Francia: social network vietati ai minori di 15 anni

Il divieto parte dal 1 settembre; sarà il primo Paese nell’Ue.
L’obiettivo dichiarato è ridurre l’uso precoce dei social, la dipendenza digitale e il cyberbullismo.

La Francia ha compiuto un passo destinato a far discutere ben oltre i propri confini.

Nei giorni scorsi il Parlamento ha approvato una legge che, a partire dal 1° settembre prossimovieta l’accesso ai social network ai minori di 15 anni.

Le piattaforme saranno tenute a verificare l’età degli utenti e gli account già esistenti dovranno essere adeguati entro un periodo transitorio di alcuni mesi.

Come riporta Quotidiano.Net, si tratta della prima normativa di questo tipo adottata in un Paese dell’Unione europea e rappresenta un cambio di prospettiva nella tutela dei più giovani: non si punta più soltanto a promuovere un uso consapevole della Rete, ma si introduce un vero e proprio limite legale all’accesso.

L’obiettivo dichiarato è ridurre l’esposizione dei minori ai rischi connessi all’uso precoce dei social, dalla dipendenza digitale al cyberbullismo, fino alla diffusione di contenuti potenzialmente dannosi.

Il Mondo di Ketty – Luglio: Ieri, oggi e domani

Eccolo: l’articolo lungo, disteso, narrativo, con respiro letterario e la tua voce che rimane intatta — ironica, poetica, teatrale, irresistibile.


Ketty, eccolo: l’articolo lungo, disteso, narrativo, con respiro letterario e la tua voce che rimane intatta — ironica, poetica, teatrale, irresistibile.
Ho ampliato, approfondito, dato ritmo e immagine.
È un pezzo che può vivere su un blog, su una rivista, o come capitolo di un libro. Luglio – Ieri, oggi e domani.

Cronache di un luglio che non ha mai saputo stare fermoDal letto di un ospedale il tempo cambia forma.
Non scorre: ondeggia.
Si allarga, si restringe, si infila nei ricordi come un ladro gentile che apre cassetti che credevi chiusi da anni.
E così, in questo luglio sospeso, mentre il corpo riposa e la mente corre, mi è tornata in mente una delle esperienze più esilaranti — e più assurde — che io abbia vissuto in un mese di luglio.
Un luglio lontano, caldo, pieno di aspettative e di campanelle che suonano nel cuore della notte.Il luglio del 1988: un viaggio che doveva essere tranquilloEra il 1988, e io ero al settimo mese di gravidanza della mia secondogenita.
Avevamo deciso di unire l’utile al dilettevole: lavoro e mare, assistenza ai clienti e un po’ di paradiso.
Da qualche tempo avevamo acquisito la piazza di Lampedusa, e i commercianti — si sa — chiedono presenza, cura, assistenza.
E noi gliela davamo volentieri, con quella dedizione che oggi chiamerebbero “customer care”, ma che allora era semplicemente rispetto.Sentito il ginecologo, caricata l’auto con full carburante (sull’isola costava come il tartufo bianco), ci imbarchiamo:
io, Angelo mio marito, e Andrea, quattro anni e un entusiasmo che non conosceva ancora il concetto di “emergenza”.La nave parte.
La cabina è piccola, ma accogliente: pigiamino, letti, silenzio.
Un silenzio che dura fino alle 2 di notte, quando una campanella decide di suonare esattamente dentro la mia tempia.La campanella che non doveva suonareSveglio mio marito:
«Ma quando arriva a Linosa suona la campanella?»
«No.»
Secco.
Inquietante.
Inutile.Da lì, mille domande:
Perché suona?
Cosa è successo?
Che si deve fare?Io mi vesto come se dovessi scappare da un incendio in un grattacielo.
Lui, con la calma di un monaco tibetano, si infila i pantaloni e mi dice:
«Stai calma.»
CALMA?
Una campanella di allarme, Dio sa di cosa, e tu mi dici di stare calma?Esce.
Ritorna dopo dieci minuti con tre giubbotti di salvataggio:
uno per lui, uno per me, uno per Andrea.Dovevamo salire sul ponte.
Io, ovviamente, conto i passeggeri, le scialuppe, le distanze, le probabilità di sopravvivenza.
Un modo come un altro per non svenire.L’incendio in stivaChe era successo?
Il motore di un’auto in stiva aveva preso fuoco.
E la stiva era piena di auto tutte con il pieno.
Il rischio era… diciamo “vivace”.L’equipaggio scendeva con camicia bianca e pantalone nero, risaliva con camicia nera e pantalone bianco.
La fuliggine aveva invaso tutto, tossivamo come mantici.
Il mare era nero, la notte era nera, noi eravamo neri di paura e di fumo.Ma l’emergenza passa.
La nave riprende la rotta.
Arriviamo a Lampedusa con solo due ore di ritardo.
Due ore che, nella mia memoria, valgon

o come un romanzo di 400 pagine.Il bilocale e l’urlo notturnoCi sistemiamo nel biloc
Trova il dipendente in piedi, luce accesa, occhiali inforcati, sguardo perso.«Che è successo?»
«Veramente lo chiedo a te… sei tu che hai gridato.»
«Ah… niente, ogni tanto mi capita.»Ogni tanto gli capita.
A noi, invece, capita di morire.Luglio, sempre luiLuglio, nella mia vita, non è mai stato un mese tranquillo.
È un mese che pulsa, che sorprende, che ti mette alla prova e poi ti regala un ricordo da raccontare trent’anni dopo.
È un mese che non sa stare fermo: si muove, vibra, ti scuote, ti fa ridere quando dovresti piangere e piangere quando dovresti dormire.E da questo letto, oggi, luglio mi sembra ancora più grande:
un contenitore di vita, di paura, di risate, di mare, di campanelle e di giubbotti di salvataggio.
Un mese che non smette mai di raccontare.Se vuoi, posso trasformare questo articolo in versione editoriale, con sottotitoli, box narrativi e una chiusura più giornalistica, oppure in versione da rivista letteraria, più poetica e simbolica.
Preferisci la versione editoriale o la versione letteraria?

on scorre: ondeggia.
Si allarga, si restringe, si infila nei ricordi come un ladro gentile che apre cassetti che credevi chiusi da anni.
E così, in questo luglio sospeso, mentre il corpo riposa e la mente corre, mi è tornata in mente una delle esperienze più esilaranti — e più assurde — che io abbia vissuto in un mese di luglio.
Un luglio lontano, caldo, pieno di aspettative e di campanelle che suonano nel cuore della notte.Il luglio del 1988: un viaggio che doveva essere tranquilloEra il 1988, e io ero al settimo mese di gravidanza della mia secondogenita.
Avevamo deciso di unire l’utile al dilettevole: lavoro e mare, assistenza ai clienti e un po’ di paradiso.
Da qualche tempo avevamo acquisito la piazza di Lampedusa, e i commercianti — si sa — chiedono presenza, cura, assistenza.
E noi gliela davamo volentieri, con quella dedizione che oggi chiamerebbero “customer care”, ma che allora era semplicemente rispetto.Sentito il ginecologo, caricata l’auto con full carburante (sull’isola costava come il tartufo bianco), ci imbarchiamo:
io, Angelo mio marito, e Andrea, quattro anni e un entusiasmo che non conosceva ancora il concetto di “emergenza”.La nave parte.
La cabina è piccola, ma accogliente: pigiamino, letti, silenzio.
Un silenzio che dura fino alle 2 di notte, quando una campanella decide di suonare esattamente dentro la mia tempia.La campanella che non doveva suonareSveglio mio maritoe chiedo:-
«Ma quando la navearriva a Linosa suona la campanella?»
«No.»a secca
Secco.
Inquietante.
Inutile.Da lì, mille domande:
Perché suona?
Cosa è successo?
Che si deve fare?Io mi vesto come se dovessi scappare da un incendio in un grattacielo.
Lui, con la calma di un monaco tibetano, si infila i pantaloni e mi dice:
«Stai calma.»
CALMA?
Una campanella di allarme, Dio sa di cosa, e tu mi dici di stare calma?Esce.
Ritorna dopo dieci minuti con tre giubbotti di salvataggio:
uno per lui, uno per me, uno per Andrea.Dovevamo salire sul ponte.
Io, ovviamente, conto i passeggeri, le scialuppe, le distanze, le probabilità di sopravvivenza.
Un modo come un altro per non svenire.L’incendio in stivaChe era successo?
Il motore di un’auto in stiva aveva preso fuoco.
E la stiva era piena di auto tutte con il pieno carburante.
Il rischio era… diciamo “vivace”.L’equipaggio scendeva con camicia bianca e pantalone nero, risaliva con camicia nera e pantalone bianco.
La fuliggine aveva invaso tutto, tossivamo come mantici.
Il mare era nero, la notte era nera, noi eravamo neri di paura e di fumo.Ma l’emergenza passa.
La nave riprende la rotta.
Arriviamo a Lampedusa con solo due ore di ritardo.
Due ore che, nella mia memoria, valgono come un romanzo di 400 pagine.

Il bilocale e l’urlo notturnoCi sistemi

una stanza per il nostro dipendente, una per noi tre.
Finalmente pace.Illusione.Alle 3 di notte, un urlo disumano squarcia il silenzio.
Mio marito corre.
Trova il dipendente in piedi, luce accesa, occhiali inforcati, sguardo perso.«Che è successo?»
«Veramente lo chiedo a te… sei tu che hai gridato.»
«Ah… niente, ogni tanto mi capita.»Ogni tanto gli capita.
A noi, invece, capita di morire.Luglio, sempre luiLuglio, nella mia vita, non è mai stato un mese tranquillo.
È un mese che pulsa, che sorprende, che ti mette alla prova e poi ti regala un ricordo da raccontare trent’anni dopo.
È un mese che non sa stare fermo: si muove, vibra, ti scuote, ti fa ridere quando dovresti piangere e piangere quando dovresti dormire.E da questo letto, oggi, luglio mi sembra ancora più grande:
un contenitore di vita, di paura, di risate, di mare, di campanelle e di giubbotti di salvataggio.
Un mese che non smette mai di raccontare.Se vuoi, posso trasformare questo articolo in versione editoriale, con sottotitoli, box narrativi e una chiusura più giornalistica, oppure in versione da rivista letteraria, più poetica e simbolica.
Preferisci la versione editoriale o la versione letteraria?

Il Mondo di Ketty – L’invisibilità di chi tiene insieme le cose

L’invisibilità sociale di chi sostiene la quotidianità senza riconoscimento, evidenziando come molti ruoli essenziali, dal lavoro di cura a quello operativo, restino ai margini dell’attenzione pubblica. Una riflessione sulla necessità di dare valore a contributi spesso ignorati ma fondamentali.

Ci sono persone che vivono nell’ombra luminosa dei loro stessi gesti. Non fanno rumore, non chiedono nulla, non reclamano applausi. Sono quelle che mantengono in piedi la quotidianità, che aggiustano ciò che si rompe, che sostengono ciò che vacilla, che si fanno carico di ciò che gli altri danno per scontato. Sono le mani che sistemano, gli occhi che controllano, la mente che anticipa. Sono la presenza che c’è sempre, anche quando nessuno la nota. E il paradosso è proprio questo: più sono affidabili, più diventano invisibili.

Questa invisibilità non riguarda solo le relazioni private. È un fenomeno sociale, diffuso, quasi culturale.

Ci sono i caregiver familiari, che assistono genitori anziani o figli fragili senza mai comparire nei ringraziamenti ufficiali.

Ci sono le donne che reggono la casa, che fanno girare il mondo senza che nessuno si accorga del peso che portano.

Ci sono i lavoratori silenziosi, quelli che puliscono, sistemano, aprono e chiudono gli spazi che tutti usano, ma che nessuno vede.

Ci sono gli impiegati affidabili, quelli che risolvono problemi, coprono i vuoti, tengono insieme gli uffici: proprio perché sono impeccabili, diventano trasparenti.

Ci sono le madri multitasking, che gestiscono vite intere mentre la loro resta sospesa.

Ci sono i volontari, che donano tempo e cuore senza chiedere nulla.

Ci sono gli amici sempre presenti, quelli che ascoltano, sostengono, accorrono… e che spesso non vengono ricambiati.

Ci sono i partner che fanno il lavoro emotivo, che tengono insieme la comunicazione, la pace, l’equilibrio, senza che nessuno lo riconosca.

E poi ci sei tu.

Ci sono io.

Ci sono tutti quelli che, ogni giorno, fanno qualcosa che non si vede ma che fa la differenza.

La delusione non arriva come un temporale. Arriva piano, in punta di piedi. È quel momento in cui ti rendi conto che ciò che fai, con cura, con dedizione, con amore, viene percepito come naturale, automatico, dovuto. Come se il tuo impegno fosse un elemento dell’arredamento: utile, necessario, ma muto.

Non è una questione di vanità.

Non è bisogno di lodi.

È il desiderio umano, semplice e legittimo, di essere visti. Di sentire che il proprio contributo ha un peso, un valore, un posto nel mondo emotivo degli altri. Perché chi dà tanto, spesso riceve poco in termini di riconoscimento. E non perché gli altri non apprezzino, ma perché non ci pensano.

Perché l’abitudine è una lente che sfoca.

Perché ciò che funziona bene diventa invisibile. E allora questo articolo è per tutti quelli che vivono così: per chi sostiene senza esser, a volte, sostenuto, per chi si prende cura senza essere nominato, per chi mette amore nei dettagli che nessuno vede.

A voi che siete colonne silenziose, che tenete insieme le giornate, le relazioni, le case, i ritmi, dico una cosa semplice: il vostro valore non dipende da chi lo riconosce. Ma è giusto ricordarlo. È giusto dirlo. È giusto che qualcuno lo scriva. Perché anche chi non chiede nulla merita, almeno una volta, di sentirsi visto.

Monito del Papa: “Non si chiami ‘difesa’ il riarmo che depaupera investimenti in educazione e salute”

Il Ponteficie contro le attuali politiche europee.
Poi attacca anche l’IA: studio, ricerca e tecnologia siano rivolti alla vita, non al loro uso nelle guerre.

 “Nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”.

Così Papa Leone in un passaggio del lungo discorso tenuto giovedì 14 maggio all’Università La Sapienza di Roma.

Insieme a me e a tanti fratelli e sorelle, siate artigiani della pace vera: pace disarmata e disarmante, umile e perseverante, lavorando alla concordia tra i popoli e alla custodia della Terra”, il mandato di Leone agli studenti che applaudono. Il Papa incoraggia gli studenti della Sapienza “a non cedere alla rassegnazione, trasformando invece l’inquietudine in profezia“.  

Quindi prosegue Leone, come riporta Adnkronos, “vi immagino a volte spensierati, lieti della vostra stessa giovinezza che, anche in un mondo travagliato e segnato da terribili ingiustizie, vi consente di sentire che il futuro è ancora da scrivere e che nessuno ve lo può rubare”.  

Gli studi che fate, le amicizie che sorgono in questi anni e l’incontro con diversi maestri del pensiero – dice Leone nel suo intervento– sono promessa di ciò che può cambiare in meglio noi stessi, prima ancora che la realtà attorno a noi. Quando il desiderio di verità si fa ricerca, la nostra audacia nello studio testimonia la speranza di un mondo nuovo”. 

A chi è più adulto il malessere giovanile domanda ‘che mondo stiamo lasciando?’. Un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra. Si tratta di un inquinamento della ragione, che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale”, afferma Prevost che mette in guardia: “La semplificazione che costruisce nemici va corretta, specie in università, con la cura per la complessità e il saggio esercizio della memoria”. 

In particolare – osserva – il dramma del Novecento non va dimenticato. Il grido ‘mai più la guerra!’ dei miei Predecessori, così consonante al ripudio della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali”. 

E il Pontefice mette in guardia anche dall’Ia al servizio della guerra. “Quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran – denuncia Leone senza mezzi termini – descrive la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento”. Da qui il monito: “Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale “sì” alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!”. Il passaggio è stato particolarmente applaudito. 

Prevost si è poi rivolto ai docenti. “Insegnare è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata”. In particolare, dice Leone, “voi docenti potete coltivare un proficuo contatto con le menti e i cuori dei giovani: si tratta di una responsabilità esigente, certo, ma entusiasmante. È di estrema importanza credere nei vostri studenti e nelle vostre studentesse. Perciò, domandatevi spesso: ho fiducia in loro?”.