Pagamenti elettronici, Montanari: “c’è un secondo fine”

Tanto voluta dal governo e dalle forze politiche liberali, l’eliminazione del contante è stata frenata anche dall’Ue.
Fatti passare come vaccino per l’evasione, portano con sé rischi più insidiosi per la società.

(Versione polacca al link – traduzione di Aneta Chruscik)
(Versione inglese al link – traduzione Jolanta Micinska-Hercog)

Il governo spinge sull’eliminazione del contante; ed i decreti emessi vanno in questo senso, portando le soglie massime di pagamento tramite cash prima a 3.000 euro, poi, a 2.000 ed infine a 1.000 euro nel giro di circa un paio d’anni.

Il motivo principale, o almeno quello sbandierato, è la lotta all’evasione (benché ci basti guardare il recente scandalo Wirecard per capire che l’argomento non regge). Eppure anche l’Ue, in una lettera del 16 dicembre scorso in cui invita il governo italiano ad andarci piano, mette in luce che l’eliminazione del contante ha già avuto degli effetti negativi in Spagna ed in Grecia. Inoltre, tra i sette punti presenti nella lettera, fa notare anche che per eliminare il contante bisogna garantire l’equità nell’utilizzo di un mezzo di pagamento alternativo, tradotto: se si vuole eliminare il contante, bisogna che sui cittadini non ricadono i costi di gestione del nuovo mezzo di pagamento (siano essi le commissioni o gli acquisti dei dispositivi elettronici).

Infine, l’Ue tocca anche un altro punto: il contante favorisce la corretta gestione del denaro aiutando ad averne una giusta percezione, in quanto favorisce il controllo della spesa.

Di questo, ne aveva già parlato Alessandro Montanari, giornalista euroscettico ed autore tv (sue le trasmissioni “Lultimaparola” (Rai2) e “La Gabbia” (La7) ed oggi su Rete 4 a “Stasera Italia”), autore di un libro che fin dal titolo ha fatto molto parlare di sé: “Euroinomani”, edito da Uno Editori.

General Magazine è voluto tornare sul tema ed affrontare proprio con Montanari quelle tematiche che prima di altri aveva avuto il guizzo di individuare.

Montanari, concorda sul fatto che con l’eliminazione del contante si risolverebbe il problema dell’evasione?

“La si limiterebbe, direi; il fatto che senza contante non ci sia evasione non è stato provato da nessuna parte. E poi ci proteggerebbe solo dall’evasione dei piccoli ma non dall’elusione dei grandi capitali, che è poi quella che genera gli ammanchi nelle casse degli Stati.

Lei, prima di altri se non di tutti, ha individuato dei punti critici nell’eliminazione del contante: ce ne parla?

“Tralasciamo i pro ed i contro che tutti conosciamo, trascuriamo anche la possibilità di un blackout (che comunque dovrebbe farci riflettere visto che ci lascerebbe tutti nel caos), accantoniamo anche la questione dei costi sulla quale è già intervenuta l’Ue, come hai detto, e partiamo da una considerazione: contante e carte sono entrambi mezzi di pagamento ma uno è anche valore in sé mentre l’altro è solo un mezzo di pagamento che, infatti – vedi le carte di credito – può anche non prevedere sul conto corrente sottostante il valore necessario all’acquisto del bene che vogliamo comperare”.

Dove vuole arrivare?

“Vi invito a pensare a che cosa vuol dire smaterializzare il denaro, a che effetti avrebbe sulle nostre abitudini e sul nostro stile di vita ma, ancora di più, sullo stile di vita delle generazioni future, quelle che, da bambini e da ragazzi, non avranno fatto, come noi, l’esperienza del denaro contante. Ci si pensa di rado, ma il contante conduce quasi automaticamente al risparmio e al consumo responsabile. Quando paghi col contante, ad esempio, acquisti un bene solo se hai il denaro sufficiente per comprarlo e se ce l’hai in quel momento. Tutti quelli della mia generazione, da piccoli, sono stati educati al risparmio con un banale esperimento tattile e visivo, quindi molto materiale e molto comprensibile per chiunque. Gli stessi nonni che ci regalavano le mancette, ci regalavano di solito anche un salvadanaio. Se qualcuno ti faceva un regalino, i soldi li mettevi lì. E lì li accumulavi, così come ci insegnavano i grandi, per poi poterti comprare, da solo, il gioco che sognavi. E allora risparmiavi, settimana dopo settimana, piccolo sacrificio dopo piccolo sacrificio, per poi arrivare, trionfante ed emozionato, nel negozio e comprare la tanto agognata bicicletta, facendo così la tua prima ed istruttiva esperienza di consumo responsabile. Aggiungo che quell’attesa sfibrante aveva anche un altro valore: ci insegnava a desiderare e a selezionare i desideri, scartando quelli superflui perché futili o al di fuori della nostra portata.”

E tutto questo coi pagamenti elettronici si perde?

“Se parliamo di pedagogia, di bambini che diventeranno ragazzi e poi adulti, io dico di sì: si perde irrimediabilmente. Ai bambini di domani, abolendo il contante, non potremo mettere in mano monetine o banconote da infilare in un salvadanaio e va da sé che sarà impossibile spiegargli che una certa moneta equivale a un ghiacciolo mentre una certa banconota equivale a un gelato mentre un gruppetto delle stesse banconote può trasformarsi, magicamente, in una bicicletta. Dovremo aspettare che crescano per poi, da ragazzi, mettergli in mano una carta che fatalmente sarà di debito ma anche di credito (vedrete se non sarà così…). Quella carta per lui non rappresenterà tanto un valore, accumulato nel tempo, ma la chiave d’accesso a un consumo immediato e illimitato. I ragazzi non dovranno più desiderare, fare sacrifici e risparmiare, magari mettendo in discussione i propri desideri, selezionandoli e scartandoli: potranno comprare tutto ciò che vogliono nell’attimo stesso in cui lo desidereranno, con un clic dal divano. E per comprarlo non sarà nemmeno necessario disporre di tutti i soldi che occorrono. Con la carta di credito, infatti, avviene questo: nello stesso momento in cui desideri, compri, mentre i soldi li darai poi. Mi correggo, i soldi “li troverai” poi. Dico “troverai” perché questo sistema pare fatto apposta per indebitarci. Ma le persone indebitate possono dire molti meno “no” di chi ha dei risparmi. E’ prevedibile, ad esempio, che a risarcimento della loro fatica e del loro ingegno siano costretti ad accettare stipendi non dignitosi, quando non addirittura umilianti. Detto in altri termini, più ti indebiti più sarai ricattabile e mansueto. E’ inevitabile. Sarà per questo che l’eliminazione del contante piace così tanto al sistema?”

Friuli Venezia Giulia: persi 18.000 residenti in sei anni

Crollo delle nascite e fuga dei giovani all’estero le due principali cause.
Udine e Trieste le province più colpite; media in aumento.

Forte calo della popolazione in Friuli Venezia Giulia: la regione ha perso in sei anni 18.000 residenti.

I due principali motivi sono il crollo della natalità ed il trasferimento all’estero da parte di molti giovani; lo dice l’”Ansa” che, a sua volta, pubblica uno studio nato dalla rielaborazione dei dati Istat del ricercatore Ires Fvg Alessandro Russo.

Il ricercatore evidenzia come al primo gennaio del 2019 i residenti friulani fossero 1.215.537 mentre un anno dopo, al primo gennaio del 2020, la quota fosse diminuita di 4.180 unità facendo assestare il totale a 1.211.357 residenti.

Sei anni il Friuli Venezia Giulia contava poco meno di 1.230.000 residenti, ovvero 18.000 in più rispetto all’attuale cifra.

Più nel dettaglio, il calo si è sostanziato nelle province di Udine (-2.758 unità, pari al -0,52%) e Trieste (-945 residenti, pari al -0,40%). Hanno invece retto un po’ meglio l’urto le province di Gorizia (-0,24%) e Pordenone (-0,05%).

Proprio Pordenone, invece, a livello comunale è riuscita ad incrementare i propri residenti di 159 unità (equivalenti al +0,31%). In onda positiva, sempre a livello comunale, anche Monfalcone (+304 unità, pari al +1,07%).

La disamina conclude mettendo in luce che nel 2019 le nascite sono calate di circa 3.000 unità, facendo registrare la soglia più bassa almeno dai primi anni Novanta, e che prende sempre più piede l’emigrazione all’estero. In quest’ultimo caso, parliamo soprattutto di giovani con titoli di studio elevati.

Nel corso del 2019 il numero degli italiani residenti in Friulia Venezia Giulia che hanno deciso di trasferirsi all’estero è stato all’incirca pari a 3.500 unità, che mette in luce una media in aumento.

Vaccini: l’inchiesta svizzera e la Polonia unico Paese a dire no

Corsa all’acquisto per milioni di euro di vaccini poi mai utilizzati; chi li ha, cerca di rivenderli prima che scadano. L’Oms, attaccato, cambia la definizione di “pandemia”.
L’ex ministro polacco alla Salute non ne comprò neanche uno, ma la Polonia non subì alcuna epidemia.

È una frenetica corsa al vaccino, quella per il coronavirus.

La pandemia da Covid19 che ha colpito il mondo intero seminando panico e terrore, ha visto e tutt’ora vede diversi punti di vista darsi battaglia in merito a come sia meglio affrontare e gestire l’emergenza.

Ma, ancor prima, la battaglia riguarda il capire di cosa realmente si stia trattando. Dalle posizioni definite “complottiste” che individuano nel vaccino solo il grande business (approfondimento al link), a chi sostiene che il vaccino sia utile ed arriverà, si spera, entro la fine dell’anno (approfondimento al link).

Un caso su tutti, però, spicca agli occhi: è quello della Polonia, con l’allora ministro alla Salute Ewa Kopacz, che fu l’unico Paese a non comprare neanche una dose di vaccino in occasione dell’epidemia di H1N1.

Paesi di tutto il mondo scatenarono una corsa all’acquisto dei vaccini, che rimasero poi in molti casi addirittura inutilizzati (nel video sotto riportato si vedono le quote inutilizzate su quelle acquistate).

A livello europeo si spesero circa 5 miliardi di euro, a livello mondiale circa 18 miliardi di euro.

La Svizzera, per esempio, ha venduto all’Iran 750.000 dosi prima che scadessero.

L’Oms, che ha recentemente subìto il ritira degli Usa dall’Organizzazione da parte del presidente americano Donald Trump (approfondimento al link), attaccato sul tema, modificò la definizione di “pandemia” sul suo sito. La definizione medesima passa da “malattia che si diffonde molte velocemente e causa un gran numero di malati gravi e di morti” ad una definizione che non parla di morti e malati, non facendo più percepire la differenza tra influenza pandemica ed influenza stagionale.

L’Oms, a sua volta, si è giustificato definendo l’accaduto come un equivoco.

Di seguito il video con l’inchiesta:

Żyjąc z wirusem

„Kto chce zachować swoje życie, straci je!”
Ewangelia św. Łukasza 9,24.

(Włoska wersja na link)

Artykuł profesora Paolo Becchi – były badacz na Uniwersytecie Saary w Niemczech, stypendysta Deutscher Akademischer Austauschdienst (DAAD), a następnie Alexandre von Humboldt-Stiftung, wykładowca na szwajcarskim Uniwersytecie w Lucernie i obecnie profesor filozofii prawa na Uniwersytecie w Genui.

Lecz jak mielibyśmy nie brać udziału w tej „wojnie” z niewidzialnym i podstępnym wrogiem, dopóki nie zakończy się ona jego całkowitą klęską, jego unicestwieniem? W wojnie, która powinna zakończyć się naszym zwycięstwem? I do tego odnosi się wrażenie, że byłoby to swojego rodzaju nowe „okaleczone zwycięstwo”. O, tak! Po bezwzględnym wezwaniu „zostańcie w domu!”, nowe, które będzie nam towarzyszyć w najbliższych miesiącach, a może i dłużej, może nawet na zawsze, wkrótce będzie miało swoje oficjalne brzmienie: „żyjcie z wirusem!”

Po pozostawieniu tysięcy zabitych na polu walki z wrogiem, teraz mamy nauczyć się z nim żyć? To bardzo dziwna wojna z wirusem prowadzona z kanapy w domu lub z łóżka na oddziale intensywnej terapii. Lecz jeszcze dziwniejsze jest to, że musimy nauczyć się żyć z wirusem. Co to znaczy żyć z wirusem? Pierwszą i najbardziej powierzchowną odpowiedzią może być to, że musimy żyć z Chinami. Wirus jest chiński i życie z nim oznacza życie z Chinami. W skrócie oznacza to przyzwyczajenie się do faktu, że Chiny stały się potęgą zajmującą przestrzeń geopolityczną i że zawsze mogą stać się „wirusowe” i łatwo rozprzestrzeniające się.

Spróbujmy jednak głębiej się nad tym zastanowić, mając nadzieję, że nie dotrzemy do sedna sprawy. Jeśli jest coś, czego nauczył nas ten wirus, to jest to, że byliśmy i nadal jesteśmy gotowi zrobić wszystko, aby ocalić nasze życie.  O jakim życiu mowa?

Wyjaśnijmy to. Arystoteles już wcześniej odróżniał życie jako „bios” od życia jako „zoé„. Zoé to “nagie życie”, prosty fakt życia, życia, dzięki któremu biologicznie istniejemy; bios, przeciwnie, to życie, którym żyjemy, życie uwarunkowane sposobem w jakim je przeżywamy: to „stan życia”, „nadanie sensu zoé”. „Kwarantanna” to nic innego, jak nasze wyrzeczenie się każdego „stanu życia”, w imię „nagiego życia”.  Ale czymże jest „nagie życie”, pozbawione wszelkich cech życie, które nie będąc życiem, jest niczym? Sam wirus jest tym życiem, w jego skrajnej formie: życiem tak „nagim”, że nawet nie wiemy, czy jest naprawdę „żywy” czy nie. Fałszywie żywy, fałszywie śmiertelny, wciąż nieproszony gość, intruz. Czy wirus jest życiem? To pytanie, na które nauka nie jest jeszcze w stanie odpowiedzieć. Być może nie na każde pytanie da się odpowiedzieć. „Nauka”, „wirusolodzy” (cóż to za spektakl ci eksperci, zdolni podsycać zbiorową panikę i którzy mówią nie wiedząc nawet o czym mówią!) w rzeczywistości nawet nie potrafią powiedzieć, czym jest „wirus”, ale to oni decydują teraz o naszym życiu i śmierci. To nie przypadek. To oni jako pierwsi przy zastosowaniu technik reanimacji oraz przeszczepów narządów rozdzielili to, co w człowieku było nierozłączne: życie czysto fizyczne i życie biograficzne. Nie, nauka i medycyna nie uodpornią nas na tego wirusa.

Co nam zatem pozostaje? Może uda nam się przejść od fizyki do metafizyki, lub jak kto woli, do „biologii filozoficznej”, o której mówił Hans Jonas. „Nagie życie” wirusa – pozbawione przemiany materii? – lub bardziej: nie-życie. Byt pozbawiony istnienia. A jeśli życie to nie jest życiem, to także nie umiera. Oto dlaczego nie pozostaje nam nic innego jak żyć z tym wirusem.

Ale czy ma sens żyć z nim, przystosowując się jak dotychczas, do jego poziomu, do nagiego życia przeciwko nagiemu życiu? Oto egzystencjalne pytanie na kilka kolejnych miesięcy, a może i lat. Nic już nie będzie takie jak kiedyś. Źle zrobiliśmy sprowadzając wszystko do „nagiego życia”, i teraz jesteśmy zmuszeni z tym żyć. Życie z koszmarem, paniką, obsesją na punkcie wirusa. Na zewnątrz, owszem, ale w rękawiczkach i maskach. Czy już na zawsze pozostaną częścią naszego ubioru, jak krawaty i szale? Czy nauczymy się całować z maską bez kontaktu języków, a może przez prezerwatywę? Czy będziemy się przytulać na odległość? Zajęcia na uniwersytetach i w szkołach będą odbywać się na odległość? Z drugiej strony może będziemy szczęśliwi (szczęśliwi?), że jesteśmy w ciągłym kontakcie przez Whatsapp, Facebooka, Twittera, Instagram, bardzo blisko w świecie wirtualnym, lecz oddaleni o dwa metry w świecie rzeczywistym?

Pozostaje jednak pytanie, czy możliwe jest zbudowanie autentycznej „Gemeinwesen„, ludzkiej wspólnoty, opartej na dystansie. Nie na dystansie społecznym – różnice społeczne istniały zawsze – ale na dystansie między ludźmi, między ciałami. Widzieć się, słyszeć, ale nie dotykać? Nie móc nawet pieszczotliwie pogłaskać twarzy drugiej osoby? A jednak sam Arystoteles jako pierwszy nauczał, że jedynym zmysłem, bez którego nie da się żyć, jest właśnie dotyk.

A my podążamy właśnie w tym kierunku. W kierunku społeczeństwa bezkontaktowego lub z kontaktami ograniczonymi do minimum. To oznaczałoby zwycięstwo wirusa. Żyć z wirusem w ten sposób, to jak przyznać się do porażki. Odejdzie sam, podążając za prawami swojej natury, lecz naszą naturę zdążył już zmienić. Bezpieczeństwo tkwi w dystansie. A nawet na dystans odzież ochronna będzie obowiązkowa: dla każdego maski i rękawiczki. Nagie życie zwycięży wtedy nad naszymi nawykami, naszymi historiami, naszym życiem. Ale czy nie-bycie człowieka jest naprawdę czymś straszniejszym niż autentyczne nie-istnienie? Prościej: czy przetrwanie nagiego życia jest naprawdę najwyższą instancją? Z punktu widzenia darwinizmu społecznego na pewno tak jest. Ale to nie dotyczy innych punktów widzenia. Wystarczy pomyśleć o Walterze Benjaminie: „Człowiek w żaden sposób nie współgra z nagim życiem”(der Mensch fällt eben um keinen Preis zusammen mit dem blossen Leben). Tranchant. Człowiek nie żyje jak roślina. A nawet jeśli dzisiaj się tak zdarza, to mamy do czynienia z tragiczną rzeczywistością wykreowaną przez techniki reanimacyjne. Ale dla człowieka liczy się nie tylko „nagie życie”, liczy się przede wszystkim opowieść o życiu, życiu żywym.

Przecież właśnie dlatego prawa podstawowe, takie jak wolność osobista, swoboda przemieszczania się, wolność wyznania, a nawet swoboda wypowiedzi, upadały jeden po drugim jak żołnierze wysyłani na rzeź. Bo jeśli wszystko to, co ma znaczenie, oznacza po prostu „ratowanie” nagiego życia, to każdy ruch jest dozwolony. Bariera ta została znacznie przekroczona za sprawą niecywilizowanego, barbarzyńskiego, bezlitosnego leczenia zarezerwowanego dla pacjentów zakaźnych. Mężczyźni i kobiety zostali pozostawieni sami sobie na śmierć, nie mogąc nawet po raz ostatni zobaczyć swoich krewnych, a ich ciała spalono jako toksyczne odpady. Czy w takiej sytuacji mówienie o prawach i prawie nadal ma sens? A wychodząc od praw łatwo przejść do  kwestionowania porządku konstytucyjnego. Aby stawić czoła kryzysowi sanitarnemu prawa i prawo zostały zneutralizowane, zawieszone. Wystarczą „krzyki” telewizyjne Szefa poprzedzające jego działania administracyjne, które mają na celu ratowanie „naszego życia”. Czy to możliwe, że przyszło nam to wszystko zaakceptować? Czy pozostała jeszcze jakaś nadzieja?

Relacjonowany w wiadomościach przypadek dziadka z Savony, który nie mogąc dotknąć swojego wnuka, wolał się zabić, to nareszcie jeden z nielicznych przypadków człowieka, który wygrał walkę z wirusem. Dziadek, jak na swój wiek, był z pewnością bezbronnym podmiotem, bardziej narażonym na zarażenie, lecz dla niego istniało coś ważniejszego niż nawet jego własna osoba, coś wyższego niż samo przetrwanie. Dla niego najważniejsze było życie z wnukiem, a z tego nie mógł i nie chciał zrezygnować. Przetrwanie samo w sobie: to już nie było dla niego Życie.

Con-vivere col virus

“Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà” (Luca 9,24).

Articolo a cura del professor Paolo Becchi, già ricercatore in Germania nella Università di Saarland, borsista prima del Deutscher Akademischer Austauschdienst (DAAD) e poi della Alexander von Humboldt-Stiftung , ha insegnato anche in Svizzera presso l’Università di Lucerna, ed è attualmente professore ordinario di Filosofia del Diritto presso l’Università di Genova.

(Versione polacca al link)

Ma come, non dovevamo combattere fino in fondo questa “guerra” contro un nemico invisibile e insidioso, sino alla sua totale sconfitta, sino al suo annientamento? Una guerra che si sarebbe dovuta concludere con la nostra vittoria ? Ed invece si ha come l’impressione che si tratterà di una nuova “vittoria mutilata”. Eh, sì! Perché, dopo l’imperativo categorico del “restate a casa!”, farà presto il suo ingresso ufficiale il nuovo imperativo – che ci accompagnerà nei prossimi mesi, o forse più a lungo o forse addirittura per sempre:  “convivete col virus!”.

Dopo aver lasciato sul campo migliaia di morti per contrastare (malamente) il nemico, ora dobbiamo imparare a convivere con lui? È una guerra ben strana questa contro il virus fatta dal divano di casa o da un letto di terapia intensiva. Ma ancora più strano è ora dire che dobbiamo  imparare a convivere con il virus. Cosa vuol dire convivere con il virus? La prima e più superficiale risposta potrebbe essere che dobbiamo convivere con la Cina. Il virus è cinese e convivere con lui significa convivere con la Cina. Vuol dire, insomma, abituarsi al fatto che la Cina è diventata una potenza che occupa uno spazio geopolitico, e che può sempre diventare “virale”.

Cerchiamo però di andare più a fondo, sperando di non andare a fondo. Se c’è qualcosa che questo virus ci ha insegnato, è che siamo stati, e siamo ancora, disposti a tutto pur di mettere in salvo le nostre vite.  Ma di quali vite stiamo parlando?

Cerchiamo di spiegare il punto. Già Aristotele aveva distinto la vita come “bios” dalla vita come “zoé”. Zoé è la “nuda vita”, il semplice fatto di vivere, la vita mediante la quale siamo in vita; bios, al contrario, è la vita che viviamo, la vita qualificata dal modo con cui la viviamo: è la “condizione di vita”, il “come di una zoé”. La “quarantena” allora non rappresenta altro che questo: la rinuncia, da parte nostra, ad ogni “condizione di vita”, in nome della “nuda vita”.  Ma che cos’è questa “nuda vita”, questa vita spogliata di ogni attributo, una vita che non è nulla, se non vita? Il virus stesso è questa vita, nella sua forma estrema: una vita tanto “nuda” che neppure sappiamo se sia realmente “vivo” o no. Finto vivente, finto mortale, comunque un ospite indesiderato, un intruso. Il virus è vita? È un interrogativo a cui la scienza non ha saputo ancora rispondere. Non tutte le domande forse possono avere una risposta. “La scienza”, “i virologi” (che spettacolo questi esperti, capaci di alimentare il panico collettivo e che in fondo parlano senza sapere di cosa stiano parlando!) non sono infatti neppure in grado di dire che cosa sia un “virus”, ma sono loro ora a decidere della nostra vita e della nostra morte. Non è casuale. Sono loro infatti che per primi con le tecniche di rianimazione e del connesso trapianto di organi hanno separato ciò che nell’uomo era inseparabile: la vita meramente  fisica e la vita biografica. No, no,  la scienza e la medicina  non ci immunizzeranno da questo virus.

E allora cosa ci resta? Forse possiamo passare dalla fisica alla metafisica, o se volete alla “biologia filosofica”, in senso jonasiano. La “nuda vita” del virus – priva di metabolismo? – può anche essere non vita. Un essere privo di esistenza.  E se è vita che non è vita, allora neppure muore. Ecco, allora, perché non ci resta che con-vivere col virus.

Però ha senso conviverci ponendoci, adattandoci come abbiamo fatto finora, al suo stesso livello, nuda vita contro nuda vita? Ecco l’interrogativo esistenziale dei prossimi mesi, o forse anni. E sì, perché niente sarà come prima. Siamo partiti con il piede sbagliato riducendo tutto alla “nuda vita” e ora ci troviamo costretti a convivere con essa. Convivere con l’incubo, con il panico, con l’ossessione da virus. Fuori sì, ma con guanti e mascherine che diventeranno per sempre parte del nostro abbigliamento come le cravatte e i foulard? Impareremo a baciare con la mascherina senza il contatto delle lingue, o magari utilizzando un apposito profilattico? Gli abbracci avverranno a distanza? L’università e le scuole saranno a distanza? D’altro canto magari  felici (felici?) per il fatto di poter essere in contatto continuo su whatsapp, facebook, twitter, Instagram, vicinissimi nel mondo virtuale, ma a due metri di distanza nella realtà?

Resterebbe però da chiedersi se sia possibile costruire un “Gemeinwesen” autentico, una comunità umana, basato sulla distanza. Non sulla distanza sociale – le differenze sociali sono sempre esistite – ma sulla distanza tra le persone, tra i corpi. Guardare, sentire, ma non più toccare? Neppure sfiorare con una carezza il volto dell’altro? Eppure proprio Aristotele aveva insegnato, lui per primo, che l’unico senso senza il quale non si può vivere è proprio il tatto.

E noi stiamo andando esattamente in questa direzione. Una società senza contatti o con contatti ridotti al minimo. Questa sì che sarebbe la vittoria del virus. Convivere in questo modo col virus significa ammettere la nostra sconfitta. Lui se ne andrà per conto suo seguendo le leggi della sua natura ma avendo già modificato la nostra natura. La sicurezza starà nella distanza. E anche a distanza dei dispositivi di protezione saranno obbligatori: mascherine e guanti per tutti. La nuda vita avrà allora vinto sulle nostre abitudini, sulle nostre storie, sulle nostre vite, sulla nostra vita. Ma il non-essere dell’uomo è davvero qualcosa di più terribile del non-esserci-più in modo autentico?   Più banalmente: la sopravvivenza della nuda vita è davvero l’istanza suprema? Dal punto di vista del darwinismo sociale è certo così. Ma  questo non vale per altri punti di vista. Basti pensare a Walter Benjamin: “L’uomo non coincide in nessun modo con la nuda vita” (der Mensch fällt eben um keinen Preis zusammen mit dem blossen Leben). Tranchant. L’uomo non vive semplicemente come una pianta. E se qualche volta oggi questo succede ci troviamo di fronte ad una tragica realtà prodotta dalle tecniche di rianimazione. Ma per l’uomo non conta  solo la “nuda vita”, ciò che conta è  soprattutto la storia di una vita, la vita vivente.

In fondo, è per questo che diritti fondamentali come la libertà personale, la libertà di circolazione, le libertà religiose e persino la libertà di espressione  sono caduti uno dopo l’altro come soldati mandati al macello. Perché se ciò che conta è semplicemente “salvare” la nuda vita, allora tutto è permesso. Il limite è stato abbondantemente  superato col trattamento incivile, barbaro, privo di qualsiasi pietà, riservato ai malati contagiosi. Uomini e donne lasciati morire soli, senza che abbiano potuto neppure vedere un’ultima volta i propri congiunti e i loro cadaveri bruciati come rifiuti tossici. Parlare di diritti e di diritto ha dunque ancora un senso, in una situazione come questa? E dai diritti si è facilmente passati a mettere in discussione l’ordinamento costituzionale. Per farsi carico dell’emergenza sanitaria diritti e diritto sono stati neutralizzati, sospesi. Bastano “le grida” televisive del Capo  che anticipano i suoi atti amministrativi, volti  a salvare le “nostre vite”. Possibile che siamo arrivati ad accettare tutto questo? C’è ancora una speranza?

L’episodio – riportato dalle cronache – di un nonno di Savona che, non potendo più toccare il suo nipotino, ha preferito uccidersi, in fondo è quello di un uomo – di uno dei pochi – che ha vinto la battaglia contro il virus. Il nonno per la sua età era certo un soggetto vulnerabile, esposto più  facilmente al contagio, ma per lui c’era qualcosa di più importante persino della sua stessa persona fisica, qualcosa di più alto della sua mera sopravvivenza, per lui c’era la sua vita vissuta col nipotino e a questa non poteva e non voleva rinunciare. Soltanto sopravvivere: quella, per lui, non era più Vita.