Iran rifiuta rapporto AIEA

“Nostro programma nucleare pacifico e trasparente”.
Kamalvandi: il documento ha obiettivi politici.

I funzionari iraniani hanno dichiarato giovedì che l’ultimo rapporto dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA)è una ripetizione di precedenti questioni infondate” e hanno ribadito che il suo programma nucleare “pacifico” “è stato finora il più trasparente”.

Come riporta “News 360”, il portavoce dell’Organizzazione iraniana per l’energia atomica (AEOI), Behruz Kamalvandi, ha sottolineato che il documento dell’AIEAha obiettivi politici” e che alcuni media stanno “distorcendo” le frasi che l’AIEAusa in modo vago” per mettere in dubbio il programma nucleare iraniano.

Il programma nucleare pacifico dell’Iran è stato finora il più trasparente“, ha sottolineato, ribadendo che l’Iran accetterà la verifica delle sue attività al di là dell’accordo di salvaguardia solo se le parti torneranno al pieno rispetto dell’accordo nucleare del 2015.

Ancora, le dichiarazioni sono state le seguenti:

Non dovrebbero aspettarsi che l’Iran sia aperto alle ispezioni al di là dell’accordo di salvaguardia quando non rispettano i loro obblighi e mentre le loro sanzioni oppressive contro la nazione iraniana continuano“.

In questo senso, ha affermato che la prossima settimana Teheran presenterà “risposte legali e ragionevoli” alle questioni sollevate dall’AIEA, che nel suo rapporto di mercoledì ha indicato di non poter verificare, con i dati finora in suo possesso, che il programma nucleare iraniano possa avere scopi esclusivamente pacifici o nascondere un piano di armamento, come parte della comunità internazionale sospetta da anni.

Il direttore generale dell’agenzia, Rafael Grossi, ha sottolineato che l’agenzia “non è in grado di dare garanzie che il programma nucleare iraniano sia esclusivamente pacifico“. Non sorprende che gli esperti abbiano notato che l’Iran ha aumentato le sue attività di arricchimento dell’uranio e ora dispone di oltre 55 chili di materiale con una purezza superiore al 60%.

Cinquanta chili di uranio arricchito al 90% sarebbero sufficienti per produrre armi atomiche.

Il rapporto confonde ulteriormente le prospettive di rilancio dell’accordo nucleare del 2015. L’Iran ha rinnegato alcuni degli impegni presi all’epoca dopo che gli Stati Uniti si sono ritirati dall’accordo nel 2018, sotto la presidenza di Donald Trump, che ha lanciato una batteria di sanzioni nell’ambito di un programma di “massima pressione” contro le autorità iraniane.

Mosca: “Usa parte del conflitto”

Ryabkov mette in guardia dal fare provocazioni e premette che aiuti militari all’Ucraina non rimarranno impuniti.

Il vice ministro degli Esteri russo Serghei Ryabkov sostiene che “ormai c’è solo una sottilissima linea a separare gli Stati Uniti dal diventare una parte in conflitto” nella guerra in Ucraina.

Come riporta “Tgcom24“, Ryabkov ha voluto “mettere in guardia gli Usa dal fare passi provocatori, compresa la fornitura di armi di sempre più a lunga gittata e più distruttive” perché le “sfacciate forze anti-russe non possono illudersi che tutto rimarrà immutato“. 

Turchia: diversi Stati Nato vogliono che guerra Russia-Ucraina continui

Cavusoglu: lo vogliono anche Paesi europei, non solo gli Usa.
Il Ministro attacca anche la Grecia e parla del giacimento di gas scoperto.

Diversi Stati della Nato vogliono che il conflitto tra Russia ed Ucraina continui.

Il Ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha dichiarato martedì che diversi Stati membri dell’Alleanza Atlantica, non solo gli Stati Uniti, vogliono che la guerra tra Russia e Ucraina continui.

C’è chi ha voluto sabotare l’accordo sul grano. Ma non sono gli Stati Uniti:

Il contributo di Washington è stato la rimozione delle restrizioni all’esportazione di fertilizzanti russi, lo sblocco dei porti, (la rimozione delle restrizioni) sulle operazioni bancarie“.

Il ministro degli Esteri turco ha inoltre spiegato, durante un’intervista al canale Haber Global, che 33 navi hanno già lasciato l’Ucraina grazie all’accordo di protezione firmato il mese scorso a Istanbul tra Ucraina, Russia, Turchia e Nazioni Unite.

Nella prima mattinata di martedì, il Ministero della Difesa nazionale ha riferito sul suo account ufficiale di Twitter che un’altra nave era partita dal porto ucraino di Chernomorsk e ha affermato che tre navi provenienti dall’Ucraina e tre dirette in Ucraina sarebbero state ispezionate martedì.

Le navi stanno attraversando il Mar Nero per raggiungere lo stretto del Bosforo in Turchia, dove un centro di coordinamento congiunto a Istanbul, che comprende rappresentanti delle Nazioni Unite, dell’Ucraina, della Russia e della Turchia, sta controllando le navi che entrano in Ucraina per assicurarsi che non trasportino armi o attrezzature da combattimento.

Non solo.

Come riporta “News 360”, il ministro degli Esteri turco ha anche sottolineato durante l’intervista che la Greciaviola i diritti dei cittadini turchi nella Tracia occidentale (parte europea della Turchia)“, così come lo status delle isole del Mediterraneo.

Aggiungendo che la parte turca negli ultimi due anni ha salvato 41.000 persone, Cavusoglu ha dichiarato quanto di seguito:

La Grecia dovrebbe abbandonare queste politiche. Se collaborano, non devono calcolare i loro guadagni e le loro perdite“.

La Grecia ha accusato la Turchia di attività “illegali” di prospezione ed esplorazione di idrocarburi al largo di diverse sue isole. Tuttavia, il governo turco respinge le accuse e sostiene che le acque in cui si sta perforando il gas in via sperimentale appartengono alla piattaforma continentale turca.

Le autorità turche accusano inoltre Atene di condurre manovre militari legate alla NATO e a Paesi terzi sulle isole demilitarizzate, cosa vietata dal Trattato di Losanna del 1923 e dal Trattato di Parigi del 1947. Le autorità greche sostengono che i militari si trovano nell’area per impedire alle navi turche di avvicinarsi alle coste greche.

Cavusoglu ha anche commentato la scoperta di un pozzo di gas vicino all’isola di Cipro (approfondimento al link):

Anche la nostra piattaforma continentale la attraversa. Non permettiamo loro di entrare nella nostra piattaforma continentale in questo modo. La soluzione nel Mediterraneo orientale è un’equa ripartizione delle entrate. Abbiamo fatto le necessarie notifiche sia alle Nazioni Unite che all’Unione Europea su questo tema“.

Tensioni tra Cina e Giappone

Tokyo pronta a schierare missili a lunga gittata.
La Costituzione del dopoguerra però pone limiti.

Il Giappone si arma contro la Cina.

Tokyo sta valutando di posizionare più di mille missili a lungo raggio per rispondere a un eventuale attacco di Pechino.

Si tratta di un aggiornamento delle capacità difensive già esistenti ma che, in questo caso, permetterebbe al Paese del Sol Levante di arrivare fino a 1.000 km di distanza: mentre ora le attuali munizioni possono arrivare solo fino a 100 km (62 miglia).

Le armi, lanciate da navi o aerei, sarebbero di stanza principalmente intorno alle isole meridionali di Nansei, secondo quanto riportato dal quotidiano “Yomiuri” che ha dato la notizia: un punto che darebbe la possibilità di raggiungere le zone costiere della Corea del Nord e della Cina.

Come riporta “Il Messaggero”, minacce di guerra per Tokyo arrivano sì da Pechino ma anche da Pyongyang.

L’obiettivo è quello di ridurre il divario ma c’è un problema: la costituzione pacifista giapponese, formulata subito il dopoguerra, limita la spesa militare al finanziamento di capacità difensive.

Di recente, però, la svolta: dopo lo scoppio del conflitto tra Russia ed Ucraina, il Giappone sta riconsiderando i programmi di spesa.

Il premier Kishida ha ribadito a più riprese di voler aumentare in modo significativo il budget per le spese militari mantenuto vicino a circa l’uno per cento del Pil.

I media locali hanno anche riferito che è probabile che il ministero della Difesa giapponese richiederà 5.500 miliardi di yen (40,2 miliardi di dollari) per il prossimo anno fiscale, in leggero aumento rispetto ai 5.180 miliardi richiesti per l’anno in corso.

Secondo i dati più aggiornati del “White Paper” sulla Difesa a Tokyo, il Giappone spende lo 0,95% del Pil, contro l’1,2% della Cina e il 3,1% degli Stati Uniti.

Donna saudita ritwitta dissidenti: 34 anni di carcere

La donna stava facendo un dottorato in Gran Bretagna ed era tornata in patria per una vacanza.
Sentenza emessa dopo la visita di Biden.

Condannata a 34 anni di carcere per aver aperto un profilo Twitter ed aver seguito e ritwittato dissidenti e attivisti.

È quanto toccato alla 34enne saudita Salma al-Shehab, che frequenta un dottorato di ricerca all’università britannica di Leeds, una volta tornata per una vacanza nel suo Paese.

Come riporta il “Guardian”, la sentenza del tribunale speciale per i terroristi è stata emessa dopo la visita del presidente degli Stati Uniti Joe Biden in Arabia Saudita, vista dagli attivisti come un incoraggiamento a intensificare la repressione nei confronti di dissidenti e di altri attivisti pro-democrazia.

La donna è stata inizialmente condannata a tre anni di carcere per il “reato” di utilizzo di un sito Internet finalizzato a “causare disordini pubblici e destabilizzare la sicurezza civile e nazionale“, ma lunedì una corte d’appello ha emesso la nuova sentenza di 34 anni di carcere e 34 anni di divieto di viaggio dopo che il pubblico ministero ha chiesto alla corte di prendere in considerazione altri presunti crimini.

Secondo una traduzione degli atti del tribunale di cui il Guardian ha preso visione, stando alle nuove accuse Shehab avrebbe aiutato “coloro che cercano di causare disordini pubblici e di destabilizzare la sicurezza civile e nazionale seguendo i loro account Twitter” e ritwittando i loro contenuti.

Come riporta “Ansa”, Shehab dovrebbe ancora poter ricorrere in appello.