stretto tra l’erogazione delle sovvenzioni e specifici obiettivi politici.

Nell’intervista viene citata una ricerca realizzata da Fazi per il think tank ungherese MCC Brussels, incentrata sui flussi finanziari verso le ONG. Fazi afferma che fino ad oggi non esisteva una mappatura sistematica e quantitativa di tali finanziamenti.

L’articolo menziona inoltre il programma europeo CERV (Citizens, Equality, Rights and Values), inserito nel quadro finanziario UE 2021-2027 e affiancato da iniziative come Horizon e Creative Europe. Secondo quanto riportato, dal 2021 le organizzazioni polacche avrebbero ricevuto circa 40 milioni di euro attraverso questo programma.

Infine, Fazi dichiara che nel suo rapporto viene citato il presidente della Fondazione Res Publica, il quale avrebbe riconosciuto che attività sostenute anche con fondi UE hanno contribuito al cambiamento di governo avvenuto a Varsavia nel 2023.

Zelensky non riconosce l’indipendenza del Kosovo

La dichiarazione del presidente ucraino durante una conferenza a Belgrado.
Il Kosovo rimuove la bandiera ucraina esposta dal 2022.

La posizione di Kiev sul Kosovo regala al presidente serbo Aleksandar Vučić una vittoria diplomatica.

La scelta dell’Ucraina di non riconoscere l’indipendenza del Kosovo, infatti, ha offerto a Vučić un importante risultato diplomatico, ma ha contemporaneamente provocato una dura reazione a Prishtina. Al centro della disputa c’è la posizione ribadita dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky durante la sua visita a BelgradoKiev continua a sostenere l’integrità territoriale degli Stati e non riconosce il Kosovo come Stato indipendente.

Una posizione che, nel pieno della guerra contro la Russia, assume un peso particolare. Kiev insiste da anni sul principio dell’integrità territoriale dell’Ucraina, contestando l’annessione della Crimea e l’occupazione di territori ucraini da parte di Mosca. Lo stesso principio viene ora utilizzato per spiegare il mancato riconoscimento del Kosovo.

Durante una conferenza stampa a Belgrado, Zelensky ha confermato che la linea dell’Ucraina non è cambiata, rispondendo a una domanda sulla possibilità per la Serbia di continuare a “contare sulla posizione ferma dell’Ucraina” sul Kosovo.

La nostra posizione resta invariata. Lo abbiamo sempre sottolineato e la politica dell’Ucraina non è cambiata“, ha dichiarato il presidente ucraino, come riporta Euronews.

Le parole di Zelensky hanno però provocato irritazione in Kosovo, dove Pristina chiede a Kiev di rispettare il diritto all’autodeterminazione del Kosovo e la dichiarazione di indipendenza del 2008, riconosciuta da oltre 100 Paesi, tra cui Stati Uniti, Regno Unito e 22 Stati membri dell’Unione europea.

La reazione è arrivata anche attraverso un gesto simbolico. Il sindaco di Pristina, Perparim Rama, ha annunciato la rimozione di una grande bandiera ucraina con la scritta “Free Ukraine, esposta lungo una delle principali arterie della capitale kosovara dall’inizio del conflitto con la Russia del 2022.

Lo Stato del Kosovo deve essere rispettato“, ha scritto Rama sui social, pubblicando il video della rimozione.

Quando il Kosovo non viene rispettato, la capitale Pristina reagisce sempre allo stesso modo“, ha aggiunto.

Fauci condannato di oltraggio al Congresso

Si è appellato almeno 100 volte alla facoltà di non rispondere durante l’audizione.
Ora rischia un’indagine penale.

Anthony Fauci è stato dichiarato colpevole di oltraggio al Congresso.

Fauci, che è l’infettivologo responsabile del piano americano contro la pandemia di Covid-19, è stato giudicato da una commissione del Senato dopo che la scorsa settimana, durante un’audizione della commissione, si era appellato almeno cento volte al quinto emendamento per non rispondere sul suo ruolo nella pandemia (approfondimento al link).

Come riporta Sky tg24, la mozione è passata con otto voti a favore e sette contrari e ora Fauci, ex direttore dell’Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive all’inizio della pandemia, rischia un’indagine penale.

Il presidente Donald Trump ha duramente attaccato Fauci, auspicando la sua incriminazione: “Hanno incriminato Peter Navarro e Steve Bannon: persone davvero perbene – ha detto Trump -. Avrei concesso loro la grazia in due secondi. Quindi, quando vedi succedere una cosa del genere, ti viene da dire che forse bisognerebbe farlo anche con lui. Ciò che ha fatto lui è molto più grave“.

Fauci è al centro delle polemiche per il proprio ruolo nella pandemia in Usa e la sua posizione non è migliorata dopo la scelta dell’infettivologo di non rispondere alle domande del Senato.

Il senatore repubblicano Ron Johnson ha fatto sapere di aver ottenuto dall’amministrazione Trump una copia dei contenuti del telefono di Anthony Fauci, nella speranza “che questo possa fornire risposte a molte delle domande a cui lui si è rifiutato di rispondere durante l’audizione della scorsa settimana“.

A fornire i dati del telefono di Fauci è stato il dipartimento della Sanità statunitense, guidato da Robert Kennedy jr, avversario politico dell’infettivologo.

Consegnati anche gli appunti personali di Fauci, recuperati dai server governativi.