Coronavirus e responsabilità: il governo prepara lo scudo penale

Gli stessi che volevano processare Salvini, ora preparano una legge che li renda non processabili per la gestione dell’emergenza.
La delibera del Consiglio dei Ministri del 31 gennaio metterebbe in luce il ritardo e la cattiva gestione.

Gli stessi che tanto spingevano per processare Matteo Salvini, ora che ci sono oltre 10.000 morti chiedono uno scudo penale per chi sta operando contro il coronavirus.

La richiesta è da un lato lecita e legittima, se parliamo di medici e personale sanitario: questi sono infatti stati buttati in pasto ad un’emergenza che non eravamo pronti a contrastare, dalle strutture alle attrezzature, fino al ridimensionamento del personale passando per la mancanza delle semplici mascherine.

Imputare colpe al personale medico impegnato in una battaglia contro un virus di cui ancora sappiamo poco o nulla, non è certo etico e corretto. Lo stesso personale medico e sanitario, infatti, nel combattere il virus in prima linea rischia la propria incolumità ogni istante.

Diversa è, invece, la responsabilità di chi governa: sono state prese tutte le precauzioni necessarie? Ci si è mossi in ritardo? É stato fatto tutto il possibile?

Sotto questo punto di vista, fanno rumore quel silenzio e quell’inattività intercorsi per più di un mese dalla dichiarazione dello stato d’emergenza avvenuto nel Consiglio dei Ministri il 31 gennaio 2020 e le precauzioni prese dal governo (approfondimento al link).

In sintesi, l’Italia ha dichiarato lo stato d’emergenza il 31 gennaio 2020 ma non ha fatto niente per più di un mese; le tardive decisioni prese sono state tutto ed il contrario di tutto (approfondimento al link). Gli aiuti economici, finora, decisamente insufficienti.

Proprio su queste basi, l’avvocato Di Carlo si è fatto portavoce di una class action che ha denunciato il premier Conte ed il ministro della Salute Speranza. L’accusa è la seguente:

Il governo sapeva dello stato d’emergenza, ma non ha tutelato l’interesse pubblico omettendo e rallentando la messa in sicurezza di tutta l’Italia.”

Carlo Taormina, avvocato ed ex parlamentare del centrodestra, ha poi parlato di oltre mezzo milione di adesioni alla sua denuncia contro il premier Giuseppe Conte.

La gestione italiana è stata inoltre criticata anche dall’Università di Harvard, che ha invece premiato il modus operandi attuato in Veneto dal governatore Zaia (approfondimento al link).

Preoccupato, il governo sta ora cercando di correre ai ripari. Ecco quindi che è stato approvato l’emendamento del Pd a firma del capogruppo Marcucci per uno scudo penale che protegga, come visto, non solo il personale medico e sanitario, ma anche per burocrati e dirigenti amministrativi.

La responsabilità dei medici in sede penale è già oggi limitata ai casi di colpa grave, quindi di fatto la tutela non è altro che ampliata a “funzionari ed agenti responsabili di condotte gestionali o amministrative poste in essere in palese violazione dei principi basilari delle professioni del Servizio sanitario nazionale”.

In buona sostanza: il governo sapeva ma non ha agito, si è mosso tardi e male? Nessun problema, si attiva uno scudo penale con buona pace per l’etica e le responsabilità.

Coronavirus, Garattini: “Italia impreparata. Sfruttiamo la lezione”

Nel male, dobbiamo fare tesoro della situazione: più soldi a Sanità e Ricerca.
E poi bisogna creare protocolli e procedure per saper gestire eventuali future emergenze.

Una nazione in affanno, messa in ginocchio da un virus.

Un nemico da contrastare che presenta due caratteristiche insidiose e temibili: invisibilità ed infettività.

Questo è il quadro generale della situazione italiana; ne abbiamo parlato con il Professor Silvio Angelo Garattini, scienziato e farmacologo, Presidente e Fondatore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS.

Prof. Garattini, dove nasce il coronavirus?

Da quello che hanno detto autorevoli virologi, nasce probabilmente da un pipistrello o comunque da un animale, per poi mutare sino a raggiungere la capacità di trasmettersi all’uomo. Vivendo in un mondo globalizzato si è poi diffuso un po’ dappertutto; il tracciato indicherebbe che in Italia, nello specifico, sia arrivato a quello che si chiama “paziente 1” di Codogno dalla Germania. È però tuttavia altamente probabile che ci siano state molte altre fonti di contagio.

Ritengo, invece, che non trovi alcuna base l’ipotesi che sia stato costruito in un laboratorio.”

E perché l’Italia ne sta soffrendo in maniera così particolare?

Guardi, vi sono una molteplicità di fattori da considerare. Pensiamo anche solo a come vivono le popolazioni, agli usi ed alla mentalità: rispetto a Paesi come Cina, Giappone e Corea del Sud, noi siamo soliti esprimere le relazioni umane attraverso contatto fisico, dalla banale stretta di mano ai baci e gli abbracci soventi. Un banale esempio: alla partita Atalanta-Valencia vi erano 25.000 tifosi bergamaschi che ad ogni goal si abbracciavano e baciavo per festeggiare; questo può benissimo essere stato un detonatore enorme per i contagi.

Ci aggiunga che all’inizio l’emergenza sia stata un po’ sottovalutata da parte di tutti e quindi non si sia attivato nessun piano per le epidemie, capirà che con un virus di questo tipo, altamente contagioso e spesso asintomatico, basti poco per far esplodere i contagi.

Diciamo che c’è stata un po’ di imprevidenza, forse sarebbe stato opportuno un approccio come quello adottato al tempo della peste suina, ma ovviamente dirlo adesso è facile.”

Come interpreta i numeri legati all’epidemia?

Dipende da come li vogliamo analizzare, da cosa vogliamo vedere: possono dire tanto e niente allo stesso tempo. Per fare delle statistiche corrette bisognerebbe innanzitutto fare i tamponi a tutti, prendere coloro che sono risultati positivi e da li procedere a calcolare i vari tassi che ci interessano (mortalità, letalità, eccetera). Un dato che ritengo importane è quello inerente al numero dei ricoveri ospedalieri: ci sono moltissime persone che sono asintomatiche o che guariscono da sole senza grossi problemi (circa l’80%), ma quello che conta è capire per quante persone è stato necessario il ricovero ospedaliero, così da evincere l’entità della gravità del virus.

I punti di riferimento che abbiamo ad oggi al fine dei calcoli statistici sono la nave da crociera “Diamond Princess”, i dati ricostruiti dal sindaco (che è un fisico) di Nembro ed infine i dati dell’Ispi: si tratta di casi a perimetro chiuso che ci permettono di conteggiare più precisamente ciò che vogliamo analizzare e dai quali emerge una letalità pari a circa l’1%.”

Crede che sia possibile creare un vaccino? Se si, ci darà l’immunità o sarà come quelli influenzali?

Il vaccino arriverà, speriamo entro la fine dell’anno. Si sta lavorando per ottenere un vaccino che sia in grado di dare l’immunità ma è ancora troppo presto per saperlo. Bisogna riuscire a capire quali sono le caratteristiche con cui il virus muta; se non si riuscirà a crearne uno che dia l’immunità, se ne produrrà uno in stile vaccino influenzale, ovvero che sia in grado di contenere lo zoccolo duro delle informazioni del virus da combattere.

Di conseguenza, al momento, è anche impossibile fare proiezioni sul fatto che arrivino seconde ondate o meno, proprio perchè prima dobbiamo capire come si comporta il virus. È comunque probabile che, esattamente come l’influenza, sia un’infezione che muti leggermente e torni tutti gli anni; fosse così, ci dovremmo vaccinare molto di più, soprattutto le persone a rischio.”

Mentre aspettiamo il vaccino, il servizio sanitario nazionale è al collasso. Qual è la sua disamina da questo punto di vista?

Innanzitutto va detto che per fortuna c’è un servizo sanitario pubblico. Poi ritengo che lo stesso abbia fatto tutto quello che era possibile fare; quello che è stato fatto dagli ospedali lombardi e nello specifico da quello di Bergamo, difficilmente sarebbe stato fatto dai migliori ospedali di tutto il mondo.

Il vero problema è che eravamo impreparati e che, quindi, molto del personale medico non è stato adeguatamente equipaggiato di tutto quello che serve per poter far fronte ad un’infezione virale.

Ancora oggi si parla di non aver il numero sufficiente di respiratori ma anche solo di mascherine.”

Dall’alto della sua esperienza e dei prestigiosi ruoli da lei ricoperti, cosa si sente di suggerire?

Spero che una volta passato questo brutto momento non ci si dimentichi di tutto semplicemente non parlandone, ma si colga l’occasione per studiare e mettere in atto delle procedure adeguate, davvero senza polemica alcuna.

Dal mio punto di vista mi sento di indicare in particolar modo tre cose da migliorare.

La prima è la mancanza del rapporto territorio-ospedale: la nostra mentalità è ospedalocentrica, mentre credo che il territorio dovrebbe fare da grande filtro. Abbiamo visto che i medici di medicina generale non hanno ricoperto un grande ruolo perché non sono stati messi nelle condizioni di farlo.

La seconda riguarda le riserve, se così le vogliamo chiamare: abbiamo un mucchio di armi, di corazzate, di aerei, che sono a disposizione nel caso in cui dovessero servire; non vedo perché non dovrebbe essere altrettanto per le attrezzature mediche. Lo facciamo per motivi militari, e non lo facciamo per la salute?

La terza si riaggancia a quello che dicevamo prima. Oggi tutti chiedono ai ricercatori di fare il più in fretta possibile, di dirci cosa si deve fare, eccetera, però in Italia abbiamo ridotto la Ricerca alla miseria, tanto da essere il fanalino di coda sotto ogni profilo: investimenti, numero di ricercatori, vincoli di sperimentazione sugli animali che, per quanto brutto, ci servono perché determinate sperimentazioni non le possiamo fare sulle persone.

Come dicevamo è un mondo globalizzato: viaggiamo noi, viaggiano le merci, viaggiano anche i batteri ed i virus. Speriamo non succeda di nuovo, ma dobbiamo essere preparati per fronteggiare emergenze di questo tipo.

Crollo natalità: dov’è la radice del problema

Si accentua il problema del ricambio generazionale a causa delle poche nascite: se manca il lavoro, non si può andarsene di casa e fare famiglia.

Non è una novità, il problema del tasso di natalità in Italia.

Al primo gennaio 2020, infatti, la popolazione italiana risulta ancora in calo di 116.000 persone su base annua, con il numero di residenti totali che ammonta a 60 milioni e 317mila.

I dati sono quelli forniti dall’Istat nel rapporto annuale sugli indicatori demografici ed evidenziano l’aumento del divario tra nascite e decessi: più nel dettaglio, si stima che per ogni 100 decessi ci siano state 67 nascite.

Se andiamo a ritroso nel tempo, vediamo che dieci anni fa, sempre a fronte di 100 decessi, vi erano 96 nascite.

Il livello del 2019 appena registrato rappresenta il record negativo di “ricambio naturale” degli ultimi 102 anni.

Il numero medio di figli per donna è ora di 1,29 mentre l’età media al parto è di 32,1 anni. La speranza di vita si attesta, per le donne, attorno agli 85,3 anni e per gli uomini ad 81 anni, entrambe aumentate di 0,1 decimi di anno rispetto al 2018 (ovvero un mese di vita in più); ne consegue che anche l’età media salga, toccando quota 45,7 anni.

il problema viene poi strumentalizzato da alcune forze politiche, le quali si concentrano sulla necessità di importare persone anziché migliorare la qualità della vita dei cittadini, dando loro la possibilità di fare figli.

Il tasso di natalità è legato innanzitutto ad una facile connessione: lavoro-casa-famiglia.

Con l’elevata disoccupazione e gli stipendi sempre più ridotti (approfondimento al link) dovuti a dei contratti da schiavitù legalizzata, infatti, per i giovani diventa davvero duro poter andar fuori di casa. Le alternative sono quelle di non mettere su famiglia o di trasferirsi all’estero.

Senza un reddito adeguato non è possibile mantenersi; non potendolo fare, diventa impossibile sposarsi (o convivere) e, quindi, fare figli.

Il problema è legato al modello economico che ci ostiniamo a preservare e che giova solo alle grandi multinazionali, perché rende i lavoratori altamente sostituibili e privi di tutele grazie alla riduzione del potere politico (approfondimento al link).

In estrema sintesi, dunque, la connessione è questa: niente lavoro significa impossibilità di andare a convivere/sposarsi che, a sua volta, significa non poter far figli.

Disuguaglianze: in Italia un autentico disastro

Aumenta il divario tra ricchi e poveri, i giovani sono schiavi legalizzati e sparisce il ceto medio: ecco la Caporetto italiana nella classifica delle disuguaglianze.

In Italia sta scomparendo il ceto medio, la società sta diventando a forma di clessidra (approfondimento al link) e l’ascensore sociale si è bloccato.

Peggio di così, è davvero difficile fare.

Stando alla classifica sulla disuguaglianza sociale stilata dal World Economic Forum in vista del Forum di Davos, il Bel Paese si piazza al 34esimo posto su un totale di 82.

La classifica è stata elaborata su parametri come la salute, l’accesso all’istruzione le opportunità di lavoro e l’uguaglianza salariale nei Paesi del mondo.

In cima alla classifica svettano Danimarca, Norvegia, Finlandia, Svezia, Islanda ed Olanda; l’Italia, invece, si colloca in fondo alla classifica dei Paesi industrializzati.

Nella nostra penisola il 10% dei più ricchi possiede oltre 6 volte la ricchezza del 50% dei più poveri; tale disuguaglianza è oltretutto in aumento da 20 anni: la quota dei più ricchi è cresciuta del 7,6%, mentre quella della metà più povera è diminuita del 36,6%.

Nel 2019, la quota di ricchezza posseduta dai miliardari italiani superava quella del 70% dei più poveri.

Quanto ai giovani, arrivano altri dati preoccupanti. Il 30% dei giovani occupati, infatti, guadagna meno di 800 euro al mese, mentre il 13% degli under 29 versa in condizioni di povertà lavorativa.

Se ampliamo lo sguardo a livello mondiale e ci agganciamo al rapporto Oxfam (l’organizzazione che si impegna a combattere la fame e la povertà nel mondo), vediamo che i 2.153 miliardari del mondo, ovvero l’1% della popolazione, possiedono le ricchezze del 60% della popolazione globale.

Spostando la lente di ingrandimento sulle donne, la situazione diventa ancora più grave: si stima, infatti, che i 22 uomini più ricchi del pianeta possiedano più denaro di tutte le donne dell’Africa.

Non solo. Il rapporto mette anche in luce che il 46% delle persone vive con meno di 5,50 dollari al giorno ed evidenzia che nel 2017, con un reddito medio di 22 dollari al mese, un lavoratore inserito nel 10% di quelli che prendono le retribuzioni più basse avrebbe dovuto lavorare più di 3 secoli per raggiungere il reddito dei lavoratori appartenenti al 10% dei più pagati.

Gentiloni: fondi green per Ilva possono arrivare, ma bilancio limitato

Il Commissario agli Affari Esteri ritiene possibile la destinazione di fondi green all’Ilva. Tuttavia il bilancio è limitato perché l’Italia paga più di quanto riceve.

Intervistato a margine del World Economic Forum, l’ex presidente del Consiglio ed attuale Commissario agli Affari Economici, Paolo Gentiloni, ha detto che per l’Ilva ci sono possibilità di ricevere i fondi green previsti dal piano Ue per la transizione energetica; questo perché l’acciaio è un settore che ha certamente bisogno di essere reso più compatibile con l’ambiente.

Più nel dettaglio, le sue parole sono state le seguenti:

Certamente dai fondi europei e da eventuali cofinanziamenti degli Stati può venire un contributo alla soluzione dei problemi dell’Ilva, che poi deve venire anche dal mantenimento degli impegni presi da ArcelorMittal”.

Poi, però, Gentiloni precisa anche che i fondi scarseggiano e bisogna puntare sul fatto che facciano da moltiplicatore ed attraggono gli investimenti privati:

I fondi che arrivano dalla Ue sono limitati, il bilancio è limitato, ma possono fare da moltiplicatore sia di cofinanziamenti pubblici degli Stati sia di ulteriori investimenti privati”.

Perché i fondi sono limitati? Perché l’Italia per i fondi green, e più in generale trovandosi nella situazione di Paese finanziatore netto, versa all’Ue più di quanto riceve.

Nello specifico, per la rivoluzione green riceverà dall’Ue 364 milioni di euro a fronte di un versamento di 900 (approfondimento al link).