La Svizzera esce dal mercato unico europeo

Porta sbattuta in faccia all’Ue.
Il piccolo Stato dà una grande lezione di sovranità.

Dopo mesi di trattative, la Svizzera ha deciso di chiudere le negoziazioni sulle relazioni con l’Ue.

Ad annunciarlo è stato lo stesso governo elvetico, che per bocca del presidente Guy Parmelin ha dichiarato che la Confederazione “mette fine” ai negoziati sull’accordo che punta a rendere omogeneo il quadro giuridico della partecipazione della Svizzera al mercato unico dell’Ue, istituendo anche un meccanismo di regolamento delle controversie.

Le motivazioni sarebbero inerenti ad un divario troppo grande tra le parti in alcuni punti dell’accordo.

In merito alla chiusura unilaterale delle negoziazioni è intervenuta anche l’Ue, con una nota ufficiale che riporta quanto di seguito:

Ci rammarichiamo della decisione del Governo svizzero visti i progressi compiuti negli ultimi anni per trasformare in realtà l’accordo quadro istituzionale. L’accordo quadro istituzionale Ue-Svizzera era pensato come base per rafforzare e sviluppare le relazioni bilaterali per il futuro. Il suo scopo principale era garantire che chiunque operasse nel mercato unico dell’Ue, a cui la Svizzera ha un accesso significativo, si trovasse alle stesse condizioni. Questa è fondamentalmente una questione di equità e certezza del diritto.

Accesso privilegiato al mercato unico deve significare il rispetto delle stesse regole e degli stessi obblighi.

Un dramma per la Svizzera ed i suoi cittadini?

Assolutamente no, anzi. Dopo la Brexit, abbiamo un altro palese caso di quanto sia importante la sovranità di uno Stato ed il fatto di poter decidere per il proprio bene, senza che siano altri a decidere per te.

La Svizzera ha più accordi commerciali con altri Paesi di quanti ne abbia tutta l’Ue, dimostrando che le relazioni internazionali di qualsiasi tipo esse siano, da quelle politico-economiche fino ad arrivare all’Erasmus, possono essere gestite in maniera ottimale indipendentemente dalle dimensioni di uno Stato.

Certo, resta la necessità di avere quella caratteristica fondamentale che è la sovranità.

Transizione digitale: l’Ue definisce gli obiettivi

Stilata la lista dei punti da raggiungere da qui al 2030.
Per ottenere i fondi, gli Stati devono investire il 20% dei loro piani in digitalizzazione.

La Commissione europea ha fissato gli obiettivi per la trasformazione digitale (reperibile al link).

I piani vanni intesi da qui al 2030; la prima problematica venuta a galla è stata quella inerente al divario fra chi ha accesso al digitale e chi no.

Per questo motivo, al fine di ridurre il gap, l’Ue vuole puntare su investimenti nella banda ultralarga, nelle formazioni in competenze digitali, negli aiuti ad innovare per start-up e piccole imprese e nell’utilizzo della tecnologia per raggiungere la neutralità climatica.

I dati dicono che, ad oggi, il 42% degli europei non ha competenze digitali di base; sotto questo punto di vista, l’obiettivo è quello che almeno l’80% degli adulti le abbiano acquisite.

Inoltre, si prevede di arrivare ad avere 20 milioni di specialisti Ict, con una percentuale più alta di donne sul campo.

Si mette in evidenza anche che, attualmente, l’83% delle piccole e medie imprese europee non fa uso di big data, servizi in cloud ed intelligenza artificiale.

La volontà dell’Ue è quella di spingere sulla banda ultralarga e di puntare alla copertura completa delle aree popolate con il 5G.

Online, dovranno essere pure tutti i servizi pubblici più importanti: gli europei avranno accesso ai loro dati medici e l’80% di loro utilizzerà l’identificazione elettronica.

La Commissione europea ritiene che la transizione verso il digitale sia un fattore chiave e determinante per la ripresa dalla pandemia; al centro del piano ha posto il dispositivo per la ripresa e la resilienza (reperibile al link), che ha un valore di 672,5 miliardi di euro che dovranno essere spesi in investimenti pubblici e riforme.

Per accedere a questi fondi, i Paesi membri dovranno presentare piani di ripresa nazionali in cui venga assegnato il 20% delle risorse ad iniziative che puntano a digitalizzare le proprie economie.

Covid: il vaccino è più pericoloso del virus?

Uno studio Usa-Cina mette in evidenza che la spike danneggia direttamente le cellule di vasi sanguigni.
Italia unico Paese europeo con obbligo di vaccinazione.

Il vaccino potrebbe essere più pericoloso della malattia stessa.

È quanto emerge dalla conclusione di uno studio pubblicato sulla rivista Circulation Research, dove si suggerisce che il Covid-19 non sia solo una malattia respiratoria ma anche, e forse soprattutto, vascolare in quanto gli effetti negativi del Covid sulla circolazione (come ictus e trombosi) non sono dovuti solo all’infiammazione indotta dall’infezione, ma sono una diretta conseguenza dell’azione della proteina spike.

Come riporta “Ansa”, il virus, grazie alla proteina spike, si lega al recettore dell’enzima di conversione dell’angiotensina 2 (ACE2) per entrare e infettare cellule ospiti.

Non solo.

Ricercatori americani (Università della California San Diego) e cinesi (Xi’an Jiaotong University) hanno messo in luce come la proteina spike non solo si lega alle cellule sane per diffondere l’infezione, ma provoca danni direttamente alle cellule dell’endotelio, il tessuto che rivestono i vasi sanguigni e che sono fondamentali per la circolazione.

Gli studiosi hanno utilizzato degli pseudovirus, cioè virus “vuoti” e non infettivi ma che esprimono la proteina S (pseudo-spike) sulla superficie, iniettandoli nella trachea di alcuni criceti; questi hanno avuto come conseguenza danni ai polmoni e alle arterie, dimostrando che la proteina spike da sola causa la malattia, a prescindere dalla diffusione dell’infezione virale.

Ancora, il tema di lavoro ha eseguito un ulteriore esperimento: ha esposto le cellule endoteliali sane alla proteina spike la quale, legandosi con ACE2, ha danneggiato le cellule causandone la frammentazione dei mitocondri (le cosiddette centraline energetiche delle cellule).

Uri Manor, uno degli autori dello studio, ha dichiarato:

Molte persone considerano il Covid-19 una malattia respiratoria, ma in realtà è una malattia vascolare”.

Il virus in sé, dunque, non è necessario per avere una reazione grave, dato che questa è data dalla spike; di conseguenza, vaccinare diventa un rischio più grande che prendere il Covid-19?

E se il vaccino a mRNA insegna alle cellule umane a produrre la proteina spike, rischiamo una sorta di genocidio?

Nel frattempo, il Senato italiano ha approvato la vaccinazione obbligatoria per i sanitari, nonostante una Mozione del Parlamento Europeo che vieta l’obbligo vaccinale ai cittadini europei con vaccini sperimentali.

Com’è possibile vedere dall’immagine sotto riportata, l’Italia è attualmente l’unico Paese europeo ad aver reso obbligatoria la vaccinazione per i sanitari:

Recovery Plan: perché l’emergenza non è sanitaria?

In arrivo, anche se con notevole ritardo, i fondi europei.
Se c’è una pandemia, perché la sanità è la meno finanziata?

Sembra, finalmente, arrivato l’ok dall’Ue per lo stanziamento dei fondi.

Il Recovery Plan, però, non solo arriva con oltre un anno di ritardo dall’inizio della pandemia, ma porta con sé altre curiosità. O anomalie, potremmo definirle.

Dai dati esposti dal Tg2 (immagine sotto), risulta infatti che il piano di rilancio preveda un totale di circa 191,3 miliardi di euro suddivisi in 6 aree di investimento:

Ciò che sorprende è che salute sarà il settore al quale andranno meno fondi, nonostante la pandemia di Covid-19 sia un, almeno dichiarato, problema sanitario.

Diversamente, la pandemia è stata usata per nascondere le errate politiche economiche portate avanti sino ad ora dall’Ue che ora, per recuperare il salvabile prima di arrivare ad un punto di implosione visti i sempre più spinti pareri sfavorevoli in merito al suo funzionamento, tenta di attuare politiche Keynesiane.

Esatto, quel Keynes tanto disprezzato a favore del libero mercato e del neoliberismo, che hanno portato a deregolamentazione selvaggia e crisi economica eliminando il ceto medio.

Meglio salvare il giocattolo fino a quando dura e portare a casa quanto più possibile per i Paesi del Nord Europa? Oppure si tratta della solita mangiatoia di denaro pubblico, che tra l’altro poi verrà strumentalizzata per dirci che abbiamo un debito pubblico troppo alto?

AstraZeneca: Ungheria e Germania si uniscono ai Paesi in causa

Mancano le dosi previste dal contratto: si va per vie legali.
Sciolte le riserve, anche i due Paesi si aggiungono alla causa.

Mancano le dosi del vaccino AstraZeneca previste per il blocco dei Paesi Ue.

La mancata consegna delle quantità previste dal contratto da parte dell’azienda farmaceutica ha portato alcuni Paesi dell’Unione europea ad andare per vie legali.

Alla causa, ultime in ordine di tempo, si sono aggiunte anche Germania ed Ungheria.

All’inizio i due Stati erano indecisi ma, stando a quanto riportato da “Reuters” che cita due fonti diplomatiche di Bruxelles ed una terza fonte, hanno chiesto chiarimenti e deciso di aderire alla causa.