Kabul tra accuse, critiche e nuove strategie

Merkel sostiene che “abbiamo sbagliato tutti”, Biden scarica su Trump.
Johnson e Macron chiedono un G7 d’urgenza, l’Onu invita ad un governo inclusivo.

L’avanzata dei talebani dopo il ritiro delle truppe NATO è stata fulminea. Tanto che si è fatto evacuare i diplomatici in brevissimo tempo e che già si parla di Narco-Stato, addirittura il più grande al mondo, che pronto a produrre il 90% dell’oppio illegale mondiale (approfondimento al link).

Le scene di guerriglia lasciano senza fiato, con civili che si aggrappano disperati agli aerei dei Paesi NATO tornati in Afghanistan per recuperare i proprio diplomatici ed i propri cittadini.

I talebani hanno preso il controllo di Kabul e comandano ormai tutto il Paese, dichiarando di essere pronti ad instaurare un Emirato islamico.

Da Kabul arrivano grida d’aiuto con allarmi come “è partita la caccia ai cristiani” e “i talebani vengono a prenderci porta per porta”.

L’Onu ha chiesto l’immediata cessazione di tutte le ostilità e l’istituzione, attraverso negoziati, di un nuovo governo che sia unito, inclusivo e rappresentativo, anche con la partecipazione piena, equa e significativa delle donne, sottolineando che devono essere garantite la continuità istituzionale e il rispetto degli obblighi internazionali dell’Afghanistan.

Biden, ormai attaccato anche dai Democratici, scarica la colpa su Trump, in quanto il ritiro delle truppe era stato deciso dalla sua amministrazione.

La Merkel ritiene che “abbiamo sbagliato tutti” ed il suo aspirante successore cristiano-democratico alla Cancelleria, Armin Laschet, dice che è “la peggiore disfatta per la Nato dalla sua fondazione”, mentre Johnson e Macron chiedono un G7 d’urgenza.

Nel corso del Consiglio di Sicurezza straordinario che si è tenuto ieri a Palazzo di Vetro per iniziativa di Norvegia ed Estonia, il rappresentante di Londra è stato il più esplicito nel marcare le distanze da Washington. Mentre l’ambasciatrice americana già parlava a nome di una potenza che non intende più avere un ruolo sul terreno in Afghanistan, quello britannico ha usato un linguaggio diretto e concreto: in Afghanistan è in corso una tragedia di cui siamo corresponsabili e non dobbiamo offrire ai talebani, che non mantengono mai le promesse che fanno, il riconoscimento ufficiale che non meritano.

Di Maio, in vacanza, non si ancora espresso sulla questione. Il premier Draghi, invece, dice che l’Italia sta lavorando con l’Ue per la soluzione umanitaria.

In una nota, Silvio Berlusconi ha definito l’accaduto come “20 anni di sacrifici vanificati da un disimpiego frettoloso”.

La questione è sempre la stessa: è corretto lasciare ad ogni Stato la propria gestione interna, o bisogna intervenire su un territorio di non proprietà in difesa dei civili che non vogliono vivere in quelle condizioni?

Il Jerusalem Post, ripreso da Il sole 24 Ore, ricorda che “ovunque gli Usa siano intervenuti, in generale i Paesi sono diventati caotici, poveri, dei disastri hobbesiani“: Libano, Iraq, Siria, Afghanistan, Somalia, Haiti, Panama.

Al-Asad: feriti 11 soldati americani

11 i feriti americani dopo l’attacco iraniano.
I militari sono stati trasportati in Germania e Kuwait per visite mediche.

Trapelano le prime informazioni in merito all’attacco iraniano alle basi americane in Iraq avvenuto l’8 gennaio (approfondimento al link).

A smentire le dichiarazioni dell’amministrazione Trump, arriva infatti il comunicato della Coalizione anti-Isis, dove si sostiene che 11 militari americani siano stati feriti nell’attacco alla base americana di Al-Asad, in Iraq.

Ancora, nel comunicato si legge che “per precauzione diversi militari stanno ricevendo cure ai centri medici in Germania e in Kuwait”.

Stando al Defence One, i militari sarebbero stati trasferiti in Germania ed in Kuwait, al fine di essere sottoposti a trattamenti per trauma cranico e ad ulteriori esami dato che almeno un militare avrebbe subìto una commozione cerebrale; più precisamente, Myles Caggings, colonnello e portavoce del comando Usa a Baghdad, ha riferito quanto di seguito:

Per un eccesso di cautela, alcuni militari sono stati trasportati dalla base Al-Asad al centro medico di Landstuhl in Germania, ed altri al Camp Arifjan, in Kuwait, per screening di follow-up“.

Terza guerra mondiale: ci sono i segnali?

Segnali di una terza guerra mondiale, mentre Conte e Di Maio preferiscono concentrarsi sull’esclusione di Rula Jebreal dal festival di Sanremo.

Diversi segnali, provenienti da diverse parti.

C’è fermento, nel mondo. Ma non sembra una buona vivacità, ha più l’aria che qualcosa di grosso ed infelice stia per muoversi.

Risalgono a qualche tempo fa le tensioni tra Russia e Georgia, con la prima che ritiene “provocazioni anti-russe” il riconoscimento dei territori dell’Ossezia e dell’Abkhazia (militarmente occupati dalla Russia nel 2008 e riconosciuti indipendenti da alcuni Stati dell’ONU) come nazionali. Alla Duma, il ramo basso del Parlamento russo, la Russia si schiera tutta compatta, maggioranza ed opposizione, nell’intento di procedere con le sanzioni alla Georgia (approfondimento al link).

Il clima è già talmente teso che i tour operator russi hanno bloccato le attività in Georgia, proprio a causa dell’elevato rischio di aggressioni verso i cittadini russi come sentimento di ritorsione.

Allo stesso tempo succedeva che una petroliera inglese, la Heritage, veniva ostacolata nello Stretto di Hormuz da navi iraniane. Una fregata della Royal Navy, che scortava la petroliera, è intervenuta puntando i cannoni verso le navi iraniane, le quali hanno fatto marcia indietro.

L’Iran nega ogni coinvolgimento, ma le tre navi che hanno tentato di ostacolare la petroliera inglese sarebbero state del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica.

Alla base dell’accaduto vi è il blocco di un’altra petroliera, sta volta diretta in Siria (dove vige l’embargo dell’Ue), da parte della Marina inglese di Gibilterra, su ordine degli Usa.

America stessa che propone di creare una coalizione di Paesi per controllare, monitorare e difendere il transito delle petroliere davanti alle acque dell’Iran e dello Yemen, dove gli Usa fornirebbero le navi per il controllo ed il comando delle attività, mentre gli altri Stati quelle per i pattugliamenti.

Come se non bastasse, voci di ulteriori conflitti arrivano da Israele, precisamente da Ashkelon (luogo vicino alla Striscia di Gaza e sovente obiettivo dei missili palestinesi), dove il premier Benyamin Netanyahu ha dichiarato che “sebbene Israele preferisca che continui la calma al confine con Gaza, tuttavia si sta preparando per una possibile offensiva militare estesa che potrebbe essere a sorpresa“, il tutto, poco prima che la diventasse di dominio pubblico la notizia dell’uccisione di un miliziano della sicurezza di Hamas da parte dell’esercito nei pressi della barriera difensiva con lo Stato ebraico.

Ultimi avvenimenti in ordine di tempo l’assalto all’ambasciata america a Baghdad (approfondimento al link) e l’uccisione di Soleimani (approfondimento al link).

Proprio per quanto riguarda il caso Soleimani, parrebbe che la spedizione punitiva fosse partita dalle basi americane in Italia (per la precisione da Sigonella, in Sicilia), senza però che l’Italia venisse coinvolta né sostanzialmente informata di ciò che stava accadendo.

Italia che, comunque, preferisce continuare a far finta di non vedere e non sentire: il premier Conte ed il ministro agli Esteri Di Maio non intervengono infatti neanche con mezza parola, preferendo lasciare l’attenzione all’esclusione di Rula Jebreal dal festival di Sanremo. Atteggiamento, si nota purtroppo con amarezza, ben lontano da quello avuto dall’Italia di Craxi nella famosa “notte di Sigonella”.

Tensioni, dunque, contemporanee e sparse che si sommano alle precarie condizioni della situazione in Venezuela ed alla sempre crescente instabilità interna all’Unione europea, che non lasciano percepire auspici di tempi tranquilli, come se tutto fosse in bilico e pronto, purtroppo, ad esplodere.

Perchè Trump ha ucciso Soleimani

Ripetuti attacchi agli interessi americani e produzione di uranio arricchito più che decuplicata: ecco cosa ha spinto Trump ad uccidere Soleimani.

Un blitz americano in Iraq, precisamente presso l’aeroporto internazionale di Baghdad, ha portato alla morte di Qasem Soleimani, il generale iraniano più influente a Teheran che dal 1998 è stato il capo della Niru-ye Qods (in lingua persiana “Brigata Santa”, a volte chiamata anche Forza Quds dalla stampa occidentale, che riprende la traduzione inglese del termine), l’unità delle Guardie Rivoluzionarie responsabile per la diffusione dell’ideologia khomeinista fuori dalla Repubblica Islamica.

Sulla questione è intervenuto immediatamente il presidente americano Trump:

Il generale Soleimani è stato colpito perché stava preparando nuovi attacchi; non vogliamo la guerra ma siamo pronti a rispondere”.

Quello a cui si riferisce Donald Trump sono i recenti attacchi all’ambasciata americana a Baghdad ed ai locali interessi a stelle e strisce (approfondimento al link).

Gli ayatollah avevano forse sottovalutato le intenzioni del presidente americano, ritenedolo una tigre di carta, un leone da tastiera; insomma, una persona brava solo a ruggire nei comizi ma che non agisce nel concreto.

Da circa 7-8 mesi la Cia ed i servizi segreti sono in uno stato di fermento a causa degli attacchi alle raffinerie saudite, ai blitz contro le petroliere in transito nello Stretto di Hormuz e, ultimo in ordine cronologico, l’attacco all’ambasciata americana di Baghdad.

Ancora, a giugno, lo stesso Trump aveva bloccato all’ultimo istante una rappresaglia che sarebbe dovuta seguire all’abbattimento di un drone da parte degli iraniani.

Ma non è tutto. A novembre Brian Hook, inviato speciale del Dipartimento di Stato per l’Iran avvertiva l’Occidente, dichiarava in un’intervista a “Il Corriere”:

L’Iran nasconde materiale nucleare e sta riducendo i tempi per la costruzione della bomba atomica: la situazione è gravissima, ora anche l’Europa deve reagire”.

L’allarma di Hook non è però stato preso in considerazione da nessuno: Europa, Cina, Russia ed Onu sono rimasti totalmente inerti mentre l’Iran più che decuplicava la produzione di uranio arricchito mandando un chiaro messaggio agli Usa, tanto materialmente concreto che verbalmente dichiarato (approfondimento al link):

Non volevamo fare questo passo ma ci hanno costretto le politiche di Washington; dobbiamo ringraziare il nemico per averci dato l’opportunità di mostrare quello che la repubblica islamica può fare, la nostra capacità, specialmente nell’industria nucleare che qualcuno riteneva distrutta”.

Dichiaratisi pubblicamente a favore dell’azioni punitiva ordinata da Trump giustificando l’eliminazione di Soleimani, diversi repubblicani nel Congresso e senatori conservatori: Marco Rubio, Tim Cotton e Jim Risch (presidente della Commissione Affari Esteri).

Polemici, invece, i democratici, con la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, che dichiara:

Non possiamo mettere a rischio le vite dei nostri funzionari, dei nostri diplomatici, con queste provocazioni sproporzionate”.

Nei suoi tweet, Donald Trump dice:

Soleimani ha ucciso o ferito migliaia di americani in un lungo periodo di tempo e stava pianificando di ucciderne molti altri…ma lo abbiamo preso; è stato direttamente o indirettamente responsabile della morte di milioni di persone, compresi i tanti manifestanti uccisi in Iran: anche se l’Iran non lo ammetterà mai, Soleimani era odiato e temuto nel suo Paese: non sono rattristati come i leader fanno credere al mondo esterno: avrebbe dovuto essere eliminato molti anni fa”.

A confermare le parole del presidente americano, come riporta sempre “Il Corriere”, è la reazione di piazza Tahrir a Baghdad, che sostanzialmente ignora la morte di Soleimani ed in merito alla sua figura dice che “era un persecutore”.

Mentre tutto il mondo resta a guardare con gli occhi puntati ed il fiato sospeso in attesa di capire quali saranno le reali conseguenza dell’accaduto, la Casa Bianca si sta preparando una pronta reazione iraniana.

Iraq: assaltata l’ambasciata americana

Assaltata l’ambasciata americana a Baghdad.
I manifestanti sono riusciti a raggiungere il compound.

Un’inferocita protesta contro i raid Usa avvenuti domenica ai danni di diverse strutture di una milizia sciita filo-iraniana al confine tra Iraq e Siria, ha portato i manifestanti iracheni ad assaltare l’ambasciata americana di Baghdad.

L’assalto è riuscito, tanto che la folla imbufalita è riuscita a penetrare fino all’interno del compound. Solo grazie al lancio di gas lacrimogeni ha respinto i manifestanti e permesso all’ambasciatore ed al suo staff di fuggire mettendosi in salvo.

L’operazione che ha scatenato questa rivolta è quella ordinata dal Pentagono, appunto domenica scorsa, contro cinque basi di Kataib Hezbollah; l’offensiva americana, a sua volta, era una reazione ai recenti attacchi missilistici contro gli interessi americani nella regione, in particolare il lancio venerdì scorso di oltre 30 razzi contro una base Usa a Kirkuk che ha anche causato la morte di un contractor statunitense.

Sulla questione è intervenuto il premier iracheno Adel Abdul Mahdi ai manifestanti di lasciare l’area del compound dell’ambasciata americana a Baghdad; quest’ultimi, da parte loro, hanno invece dichiarato che non ne sarebbero andati fino a quando non verrà definitivamente chiusa l’ambasciata.