Talebani: diritti umani dopo il riconoscimento

Le pretese senza il riconoscimento sono un approccio unilaterale.
I Paesi stranieri ci riconoscano, poi discuteremo.

Il portavoce dell’autoproclamato Emirato islamico d’Afghanistan e viceministro dell’Informazione e della Cultura del governo talebano, Zabihullah Mujahid, è intervenuto a Tolo News dicendo che prima deve essere riconosciuto il governo come amministrazione legittima dell’Afghanistan, solo dopo si discuterà di diritti umani.

Non fare le cose in quest’ordine, continua Zabihullah Mujahid, equivarrebbe ad un approccio unilaterale. Come riporta Ansa, più precisamente le sue parole sono state le seguenti:

Finché non verremmo riconosciuti ed i Paesi stranieri continueranno a criticarci sui diritti umani, lo considereremo un approccio unilaterale. Sarebbe opportuno che ci trattassero responsabilmente e riconoscessero il nostro governo attuale come amministrazione legittima dell’Afghanistan. Solo dopo potranno condividere ufficialmente le loro preoccupazioni con noi e noi le affronteremo.

Russia: Usa sblocchi riserve banca centrale afgana

Non farlo agevolerebbe il commercio della droga e delle armi.
Borrell: Ue ha fallito, impari.

Zamir Kabulov, inviato del Cremlino per l’Afghanistan, ha chiesto che gli Usa liberino le riserve monetarie della Banca centrale afghana:

“Se i nostri colleghi occidentali sono davvero preoccupati per la sorte del popolo afghano, non dobbiamo creare loro ulteriori problemi congelando le riserve di oro e valuta estera. sbloccare questi beni per sostenere il corso della moneta al collasso.

Secondo Kabulov, non farlo, significherebbe incentivare il traffico di oppiacei illegali e la vendita delle armi sul mercato nero, armi tra l’altro abbandonato dall’esercito afghano e dagli Stati Uniti.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, a fine aprile le riserve lorde della Banca centrale afghana ammontavano a 9,4 miliardi di dollari, di cui circa 7 miliardi in una combinazione di contanti, oro, titoli di Stato Usa e altri asset. La maggior parte di questi fondi è detenuta al di fuori dell’Afghanistan.

Da parte degli Stati Uniti i talebani non avranno accesso ai beni detenuti negli Stati Uniti, senza specificare l’importo in questione; in data 18 agosto il governatore in carica della banca centrale fuggito da Kabul, Ajmal Ahmaty, aveva annunciato che le riserve monetarie dell’Afghanistan sono per lo più detenute in conti esteri e non sono state compromesse da quando i talebani hanno preso la capitale:

Non è stato rubato denaro da nessun conto di riserva. Non riesco a immaginare uno scenario in cui il Tesoro/Ofac possa dare ai talebani accesso a tali fondi.”

Sul tema è intervenuto anche Filippo Grandi, Alto Commissario per i Rifugiati delle Nazioni Unite:

Il ponte aereo che garantisce l’uscita da Kabul sarà chiuso entro pochi giorni e la tragedia dell’Afghanistan non sarà più sotto i nostri occhi. Ma rimarrà una realtà quotidiana per milioni di afghani. Non dobbiamo voltare la testa da un’altra parte. Questo è solo l’inizio di una crisi umanitaria di proporzioni ancora più ampie.

Anche Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri, ha detto la sua:

Da quest’esperienza dobbiamo tirare degli insegnamenti. Come europei non siamo stati in grado di mandare 6.000 soldati attorno all’aeroporto per proteggere la zona. Gli americani ci sono riusciti, noi no. L’ue dovrebbe avere una initial entry force di 5.000 soldati che deve essere in grado di mobilitarsi a chiamata rapida.”

Afghanistan, Sacchetti: “Occhio a manipolazione mediatica, Russia più astuta”

L’errore è stato mandare le truppe, non toglierle.
La Cina ha una strategia ma non avrà vita facile, Usa lì per interessi non per motivi umanitari.

L’Afghanistan è nel caos.

Il ritiro delle truppe NATO deciso prima dall’amministrazione Trump, dopo confermato e gestito dall’amministrazione Biden, ha riportato il Paese in man ai talebani in men che non si dica.

L’avanzata dei guerriglieri è stata fulminea, conquistando l’intero Paese nel giro di pochi giorni e dichiarando la volontà di creare un Emirato islamico, pronto anche a diventare il Narco-Stato più grande del mondo con una produzione pari al 90% dell’oppio illegale mondiale.

Civili e diplomatici dei Paesi NATO sono stati fatti evacuare mentre dai locali arrivano grida di aiuto come “è già partita la caccia ai cristiani” e “i talebani ci stanno venendo a prendere porta per porta”.

Nel frattempo Biden scarica le colpe su Trump, la Merkel dice che “abbiamo sbagliato tutti”, Johnson e Macron chiedono un G7 d’urgenza, Berlusconi ritiene “vanificati 20 anni di sacrifici per un dispiego frettoloso”, Draghi dice che sta lavorando con l’Ue per la soluzione umanitaria, Di Maio, in vacanza, non è ancora intervenuto sul tema e l’Onu invoca negoziati per un governo di inclusione che preveda la partecipazione significativa di donne (approfondimento al link).

Per cercare di capire al meglio la situazione e come si sia potuto arrivare a questo, ne abbiamo parlato con il dott. Cesare Sacchetti, già giornalista per L’Antidiplomatico, Il Fatto Quotidiano e Libero Quotidiano; fondatore del blog “La Cruna dell’Ago” ed esperto di geopolitica.

Dott. Sacchetti, secondo lei, è stata una scelta corretta quella di ritirare le truppe?

“Certamente sì, perché si è messa fine ad una occupazione, quella della NATO e degli USA, che non sarebbe mai dovuta iniziare. La storia dell’invasione in Afghanistan è la storia di un potere, quello del deep state di Washington, che ha deciso di rovesciare un regime, quello dei Talebani, per interessi di carattere finanziario ed economico. Molti non sanno che i Talebani al principio sono stati finanziati dalla CIA e dalle agenzie di intelligence americane. La stessa CIA che negli anni ’80 ai tempi dell’invasione dell’Afghanistan da parte dell’URSS riservava parole di elogio per Osama bin Laden. Successivamente quando i Talebani salirono al potere negli anni’90, l’amicizia tra deep state e il gruppo islamista finì. I civili afghani furono proprio coloro che sostennero i Talebani perché ormai completamente saturi dei continui abusi commessi dai signori della droga che seminavano violenza e terrore nel Paese. Quando i Talebani decisero di distruggere tutti i campi d’oppio, infierirono un colpo mortale al traffico d’oppio, dal momento che il 90% di questa droga era prodotto lì. Le ragioni della guerra in Afghanistan sono legate alla enorme mole di denaro che ruota attorno a questo traffico. La guerra non è stata voluta per i diritti umani e su questo basti pensare al fatto che l’Arabia Saudita, Paese che pratica una forma di Islam altrettanto estremo, non è stata sfiorata.”

Era prevedibile ciò che è successo immediatamente dopo il ritiro delle truppe NATO, non crede? Crede sia possibile imputare delle colpe a qualcuno nella gestione della situazione?

“Dopo aver parlato con fonti affidabili a livello governativo che si trovano a Kabul, sono giunto alla conclusione che molte delle immagini che stiamo vedendo sono il risultato di una manipolazione mediatica. A Kabul, non c’è il caos che vogliono farci credere i media. I Talebani stanno persino offrendo assistenza agli Occidentali che vogliono lasciare il Paese. Questa manipolazione mediatica è funzionale a screditare agli occhi dell’opinione pubblica internazionale il nuovo governo dei Talebani. Alcuni poteri si sono resi conto di aver perso il controllo di un Paese strategico e l’isteria mediatica è una reazione a questa cocente sconfitta.”

Vi è, secondo lei, solo il pretesto per scatenare un’altra guerra che tanto fa bene a certe economie?

“No, non credo. Senza gli Stati Uniti, nessuno sulla carta ha il potere di scatenare una nuova guerra in Afghanistan e i Paesi che avrebbero le potenzialità per farlo, Russia e Cina, non appaiono intenzionati a ingerire militarmente negli affari dell’Afghanistan. Piuttosto sembrano interessati entrambi a riconoscere il nuovo governo.”

La Cina ha lasciato i suoi diplomatici sul Paese e sembra esente da quello che sta accadendo; quale ruolo gioca? E gli altri attori internazionali?

“La Cina non ha nascosto le sue mire espansionistiche sul Paese. Pechino mira a far entrare l’Afghanistan nella via della Seta e a incastrare poi il Paese in quella che è una trappola del debito. Una volta che i Paesi firmatari finiscono in questo meccanismo si trovano sommersi di prestiti che non riescono a ripagare. La Cina a quel punto passa all’incasso e si impadronisce delle risorse minerarie del Paese vittima di questo meccanismo. Tuttavia non credo che sarà così facile per Pechino portare avanti questa strategia. I Talebani sono molto nazionalisti. Non amano che il loro Paese sia sfruttato da potenze straniere, sia che si chiamino NATO o Cina. Per quello che riguarda gli altri attori internazionali, la Russia mi sembra che abbia già assunto una posizione molto lungimirante riguardo al riconoscimento del nuovo governo. Alla fine di questa crisi, il Paese che aumenta di più la sua influenza nell’area non appare affatto essere la Cina. Appare essere la Russia di Putin.”