La felpa di Zelensky venduta a 90mila sterline

L’invito di Josnhon durante l’asta: “Spendete alla grande”.
Il suo partito però tracrolla alle amministrative.

La famosa felpa di pile color kaki del presidente Volodymyr Zelensky è stata venduta per 90mila sterline (circa 105.000 euro) in un’asta da Christie’s di raccolta fondi per l’Ucraina a Londra.

Lo scrivono i media internazionali, ripresi da “Ansa”, riportando le parole del premier britannico Boris Johnson che durante l’asta ha invitato i presenti a “spendere alla grande“.

Non solo. Johnson, che alle amministrative ha subìto un vero e proprio tracollo perdendo complessivamente quasi 400 seggi comprese roccaforti storiche come Londra (controllata dal 1964) e Wandsworth a favore dei laburisti, ha anche definito il presidente ucraino “uno dei leader più incredibili dei tempi moderni“.

Tra i lotti presentati all’asta anche la brocca a forma di gallo regalata a Johnson durante la passeggiata dei giorni scorsi con Zelensky nella capitale ucraina.

Usa-Gb: eliminati i dazi sull’acciaio

Rimossi i dazi messi da Trump.
Accordo per le importazioni di acciaio ed alluminio.

La segretaria al Commercio americano, Gina Raimondo, ha annunciato un accordo con la Gran Bretagna per eliminare i dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio imposti dall’allora presidente Donald Trump.

A renderlo noto, come riporta “Tgcom24”, è il dipartimento sul suo sito tramite una nota:

Consentendo un flusso di acciaio e alluminio dal Regno Unito senza tasse, allentiamo ulteriormente il divario tra domanda e offerta di questi prodotti negli Stati Uniti. E rimuovendo i dazi imposti dal Regno Unito in risposta, riapriremo il mercato britannico agli amati prodotti americani“.

Mosca: follia Usa specula alimentando allarmismo

Accuse inventate e propaganda per aizzare odio.
Nessuna fonte citata: “Se facessimo lo stesso?”

Mosca considera “una follia” le continue dichiarazioni Usa rilasciate in merito alla situazione tra Russia ed Ucraina.

Il tutto per speculare creando odio nei confronti russi creando allarmismo (cit.: “la follia e l’allarmismo continuano”); stando a quando riporta “Ansa” il viceambasciatore russo all’Onu, Dmitry Polyanskiy, avrebbe poi evidenziato come gli Usa non citino nemmeno le fonti, aggiungendo:

E se dicessimo che gli Stati Uniti potrebbero impadronirsi di Londra in una settimana e causare la morte di 300.000 civili? Tutto questo sulla base delle nostre fonti di intelligence che non riveleremo.

Quanto detto da Polyanskiy trova effettivamente riscontro su articoli di giornale come il seguente:

Qui, nel titolo si parla di “Conflitto ucraino” e poi si dice che “gli Usa credono”; opinionisti internazionali come il prof. Geraci, già sottosegretario allo Sviluppo Economico nel Governo Conte I, nella sua pagina Facebook sostiene che il titolo vada specificato (“conflitto ucrainoa cosa si riferisce?) e che la politica estera sia una cosa seria che non può basarsi sui “Credo che”.

Ancora, il colosso dell’informazione Bloomberg, ha annunciato l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, lasciando il titolo errato online per circa mezz’ora a cui ha poi fatto seguito una nota di scuse:

Capiamo, però, che un clima simile possa indubbiamente creare allarmismi superiori al dovuto e generare speculazione di opinioni.

Danimarca: via tutte le restrizioni

Cancellato tutto, dal green pass alla mascherina.
Malattia non più “socialmente critica”; si torna alla vita di prima.

La Danimarca ha cancellato tutte le restrizioni anti Covid.

Nulla sarà più necessario o richiesto, dal green pass all’uso della mascherina, passando per la riduzione delle capienze ed il distanziamento.

La Danimarca riapre tutto e torna alla vita di prima e, seguendo l’esempio della Gran Bretagna, è il primo Paese dell’Ue a togliere ogni restrizione contro il Covid.

Il virus è stato infatti definito come una malattia non più “socialmente critica”.

L’unico limite che rimanere ancora in vigore al momento è l’utilizzo delle mascherine all’interno degli ospedali al fine di tutelare le persone più fragili.

Principe Carlo: è bufera per lo stipendio

Retribuzione da circa 45.000 euro l’ora.
Il grosso proviene dalla rendita del Ducato di Cornovaglia.

(Foto da VanityFair.it)

È finito un’altra volta nel mirino delle critiche, il principe Carlo.

Sta volta la questione è inerente al suo stipendio e ad attaccarlo, ancora una volta, è “Republic”, gruppo antimonarchico che da anni si batte per l’abolizione dei privilegi della Royal Family.

Secondo “Republic” l’erede al trono riceverebbe uno stipendio, perlopiù derivante dai proventi del Ducato della Cornovaglia, decisamente sostanzioso rispetto al lavoro svolto: stimano infatti che Carlo lavorerebbe 4 mesi all’anno per un reddito stimato di 20 milioni di sterline, tradotto 38.000 sterline all’ora (ovvero circa 45.000 euro).

Le leggi che permettono il tutto risalgono al 1337, quando Edoardo III, per garantire indipendenza economica al figlio ed erede Edoardo (conosciuto come il “Principe Nero”) istituì il ducato; attualmente i proventi della tenuta privata sono per finanziare le attività pubbliche, private e caritatevoli di Carlo, come erede al trono.

Già circa 10 anni fa, sempre Republic, aveva chiesto l’abolizione della pratica medievale dei bona vacantia ma la Famiglia Reale aveva a suo tempo specificato che i proventi, proprio per volere dello stesso principe Carlo, andavano a grandi opere di beneficenza. Republic incalzò chiedendo che lo Stato gestisse direttamente i soldi.

Ad oggi, l’erede al trono Carlo eredita di default beni e terre da persone passate a miglior vita, residenti in Cornovaglia, che non hanno eredi né lasciano un testamento. Tali capitali sono esentasse, anche se dal 1993 il Principe di Galles paga al fisco l’imposta sul reddito e sulle plusvalenze, per quanto questa sia molto meno di quanto un cittadino con il suo stesso tenore di vita verserebbe allo Stato.