AfD, Wiedel: gli ucraini devono tornare al loro Paese e Berlino smetta di finanziare Kiev

La leader del partito: la Germania dovrebbe anche chiedere la restituzione dei prestiti all’Ucraina.
Oltre un milioni di ucraini ricevono sussidi sociali tedeschi: è insostenibile.

Gli ucraini devono tornare nel loro paese, dobbiamo interrompere il sostegno finanziario alla guerra. Dobbiamo pretendere la restituzione del denaro dall’Ucraina“.

La leader dell’AfD, Alice Weidel, ha chiesto che i rifugiati ucraini presenti in Germania vengano espulsi e rimpatriati, come riporta Adnkronos.

La numero 1 del partito di estrema destra, reduce dal trionfo nelle elezioni regionali del Land della Sassonia-Anhalt, ritiene che Berlino debba eliminare gli aiuti finanziari a Kiev e richiedere, anzi, la restituzione delle somme stanziate per l’Ucraina.

Gli ucraini devono tornare nel loro Paese, soprattutto i giovani ucraini soggetti al servizio militare“, dice Weidel in un’intervista al canale YouTube AUF1. La leader di estrema destra ha definito “incomprensibile” il fatto che le autorità tedesche continuino a sostenere, con denaro pubblico, oltre un milione di cittadini ucraini che ricevono sussidi sociali di base. Weidel ritiene che si tratti di un onere insostenibile per la Germania che “non può più essere finanziato“. “Queste persone qui ricevono un sostegno finanziario, è francamente incredibile“.

Lo abbiamo detto chiaramente, dobbiamo chiudere i nostri confini. L’immigrazione illegale non è più accettabile, dobbiamo applicare le leggi. Questo significa che dobbiamo espellere chi non può stare qui in base alla legge“. In Germaniac’è un milione di persone a cui è stata respinta la richiesta di asilo. Queste persone devono lasciare il paese, non c’è molto spazio per altre interpretazioni“, afferma.

Il lavoro da 1 a un massimo di 7 minuti da casa e il percorso di un’intera vita

7 minuti da casa.
Un tempo che non è nemmeno un tempo: è un respiro, un privilegio, una piccola tregua dopo anni in cui la mia vita sembrava una valigia sempre pronta.

7 minuti da casa.
Sette.
Un tempo che non è nemmeno un tempo: è un respiro, un privilegio, una piccola tregua dopo anni in cui la mia vita sembrava una valigia sempre pronta.Perché non ho solo attraversato la città.
L’ho attraversata tutta,quasi da un capo all’altro, e nel frattempo ho cambiato tre alloggi.
Tre case, tre ripartenze, tre modi diversi di chiamare “casa” qualcosa che ancora non lo era del tuttoe continua a non esserlo, perché la mia vera casa è dove tengo le emozioni più grandi più vere, è dove sono diventata mamma e dove ho coltivato quel germoglio chiamato famiglia.Ma qui c’è il lavoro e le mura che chiamo casa con dentro quel germoglio fiorito che mi dà la forza di continuare a costruire il nostro futuro insieme.
E ogni volta,fino a l’altro ieri prendevo tre mezzi per andare al lavoro, un’ora di viaggio, una collezione di attese che avrebbero meritato un album fotografico.E ora, all’improvviso, la vita mi regala una distanza minima.
Una vicinanza che quasi mi commuove.Entro nella scuola con la sensazione di essere arrivata in un luogo che non mi chiede fatica, ma solo presenza.
E, per non smentirmi mai, arrivo con un gesto che è più mio di qualsiasi documento: un vassoio di paste di mandorla fatte da me.
Perché cambiano le scuole, cambiano le distanze, cambiano gli alloggi… ma certe dolcezze restano identiche.Mi accolgono, mi consegnano lecarte della presa servizio mi fanno accomodare… e poi mi mandano alla visita del lavoro.
Un passaggio necessario, certo, dopo il mio ultimo “episodio” al Policlinico.
Un episodio che non è solo un ricordo: è qualcosa che porto ancora con me, come una nota scritta sul margine della mia storia. Esco dalla scuola e mi avvio verso la visita.
Cammino per 300 metri.
E mentre cammino, mi accorgo di una leggerezza strana.
Non quella dell’anima, ma quella che ti fa dire:
“Qui manca qualcosa.” E infatti mancava.
Le carte del Policlinico sono rimaste dentro la borsa con le paste di mandorla.
Quelle che parlano di me, del mio corpo, della mia salute.
Quelle che non puoi dimenticare perché non sono solo burocrazia: sono memoria, sono percorso, sono verità.Mi volto e torno indietro.
Non è una grande distanza, ma è sufficiente per farmi riflettere: anche quando la vita si semplifica, io riesco a complicarla con una naturalezza che sfiora l’arte.
E forse non è un difetto.
Forse è il mio modo di ricordarmi che nulla è mai solo logistico: tutto è emotivo.Rientro a scuola trafelata.
La segreteria mi guarda, preoccupata:
«Ketty, cos’è successo?»E io, con quella mia ironia che spesso protegge ciò che non dico:
«Sono andata a lignaa senza corda.» e aggiungo che poi glielo spiego.
Perché certe espressioni non sono solo dialetto: sono filosofia.
Vuol dire partire convinti, ma senza ciò che ti serve veramente per concludere l’obiettivo.
Vuol dire slancio senza struttura.
Vuol dire che a volte la fretta ci illude di essere pronti, quando in realtà ci manca ancora un pezzo — e quel pezzo, spesso, è importante.Riprendo le carte del Policlinico, rifaccio i miei 300 metri, faccio la visita, torno a casa.
Tutto in una manciata di minuti.E mentre rientro, mi rendo conto che questa nuova scuola non è solo vicina.
È un simbolo.
Un invito a vivere con meno corse e più consapevolezza.
A riconoscere che le distanze che contano davvero non sono quelle tra casa e lavoro, ma quelle tra ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando.La vita, a volte, si accorcia.
E noi dobbiamo imparare a non allungarla inutilmente.
Magari portando con noi, sempre, qualcosa che ci somiglia:
una pasta di mandorla, un sorriso, un pezzo di casa.Benvenuti nella mia nuova quotidianità.
Vicina, sì.
Ma piena di significat e speranzei che camminano con me.

Francia: social network vietati ai minori di 15 anni

Il divieto parte dal 1 settembre; sarà il primo Paese nell’Ue.
L’obiettivo dichiarato è ridurre l’uso precoce dei social, la dipendenza digitale e il cyberbullismo.

La Francia ha compiuto un passo destinato a far discutere ben oltre i propri confini.

Nei giorni scorsi il Parlamento ha approvato una legge che, a partire dal 1° settembre prossimovieta l’accesso ai social network ai minori di 15 anni.

Le piattaforme saranno tenute a verificare l’età degli utenti e gli account già esistenti dovranno essere adeguati entro un periodo transitorio di alcuni mesi.

Come riporta Quotidiano.Net, si tratta della prima normativa di questo tipo adottata in un Paese dell’Unione europea e rappresenta un cambio di prospettiva nella tutela dei più giovani: non si punta più soltanto a promuovere un uso consapevole della Rete, ma si introduce un vero e proprio limite legale all’accesso.

L’obiettivo dichiarato è ridurre l’esposizione dei minori ai rischi connessi all’uso precoce dei social, dalla dipendenza digitale al cyberbullismo, fino alla diffusione di contenuti potenzialmente dannosi.

Il Mondo di Ketty – Luglio: Ieri, oggi e domani

Eccolo: l’articolo lungo, disteso, narrativo, con respiro letterario e la tua voce che rimane intatta — ironica, poetica, teatrale, irresistibile.


Ketty, eccolo: l’articolo lungo, disteso, narrativo, con respiro letterario e la tua voce che rimane intatta — ironica, poetica, teatrale, irresistibile.
Ho ampliato, approfondito, dato ritmo e immagine.
È un pezzo che può vivere su un blog, su una rivista, o come capitolo di un libro. Luglio – Ieri, oggi e domani.

Cronache di un luglio che non ha mai saputo stare fermoDal letto di un ospedale il tempo cambia forma.
Non scorre: ondeggia.
Si allarga, si restringe, si infila nei ricordi come un ladro gentile che apre cassetti che credevi chiusi da anni.
E così, in questo luglio sospeso, mentre il corpo riposa e la mente corre, mi è tornata in mente una delle esperienze più esilaranti — e più assurde — che io abbia vissuto in un mese di luglio.
Un luglio lontano, caldo, pieno di aspettative e di campanelle che suonano nel cuore della notte.Il luglio del 1988: un viaggio che doveva essere tranquilloEra il 1988, e io ero al settimo mese di gravidanza della mia secondogenita.
Avevamo deciso di unire l’utile al dilettevole: lavoro e mare, assistenza ai clienti e un po’ di paradiso.
Da qualche tempo avevamo acquisito la piazza di Lampedusa, e i commercianti — si sa — chiedono presenza, cura, assistenza.
E noi gliela davamo volentieri, con quella dedizione che oggi chiamerebbero “customer care”, ma che allora era semplicemente rispetto.Sentito il ginecologo, caricata l’auto con full carburante (sull’isola costava come il tartufo bianco), ci imbarchiamo:
io, Angelo mio marito, e Andrea, quattro anni e un entusiasmo che non conosceva ancora il concetto di “emergenza”.La nave parte.
La cabina è piccola, ma accogliente: pigiamino, letti, silenzio.
Un silenzio che dura fino alle 2 di notte, quando una campanella decide di suonare esattamente dentro la mia tempia.La campanella che non doveva suonareSveglio mio marito:
«Ma quando arriva a Linosa suona la campanella?»
«No.»
Secco.
Inquietante.
Inutile.Da lì, mille domande:
Perché suona?
Cosa è successo?
Che si deve fare?Io mi vesto come se dovessi scappare da un incendio in un grattacielo.
Lui, con la calma di un monaco tibetano, si infila i pantaloni e mi dice:
«Stai calma.»
CALMA?
Una campanella di allarme, Dio sa di cosa, e tu mi dici di stare calma?Esce.
Ritorna dopo dieci minuti con tre giubbotti di salvataggio:
uno per lui, uno per me, uno per Andrea.Dovevamo salire sul ponte.
Io, ovviamente, conto i passeggeri, le scialuppe, le distanze, le probabilità di sopravvivenza.
Un modo come un altro per non svenire.L’incendio in stivaChe era successo?
Il motore di un’auto in stiva aveva preso fuoco.
E la stiva era piena di auto tutte con il pieno.
Il rischio era… diciamo “vivace”.L’equipaggio scendeva con camicia bianca e pantalone nero, risaliva con camicia nera e pantalone bianco.
La fuliggine aveva invaso tutto, tossivamo come mantici.
Il mare era nero, la notte era nera, noi eravamo neri di paura e di fumo.Ma l’emergenza passa.
La nave riprende la rotta.
Arriviamo a Lampedusa con solo due ore di ritardo.
Due ore che, nella mia memoria, valgon

o come un romanzo di 400 pagine.Il bilocale e l’urlo notturnoCi sistemiamo nel biloc
Trova il dipendente in piedi, luce accesa, occhiali inforcati, sguardo perso.«Che è successo?»
«Veramente lo chiedo a te… sei tu che hai gridato.»
«Ah… niente, ogni tanto mi capita.»Ogni tanto gli capita.
A noi, invece, capita di morire.Luglio, sempre luiLuglio, nella mia vita, non è mai stato un mese tranquillo.
È un mese che pulsa, che sorprende, che ti mette alla prova e poi ti regala un ricordo da raccontare trent’anni dopo.
È un mese che non sa stare fermo: si muove, vibra, ti scuote, ti fa ridere quando dovresti piangere e piangere quando dovresti dormire.E da questo letto, oggi, luglio mi sembra ancora più grande:
un contenitore di vita, di paura, di risate, di mare, di campanelle e di giubbotti di salvataggio.
Un mese che non smette mai di raccontare.Se vuoi, posso trasformare questo articolo in versione editoriale, con sottotitoli, box narrativi e una chiusura più giornalistica, oppure in versione da rivista letteraria, più poetica e simbolica.
Preferisci la versione editoriale o la versione letteraria?

on scorre: ondeggia.
Si allarga, si restringe, si infila nei ricordi come un ladro gentile che apre cassetti che credevi chiusi da anni.
E così, in questo luglio sospeso, mentre il corpo riposa e la mente corre, mi è tornata in mente una delle esperienze più esilaranti — e più assurde — che io abbia vissuto in un mese di luglio.
Un luglio lontano, caldo, pieno di aspettative e di campanelle che suonano nel cuore della notte.Il luglio del 1988: un viaggio che doveva essere tranquilloEra il 1988, e io ero al settimo mese di gravidanza della mia secondogenita.
Avevamo deciso di unire l’utile al dilettevole: lavoro e mare, assistenza ai clienti e un po’ di paradiso.
Da qualche tempo avevamo acquisito la piazza di Lampedusa, e i commercianti — si sa — chiedono presenza, cura, assistenza.
E noi gliela davamo volentieri, con quella dedizione che oggi chiamerebbero “customer care”, ma che allora era semplicemente rispetto.Sentito il ginecologo, caricata l’auto con full carburante (sull’isola costava come il tartufo bianco), ci imbarchiamo:
io, Angelo mio marito, e Andrea, quattro anni e un entusiasmo che non conosceva ancora il concetto di “emergenza”.La nave parte.
La cabina è piccola, ma accogliente: pigiamino, letti, silenzio.
Un silenzio che dura fino alle 2 di notte, quando una campanella decide di suonare esattamente dentro la mia tempia.La campanella che non doveva suonareSveglio mio maritoe chiedo:-
«Ma quando la navearriva a Linosa suona la campanella?»
«No.»a secca
Secco.
Inquietante.
Inutile.Da lì, mille domande:
Perché suona?
Cosa è successo?
Che si deve fare?Io mi vesto come se dovessi scappare da un incendio in un grattacielo.
Lui, con la calma di un monaco tibetano, si infila i pantaloni e mi dice:
«Stai calma.»
CALMA?
Una campanella di allarme, Dio sa di cosa, e tu mi dici di stare calma?Esce.
Ritorna dopo dieci minuti con tre giubbotti di salvataggio:
uno per lui, uno per me, uno per Andrea.Dovevamo salire sul ponte.
Io, ovviamente, conto i passeggeri, le scialuppe, le distanze, le probabilità di sopravvivenza.
Un modo come un altro per non svenire.L’incendio in stivaChe era successo?
Il motore di un’auto in stiva aveva preso fuoco.
E la stiva era piena di auto tutte con il pieno carburante.
Il rischio era… diciamo “vivace”.L’equipaggio scendeva con camicia bianca e pantalone nero, risaliva con camicia nera e pantalone bianco.
La fuliggine aveva invaso tutto, tossivamo come mantici.
Il mare era nero, la notte era nera, noi eravamo neri di paura e di fumo.Ma l’emergenza passa.
La nave riprende la rotta.
Arriviamo a Lampedusa con solo due ore di ritardo.
Due ore che, nella mia memoria, valgono come un romanzo di 400 pagine.

Il bilocale e l’urlo notturnoCi sistemi

una stanza per il nostro dipendente, una per noi tre.
Finalmente pace.Illusione.Alle 3 di notte, un urlo disumano squarcia il silenzio.
Mio marito corre.
Trova il dipendente in piedi, luce accesa, occhiali inforcati, sguardo perso.«Che è successo?»
«Veramente lo chiedo a te… sei tu che hai gridato.»
«Ah… niente, ogni tanto mi capita.»Ogni tanto gli capita.
A noi, invece, capita di morire.Luglio, sempre luiLuglio, nella mia vita, non è mai stato un mese tranquillo.
È un mese che pulsa, che sorprende, che ti mette alla prova e poi ti regala un ricordo da raccontare trent’anni dopo.
È un mese che non sa stare fermo: si muove, vibra, ti scuote, ti fa ridere quando dovresti piangere e piangere quando dovresti dormire.E da questo letto, oggi, luglio mi sembra ancora più grande:
un contenitore di vita, di paura, di risate, di mare, di campanelle e di giubbotti di salvataggio.
Un mese che non smette mai di raccontare.Se vuoi, posso trasformare questo articolo in versione editoriale, con sottotitoli, box narrativi e una chiusura più giornalistica, oppure in versione da rivista letteraria, più poetica e simbolica.
Preferisci la versione editoriale o la versione letteraria?