Attentato a Vienna: la matrice è islamica

Il terrorista è un giovane austriaco di origini albanesi che voleva arruolarsi nell’Isis.
4 vittime e 22 feriti. Il premier austriaco: “Attacco islamista”.

È un giovane austriaco di origini albanesi, il terrorista ucciso a Vienna dopo gli attacchi in centro.

Il suo nome è Fejzulai Kurtin, è nato nel 2000 a Vienna ed aveva già scontato 22 mesi di carcere per aver tentato di andare in Siria, dove voleva arruolarsi e combattere con l’Isis, uscendo di galera il 5 dicembre del 2019, con anticipo (in quanto giovane adulto, rientrava in un regime privilegiato previsto dalla legge a tutela dei giovani).

Il terrorista era pesantemente armato e dotato di cintura esplosiva: il bilancio è di 4 vittime e 22 feriti, di cui almeno 6 sarebbero gravi. Non si esclude che ci possano essere altri complici e si presume che ci sia almeno un sospetto in fuga.

La polizia è al lavoro per far chiarezza sull’accaduto; come riferisce il ministro dell’Interno, Karl Nehammer, nella notte ci sono stati quattordici fermi ed altri tre arresti, di cui due a St. Poelten (circa un’ora di distanza dalla capitale) ed uno a Linz.

Sulla vicenda è intervenuto anche il sindaco di Vienna, Michael Ludwig, precisando che l’attentatore era equipaggiato di pistola a canna lunga, un’ulteriore arma da fuoco ed un machete e dichiarando che “Si era preparato molto bene per questo attacco”.

Sull’accaduto, il premier austriaco Sebastian Kurz ha dichiarato quanto di seguito:

Un attentato islamista, dettato dell’odio, dall’odio per il nostro modello di vita, dall’odio per la nostra democrazia, ma è chiaro che non ci lasceremo spaventare.

Dopo quello accaduto a Nizza (approfondimento al link), seguito all’allarme bomba nei pressi della Tour Eiffel (approfondimento al link), è il secondo attentato di matrice islamica nel giro di pochissimi giorni.

In seguito a quest’ultimo attentato, mentre in altri Paesi musulmani insorgono le manifestazioni contro al Francia (approfondimento al link), il ministro dell’Interno italiano, Luciana Lamorgese, ha convocato il Comitato nazionale per l’ordine pubblico e la sicurezza; nel frattempo, però, gli sbarchi continuano ininterrottamente (1.600 migranti in 48 ore) alimentando due grandi rischi: i contagi da Covid-19 e le infiltrazioni terroristiche.

Francia e Germania: Recovery fund da 500 miliardi

Accordo sull’asse franco-tedesco per attivare uno strumento anti-crisi a livello europeo.
Ancora una volta, però, le regole le fanno loro mettendo bene in chiaro chi comanda in Europa.

Un Recovery fund da 500 miliardi di euro.

Questo è l’accordo trovato da Francia e Germania al fine di trovare strumenti in grado di dare un aiuto contro la crisi da Covid19, ovvero “la più grave crisi della storia dell’ue”, come l’ha definita Angela Merkel.

Proprio la cancelliera tedesca ha concordato con Emmanuel Macron di arricchire il bilancio europeo pluriennale con i sopracitati 500 miliardi di euro.

Gli aiuti verranno dati ai Paesi più in crisi sotto forma di trasferimenti, non di prestiti, e la loro raccolta verrà effettuata dalla Commissione Ue sul mercato tramite dei bond.

I medesimi trasferimenti, come precisato dal premier francese, non verranno direttamente restituiti dagli Stati che li riceveranno, ma dai Paesi membri nel complesso. Gli ha fatto eco la Merkel, tenendo a sottolineare che la Germania si farà carico della parte più sostanziosa del contributo (27%).

L’importo del fondo è stato ridotto rispetto alle richieste iniziali di Paesi come l’Italia, che pare riceverà circa 100 miliardi, ma la cosa era necessaria per ottenere il nullaosta da parte dei Paesi più ostili a manovre di questo genere come Olanda ed Austria. Ancora una volta, anche se la proposta dovrà essere accettata all’unanimità in Parlamento europeo per poi essere ratificata dai vari Parlamenti nazionali, è tuttavia palese chi comandi in Europa, decidendo tempistiche, portata e modalità di ogni manovra.

La Parola ai Lettori – Polonia: legge anti violenza all’unanimità, ma partono subito le proteste

Sostanzialmente tutti d’accordo sulla legge che si pone il fine di difendere le donne vittime di violenza familiare.
Materia delicata e non completamente chiara: già partita la petizione per farla revocare.

Ci arriva dai nostri lettori la segnalazione inerente alla nuova legge polacca contro le violenze domestiche (link).

La medesima prevede che l’allontanamento immediato dell’autore della violenza dalla vittima; vale a dire che chi sarà accusato di violenza domestica dovrà immediatamente lasciare l’abitazione su intervento della polizia.

La persona allontanata da casa dovrà farsi ospitare da altri famigliari od amici sino alla sentenza; se privo di legami di questo genere, dovrà andare in hotel.

Ancora, se non avrà i fondi necessari per alloggiare in hotel, verrà portato dalla polizia al dormitorio pubblico più vicino. Sempre alla polizia spetterà il compito di controllare periodicamente che la persona soggetta all’ordine di lasciare l’appartamento o di non avvicinarsi ad esso, rispetti le sanzioni le sono state imposte.

A tal proposito, la polizia è stata debitamente attrezzata al fine di svolgere il nuovo ruolo assegnatole. Più precisamente, il viceministro della Giustizia Marcin Romanowski ha dichiarato.

La polizia riceverà strumenti reali per contrastare efficacemente la violenza domestica e la Polonia si unirà al gruppo di Paesi in cui le vittime di questo genere di violenza ricevono la migliore protezione. In questo modo spezziamo una certa spirale di violenza e silenzio.

È intervenuto sul tema anche il ministro della Giustizia, Zbigniew Ziobro:

Molti parlano della violenza nella famiglia polacca, ma spesso finisce con le parole; i governi liberali di sinistra hanno avuto molto tempo per intervenire ma non ci sono mai state soluzoni specifiche. Contrariamente alla critica, alle accuse secondo cui ignoriamo il problema della violenza contro una donna, siamo stati noi a presentare una soluzione specifica che è una risposta a questi drammi.

Hanno votato a favore del disegno di legge 433 deputati, 6 i voti contrari ed altrettanti quelli astenutisi. In buona sostanza la legge è stata adottata all’unanimità dal Sejm, con l’unica eccezione del partito “Konfederacja”.

La legge, che è stata sviluppata sulla base di quelle presenti in Spagna, Repubblica Ceca ed Austria, entrerà in vigore sei mesi dopo il giorno della promulgazione e prevede anche che la vittima sia esente dalle spese processuali.

Le critiche

Nonostante la sostanziale unanimità politica, la materia è delicata ed ha subito trovato l’opposizione di molti: è infatti partita immediatamente la petizione (link) con cui si chiede al Presidente polacco di verificare la conformità della legge stessa.

I punti in discussione sono svariati, si va dall’incostituzionalità (Art. 45) alla lesione dei diritti umani e della proprietà privata (l’abitazione viene lasciata a prescindere alla vittima ed ai figli, ritenendo che sia per quest’ultimi uno shock dover cambiare il luogo residenza, ma non si tiene conto del fatto che possa essere per loro uno shock dover rimanere in un luogo nel quale hanno convissuto con violenze).

Basta infatti la denuncia da parte della vittima per scattare l’ordinanza e far attuare le misure sanzionatorie, senza che si proceda ad ulteriori verifiche: il fine è, ovviamente, quello di limitare il tempo durante il quale la vittima rimanga a contatto con l’aggressore dopo aver esposto la denuncia (momento storicamente problematico).

La legge, da applicarsi ovviamente sia essa l’uomo che alla donna a seconda di commette la violenza, presenta poi il limite di dichiarare colpevole una persona sulla base della denuncia; questo non pare conforme con il principio adottato dalla maggior parte dei Paesi occidentali ed enunciato dall’Art.11 della Dichiarazione dei Diritti Umani del 1948, statuito a livello cogente dall’Art. 6 della CEDU e dall’Art. 48 della Carta di Nizza.

Non si precisa poi se le spese processuali vengano addebitate alla vittima nel caso in cui l’accusa risulti falsa e se venga riconosciuto un indennizzo alla persona ingiustamente denunciata; cose, queste, a cui bisognerebbe dare risposte precise (in Spagna i casi di false accuse sono infatti lievitate dopo l’introduzione di questa legge).

Una legge, dunque, scritta sicuramente a fin di bene ma che dovrebbe essere completata sotto diversi aspetti.

(Ringraziamo per la segnalazione ed il contributo S.D.R. ed E.T., che ci scrivono dalla Polonia).

L’Ue decide di non decidere: l’attesa sui coronabond porterà al MES

La Commissione europea non trova la quadra sui coronabond a causa della divisione di vedute tra Paesi del Sud e del Nord Europa.
Col passare del tempo ed una crisi da affrontare, il MES rimane l’unico strumento utilizzabile.

C’è un’emergenza dilagante. Meglio ancora, una pandemia.

E richiede quindi misure efficaci e soprattutto rapide in modo da intervenire in tutti i modi possibili al fine di sorreggere un’economia in totale arresto cardiaco.

Ecco quindi che si riunisce la Commissione europea per parlare di coronabond, ma l’esito è che decide non decidere.

Troppo grande la distanza tra i Paesi del Sud Europa (Italia, Spagna, Irlanda, Grecia, Lussemburgo, Francia, Belgio, Portogallo e Slovenia) e quelli del Nord Europa (Germania, Olanda, Austria e Finlandia) per riuscire a trovare un accordo.

I 27 leader dell’Ue si sono dunque dati appuntamento tra circa due settimane.

Il problema è che il tempo passa e la crisi si fa sempre più nera; vista la forte differenza nelle posizioni dei Paesi è altamente probabile che non se ne esca con un accordo neanche dopo il prossimo incontro.

Al momento ci sono sul piatto due pacchetti: il primo è il piano SURE da 100 miliardi di euro e che si sostanzia in una sorta di cassa integrazione o disoccupazione europea; il secondo è il pacchetto CRII+ che serve principalmente a snellire le fasi procedurali necessarie all’attuazione dei programmi.

Mentre il vice presidente della Bce, Luis de Guindos, ha rilasciato dichiarazioni alla radio spagnola Cope in cui si dichiarava a favore dei coronabond in quanto “si tratta di una pandemia che avrà ripercussioni su tutti” e che “è una crisi completamente diversa da quelle del 2008-2009-2010”, il premier olandese Rutte ha sottolineato la sua contrarietà ai corobond sostenendo che “l’Europa ha già i suoi strumenti, come il MES, che possono essere usati in modo efficace , ma con le condizionalità previste dai trattati” e concludendo infine con un secco “non posso prevedere alcuna circostanza in cui l’Olanda possa accettare gli eurobond”.

Nel frattempo gli industriali dell’automotive tedesco hanno chiesto alla Merkel di aiutare l’Italia e la Spagna, in quanto senza la componentistica proveniente da questi due Paesi sarebbe per loro impossibile produrre auto.

Ciò nonostante, la distanza di vedute sembra troppo forte per riuscire ad essere smorzata sfociando nei coronabond. Di contro il tempo passa e cittadini, partite iva ed azienda hanno urgente bisogno di aiuto: Unicredit ha stimato un calo del 15% del Pil italiano.

Sotto la forte spinta delle richieste d’aiuto che va a scontrarsi con le posizioni dei Paesi del Nord Europa, l’unica soluzione attuabile sembra davvero essere il MES, anche se poi questo costerà caro ai Paesi che ne dovranno usufruire.

Coronavirus, ecco i piani per l’emergenza. America esempio, Italia ultima

Ecco come si muovono i vari Paesi per rispondere all’emergenza di coronavirus.
L’America è un esempio da seguire, l’Italia fanalino di coda.

Il mondo si ferma, il coronavirus cala il sipario a cielo aperto.

L’epidemia che sta colpendo tutto il pianeta presenta ancora un sacco di zone d’ombra e le idee più diverse si intrecciano tra loro (approfondimento al link).

L’unica cosa sicura è la concreta paura; la paura dell’ignoto, di combattere contro un nemico che sostanzialmente non conosciamo e che si propaga esponenzialmente grazie ad una disarmante facilità di trasmissione.

È un virus che, in pochissimo tempo, è riuscito a sradicare anche le più solide regole europee, stravolgendo tutto quello che negli ultimi decenni ci è stato rigorosamente detto a reti unificate (approfondimento al link).

Pensate che addirittura la Germania, la più ligia all’austerity ed al rigore, ha deciso di stampare nel giro di un secondo 550 miliardi di euro, senza nemmeno consultarsi con l’Europa.

Cose da far sgranare gli occhi anche ai più euro-convinti, o “Euroinomani” come li definisce Alessandro Montanari nel suo libro.

Ma la Germania non è affatto l’unica a stampare ingenti quantità di moneta. Vediamo nel dettaglio come si comportano gli attori del quadro internazionale.

La Germania emetterà, appunto, 550 miliardi di euro ma ha già precisato che non vi è limite alle coperture che potranno essere stanziate.

La Francia stanzierà tra i 300 ed i 350 miliardi di euro. La Spagna ne stanzierà 200.

La Gran Bretagna stamperà almeno 330 miliardi di sterline, mentre la Cina ha stampato l’equivalente di 156 miliardi di euro solo all’inizio della crisi (approfondimento al link).

La Svezia metterà in circolazione 300 miliardi di corone svedesi e L’Austria 38 miliardi di euro; in quest’ultimo caso, se la cifra vi pare modica, considerate che l’Austria ha un Pil inferiore alla Lombardia: i dati del 2019 vedono un Pil lombardo toccare quota 472 miliardi di euro ed un Pil austriaco fermarsi alla soglia di 443 miliardi di euro.

Poi c’è l’America, dove Trump ha annunciato un piano da addirittura 1.200 miliardi di dollari. Qui la cosa interessante è che i soldi verranno dati tramite assegni direttamente ai cittadini, senza passare per il sistema bancario prima di essere messi nell’economia reale: l’aiuto dev’essere concreto, non si possono rischiare mangiatoie varie con soldi che rimangono nel caveau delle banche.

Poi c’è l’Italia, che con gravoso ritardo dovuto all’attesa di ricevere il permesso dall’Ue di poter spendere i propri soldi, stanzierà 25 miliardi di euro. Ma promettendo espressamente che, una volta passata l’emergenza, farà austerity più forte di prima.