Spagna: Sanchez si è dimesso

Dimissioni per il capo del governo della Spagna che dal Palazzo della Moncloa annuncia nuove elezioni il 29 novembre.

“Ho deciso di convocare un Consiglio dei ministri straordinario per convocare elezioni generali che si svolgeranno domenica 29 novembre”.

Con queste parole Pedro Sanchez si è dimesso da capo del governo della Spagna.

Per annunciare la sua decisione. come riporta Il Secolo d’Italia, ha scelto la modalità della dichiarazione pubblica dalla sede ufficiale della Presidenza del Governo spagnolo e la residenza del Presidente del Consiglio.

Un’ora prima di presentarsi davanti alle telecamere il primo ministro ha annullato tutti gli altri impegni della giornata ha fatto sapere alla stampa e i cittadini spagnoli attraverso una nota di collegarsi alle 9 in diretta tv per un discorso pubblico dal Palazzo della Moncloa.

Il Canada vicino a diventare il primo membro associato dell’Ue

A Strasburgo, Ursula von der Leyen chiede al Canada di diventare il primo “membro associato” dell’UE.
Il Canada, in guerra commerciale con gli Usa, spinge per rapporto più stretto con l’Ue.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato mercoledì che al Canada è stato chiesto di diventare il primo “membro associato” dell’UE.

L’annuncio è arrivato durante il discorso sullo stato dell’Unione 2026 a Strasburgo, davanti ad un pubblico composto non solo da eurodeputati ma anche dal primo ministro canadese Mark Carney, presente nel pieno di una guerra commerciale con gli Stati Uniti.

Dalla fine di agosto, come riporta Euronews, il governo canadese spinge perché l’UE costruisca con il Paese un rapporto più stretto, anche se l’adesione piena all’UE non è un’opzione, perché il Canada non è uno Stato europeo.

Nel suo intervento di mercoledì davanti agli eurodeputati, von der Leyen ha invitato il Paese a diventare “il primo membro associato dell’Unione europea“.

“Condividiamo lo stesso oceano, gli stessi valori, lo stesso modo di vedere il mondo. E ora costruiremo insieme anche il nostro futuro comune“, ha aggiunto.

AfD, Wiedel: gli ucraini devono tornare al loro Paese e Berlino smetta di finanziare Kiev

La leader del partito: la Germania dovrebbe anche chiedere la restituzione dei prestiti all’Ucraina.
Oltre un milioni di ucraini ricevono sussidi sociali tedeschi: è insostenibile.

“Gli ucraini devono tornare nel loro paese, dobbiamo interrompere il sostegno finanziario alla guerra. Dobbiamo pretendere la restituzione del denaro dall’Ucraina“.

La leader dell’AfD, Alice Weidel, ha chiesto che i rifugiati ucraini presenti in Germania vengano espulsi e rimpatriati, come riporta Adnkronos.

La numero 1 del partito di estrema destra, reduce dal trionfo nelle elezioni regionali del Land della Sassonia-Anhalt, ritiene che Berlino debba eliminare gli aiuti finanziari a Kiev e richiedere, anzi, la restituzione delle somme stanziate per l’Ucraina.

“Gli ucraini devono tornare nel loro Paese, soprattutto i giovani ucraini soggetti al servizio militare“, dice Weidel in un’intervista al canale YouTube AUF1. La leader di estrema destra ha definito “incomprensibile” il fatto che le autorità tedesche continuino a sostenere, con denaro pubblico, oltre un milione di cittadini ucraini che ricevono sussidi sociali di base. Weidel ritiene che si tratti di un onere insostenibile per la Germania che “non può più essere finanziato“. “Queste persone qui ricevono un sostegno finanziario, è francamente incredibile“.

“Lo abbiamo detto chiaramente, dobbiamo chiudere i nostri confini. L’immigrazione illegale non è più accettabile, dobbiamo applicare le leggi. Questo significa che dobbiamo espellere chi non può stare qui in base alla legge“. In Germania “c’è un milione di persone a cui è stata respinta la richiesta di asilo. Queste persone devono lasciare il paese, non c’è molto spazio per altre interpretazioni“, afferma.

Il lavoro da 1 a un massimo di 7 minuti da casa e il percorso di un’intera vita

7 minuti da casa.
Un tempo che non è nemmeno un tempo: è un respiro, un privilegio, una piccola tregua dopo anni in cui la mia vita sembrava una valigia sempre pronta.

7 minuti da casa.
Sette.
Un tempo che non è nemmeno un tempo: è un respiro, un privilegio, una piccola tregua dopo anni in cui la mia vita sembrava una valigia sempre pronta.Perché non ho solo attraversato la città.
L’ho attraversata tutta,quasi da un capo all’altro, e nel frattempo ho cambiato tre alloggi.
Tre case, tre ripartenze, tre modi diversi di chiamare “casa” qualcosa che ancora non lo era del tuttoe continua a non esserlo, perché la mia vera casa è dove tengo le emozioni più grandi più vere, è dove sono diventata mamma e dove ho coltivato quel germoglio chiamato famiglia.Ma qui c’è il lavoro e le mura che chiamo casa con dentro quel germoglio fiorito che mi dà la forza di continuare a costruire il nostro futuro insieme.
E ogni volta,fino a l’altro ieri prendevo tre mezzi per andare al lavoro, un’ora di viaggio, una collezione di attese che avrebbero meritato un album fotografico.E ora, all’improvviso, la vita mi regala una distanza minima.
Una vicinanza che quasi mi commuove.Entro nella scuola con la sensazione di essere arrivata in un luogo che non mi chiede fatica, ma solo presenza.
E, per non smentirmi mai, arrivo con un gesto che è più mio di qualsiasi documento: un vassoio di paste di mandorla fatte da me.
Perché cambiano le scuole, cambiano le distanze, cambiano gli alloggi… ma certe dolcezze restano identiche.Mi accolgono, mi consegnano lecarte della presa servizio mi fanno accomodare… e poi mi mandano alla visita del lavoro.
Un passaggio necessario, certo, dopo il mio ultimo “episodio” al Policlinico.
Un episodio che non è solo un ricordo: è qualcosa che porto ancora con me, come una nota scritta sul margine della mia storia. Esco dalla scuola e mi avvio verso la visita.
Cammino per 300 metri.
E mentre cammino, mi accorgo di una leggerezza strana.
Non quella dell’anima, ma quella che ti fa dire:
“Qui manca qualcosa.” E infatti mancava.
Le carte del Policlinico sono rimaste dentro la borsa con le paste di mandorla.
Quelle che parlano di me, del mio corpo, della mia salute.
Quelle che non puoi dimenticare perché non sono solo burocrazia: sono memoria, sono percorso, sono verità.Mi volto e torno indietro.
Non è una grande distanza, ma è sufficiente per farmi riflettere: anche quando la vita si semplifica, io riesco a complicarla con una naturalezza che sfiora l’arte.
E forse non è un difetto.
Forse è il mio modo di ricordarmi che nulla è mai solo logistico: tutto è emotivo.Rientro a scuola trafelata.
La segreteria mi guarda, preoccupata:
«Ketty, cos’è successo?»E io, con quella mia ironia che spesso protegge ciò che non dico:
«Sono andata a lignaa senza corda.» e aggiungo che poi glielo spiego.
Perché certe espressioni non sono solo dialetto: sono filosofia.
Vuol dire partire convinti, ma senza ciò che ti serve veramente per concludere l’obiettivo.
Vuol dire slancio senza struttura.
Vuol dire che a volte la fretta ci illude di essere pronti, quando in realtà ci manca ancora un pezzo — e quel pezzo, spesso, è importante.Riprendo le carte del Policlinico, rifaccio i miei 300 metri, faccio la visita, torno a casa.
Tutto in una manciata di minuti.E mentre rientro, mi rendo conto che questa nuova scuola non è solo vicina.
È un simbolo.
Un invito a vivere con meno corse e più consapevolezza.
A riconoscere che le distanze che contano davvero non sono quelle tra casa e lavoro, ma quelle tra ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando.La vita, a volte, si accorcia.
E noi dobbiamo imparare a non allungarla inutilmente.
Magari portando con noi, sempre, qualcosa che ci somiglia:
una pasta di mandorla, un sorriso, un pezzo di casa.Benvenuti nella mia nuova quotidianità.
Vicina, sì.
Ma piena di significat e speranzei che camminano con me.