18 pescatori prigionieri in Libia da oltre un mese

Dal primo settembre due pescherecci sono prigionieri del generale Khalifa Haftar.
Pietro Marrone, capitano della Medinea, ha un passato attivo nelle ONG.

Due pescherecci di Mazara del Vallo con un totale di 18 marittimi a bordo sono stati fatti prigionieri in Libia, nel porto di Bengasi, la sera del primo settembre di quest’anno.

Le autorità del generale Kalifa Haftar li hanno sequestrati accusandoli di aver trovato droga a bordo; più precisamente, sostengono di aver trovato dei panetti di sostanze stupefacenti durante la perquisizione e, una volta schierati sul molo, di averli fotografati come una tradizionale operazione antidroga.

I pescatori sono stati trasferiti nel carcere di El Kuefia in stato di arresto. Proprio uno di loro, il capitano del motopesca “MedineaPietro Marrone, in un pezzettino inedito di una telefonata registrata al margine di un0intervista andata in onda su “La7” e riportata poi anche da “Il Fatto e Quotidiano”, spiegava la situazione.

Sul tema interviene anche l’armatore Marco Marrone, come di seguito:

“Ci vogliono incastrare, non so di cos’altro ci vorranno accusare.”

Stando a “Il Fatto Quotidiano” i due pescherecci, il “Medinea” e l’”Antartide”, sono rimasti incustoditi sin dai primi giorni e la contestazione sarebbe saltata fuori soltanto durante gli ulteriori accertamenti; la questione non viene invece confermata dalla Farnesina.

Le autorità di Haftar, ricevuto con tutti gli onori da Conte pochi mesi fa, hanno fatto sapere che i pescatori non verranno rilasciati se non in cambio della liberazione di quattro calciatori libici, condannati in Italia a 30 anni di carcere e tutt’ora detenuti con l’accusa di essere tra gli scafisti della cosiddetta “strage di Ferragosto” del 2005, in cui morirono 49 migranti, in asfissia nella stiva di un barcone.

Sembra uno scherzo del destino per Pietro Marrone. Proprio lui, infatti, che l’anno scorso aveva accettato di mettersi ai comandi della “Mare Jonio”, la nave umanitaria della ong italiana Mediterranea. Proprio lui che nel marzo 2019 era finito sui giornali per aver violato lo stop della Guardia di Finanza, ordinato dall’allora ministro Salvini, pur di portare in salvo a Lampedusa 49 naufraghi.

Nel frattempo i famigliari dei sequestrati stanno protestando sotto Montecitorio, con la madre di Pietro che si è incatenata alla ringhiera che delimita piazza Montecitorio.

Peschereccio tunisino sperona Guardia di finanza: militari aprono il fuoco

L’imbarcazione non si è fermata all’Alt delle Fiamme gialle.
Pescava a 9 miglia dall’isolotto di Lampione in acque territoriali italiane.

È stato condotto a Lampedusa il peschereccio “Mohanel Anmed”, dopo un inseguimento avvenuto in acque internazionali con un’unità della Guardia di finanza.

Il motopesca tunisino non si era fermato all’Alt della Fiamme gialle e, nel tentativo di scappare, li aveva speronati provocando il loro “aprite il fuoco”.

Da quanto emerge in prima battuta, l’imbarcazione aveva gettato le reti a circa 9 miglia dalla costa di Lampedusa, più precisamente dall’isolotto di Lampione, in acque territoriali italiane. Così, da parte della Guardia di finanza, è scattato il controllo su segnalazione della Capitaneria di Lampedusa.

Dopo lo speronamento di una motovedetta che ha scatenato l’inseguimento in acque territoriali con tanto di sparatoria durata alcune ore (filmata da velivoli del comando operativo aeronavale e dell’agenzia europea Frontex), il comandante tunisino è stato arrestato con l’accusa di resistenza e violenza contro nave da guerra e rifiuto di obbedire a nave da guerra. Il peschereccio, infatti, dopo alcuni colpi effettuati a scopo intimidatorio da parte delle Fiamme gialle, non solo non consentiva l’abbordaggio, ma metteva in atto una serie di manovre che hanno messo in pericolo l’incolumità degli stessi militari che cercavano di salire.