Trump minaccia l’Oms ed accusa la Cina

Il presidente Usa si è scagliato contro l’Oms criticandone l’operatore. Poi le accuse sono volate verso la Cina per la gestione del Covid19.

È un fiume in piena, Donald Trump.

Il presidente degli Usa, dopo aver già dichiarato di avere le prove secondo le quali il coronavirus è stato creato in laboratorio, concetto poi ribadito dal Segretario di Stato Mike Pompeo, ora si scaglia contro l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) accusandola di essere troppo dipendente dalla Cina.

Più precisamente, stando a quanto riporta “Reuters”, Trump avrebbe giudicato l’operato dell’Oms come “un’allarmante mancanza di indipendenza” (sottintendendo dalla Cina).

A questo ha fatto seguito la minaccia del presidente a stelle e strisce di interrompere i finanziamenti all’organizzazione, se questa non si impegnerà ad apportare miglioramenti entro un mese.

Lo stesso Trump, poi, non le ha mandate a dire nemmeno nei confronti della Cina, incolpandola di una cattiva gestione in merito all’emergenza di coronavirus

A queste accuse ha risposto il portavoce del ministero degli Esteri cinesi Zhao Lijian, sostenendo che Washington sta cercando di infangare la reputazione della Cina, ma che commette un errore provando ad incolparla per sfuggire alle proprie responsabilità.

La Cina, ad ogni modo, sta cercando di mantenere pacifici i rapporti anche dal punto di vista commerciale: da oggi altri 79 prodotti americani verranno esonerati dai dazi (approfondimento al link).

Si tratta di tessuti e prodotti chimici, anche se il sito del ministero delle Finanze cinese non precisa però quanto pesino questi prodotti nell’economia di Pechino.

Cina: altri 79 prodotti Usa esonerati dai dazi

Dopo le apparecchiature mediche a febbraio, ecco una nuova lista contenente tessuti e prodotti chimici.
Pechino prova a mostrare le sue buone intenzioni verso l’accordo commerciale con Washington, ma i numeri in gioco restano un po’ oscuri

Altro aggiornamento inerente alla guerra commerciale tra Cina ed Usa: il governo cinese ha deciso di togliere dalla lista dei dazi più elevati altri 79 prodotti provenienti dagli Stati Uniti.

Tra questi prodotti, che vedranno riduzioni di tassazione a partire dal 19 maggio e per la durata di un anno, figurano articoli chimici e tessuti.

Questo è quanto emerge dal sito del ministero delle Finanze cinese, che però non precisa quanto pesino questi prodotti nell’economia di Pechino.

Di conseguenza, non sarà facile capire quale sia l’impatto preciso per l’import cinese, ma sarà tuttavia possibile tenerli monitorati tracciandone l’andamento rispetto al passato.

L’altra strada per valutare il peso della lista messa in campo dai cinesi, è quella di vedere quanti dei prodotti presi in considerazione venivano venduti dagli americani alla Cina.

L’accordo, comunque, sembra lasciar intendere la volontà della Cina a mantenere fede all’accordo commerciale stipulato ad inizio anno con Washington; questa lista di prodotti a cui verranno ribassati i dazi fa infatti seguito alle due già pubblicate a febbraio e che comprendevano attrezzature mediche delle quali Pechino necessitava al fine di affrontare l’emergenza derivante dal coronavirus.

Petrolio, effetto coronavirus: l’offerta supera la domanda

Il coronavirus ha calato il sipario a cielo aperto in tutto il mondo.
Con il blocco delle attività, l’offerta di petrolio supera la domanda: petroliere cariche di greggio bloccate in mezzo al mare.

Il coronavirus ha bloccato, in modo più o meno forte, tutto il mondo.

Questo, tra quarantena e limitazioni, ha ovviamente visto una fortissima riduzione dei trasporti, della logistica, dei servizi e delle attività in generale.

L’impatto è stato violentissimo sul prezzo del greggio che è letteralmente crollato fino a toccare la quota dei 40 dollari al barile.

Perché non farne ingente scorta ora, si potrebbe pensare, visto un prezzo così basso?

Da questo punto di vista, non manca tanto la volontà, quanto più la capacità. Con capacità si intende la capacità di stoccaggio, ovvero la quantità di petrolio che si riesce ad immagazzinare.

I depositi sono talmente pieni a causa della poca richiesta di greggio che, ad oggi, ci sono decine di petroliere bloccate in mezzo al mare al largo delle coste della California che non possono svuotare i loro carichi.

I litri di greggio stivato in quelle petroliere sarebbero in grado di soddisfare un quinto del fabbisogno mondiale considerato standard.

Le immagini arrivano della Guardia costiera degli Usa e mettono in evidenza una seconda conseguenza: quelle navi diventano di fatto un magazzino galleggiante di petrolio e, essendo bloccate, non possono effettuare il proprio lavoro.

Questo ha fatti sì che il loro costo di utilizzo sia schizzato verso l’alto, tanto che ad inizio aprile il noleggio unitario aveva toccato la cifra di 235.000 dollari al giorno. Ora i costi sono scesi a 135.000 dollari al giorno, che rappresentano una cifra comunque decisamente alta se confrontata ai prezzi pre-coronavirus, che si aggiravano sugli 85.000 dollari al giorno.

Nel frattempo, altre petroliere stanno gettando le loro ancore in mezzo al mare in attesa di poter vuotare i loro carichi, facendo pensare ad un ulteriore rimbalzo dei costi di affitto di queste attrezzature.

Giappone, 860 euro a tutti i cittadini

Mentre il Consiglio europeo dice che per il Recovery Fund “si userà il tempo che serve”, il Giappone adotta la linea Usa: 860 euro ad ogni cittadino e acquisto di titoli illimitato.

Il presidente del Consiglio europeo ed ex premier belga, Charles Michel, ha dichiarato che per i Recovery Fund l’Europauserà il tempo che serve”.

Stando a quanto riporta “Il Corriere della Sera”, infatti, il piano sembra quello di far entrare in vigore il fondo il primo luglio, mentre ci sarebbe bisogno di dare risposte decisamente più celeri e concrete, di fronte ad una crisi che sta avendo conseguenze drammatiche.

Chi non perde tempo è invece il Giappone che, adottando la linea degli Usa, ha tolto il limite all’acquisto di titoli impostando di fatto un quantitative easing illimitato. Era stata proprio la Federal Reserve, il mese scorso, a dichiarare di voler comprare bond statali “nell’ammontare necessario” a supportare l’economia a stelle e strisce che significa, appunto, acquisti senza limiti.

Il Paese guidato da Shinzo Abe, inoltre, ha preparato un piano di aiuto concreto per i cittadini, che riceveranno 860 euro ciascuno.

Il piano totale che il Dragone mette in campo, come riporta “Il Sole 24 Ore”, supera i 1.000 miliardi di euro.

Aiuti, dunque, rapidi e concreti esattamente come la situazione richiede, senza la necessità di dover passare per organi come la Bei o strumenti come il Mes ma semplicemente facendo un uso proprio della Banca Centrale.

Chi resta indietro è, ancora una volta, l’Ue che con i suoi organi lenti e caratterizzati da interessi contrastanti al loro interno, non sta riuscendo a dare una risposta né rapida né concreta per aiutare i cittadini e le aziende ad affrontare la crisi.

La Bce non sta ricoprendo il ruolo che le spetta e questo ha impatto sia sullo spread che sul tipo di aiuto che arriverà agli Stati; un aiuto basato sul funzionamento del budget europeo, infatti, potrebbe causare ancora più danni che benefici ad un Paese come l’Italia che, in quanto finanziatore netto, potrebbe ritrovarsi per l’ennesima volta a dover versare più contributi di quanti ne riceverebbe.

Coronavirus e crisi economica, Tringali: “Al diavolo il libero mercato!”

Lo scienziato politico sottolinea come lo Stato debba tornare al centro dell’economia nazionale.
Per uscire dalla crisi serve sovranità: non ci è bastata la lezione?

Il mondo si ferma, c’è qualcosa che cambia.

Cambia un virus, che muta così velocemente da rendere difficilissimo lo studio per una medicina adeguata al contrasto; cambiano, con lui, tutte le nostre abitudini.

Lo stato d’emergenza è stato dichiarato, la quarantena imposta. I limiti delle persone, dettati dal decreto.

Tutti si spaventano per la salute propria e per quella dei propri familiari. Tutti si preoccupano di ciò che verrà dopo.

Sì, perché un dopo arriverà, ne siamo tutti certi, ma con che conseguenze dovremo combattere?

Stiamo assistendo al blocco dell’economia mondiale; partite iva, liberi professionisti, aziende di ogni forma e dimensione: tutti si chiedono “perderemo il lavoro?

Gli Stati stanno mettendo in campo dei pacchetti anti-crisi, con importi e modalità differenti. Basteranno?

Ne abbiamo parlato con il dott. Fabrizio Tringali, scienziato politico, autore del saggio “La trappola dell’euro” e del blog “Badiale&Tringali”, entrambi scritti a quattro mani con il professor Marino Badiale, ordinario di matematica presso l’Università di Torino.

Dott. Tringali, come valuta i pacchetti messi in campo dai vari Paesi?

“Per il momento si tratta prevalentemente di annunci, però alcune indicazioni chiare le possiamo già trarre: ci sono paesi come gli USA e la Gran Bretagna, che si impegnano a sostenere con ogni mezzo la propria economia nazionale. Annunciano stanziamenti di dimensioni storiche, destinati non solo alle imprese, ma anche direttamente ai lavoratori. In Italia si chiude tutto (giustamente) ma a farne le spese sono i lavoratori, i commercianti, i professionisti. Conte si limita a dire genericamente che “Il governo ci sarà”, ma non dice cosa farà concretamente per proteggere gli italiani dalla crisi. Le misure fin qui varate sono una goccia nel mare, così come quelle annunciate per il prossimo futuro. E intanto l’Unione Europea non dà risposte, perché ogni misura solidale è bloccata dai paesi del nord. Il messaggio che ne esce è chiaro: i governi americano e britannico ci sono, quelli italiano ed europeo no.”

Nello Specifico, in Italia, secondo lei di cosa avremmo bisogno?

Di un governo che si assuma la responsabilità di garantire tutto il denaro necessario a rimettere in moto l’economia. In questo momento è impossibile preventivare la cifra, ma di certo si tratta di numeri largamente superiori a quelli di cui sta parlando Conte. Massicci aiuti alle imprese ed ai lavoratori (dipendenti ed autonomi) saranno necessari, ma non basteranno. Il tessuto produttivo farà comunque fatica a riprendersi. Ci saranno licenziamenti. Fra chi non perderà il lavoro, tanti avranno salario decurtato, magari parzialmente integrato con ammortizzatori sociali. Andiamo quindi verso un vistoso calo della domanda. Nel settore privato, fra le imprese che riusciranno a sopravvivere, ben poche saranno quelle disposte ad assumere. Rischiamo una crisi spaventosa. Se ne potrà uscire solo mandando al diavolo l’ideologia del “libero mercato” e riportando lo Stato al posto che gli compete, cioè quello di regolatore dell’economia nazionale.”

Dunque, se capisco bene, dal suo punto di vista serve un piano di assunzioni pubbliche su larga scala. In quali settori?

“Non ci è bastata la lezione per capirlo? Sanità innanzitutto, ed istruzione. E poi investimenti nei trasporti (da Alitalia, al trasporto su rotaia, fino al trasporto pubblico locale). I viaggi da e per l’estero, ma anche i commerci internazionali, saranno difficili. Bisognerà sostenere i produttori locali e il turismo interno.

Avremmo anche bisogno di imparare ad essere disgustati dalla retorica della bontà delle privatizzazioni, e anche dalla caricatura che spesso viene fatta dei lavoratori del settore pubblico, dipinti come privilegiati o nullafacenti. E invece sono medici, infermieri, anestesisti, insegnanti, assistenti sociali. Tutte persone che nella stragrande maggioranza dei casi lavorano moltissimo, a volte rischiando la propria salute, mettendo anima e cuore in servizi fondamentali per noi, per i nostri figli, per i nostri anziani.

Dobbiamo imparare ad odiare questa retorica. Chi si comporta in modo disonesto, una esigua minoranza, va certamente punito, ma dobbiamo recuperare la consapevolezza che i servizi pubblici sono nostra ricchezza, e i lavoratori che li mandano avanti, svolgono un servizio prezioso.

Lo stato può fare moltissimo per frenare la crisi investendo nei servizi pubblici e assumendo, calmierando il tasso di disoccupazione.

E questo è fattibile?

“All’interno dei vincoli europei no. La sospensione del patto di stabilità non è certamente sufficiente. Come dice lo stesso Draghi, i debiti pubblici dovranno necessariamente aumentare in modo importante. Se la UE è una “unione” allora i membri devono accettare di condividere le garanzie sui debiti. E questo deve avvenire senza “condizionalità”, cioè senza imporre agli stati “memorandum” come quelli che hanno distrutto la Grecia. In pratica la Germania dovrebbe accettare di essere garante del debito di tutti, lasciando a ciascun paese la libertà di decidere autonomamente quanto contrarne e come utilizzare il denaro. Impossibile. Se accetteranno forme di apparente solidarietà sarà in cambio di cessioni di sovranità. E la medicina sarà peggiore del male.”

Come dovrebbe agire lo Stato secondo lei?

Dovrebbe fare quello che Conte e Di Maio stanno dicendo, ma che non faranno. Il governo dice che se dalla UE non arriveranno risposte, l’Italia farà da sola. Ma Conte e Di Maio sono figuranti, la loro è solo una sceneggiata mediatica. Alla fine si piegheranno. Mentre invece il governo dovrebbe impegnarsi pubblicamente a difendere ogni posto di lavoro e a varare un piano straordinario di investimenti ed assunzioni. Dovrebbe annunciare che sarà fatto tutto quello che servirà per uscire dalla crisi il prima possibile, proteggendo tutti. Un “whatever it takes” nazionale di portata storica. Ma per farlo dovrebbe disporre della libertà di poter decidere le proprie politiche economiche nazionali. I paesi che hanno la propria moneta e la propria banca centrale possono permetterselo, noi no.