Ue toglie Usa da lista Paesi sicuri

Possibili test e quarantena per chi arriva dagli Stati Uniti.
Tolti dalla lista anche Kosovo, Libano, Macedonia del Nord, Israele e Montenegro.

I governi degli Stati membri dell’Unione europea hanno appena concordato la rimozione degli Usa dalla lista dei Paesi sicuri.

Questo implica che le persone provenienti dagli Stati Uniti potrebbero essere soggette a test e quarantena, a seconda delle regole che ogni Stato deciderà di applicare.

La lista, infatti, punta ad unificare le regole per i viaggi attraverso il blocco, benché non sia vincolante per gli Stati membri, che rimangono liberi di determinare le proprie politiche in materia di confini.

Insieme agli Usa, sono stati rimossi dalla lista anche Israele, Kosovo, Montenegro, Macedonia del Nord e Libano.

(Foto da internet)

Kabul tra accuse, critiche e nuove strategie

Merkel sostiene che “abbiamo sbagliato tutti”, Biden scarica su Trump.
Johnson e Macron chiedono un G7 d’urgenza, l’Onu invita ad un governo inclusivo.

L’avanzata dei talebani dopo il ritiro delle truppe NATO è stata fulminea. Tanto che si è fatto evacuare i diplomatici in brevissimo tempo e che già si parla di Narco-Stato, addirittura il più grande al mondo, che pronto a produrre il 90% dell’oppio illegale mondiale (approfondimento al link).

Le scene di guerriglia lasciano senza fiato, con civili che si aggrappano disperati agli aerei dei Paesi NATO tornati in Afghanistan per recuperare i proprio diplomatici ed i propri cittadini.

I talebani hanno preso il controllo di Kabul e comandano ormai tutto il Paese, dichiarando di essere pronti ad instaurare un Emirato islamico.

Da Kabul arrivano grida d’aiuto con allarmi come “è partita la caccia ai cristiani” e “i talebani vengono a prenderci porta per porta”.

L’Onu ha chiesto l’immediata cessazione di tutte le ostilità e l’istituzione, attraverso negoziati, di un nuovo governo che sia unito, inclusivo e rappresentativo, anche con la partecipazione piena, equa e significativa delle donne, sottolineando che devono essere garantite la continuità istituzionale e il rispetto degli obblighi internazionali dell’Afghanistan.

Biden, ormai attaccato anche dai Democratici, scarica la colpa su Trump, in quanto il ritiro delle truppe era stato deciso dalla sua amministrazione.

La Merkel ritiene che “abbiamo sbagliato tutti” ed il suo aspirante successore cristiano-democratico alla Cancelleria, Armin Laschet, dice che è “la peggiore disfatta per la Nato dalla sua fondazione”, mentre Johnson e Macron chiedono un G7 d’urgenza.

Nel corso del Consiglio di Sicurezza straordinario che si è tenuto ieri a Palazzo di Vetro per iniziativa di Norvegia ed Estonia, il rappresentante di Londra è stato il più esplicito nel marcare le distanze da Washington. Mentre l’ambasciatrice americana già parlava a nome di una potenza che non intende più avere un ruolo sul terreno in Afghanistan, quello britannico ha usato un linguaggio diretto e concreto: in Afghanistan è in corso una tragedia di cui siamo corresponsabili e non dobbiamo offrire ai talebani, che non mantengono mai le promesse che fanno, il riconoscimento ufficiale che non meritano.

Di Maio, in vacanza, non si ancora espresso sulla questione. Il premier Draghi, invece, dice che l’Italia sta lavorando con l’Ue per la soluzione umanitaria.

In una nota, Silvio Berlusconi ha definito l’accaduto come “20 anni di sacrifici vanificati da un disimpiego frettoloso”.

La questione è sempre la stessa: è corretto lasciare ad ogni Stato la propria gestione interna, o bisogna intervenire su un territorio di non proprietà in difesa dei civili che non vogliono vivere in quelle condizioni?

Il Jerusalem Post, ripreso da Il sole 24 Ore, ricorda che “ovunque gli Usa siano intervenuti, in generale i Paesi sono diventati caotici, poveri, dei disastri hobbesiani“: Libano, Iraq, Siria, Afghanistan, Somalia, Haiti, Panama.

Esplosione in Libano: la disamina di Lucietti

Si cerca di far chiarezza sulle cause dell’accaduto in un intreccio complicato.
Lucietti: “Libano Paese da sempre complesso, scenari futuri altamente incerti”.

Ha lasciato tutti col fiato sospeso, ciò che è accaduto a Beirut martedì 4 agosto 2020.

Nella capitale del Libano, più precisamente nella zona del porto, è avvenuta un’esplosione enorme, la cui gravità traspare immediatamente anche solo guardando i video da qualche decina di secondi ripresi con i cellulari (reperibili ai link1 e link2) da chi si trovava in quel momento nell’area limitrofa.

Quello che resta da capire è, ovviamente, cosa sia successo e perché.

Anche se è ancora decisamente troppo presto per avere dati concreti, General Magazine ha provato a fare chiarezza sulla questione e ne ha parlato con il dott. Andrea Lucietti, consulente aziendale per l’internazionalizzazione e la finanza agevolata con una laurea magistrale in Relazioni Internazionali ed una tesi dal titolo dal titolo “L’Evoluzione dell’Approccio Israeliano alla Guerra Asimmetrica: la Dahiya Doctrine1”, già assistente nel corso di laurea in “Introduzione alla Politica internazionale” presso l’Università degli Studi di Bologna e responsabile del Centro Studi Nina International.

Dott. Lucietti, in prima battuta, qual è la sua impressione in merito all’accaduto?

“Quanto accaduto a Beirut lo scorso 4 agosto lascia davvero sgomenti. Le immagini a cui abbiamo assistito e che hanno fatto il giro del mondo penso abbiano sconvolto tutti. La catena di eventi che ha messo in moto il processo distruttivo, poi, sulla base di quanto sappiamo oggi, ha davvero dell’incredibile.”

Che chiave di lettura darebbe dei fatti?

“Intanto direi di contestualizzare un po’ i fatti. Il Libano è un Paese già di per sé molto complesso. Presenta una varietà etnico-religiosa unica in Medio Oriente che è allo stesso tempo fonte di immensa ricchezza e grande difficoltà. Ne deriva una cultura sfolgorante ma ne vengono anche problemi politici formidabili. Un Paese che versa da anni in una crisi politica ed economica che pare irreversibile e che è in costante apprensione per i tesi rapporti tra Israele ed Hezbollah (organizzazione terrorista che continua ad avere un’influenza politica grandiosa). L’esplosione avvenuta al porto di Beirut è quasi una rappresentazione plastica di tutto questo.”

Avanza delle ipotesi?

“Al momento non mi sento di fare ipotesi definitive sulla base degli elementi che conosciamo. Di certo l’ipotesi dell’incuria e della negligenza nello stoccaggio del nitrato d’ammonio sequestrato nel 2014 resta la più plausibile. Tuttavia, proprio le condizioni particolari del Paese non possono escludere altre possibilità. I legami di Hezbollah con l’Iran e la Siria hanno sempre fatto sì che da qui partissero grandi quantità di armamenti verso i fronti più caldi della regione. Anche sulla base di quanto dichiarato da Robert Baer, ex agente CIA, alla CNN potrebbero essere stati coinvolti esplosivi militari nella deflagrazione. In quale forma, in quale modo e in quale misura probabilmente non si saprà mai però il dubbio rimane. Un ipotetico attentato sfruttando il deposito esistente o un attacco dall’esterno non possono essere esclusi a priori.”

Per le informazioni di cui siamo attualmente in possesso, cosa si sentirebbe di dire?

“A mio avviso si tratta di un drammatico caso di negligenza che è stato pagato a carissimo prezzo. Certo qualora qualcuno interessato ad organizzare un attentato avesse scoperto un deposito incustodito di quel tipo sarebbe andato a nozze. Quanto successo ci dice che il Libano è ormai un Paese in gravissima difficoltà da molti punti di vista. Io starei estremamente attento nell’ipotizzare scenari futuri. Il tema del confine sud con Israele, delle alture del Golan e delle tensioni tra Israele, Iran e Siria è un’altra polveriera che, qualora dovesse deflagrare, farebbe danni ancora più grandi rispetto a quelli di martedì scorso. Spero davvero che la situazione possa migliorare presto anche se sono moderatamente pessimista.”

1Dahiya Doctrine: dottrina israeliana per la guerra asimettrica teorizzata all’indomani della guerra con il Libano nel 2006, poi applicata a Gaza nel 2008.

Beirut: errori a 5 Stelle

Enorme esplosione nella capitale del Libano.
Il sottosegretario Di Stefano e la senatrice Pirro, nel tentativo di esprimere solidarietà commettono errori da matita rossa.

Una violentissima esplosione nella zona del porto è avvenuta ieri a Beirut, la capitale del Libano.

Il numero di morti e feriti, purtroppo, continua a salire. Ci sono 300.000 persone sfollate ed il governatore stima danni tra i 3 ed i 5 miliardi di dollari.

L’esplosione, stando alle notizie fornite dall’”AGI”, sarebbe stata scaturita da una saldatura, la quale avrebbe innescato la deflagrazione di 2.700 tonnellate di nitrato di ammonio (video reperibili ai link1 e link2).

Il deposito, secondo fonti israeliane, sarebbe utilizzato da Hezbollah.

Mentre per domani è prevista la visita del presidente francese Macron, anche l’Italia ha provato a mandare i suoi messaggi di solidarietà.

Il tentativo non è andato però a gonfie vele: la senatrice del M5S, Elisa Pirro, scambia il Libano con la Libia, come si può vedere dalla seguente immagine del suo tweet.

Peggio ancora è andata al sottosegretario agli affari esteri, Manlio Di Stefano, anche lui appartenente al M5S. Quest’ultimo, infatti, non solo ha scambiato i libanesi per i libici, ma anche tradotto erroneamente in inglese il nome del Paese, mettendo “#Liban” anziché Lebanon.