Coronabond e Mes: l’Italia rischia di fare la fine della Grecia?

Germania, Olanda, Austria e Finlandia si dichiarano contrari ai coronabond. Ursula von Der Leyen li definisce uno slogan. Resta l’opzione Mes, ma cosa rischiamo come paese?

(Pubblicato per Wall Street Cina al link)

C’è fermento, sul tema dei coronabond.

I Paesi del Sud Europa, Italia in testa, li richiedono a gran voce. I Paesi del Nord Europa, si oppongono.

In particolare a dire no sono Germania, Austria, Finlandia e Olanda. Ed è proprio quest’ultimo paese ad essere forse il più agguerrito sul tema dei covid bond.

Il primo ministro olandese, Mark Rutte, si è fatto portavoce della campagna del “no” e a tal proposito il suo ministro delle Finanze, Wopke Hoekstra, ha addirittura attaccato l’Italia chiedendo come mai il Bel Paese non abbia approfittato della crisi del 2008 per risanare le proprie finanze.

Questa domanda, posta in termini di una esplicita accusa, ha portato il premier portoghese Antonio Costa a prendere le difese dell’Italia, definendo il commento di Hoeskstradisgustoso e privo di senso”.

Di contro, il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha definito i coronabonduno slogan”, salvo poi correggere il tiro ed ammorbidire i toni. Esattamente come fatto dal presidente della Bce, Christine Lagarde, quando dichiarò che “chiudere gli spread” non è compito della Bce, salvo poi rettificare le proprie dichiarazioni nei giorni successivi; ma nel frattempo le Borse erano crollate e lo spread Btp-Bund schizzato in alto.

L’emergenza però non può attendere tempi di risposta e coordinamento così lunghi. Se non si può contare sui coronabond, almeno nel breve termine, cosa si può fare?

L’alternativa è rappresentata dal Mes (meccanismo europeo di stabilità), per il quale il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’economia Roberto Gualtieri spingono molto (con modalità che hanno tuttavia suscitato più volte agitazioni tra i partiti dell’opposizione ma anche all’interno della maggioranza Pd-M5S). Il suo utilizzo, inoltre, riporta alla memoria la gestione della crisi in Grecia.

Il rischio è proprio quello di finire come la Grecia: disoccupazione alle stelle, potere d’acquisto delle famiglie e qualità della vita in calo drastico, porti ed aeroporti venduti a Germania e Cina, isole cedute all’asta ad acquirenti privati.

Quando si decise di salvare la Grecia, la Germania era già troppo sbilanciata con i crediti verso gli ellenici per poter stanziare ulteriori aiuti economici (i debiti della Grecia erano infatti quasi totalmente nei confronti dei tedeschi, in quanto la Germania era ed è l’unico Paese dell’Eurozona con un forte surplus; questo significa che può concedere prestiti senza problemi, anzi ne può trarre vantaggio in termini di interessi o godere della forza di paese creditore).

Di conseguenza iniziarono i summit europei per decidere come affrontare la questione; a questi incontri, l’Italia al tempo rappresentata da Matteo Renzi, non venne nemmeno chiamata a partecipare ma si decise comunque che doveva stanziare 48,2 miliardi di euro per il piano di salvataggio.

Se andiamo ad analizzare come furono usati i fondi stanziati, capiamo quale fosse la vera faccia del piano chiamato “salva Grecia”: lo studio della European School of Management and Technology di Berlino mette in evidenza che dei 220 miliardi di euro versati alla Grecia sotto forma di prestiti, 209 miliardi sono serviti a ricapitalizzare le banche europee. Solo il 5% è effettivamente finito nelle casse del governo di Atene. Sono dunque stati salvati banche ed altri creditori privati, più che la Grecia  il popolo greco.

La Germania divise quindi il suo credito tra i vari Paesi dell’Eurozona, eliminando il rischio di avere un grande debitore insolvente, altro non fece che dare alle banche (appunto per lo più tedesche) i soldi stanziati per il salvataggio, decidendo quindi come la Grecia doveva usare i “suoi” soldi.

Non molto tempo dopo, la Suddeutsche Zeitung, uno dei principali quotidiani tedeschi, riportava che la Germania aveva guadagnato oltre 1,34 miliardi di euro di soli interessi derivanti dai prestiti concessi. Nel dettaglio, la banca statale Kreditanstalt Fur Wiederaufbau KFW incassò 393 milioni di euro di interessi, la stessa banca centrale tedesca Bundesbank ne incassò 952 derivanti dall’acquisto per la BCE dei bond ellenici sulla base del Securities Market Programme.

Erano poi stimati, sempre sulla base del SMP, un flusso di interessi entro la fine del 2017 per 1,14 miliardi di euro ed almeno 901 milioni di euro entro la fine del 2018. Di questi, un quarto dedicato esclusivamente alla Germania.

Ora, con Deutsche Bank e Commerzbank in piena crisi, la Germania potrebbe voler attuare un piano simile: niente coronabond ma applicazione del Mes per l’Italia.

Sospeso il patto di stabilità, abbiamo visto con quale forza si sia mossa la Germania mentre l’Italia ancora tentenna e l’utilizzo del Mes sarebbe quindi più vincolante per l’Italia, rispetto ai coronabond.

Il comportamento che sta mettendo in campo la Germania in merito ai piani di emergenza rispetto agli altri paesi, fa chiaramente intendere chi comandi in Europa e, come già successo, quali strategie si perseguano.

È altresì vero che si parla di un Mes con condizioni “soft”, ma tutto rimane ancora incerto e soggetto a negoziati. Di certo, la parola Mes evoca brutti ricordi.

Un piano di aiuti, poi, perché sia definibile come tale e perché i soldi arrivino all’economia reale evitando il rischio di farli rimanere in pancia alle banche, dovrebbe essere gestito come fanno Usa e Gran Bretagna: assegni inviati direttamente nei conti correnti dei cittadini (helicopter money o QE for the people).

Un’ alternativa sarebbe l’Italexit, che risulta comunque altamente complicata: basti pensare, a livello di emblemi e senza entrare in dettagli tecnici, che quando si parlava di Grexit (con un conseguente ritorno della Grecia alla dracma) addirittura l’allora Presidente Usa Barack Obama scese in campo più di una volta per evitarla.

Autore: Francesco Puppato

Vive in Polonia dove ricopre il ruolo di Plants Controller per Rosa Europe; parla quattro lingue (italiano, inglese, polacco e francese) ed ha precedentemente lavorato nel dipartimento finanziario della Holding Orange1. Laureato in Economia Aziendale con indirizzo in Management ed Organizzazione presso l'Università degli Studi di Udine, ha anche un Master in "Gestione delle Risorse Umane ed Organizzazione del Lavoro" conseguito presso lo stesso ateneo. Dal 2015 al 2020 ha curato la rubrica "About economy and Social Equity"  per la rivista "Economia - ecaroiundworld", dal 2017 al 2019 ha collaborato con "Wall Street Italia", nel 2019 con "Economista.info" mentre dal 2020 collabora con "Wall Street Cina" e "Gazzetta Italia". Founder di "General Magazine", ha ottenuto, tra gli altri, il patentino Bloomberg, l'Europass Mobilità e l'ECDL.

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