Niente aiuti e no alla proroga delle imposte: lo Stato è senza soldi

Secco “no” del ministro Gualtieri per quanto riguarda il posticipo delle imposte.
Saranno i lavoratori a finanziare lo Stato e non viceversa; ma dopo il lockdown è dura.

Niente proroga delle imposte sui redditi al 30 settembre 2020; bisognerà pagarle entro il 20 luglio. Questo è quanto ha quanto arriva dal MEF.

Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, nel corso dell’audizione in Commissione Finanze della Camera del 16 luglio, ha infatti dichiarato che non vi sarà al posticipo in merito al pagamento delle imposte.

Il motivo troverebbe radici nei problemi di cassa, in quanto per effettuare un ulteriore rinvio servirebbero circa 8,4 miliardi di euro. E lo Stato attualmente non dispone di questa cifra.

Ecco dunque che, proprio per far fronte alle esigenze di una cassa vuota, il governo ha deciso che le partite IVA dovranno versare quanto dovuto in termini di Irpef, Ires ed Irap o eventuali imposte sostitutive, tra le polemiche della minoranza che chiedeva un anno bianco fiscale data l’impossibilità materiale di pagare le imposte.

Questo, nonostante gli aiuti statali siano stati sostanzialmente nulli (600 euro ripetuti in due tranche e neanche per tutti), una cassa integrazione che deve ancora arrivare e gli aiuti europei che, ad oggi, sono solo slogan ed annunci.

Nessuna traccia dei “poderosi” piani da centinaia di miliardi di euro sbandierati dal premier Conte, una “potenza di fuoco” che si è invece rivelata una pistola ad acqua e per giunta scarica, che invece decide di prelevare ancora risorse da quei lavoratori ai quali è stato imposto il lockdown. A poco e nulla sono contati i suoi inviti verso le banche a fare “atti d’amore”, vista la sintesi sotto riportata nell’immagine (a maggior ragione tenendo conto che circa 6 miliardi sono andati solo a FCA, che oltretutto ha spostato le sedi amministrativa e discale a Londra ed Amsterdam):

Ancora meno ha fatto l’Europa, che va avanti ad incontri che si concludono di volta in volta in un rimando al meeting successivo e che, anzi, stando alla replica in aula da parte di Claudio Borghi Aquilini (Lega) verso lo stesso premier Conte, al momento è costata all’Italia uno sbilancio di 200 miliardi tra garanzie e versamenti basati sul funzionamento del bilancio europeo (approfondimento al link): abbiamo dovuto versarne 58 per il Mes-Fss (Fondo salva-Stati), 8 per il SURE e 130 per il Recovery Fund, senza riceverne neanche uno.

Siamo dunque di fronte ad una situazione surreale: mentre tutti gli altri Paesi hanno messo in campo doverosi pacchetti di aiuti senza farsi alcun problema, l’Italia ha imposto il lockdown più feroce, non ha stanziato aiuti ed ancora usa le partite IVA come un bancomat per recuperare i soldi versati all’Europa.

Stiamo assistendo ad un’inversione di ruoli: i cittadini finanziano lo Stato e non viceversa.

Pagamenti elettronici, Montanari: “c’è un secondo fine”

Tanto voluta dal governo e dalle forze politiche liberali, l’eliminazione del contante è stata frenata anche dall’Ue.
Fatti passare come vaccino per l’evasione, portano con sé rischi più insidiosi per la società.

(Versione polacca al link – traduzione di Aneta Chruscik)
(Versione inglese al link – traduzione Jolanta Micinska-Hercog)

Il governo spinge sull’eliminazione del contante; ed i decreti emessi vanno in questo senso, portando le soglie massime di pagamento tramite cash prima a 3.000 euro, poi, a 2.000 ed infine a 1.000 euro nel giro di circa un paio d’anni.

Il motivo principale, o almeno quello sbandierato, è la lotta all’evasione (benché ci basti guardare il recente scandalo Wirecard per capire che l’argomento non regge). Eppure anche l’Ue, in una lettera del 16 dicembre scorso in cui invita il governo italiano ad andarci piano, mette in luce che l’eliminazione del contante ha già avuto degli effetti negativi in Spagna ed in Grecia. Inoltre, tra i sette punti presenti nella lettera, fa notare anche che per eliminare il contante bisogna garantire l’equità nell’utilizzo di un mezzo di pagamento alternativo, tradotto: se si vuole eliminare il contante, bisogna che sui cittadini non ricadono i costi di gestione del nuovo mezzo di pagamento (siano essi le commissioni o gli acquisti dei dispositivi elettronici).

Infine, l’Ue tocca anche un altro punto: il contante favorisce la corretta gestione del denaro aiutando ad averne una giusta percezione, in quanto favorisce il controllo della spesa.

Di questo, ne aveva già parlato Alessandro Montanari, giornalista euroscettico ed autore tv (sue le trasmissioni “Lultimaparola” (Rai2) e “La Gabbia” (La7) ed oggi su Rete 4 a “Stasera Italia”), autore di un libro che fin dal titolo ha fatto molto parlare di sé: “Euroinomani”, edito da Uno Editori.

General Magazine è voluto tornare sul tema ed affrontare proprio con Montanari quelle tematiche che prima di altri aveva avuto il guizzo di individuare.

Montanari, concorda sul fatto che con l’eliminazione del contante si risolverebbe il problema dell’evasione?

“La si limiterebbe, direi; il fatto che senza contante non ci sia evasione non è stato provato da nessuna parte. E poi ci proteggerebbe solo dall’evasione dei piccoli ma non dall’elusione dei grandi capitali, che è poi quella che genera gli ammanchi nelle casse degli Stati.

Lei, prima di altri se non di tutti, ha individuato dei punti critici nell’eliminazione del contante: ce ne parla?

“Tralasciamo i pro ed i contro che tutti conosciamo, trascuriamo anche la possibilità di un blackout (che comunque dovrebbe farci riflettere visto che ci lascerebbe tutti nel caos), accantoniamo anche la questione dei costi sulla quale è già intervenuta l’Ue, come hai detto, e partiamo da una considerazione: contante e carte sono entrambi mezzi di pagamento ma uno è anche valore in sé mentre l’altro è solo un mezzo di pagamento che, infatti – vedi le carte di credito – può anche non prevedere sul conto corrente sottostante il valore necessario all’acquisto del bene che vogliamo comperare”.

Dove vuole arrivare?

“Vi invito a pensare a che cosa vuol dire smaterializzare il denaro, a che effetti avrebbe sulle nostre abitudini e sul nostro stile di vita ma, ancora di più, sullo stile di vita delle generazioni future, quelle che, da bambini e da ragazzi, non avranno fatto, come noi, l’esperienza del denaro contante. Ci si pensa di rado, ma il contante conduce quasi automaticamente al risparmio e al consumo responsabile. Quando paghi col contante, ad esempio, acquisti un bene solo se hai il denaro sufficiente per comprarlo e se ce l’hai in quel momento. Tutti quelli della mia generazione, da piccoli, sono stati educati al risparmio con un banale esperimento tattile e visivo, quindi molto materiale e molto comprensibile per chiunque. Gli stessi nonni che ci regalavano le mancette, ci regalavano di solito anche un salvadanaio. Se qualcuno ti faceva un regalino, i soldi li mettevi lì. E lì li accumulavi, così come ci insegnavano i grandi, per poi poterti comprare, da solo, il gioco che sognavi. E allora risparmiavi, settimana dopo settimana, piccolo sacrificio dopo piccolo sacrificio, per poi arrivare, trionfante ed emozionato, nel negozio e comprare la tanto agognata bicicletta, facendo così la tua prima ed istruttiva esperienza di consumo responsabile. Aggiungo che quell’attesa sfibrante aveva anche un altro valore: ci insegnava a desiderare e a selezionare i desideri, scartando quelli superflui perché futili o al di fuori della nostra portata.”

E tutto questo coi pagamenti elettronici si perde?

“Se parliamo di pedagogia, di bambini che diventeranno ragazzi e poi adulti, io dico di sì: si perde irrimediabilmente. Ai bambini di domani, abolendo il contante, non potremo mettere in mano monetine o banconote da infilare in un salvadanaio e va da sé che sarà impossibile spiegargli che una certa moneta equivale a un ghiacciolo mentre una certa banconota equivale a un gelato mentre un gruppetto delle stesse banconote può trasformarsi, magicamente, in una bicicletta. Dovremo aspettare che crescano per poi, da ragazzi, mettergli in mano una carta che fatalmente sarà di debito ma anche di credito (vedrete se non sarà così…). Quella carta per lui non rappresenterà tanto un valore, accumulato nel tempo, ma la chiave d’accesso a un consumo immediato e illimitato. I ragazzi non dovranno più desiderare, fare sacrifici e risparmiare, magari mettendo in discussione i propri desideri, selezionandoli e scartandoli: potranno comprare tutto ciò che vogliono nell’attimo stesso in cui lo desidereranno, con un clic dal divano. E per comprarlo non sarà nemmeno necessario disporre di tutti i soldi che occorrono. Con la carta di credito, infatti, avviene questo: nello stesso momento in cui desideri, compri, mentre i soldi li darai poi. Mi correggo, i soldi “li troverai” poi. Dico “troverai” perché questo sistema pare fatto apposta per indebitarci. Ma le persone indebitate possono dire molti meno “no” di chi ha dei risparmi. E’ prevedibile, ad esempio, che a risarcimento della loro fatica e del loro ingegno siano costretti ad accettare stipendi non dignitosi, quando non addirittura umilianti. Detto in altri termini, più ti indebiti più sarai ricattabile e mansueto. E’ inevitabile. Sarà per questo che l’eliminazione del contante piace così tanto al sistema?”

Friuli Venezia Giulia: persi 18.000 residenti in sei anni

Crollo delle nascite e fuga dei giovani all’estero le due principali cause.
Udine e Trieste le province più colpite; media in aumento.

Forte calo della popolazione in Friuli Venezia Giulia: la regione ha perso in sei anni 18.000 residenti.

I due principali motivi sono il crollo della natalità ed il trasferimento all’estero da parte di molti giovani; lo dice l’”Ansa” che, a sua volta, pubblica uno studio nato dalla rielaborazione dei dati Istat del ricercatore Ires Fvg Alessandro Russo.

Il ricercatore evidenzia come al primo gennaio del 2019 i residenti friulani fossero 1.215.537 mentre un anno dopo, al primo gennaio del 2020, la quota fosse diminuita di 4.180 unità facendo assestare il totale a 1.211.357 residenti.

Sei anni il Friuli Venezia Giulia contava poco meno di 1.230.000 residenti, ovvero 18.000 in più rispetto all’attuale cifra.

Più nel dettaglio, il calo si è sostanziato nelle province di Udine (-2.758 unità, pari al -0,52%) e Trieste (-945 residenti, pari al -0,40%). Hanno invece retto un po’ meglio l’urto le province di Gorizia (-0,24%) e Pordenone (-0,05%).

Proprio Pordenone, invece, a livello comunale è riuscita ad incrementare i propri residenti di 159 unità (equivalenti al +0,31%). In onda positiva, sempre a livello comunale, anche Monfalcone (+304 unità, pari al +1,07%).

La disamina conclude mettendo in luce che nel 2019 le nascite sono calate di circa 3.000 unità, facendo registrare la soglia più bassa almeno dai primi anni Novanta, e che prende sempre più piede l’emigrazione all’estero. In quest’ultimo caso, parliamo soprattutto di giovani con titoli di studio elevati.

Nel corso del 2019 il numero degli italiani residenti in Friulia Venezia Giulia che hanno deciso di trasferirsi all’estero è stato all’incirca pari a 3.500 unità, che mette in luce una media in aumento.

Vaccini: l’inchiesta svizzera e la Polonia unico Paese a dire no

Corsa all’acquisto per milioni di euro di vaccini poi mai utilizzati; chi li ha, cerca di rivenderli prima che scadano. L’Oms, attaccato, cambia la definizione di “pandemia”.
L’ex ministro polacco alla Salute non ne comprò neanche uno, ma la Polonia non subì alcuna epidemia.

È una frenetica corsa al vaccino, quella per il coronavirus.

La pandemia da Covid19 che ha colpito il mondo intero seminando panico e terrore, ha visto e tutt’ora vede diversi punti di vista darsi battaglia in merito a come sia meglio affrontare e gestire l’emergenza.

Ma, ancor prima, la battaglia riguarda il capire di cosa realmente si stia trattando. Dalle posizioni definite “complottiste” che individuano nel vaccino solo il grande business (approfondimento al link), a chi sostiene che il vaccino sia utile ed arriverà, si spera, entro la fine dell’anno (approfondimento al link).

Un caso su tutti, però, spicca agli occhi: è quello della Polonia, con l’allora ministro alla Salute Ewa Kopacz, che fu l’unico Paese a non comprare neanche una dose di vaccino in occasione dell’epidemia di H1N1.

Paesi di tutto il mondo scatenarono una corsa all’acquisto dei vaccini, che rimasero poi in molti casi addirittura inutilizzati (nel video sotto riportato si vedono le quote inutilizzate su quelle acquistate).

A livello europeo si spesero circa 5 miliardi di euro, a livello mondiale circa 18 miliardi di euro.

La Svizzera, per esempio, ha venduto all’Iran 750.000 dosi prima che scadessero.

L’Oms, che ha recentemente subìto il ritira degli Usa dall’Organizzazione da parte del presidente americano Donald Trump (approfondimento al link), attaccato sul tema, modificò la definizione di “pandemia” sul suo sito. La definizione medesima passa da “malattia che si diffonde molte velocemente e causa un gran numero di malati gravi e di morti” ad una definizione che non parla di morti e malati, non facendo più percepire la differenza tra influenza pandemica ed influenza stagionale.

L’Oms, a sua volta, si è giustificato definendo l’accaduto come un equivoco.

Di seguito il video con l’inchiesta:

Żyjąc z wirusem

„Kto chce zachować swoje życie, straci je!”
Ewangelia św. Łukasza 9,24.

(Włoska wersja na link)

Artykuł profesora Paolo Becchi – były badacz na Uniwersytecie Saary w Niemczech, stypendysta Deutscher Akademischer Austauschdienst (DAAD), a następnie Alexandre von Humboldt-Stiftung, wykładowca na szwajcarskim Uniwersytecie w Lucernie i obecnie profesor filozofii prawa na Uniwersytecie w Genui.

Lecz jak mielibyśmy nie brać udziału w tej „wojnie” z niewidzialnym i podstępnym wrogiem, dopóki nie zakończy się ona jego całkowitą klęską, jego unicestwieniem? W wojnie, która powinna zakończyć się naszym zwycięstwem? I do tego odnosi się wrażenie, że byłoby to swojego rodzaju nowe „okaleczone zwycięstwo”. O, tak! Po bezwzględnym wezwaniu „zostańcie w domu!”, nowe, które będzie nam towarzyszyć w najbliższych miesiącach, a może i dłużej, może nawet na zawsze, wkrótce będzie miało swoje oficjalne brzmienie: „żyjcie z wirusem!”

Po pozostawieniu tysięcy zabitych na polu walki z wrogiem, teraz mamy nauczyć się z nim żyć? To bardzo dziwna wojna z wirusem prowadzona z kanapy w domu lub z łóżka na oddziale intensywnej terapii. Lecz jeszcze dziwniejsze jest to, że musimy nauczyć się żyć z wirusem. Co to znaczy żyć z wirusem? Pierwszą i najbardziej powierzchowną odpowiedzią może być to, że musimy żyć z Chinami. Wirus jest chiński i życie z nim oznacza życie z Chinami. W skrócie oznacza to przyzwyczajenie się do faktu, że Chiny stały się potęgą zajmującą przestrzeń geopolityczną i że zawsze mogą stać się „wirusowe” i łatwo rozprzestrzeniające się.

Spróbujmy jednak głębiej się nad tym zastanowić, mając nadzieję, że nie dotrzemy do sedna sprawy. Jeśli jest coś, czego nauczył nas ten wirus, to jest to, że byliśmy i nadal jesteśmy gotowi zrobić wszystko, aby ocalić nasze życie.  O jakim życiu mowa?

Wyjaśnijmy to. Arystoteles już wcześniej odróżniał życie jako „bios” od życia jako „zoé„. Zoé to “nagie życie”, prosty fakt życia, życia, dzięki któremu biologicznie istniejemy; bios, przeciwnie, to życie, którym żyjemy, życie uwarunkowane sposobem w jakim je przeżywamy: to „stan życia”, „nadanie sensu zoé”. „Kwarantanna” to nic innego, jak nasze wyrzeczenie się każdego „stanu życia”, w imię „nagiego życia”.  Ale czymże jest „nagie życie”, pozbawione wszelkich cech życie, które nie będąc życiem, jest niczym? Sam wirus jest tym życiem, w jego skrajnej formie: życiem tak „nagim”, że nawet nie wiemy, czy jest naprawdę „żywy” czy nie. Fałszywie żywy, fałszywie śmiertelny, wciąż nieproszony gość, intruz. Czy wirus jest życiem? To pytanie, na które nauka nie jest jeszcze w stanie odpowiedzieć. Być może nie na każde pytanie da się odpowiedzieć. „Nauka”, „wirusolodzy” (cóż to za spektakl ci eksperci, zdolni podsycać zbiorową panikę i którzy mówią nie wiedząc nawet o czym mówią!) w rzeczywistości nawet nie potrafią powiedzieć, czym jest „wirus”, ale to oni decydują teraz o naszym życiu i śmierci. To nie przypadek. To oni jako pierwsi przy zastosowaniu technik reanimacji oraz przeszczepów narządów rozdzielili to, co w człowieku było nierozłączne: życie czysto fizyczne i życie biograficzne. Nie, nauka i medycyna nie uodpornią nas na tego wirusa.

Co nam zatem pozostaje? Może uda nam się przejść od fizyki do metafizyki, lub jak kto woli, do „biologii filozoficznej”, o której mówił Hans Jonas. „Nagie życie” wirusa – pozbawione przemiany materii? – lub bardziej: nie-życie. Byt pozbawiony istnienia. A jeśli życie to nie jest życiem, to także nie umiera. Oto dlaczego nie pozostaje nam nic innego jak żyć z tym wirusem.

Ale czy ma sens żyć z nim, przystosowując się jak dotychczas, do jego poziomu, do nagiego życia przeciwko nagiemu życiu? Oto egzystencjalne pytanie na kilka kolejnych miesięcy, a może i lat. Nic już nie będzie takie jak kiedyś. Źle zrobiliśmy sprowadzając wszystko do „nagiego życia”, i teraz jesteśmy zmuszeni z tym żyć. Życie z koszmarem, paniką, obsesją na punkcie wirusa. Na zewnątrz, owszem, ale w rękawiczkach i maskach. Czy już na zawsze pozostaną częścią naszego ubioru, jak krawaty i szale? Czy nauczymy się całować z maską bez kontaktu języków, a może przez prezerwatywę? Czy będziemy się przytulać na odległość? Zajęcia na uniwersytetach i w szkołach będą odbywać się na odległość? Z drugiej strony może będziemy szczęśliwi (szczęśliwi?), że jesteśmy w ciągłym kontakcie przez Whatsapp, Facebooka, Twittera, Instagram, bardzo blisko w świecie wirtualnym, lecz oddaleni o dwa metry w świecie rzeczywistym?

Pozostaje jednak pytanie, czy możliwe jest zbudowanie autentycznej „Gemeinwesen„, ludzkiej wspólnoty, opartej na dystansie. Nie na dystansie społecznym – różnice społeczne istniały zawsze – ale na dystansie między ludźmi, między ciałami. Widzieć się, słyszeć, ale nie dotykać? Nie móc nawet pieszczotliwie pogłaskać twarzy drugiej osoby? A jednak sam Arystoteles jako pierwszy nauczał, że jedynym zmysłem, bez którego nie da się żyć, jest właśnie dotyk.

A my podążamy właśnie w tym kierunku. W kierunku społeczeństwa bezkontaktowego lub z kontaktami ograniczonymi do minimum. To oznaczałoby zwycięstwo wirusa. Żyć z wirusem w ten sposób, to jak przyznać się do porażki. Odejdzie sam, podążając za prawami swojej natury, lecz naszą naturę zdążył już zmienić. Bezpieczeństwo tkwi w dystansie. A nawet na dystans odzież ochronna będzie obowiązkowa: dla każdego maski i rękawiczki. Nagie życie zwycięży wtedy nad naszymi nawykami, naszymi historiami, naszym życiem. Ale czy nie-bycie człowieka jest naprawdę czymś straszniejszym niż autentyczne nie-istnienie? Prościej: czy przetrwanie nagiego życia jest naprawdę najwyższą instancją? Z punktu widzenia darwinizmu społecznego na pewno tak jest. Ale to nie dotyczy innych punktów widzenia. Wystarczy pomyśleć o Walterze Benjaminie: „Człowiek w żaden sposób nie współgra z nagim życiem”(der Mensch fällt eben um keinen Preis zusammen mit dem blossen Leben). Tranchant. Człowiek nie żyje jak roślina. A nawet jeśli dzisiaj się tak zdarza, to mamy do czynienia z tragiczną rzeczywistością wykreowaną przez techniki reanimacyjne. Ale dla człowieka liczy się nie tylko „nagie życie”, liczy się przede wszystkim opowieść o życiu, życiu żywym.

Przecież właśnie dlatego prawa podstawowe, takie jak wolność osobista, swoboda przemieszczania się, wolność wyznania, a nawet swoboda wypowiedzi, upadały jeden po drugim jak żołnierze wysyłani na rzeź. Bo jeśli wszystko to, co ma znaczenie, oznacza po prostu „ratowanie” nagiego życia, to każdy ruch jest dozwolony. Bariera ta została znacznie przekroczona za sprawą niecywilizowanego, barbarzyńskiego, bezlitosnego leczenia zarezerwowanego dla pacjentów zakaźnych. Mężczyźni i kobiety zostali pozostawieni sami sobie na śmierć, nie mogąc nawet po raz ostatni zobaczyć swoich krewnych, a ich ciała spalono jako toksyczne odpady. Czy w takiej sytuacji mówienie o prawach i prawie nadal ma sens? A wychodząc od praw łatwo przejść do  kwestionowania porządku konstytucyjnego. Aby stawić czoła kryzysowi sanitarnemu prawa i prawo zostały zneutralizowane, zawieszone. Wystarczą „krzyki” telewizyjne Szefa poprzedzające jego działania administracyjne, które mają na celu ratowanie „naszego życia”. Czy to możliwe, że przyszło nam to wszystko zaakceptować? Czy pozostała jeszcze jakaś nadzieja?

Relacjonowany w wiadomościach przypadek dziadka z Savony, który nie mogąc dotknąć swojego wnuka, wolał się zabić, to nareszcie jeden z nielicznych przypadków człowieka, który wygrał walkę z wirusem. Dziadek, jak na swój wiek, był z pewnością bezbronnym podmiotem, bardziej narażonym na zarażenie, lecz dla niego istniało coś ważniejszego niż nawet jego własna osoba, coś wyższego niż samo przetrwanie. Dla niego najważniejsze było życie z wnukiem, a z tego nie mógł i nie chciał zrezygnować. Przetrwanie samo w sobie: to już nie było dla niego Życie.