Coronabond e Mes: l’Italia rischia di fare la fine della Grecia?

Germania, Olanda, Austria e Finlandia si dichiarano contrari ai coronabond. Ursula von Der Leyen li definisce uno slogan. Resta l’opzione Mes, ma cosa rischiamo come paese?

(Pubblicato per Wall Street Cina al link)

C’è fermento, sul tema dei coronabond.

I Paesi del Sud Europa, Italia in testa, li richiedono a gran voce. I Paesi del Nord Europa, si oppongono.

In particolare a dire no sono Germania, Austria, Finlandia e Olanda. Ed è proprio quest’ultimo paese ad essere forse il più agguerrito sul tema dei covid bond.

Il primo ministro olandese, Mark Rutte, si è fatto portavoce della campagna del “no” e a tal proposito il suo ministro delle Finanze, Wopke Hoekstra, ha addirittura attaccato l’Italia chiedendo come mai il Bel Paese non abbia approfittato della crisi del 2008 per risanare le proprie finanze.

Questa domanda, posta in termini di una esplicita accusa, ha portato il premier portoghese Antonio Costa a prendere le difese dell’Italia, definendo il commento di Hoeskstradisgustoso e privo di senso”.

Di contro, il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha definito i coronabonduno slogan”, salvo poi correggere il tiro ed ammorbidire i toni. Esattamente come fatto dal presidente della Bce, Christine Lagarde, quando dichiarò che “chiudere gli spread” non è compito della Bce, salvo poi rettificare le proprie dichiarazioni nei giorni successivi; ma nel frattempo le Borse erano crollate e lo spread Btp-Bund schizzato in alto.

L’emergenza però non può attendere tempi di risposta e coordinamento così lunghi. Se non si può contare sui coronabond, almeno nel breve termine, cosa si può fare?

L’alternativa è rappresentata dal Mes (meccanismo europeo di stabilità), per il quale il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’economia Roberto Gualtieri spingono molto (con modalità che hanno tuttavia suscitato più volte agitazioni tra i partiti dell’opposizione ma anche all’interno della maggioranza Pd-M5S). Il suo utilizzo, inoltre, riporta alla memoria la gestione della crisi in Grecia.

Il rischio è proprio quello di finire come la Grecia: disoccupazione alle stelle, potere d’acquisto delle famiglie e qualità della vita in calo drastico, porti ed aeroporti venduti a Germania e Cina, isole cedute all’asta ad acquirenti privati.

Quando si decise di salvare la Grecia, la Germania era già troppo sbilanciata con i crediti verso gli ellenici per poter stanziare ulteriori aiuti economici (i debiti della Grecia erano infatti quasi totalmente nei confronti dei tedeschi, in quanto la Germania era ed è l’unico Paese dell’Eurozona con un forte surplus; questo significa che può concedere prestiti senza problemi, anzi ne può trarre vantaggio in termini di interessi o godere della forza di paese creditore).

Di conseguenza iniziarono i summit europei per decidere come affrontare la questione; a questi incontri, l’Italia al tempo rappresentata da Matteo Renzi, non venne nemmeno chiamata a partecipare ma si decise comunque che doveva stanziare 48,2 miliardi di euro per il piano di salvataggio.

Se andiamo ad analizzare come furono usati i fondi stanziati, capiamo quale fosse la vera faccia del piano chiamato “salva Grecia”: lo studio della European School of Management and Technology di Berlino mette in evidenza che dei 220 miliardi di euro versati alla Grecia sotto forma di prestiti, 209 miliardi sono serviti a ricapitalizzare le banche europee. Solo il 5% è effettivamente finito nelle casse del governo di Atene. Sono dunque stati salvati banche ed altri creditori privati, più che la Grecia  il popolo greco.

La Germania divise quindi il suo credito tra i vari Paesi dell’Eurozona, eliminando il rischio di avere un grande debitore insolvente, altro non fece che dare alle banche (appunto per lo più tedesche) i soldi stanziati per il salvataggio, decidendo quindi come la Grecia doveva usare i “suoi” soldi.

Non molto tempo dopo, la Suddeutsche Zeitung, uno dei principali quotidiani tedeschi, riportava che la Germania aveva guadagnato oltre 1,34 miliardi di euro di soli interessi derivanti dai prestiti concessi. Nel dettaglio, la banca statale Kreditanstalt Fur Wiederaufbau KFW incassò 393 milioni di euro di interessi, la stessa banca centrale tedesca Bundesbank ne incassò 952 derivanti dall’acquisto per la BCE dei bond ellenici sulla base del Securities Market Programme.

Erano poi stimati, sempre sulla base del SMP, un flusso di interessi entro la fine del 2017 per 1,14 miliardi di euro ed almeno 901 milioni di euro entro la fine del 2018. Di questi, un quarto dedicato esclusivamente alla Germania.

Ora, con Deutsche Bank e Commerzbank in piena crisi, la Germania potrebbe voler attuare un piano simile: niente coronabond ma applicazione del Mes per l’Italia.

Sospeso il patto di stabilità, abbiamo visto con quale forza si sia mossa la Germania mentre l’Italia ancora tentenna e l’utilizzo del Mes sarebbe quindi più vincolante per l’Italia, rispetto ai coronabond.

Il comportamento che sta mettendo in campo la Germania in merito ai piani di emergenza rispetto agli altri paesi, fa chiaramente intendere chi comandi in Europa e, come già successo, quali strategie si perseguano.

È altresì vero che si parla di un Mes con condizioni “soft”, ma tutto rimane ancora incerto e soggetto a negoziati. Di certo, la parola Mes evoca brutti ricordi.

Un piano di aiuti, poi, perché sia definibile come tale e perché i soldi arrivino all’economia reale evitando il rischio di farli rimanere in pancia alle banche, dovrebbe essere gestito come fanno Usa e Gran Bretagna: assegni inviati direttamente nei conti correnti dei cittadini (helicopter money o QE for the people).

Un’ alternativa sarebbe l’Italexit, che risulta comunque altamente complicata: basti pensare, a livello di emblemi e senza entrare in dettagli tecnici, che quando si parlava di Grexit (con un conseguente ritorno della Grecia alla dracma) addirittura l’allora Presidente Usa Barack Obama scese in campo più di una volta per evitarla.

L’Ue decide di non decidere: l’attesa sui coronabond porterà al MES

La Commissione europea non trova la quadra sui coronabond a causa della divisione di vedute tra Paesi del Sud e del Nord Europa.
Col passare del tempo ed una crisi da affrontare, il MES rimane l’unico strumento utilizzabile.

C’è un’emergenza dilagante. Meglio ancora, una pandemia.

E richiede quindi misure efficaci e soprattutto rapide in modo da intervenire in tutti i modi possibili al fine di sorreggere un’economia in totale arresto cardiaco.

Ecco quindi che si riunisce la Commissione europea per parlare di coronabond, ma l’esito è che decide non decidere.

Troppo grande la distanza tra i Paesi del Sud Europa (Italia, Spagna, Irlanda, Grecia, Lussemburgo, Francia, Belgio, Portogallo e Slovenia) e quelli del Nord Europa (Germania, Olanda, Austria e Finlandia) per riuscire a trovare un accordo.

I 27 leader dell’Ue si sono dunque dati appuntamento tra circa due settimane.

Il problema è che il tempo passa e la crisi si fa sempre più nera; vista la forte differenza nelle posizioni dei Paesi è altamente probabile che non se ne esca con un accordo neanche dopo il prossimo incontro.

Al momento ci sono sul piatto due pacchetti: il primo è il piano SURE da 100 miliardi di euro e che si sostanzia in una sorta di cassa integrazione o disoccupazione europea; il secondo è il pacchetto CRII+ che serve principalmente a snellire le fasi procedurali necessarie all’attuazione dei programmi.

Mentre il vice presidente della Bce, Luis de Guindos, ha rilasciato dichiarazioni alla radio spagnola Cope in cui si dichiarava a favore dei coronabond in quanto “si tratta di una pandemia che avrà ripercussioni su tutti” e che “è una crisi completamente diversa da quelle del 2008-2009-2010”, il premier olandese Rutte ha sottolineato la sua contrarietà ai corobond sostenendo che “l’Europa ha già i suoi strumenti, come il MES, che possono essere usati in modo efficace , ma con le condizionalità previste dai trattati” e concludendo infine con un secco “non posso prevedere alcuna circostanza in cui l’Olanda possa accettare gli eurobond”.

Nel frattempo gli industriali dell’automotive tedesco hanno chiesto alla Merkel di aiutare l’Italia e la Spagna, in quanto senza la componentistica proveniente da questi due Paesi sarebbe per loro impossibile produrre auto.

Ciò nonostante, la distanza di vedute sembra troppo forte per riuscire ad essere smorzata sfociando nei coronabond. Di contro il tempo passa e cittadini, partite iva ed azienda hanno urgente bisogno di aiuto: Unicredit ha stimato un calo del 15% del Pil italiano.

Sotto la forte spinta delle richieste d’aiuto che va a scontrarsi con le posizioni dei Paesi del Nord Europa, l’unica soluzione attuabile sembra davvero essere il MES, anche se poi questo costerà caro ai Paesi che ne dovranno usufruire.

Coronavirus e MES, Dragoni: “Il governo avvelena il pozzo”

Deplorevole, per ora, l’intervento dello Stato. Servono indennizzi, non prestiti.
I coronabond non arriveranno mai; il governo spinge per il MES perché è la loro unica possibilità per tornare al governo dopo i disastri fatti.

Siamo in piena crisi ormai da un po’, ma il governo latita negli aiuti concreti.

Se paragonato alle manovre degli altri Paesi, notiamo in particolare la poca efficacia del piano emergenziale, ma perché?

Ne abbiamo parlato con il dottor Fabio Dragoni, imprenditore ed editorialista per “La Verità”, “Scenari Economici” e “Milano Finanza”.

Dottor Dragoni, come valuta il pacchetto messo in campo finora dall’Italia?

“Guardi, la mia impressione è che l’Italia abbia fatto poco e male. A distanza di 36 ore non abbiamo ancora il decreto liquidità pubblicato.

Il premier appare in TV per dire “farò” anziché “ho fatto”; il Paese è nella confusione oltre che alla fame. In linea di principio agevolare il credito va bene, ma le imprese non possono sostituire il fatturato perso a causa del lockdown con altro credito: servono indennizzi a fondo perduto, una CIG per le imprese.

È una crisi simmetrica, in quanto riguarda tutto il mondo e non c’è un’economia che non sia da essa toccata; la differenza si avrà nel post epidemia e sarà data dalle risposte che i vari interpreti saranno in grado di dare.

I Paesi che hanno sovranità monetaria saranno capaci di rispondere, gli altri no.

Gioco forza, la zona euro andrà verso un’implosione ed il fatto che ancora oggi si stia a parlare di cosa si possa fare anziché aver agito adeguatamente in tempi e modi, ci dà già un’idea del fallimento del progetto europeo.

Siamo davanti alla crisi economica più devastante che si sia mai vista in tempo di pace per l’Italia, perché stiamo parlando di una crisi sia di domanda che di offerta con un impatto stimato, nella migliore delle ipotesi di una caduta del Pil del 8-9%. Se uno Stato non interviene in momenti come questi, quando possiamo sperare che lo faccia?”

Ha parlato di sovranità monetaria; ma, ad esempio, anche la Germania ha l’euro eppure non si è fatta problemi ad emettere un pacchetto ben più ampio rispetto a quello italiano, perché?

“Qui, dal mio punto di vista, ci sono più fattori che entrano in gioco, le cito quelli che secondo me sono i principali.

Il primo riguarda il conformismo intellettuale della nostra classe dirigente attualmente al governo, che la porta a pensare con i vecchi schemi ovvero alle classiche manovrine. Non sono assolutamente in grado di pensare a delle misure anticonvenzionali. E qui sinceramente mi lascia esterrefatto che, nonostante la sospensione del Patto di Stabilità e nonostante la Bce abbia detto che garantirà tutto quello che serve, il governo ancora non si muova.

Qui entra in gioco il secondo punto, che viene di conseguenza lecito pensare: stanno provando in tutti i modi ad infilare l’Italia nella trappola del MES.”

Perché definisce il MES una “trappola”?

“Con il MES potremmo mettere in campo un importo di 35-40 miliardi di euro, di cui il 18% sono già soldi italiani.

Inoltre, utilizzando il MES, si inserisce un creditore privilegiato (il MES stesso appunto) che comporta un aumento del rendimento dei titoli di Stato: i detentori di titoli di Stato venderebbero, sapendo che entra in gioco un creditore privilegiato rispetto a loto.

Infatti il MES è stato studiato per gli Stati che non hanno accesso al mercato dei capitali; ma noi non abbiamo assolutamente questo problema.

E poi, non ci è bastato vedere come sono andate le cose in Grecia?

Pensi, infine, che il MES è regolato da una legge del Lussemburgo, quindi se si contrae un debito tramite il MES bisogna ripagarlo in euro (o nella moneta nazionale del Lussemburgo): con questo escamotage si priva l’Italia di un’altra arma di potere negoziale che è quella inerente all’Italexit con il ritorno alla lira.

Di contro, non mi aspetto che Germania, Olanda, Austria e Finlandia scendano a patti ed accettino l’utilizzo dei coronabond, i quali comporterebbero il fatto che “tutti garantiscono per tutti”: se fossi un cittadini di questi Paesi non lo vorrei mai nemmeno io, anzi se un politico che li rappresenta li accettasse, possiamo stare sicuri che perderebbe tutti i suoi voti.”

Se il MES è una trappola, perché dovrebbero volerlo?

“Questo governo sa di avere vita breve e, quindi, cerca di lasciare il campo il più minato possibile per chi verrà dopo; in questo modo, chi governerà dopo di loro si dovrà trovare ad affrontare una miriade di problemi e le forza politiche attualmente al governo potranno usare questo fattore per sostenere che chi li ha sostituiti ha governato male.

Di fatto stanno avvelenando il pozzo, ma questo loro comportamento è un giochetto farà male a molti cittadini.”

Quindi, se la seguo correttamente, il MES è l’ultima carta che si può giocare l’attuale maggioranza al fine di tornare al governo cercando di scaricare le colpe su chi verrà dopo, visto che troverà una situazione disastrata e, come diceva all’inizio, la crisi è simmetrica ma la differenza la farà il modo di rispondere che avrà ogni Stato; lei cosa avrebbe fatto?

“Mi sembra ridicolo che gli aiuti dello Stato siano dei prestiti, che di conseguenza dovrò usare per pagare le tasse. Lo Stato, che mi obbliga a chiudere per motivi emergenziali, mi dovrebbe indennizzare.

Un modo potrebbe essere quello di prendere il fatturato di un’azienda (o la dichiarazione dei redditi di una partita iva), dividerlo per 365 e risarcire l’importo per ogni giorno di stop produttivo che il governo ha imposto.

Gli aiuti, poi, dovrebbero essere fatti come fatto negli Usa o in Gran Bretagna, ovvero direttamente nei conti correnti dei cittadini al fine che arrivino all’economia reale senza il rischio di restare in pancia alle banche…ma qui torniamo al punto fondamentale: la sovranità monetaria.”

Koronawirus, Garattini: “Włochy nieprzygotowane. Wykorzystajmy tę lekcję”

Z tej złej sytuacji musimy wyciągnąć wnioski: więcej pieniędzy na służbę zdrowia i badania.
Następnie musimy stworzyć protokoły i procedury, aby móc poradzić sobie z wszelkimi ewentualnymi sytuacjami kryzysowymi, które mogą się pojawić w przyszłości.

(Tłumaczenie Magda Żymła)
(Włoska wersja na link)

Naród w rozpaczy i niebezpieczeństwie, powalony na kolana przez wirusa.

Wróg, którego trzeba pokonać, a który ma dwie podstępne i przerażające cechy: niewidzialność i zaraźliwość.

Taki jest ogólny obraz sytuacji we Włoszech; rozmawialiśmy o tym z profesorem Silvio Angelo Garattinim, naukowcem i farmakologiem, prezesem i założycielem Instytutu Badań Farmakologicznych IRCCS im. Mario Negri.

Profesorze Garattini, gdzie rodzi się koronawirus?

“Z tego co powiedzieli wiarygodni wirusolodzy, prawdopodobnie pochodzi od nietoperza lub jakiegoś innego zwierzęcia, a następnie mutuje, aż do osiągnięcia zdolności do przenoszenia się na człowieka. Żyjąc w zglobalizowanym świecie, w kolejnym kroku  rozprzestrzenił się wszędzie; ślad wskazywałby na Włochy, a konkretnie,  “pacjentem 1” okazała się osoba z Codogno, a wirus dotarł tam z Niemiec.  Jest jednak wysoce prawdopodobne, że istniało wiele innych źródeł zarażenia.

Uważam natomiast, że nie ma podstaw do hipotezy, że został on stworzony w laboratorium”.

A dlaczego Włochy aż tak bardzo cierpią w tej sytuacji?

“Proszę spojrzeć, jest mnóstwo czynników do rozważenia. Pomyślmy tylko o tym, jak żyją ludzie, jakie są nasze zwyczaje i nasza mentalność: w porównaniu z takimi krajami jak Chiny, Japonia i Korea Południowa, jesteśmy przyzwyczajeni do wyrażania relacji międzyludzkich poprzez kontakt fizyczny, od banalnego uścisku dłoni po częste pocałunki i przytulanie. Błahy przykład: na meczu Atalanta-Walencja było 25.000 kibiców z Bergamo, którzy ściskali się i całowali, ciesząc się każdą zdobytą bramką; mógł to być ogromny detonator zarażenia.

Dodajmy do tego fakt, że na początku sytuacja kryzysowa była nieco bagatelizowana przez wszystkich i dlatego nie uruchomiono żadnego planu na wypadek epidemii i zrozumie Pan, że w przypadku wirusa tego typu, wysoce zaraźliwego i często bezobjawowego,  wystarczy naprawdę niewiele, aby doprowadzić do eksplozji zakażenia.

Powiedzmy, że było trochę niejasności; może podejście i postępowanie takie jak przyjęto w czasie epidemii afrykańskiego pomoru świń byłoby właściwe, ale oczywiście dziś łatwo o tym mówić.

Jak interpretować liczby związane z wybuchem epidemii?

“Zależy od tego, jak chcemy je przeanalizować oraz od tego, co chcemy zobaczyć: mogą powiedzieć wiele i nic jednocześnie. Aby sporządzić poprawną statystykę, powinniśmy najpierw wykonać testy sprawdzające obecność wirusa u wszystkich, wziąć pod uwagę tych, u których wynik testu okaże się pozytywny, a następnie obliczyć różne wskaźniki procentowe, które nas interesują (np. śmiertelność). Jedna z danych, która moim zdaniem jest ważna, jest związana z liczbą przyjęć do szpitala: jest bowiem wiele osób bezobjawowych lub takich, które dochodzą do zdrowia bez większych problemów (około 80%), ale istotne jest to, aby zrozumieć, jak wiele osób potrzebowało hospitalizacji, tak abyśmy mogli oszacować stopień intensywności wirusa.

Punktami odniesienia, które mamy do tej pory do dyspozycji, na potrzeby obliczeń statystycznych, są statek wycieczkowy “Diamond Princess” – dane zebrane przez burmistrza (który jest fizykiem) miasteczka Nembro oraz dane pochodzące z  Instytutu Nauk Polityki Międzynarodowej: są to przypadki obwodów zamkniętych, które pozwalają nam dokładniej policzyć to, co chcemy przeanalizować i z których wyłania się śmiertelność na poziomie około 1%”.

Myśli Pan, że można stworzyć szczepionkę? Jeśli tak, to czy da nam właściwą odporność, czy będzie to tak, jak z przypadkami grypy?

“Szczepionka będzie gotowa, miejmy nadzieję, do końca roku. Trwają prace nad szczepionką, która zapewni nam odporność, ale jest jeszcze za wcześnie, aby mieć taką pewność. Musimy być w stanie zrozumieć właściwości, z jakimi mutuje wirus; jeśli nie potrafimy stworzyć takiego, który daje odporność, stworzymy taki, w stylu szczepionki przeciwko grypie, to znaczy taki, który może zawierać twardy rdzeń informacji o wirusie, którego trzeba zwalczyć.

W związku z tym, w chwili obecnej nie możemy również przewidzieć tego, czy nadejdą drugie fale zarażeń, czy też nie, właśnie dlatego, że najpierw musimy zrozumieć, jak zachowuje się wirus. Prawdopodobnie jednak, podobnie jak grypa, będzie się on nieco mutować i wracać co roku; gdyby tak było, musielibyśmy zaszczepić się znacząco liczniej, zwłaszcza osoby z grupy ryzyka”.

Podczas gdy my czekamy na szczepionkę, nasza służba zdrowia załamuje się. Jaka jest Pana ocena tego aspektu?

“Po pierwsze, trzeba powiedzieć, że na szczęście istnieje publiczna służba zdrowia. Uważam również, że uczyniono wszystko, co było możliwe do zrobienia; to co zrobiły szpitale w Lombardii, a konkretnie z Bergamo, z trudem dokonałyby najlepsze szpitale na całym świecie.

Prawdziwy problem polega na tym, że personel medyczny był  nieprzygotowany i w związku z tym wielu pracowników nie było odpowiednio wyposażonych we wszystko, co niezbędne, aby móc poradzić sobie z infekcją wirusową.

Nawet dzisiaj mówi się o braku nie tylko wystarczającej ilości respiratorów, ale także masek”.

Z perspektywy swojego doświadczenia i prestiżowych funkcji, które Pan pełni, co może Pan zasugerować?

“Mam nadzieję, że kiedy ten zły czas się skończy, nie zapomnimy o wszystkim, unikając rozmowy o tym, ale skorzystamy z okazji, by się przygotować i wprowadzić odpowiednie procedury, naprawdę bez żadnych dyskusji.

Z mojego punktu widzenia, pragnę podkreślić w szczególności trzy elementy, które należy usprawnić.

Pierwszym z nich jest brak relacji pomiędzy rejonizacją a szpitalem: nasza mentalność jest ukierunkowana na szpital, podczas gdy osobiście uważam, że to rejonizacja właśnie powinna spełniać rolę dużego filtru. Zauważyliśmy, że lekarze ogólni nie odegrali wielkiej roli, ponieważ nie byli w stanie tego zrobić.

Druga dotyczy rezerw, jeśli chcemy je tak nazwać: mamy sporo broni, okrętów pancernych, samolotów, które są dostępne, w razie potrzeby; nie widzę powodu, dla którego nie miałoby być tak samo w przypadku sprzętu medycznego. Robimy to z powodów militarnych, ale dla zdrowia już nie?

Trzeci dotyczy tego o czym mówiliśmy wcześniej. Dziś wszyscy proszą badaczy i naukowców, aby działali, jak najszybciej, aby powiedzieli nam, co mamy robić itp., ale we Włoszech ograniczyliśmy badania do minimum, do tego stopnia, że jesteśmy na szarym końcu pod względem: inwestycji, liczby naukowców, ograniczeń dotyczących badań na zwierzętach, które, niezależnie od tego, jak bardzo są złe, są nam potrzebne, ponieważ niektórych badań nie można przeprowadzić na ludziach.

Jak mówiliśmy, jest to świat zglobalizowany: podróżujemy my, podróżuje nasz towar, podróżują  nawet bakterie i wirusy. Miejmy nadzieję, że to się już nigdy nie powtórzy, ale musimy być przygotowani na tego typu zagrożenia.”

Coronavirus e responsabilità: il governo prepara lo scudo penale

Gli stessi che volevano processare Salvini, ora preparano una legge che li renda non processabili per la gestione dell’emergenza.
La delibera del Consiglio dei Ministri del 31 gennaio metterebbe in luce il ritardo e la cattiva gestione.

Gli stessi che tanto spingevano per processare Matteo Salvini, ora che ci sono oltre 10.000 morti chiedono uno scudo penale per chi sta operando contro il coronavirus.

La richiesta è da un lato lecita e legittima, se parliamo di medici e personale sanitario: questi sono infatti stati buttati in pasto ad un’emergenza che non eravamo pronti a contrastare, dalle strutture alle attrezzature, fino al ridimensionamento del personale passando per la mancanza delle semplici mascherine.

Imputare colpe al personale medico impegnato in una battaglia contro un virus di cui ancora sappiamo poco o nulla, non è certo etico e corretto. Lo stesso personale medico e sanitario, infatti, nel combattere il virus in prima linea rischia la propria incolumità ogni istante.

Diversa è, invece, la responsabilità di chi governa: sono state prese tutte le precauzioni necessarie? Ci si è mossi in ritardo? É stato fatto tutto il possibile?

Sotto questo punto di vista, fanno rumore quel silenzio e quell’inattività intercorsi per più di un mese dalla dichiarazione dello stato d’emergenza avvenuto nel Consiglio dei Ministri il 31 gennaio 2020 e le precauzioni prese dal governo (approfondimento al link).

In sintesi, l’Italia ha dichiarato lo stato d’emergenza il 31 gennaio 2020 ma non ha fatto niente per più di un mese; le tardive decisioni prese sono state tutto ed il contrario di tutto (approfondimento al link). Gli aiuti economici, finora, decisamente insufficienti.

Proprio su queste basi, l’avvocato Di Carlo si è fatto portavoce di una class action che ha denunciato il premier Conte ed il ministro della Salute Speranza. L’accusa è la seguente:

Il governo sapeva dello stato d’emergenza, ma non ha tutelato l’interesse pubblico omettendo e rallentando la messa in sicurezza di tutta l’Italia.”

Carlo Taormina, avvocato ed ex parlamentare del centrodestra, ha poi parlato di oltre mezzo milione di adesioni alla sua denuncia contro il premier Giuseppe Conte.

La gestione italiana è stata inoltre criticata anche dall’Università di Harvard, che ha invece premiato il modus operandi attuato in Veneto dal governatore Zaia (approfondimento al link).

Preoccupato, il governo sta ora cercando di correre ai ripari. Ecco quindi che è stato approvato l’emendamento del Pd a firma del capogruppo Marcucci per uno scudo penale che protegga, come visto, non solo il personale medico e sanitario, ma anche per burocrati e dirigenti amministrativi.

La responsabilità dei medici in sede penale è già oggi limitata ai casi di colpa grave, quindi di fatto la tutela non è altro che ampliata a “funzionari ed agenti responsabili di condotte gestionali o amministrative poste in essere in palese violazione dei principi basilari delle professioni del Servizio sanitario nazionale”.

In buona sostanza: il governo sapeva ma non ha agito, si è mosso tardi e male? Nessun problema, si attiva uno scudo penale con buona pace per l’etica e le responsabilità.