La Svizzera esce dal mercato unico europeo

Porta sbattuta in faccia all’Ue.
Il piccolo Stato dà una grande lezione di sovranità.

Dopo mesi di trattative, la Svizzera ha deciso di chiudere le negoziazioni sulle relazioni con l’Ue.

Ad annunciarlo è stato lo stesso governo elvetico, che per bocca del presidente Guy Parmelin ha dichiarato che la Confederazione “mette fine” ai negoziati sull’accordo che punta a rendere omogeneo il quadro giuridico della partecipazione della Svizzera al mercato unico dell’Ue, istituendo anche un meccanismo di regolamento delle controversie.

Le motivazioni sarebbero inerenti ad un divario troppo grande tra le parti in alcuni punti dell’accordo.

In merito alla chiusura unilaterale delle negoziazioni è intervenuta anche l’Ue, con una nota ufficiale che riporta quanto di seguito:

Ci rammarichiamo della decisione del Governo svizzero visti i progressi compiuti negli ultimi anni per trasformare in realtà l’accordo quadro istituzionale. L’accordo quadro istituzionale Ue-Svizzera era pensato come base per rafforzare e sviluppare le relazioni bilaterali per il futuro. Il suo scopo principale era garantire che chiunque operasse nel mercato unico dell’Ue, a cui la Svizzera ha un accesso significativo, si trovasse alle stesse condizioni. Questa è fondamentalmente una questione di equità e certezza del diritto.

Accesso privilegiato al mercato unico deve significare il rispetto delle stesse regole e degli stessi obblighi.

Un dramma per la Svizzera ed i suoi cittadini?

Assolutamente no, anzi. Dopo la Brexit, abbiamo un altro palese caso di quanto sia importante la sovranità di uno Stato ed il fatto di poter decidere per il proprio bene, senza che siano altri a decidere per te.

La Svizzera ha più accordi commerciali con altri Paesi di quanti ne abbia tutta l’Ue, dimostrando che le relazioni internazionali di qualsiasi tipo esse siano, da quelle politico-economiche fino ad arrivare all’Erasmus, possono essere gestite in maniera ottimale indipendentemente dalle dimensioni di uno Stato.

Certo, resta la necessità di avere quella caratteristica fondamentale che è la sovranità.

Recovery Plan: perché l’emergenza non è sanitaria?

In arrivo, anche se con notevole ritardo, i fondi europei.
Se c’è una pandemia, perché la sanità è la meno finanziata?

Sembra, finalmente, arrivato l’ok dall’Ue per lo stanziamento dei fondi.

Il Recovery Plan, però, non solo arriva con oltre un anno di ritardo dall’inizio della pandemia, ma porta con sé altre curiosità. O anomalie, potremmo definirle.

Dai dati esposti dal Tg2 (immagine sotto), risulta infatti che il piano di rilancio preveda un totale di circa 191,3 miliardi di euro suddivisi in 6 aree di investimento:

Ciò che sorprende è che salute sarà il settore al quale andranno meno fondi, nonostante la pandemia di Covid-19 sia un, almeno dichiarato, problema sanitario.

Diversamente, la pandemia è stata usata per nascondere le errate politiche economiche portate avanti sino ad ora dall’Ue che ora, per recuperare il salvabile prima di arrivare ad un punto di implosione visti i sempre più spinti pareri sfavorevoli in merito al suo funzionamento, tenta di attuare politiche Keynesiane.

Esatto, quel Keynes tanto disprezzato a favore del libero mercato e del neoliberismo, che hanno portato a deregolamentazione selvaggia e crisi economica eliminando il ceto medio.

Meglio salvare il giocattolo fino a quando dura e portare a casa quanto più possibile per i Paesi del Nord Europa? Oppure si tratta della solita mangiatoia di denaro pubblico, che tra l’altro poi verrà strumentalizzata per dirci che abbiamo un debito pubblico troppo alto?

AstraZeneca: Ungheria e Germania si uniscono ai Paesi in causa

Mancano le dosi previste dal contratto: si va per vie legali.
Sciolte le riserve, anche i due Paesi si aggiungono alla causa.

Mancano le dosi del vaccino AstraZeneca previste per il blocco dei Paesi Ue.

La mancata consegna delle quantità previste dal contratto da parte dell’azienda farmaceutica ha portato alcuni Paesi dell’Unione europea ad andare per vie legali.

Alla causa, ultime in ordine di tempo, si sono aggiunte anche Germania ed Ungheria.

All’inizio i due Stati erano indecisi ma, stando a quanto riportato da “Reuters” che cita due fonti diplomatiche di Bruxelles ed una terza fonte, hanno chiesto chiarimenti e deciso di aderire alla causa.

Erdogan attacca Draghi: “sei stato nominato, non eletto”

Il presidente turco risponde al premier italiano che lo aveva definito un “dittatore”.
Ma i dati mostrerebbero la repressione della democrazia in Turchia.

Poco tempo fa il premier italiano, Mario Draghi, aveva definito un “dittatoreErdogan, in occasione dello sgarbo riservato alla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, quando una sedia per l’incontro era stata riservata solo al Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel.

Draghi era stato lasciato completamente solo dopo le sue dichiarazioni in difesa della von der Leyen: Germania ed Ue tutta hanno preferito evitare completamente il tema e prendere le distanze dalle dichiarazioni del premier italiano.

Ora anche la replica del presidente turco che, stando a quanto riferito dall’agenzia Anadolu e dalla tv di Stato turca, durante un discorso davanti ad un gruppo di giovani riuniti nella biblioteca del palazzo presidenziale ad Ankara ha dichiarato quanto di seguito:

Prima di dire a Tayyp Erdogan che è un dittatore, devi conoscere la tua storia, ma abbiamo visto che non la conosci. Sei una persona che è stata nominata, non eletta. C’è una totale impertinenza nelle affermazioni del premier italiano. Con le sue affermazioni, Draghi ha purtroppo danneggiato lo sviluppo delle relazioni Turchia-Italia. La dichiarazione del presidente del Consiglio italiano è stata una totale maleducazione, una totale maleducazione.

A giustificazione delle parole di Draghi, invece, è possibile citare alcuni dati: dal fallito tentativo di coipo di stato della notte tra il 15 e il 16 luglio del 2016 ci sono stati circa 40.000 arresti, con 10 soldati finiti dietro le sbarre insieme a 2.745 giudici, 15.000 tra insegnanti e professori ed altre decine di giornalisti.

Sempre dal 15 luglio di 5 anni fa ad oggi, inoltre, le operazioni conto i golpisti sono state decine di migliaia.

Dati, questi, che farebbero percepire una chiara repressione del pensiero contrario al suo governo, con buona pace della democrazia.

Francia: entro metà 2022 economia a livelli pre-Covid

L’annuncio arriva dal governatore della Banca centrale francese.
Crescita stabile al +5,5% se le restrizioni non andranno oltre aprile.

La Francia punta a tornare ai livelli economici del pre-coronavirus entro la metà del 2022.

È quanto ha dichiarato il governatore della banca centrale francese, Francois Villeroy de Galhau, all’emittente radio France Culture.

Il governatore, che è anche componente del Board Bce, ha detto: “Risaliremo gradualmente ai livelli che avevamo prima del Covid”; la Banca centrale francese ha poi aggiunto che, se le restrizioni non verranno estese oltre il mese di aprile, le previsioni di crescita inerenti al 2021 rimarranno stimate attorno al 5,5%.