Vaccino: Draghi in pressing su von der Leyen, Ema valuta Sputnik V

Il nuovo premier italiano vuole un’accelerazione del piano vaccinale e telefona alla presidente della CE.
L’agenzia europea del farmaco valuta il vaccino russo.

Al centro della conversazione telefonica avvenuta tra Mario Draghi, nuovo premier italiano, ed Ursula von der Leyen, presidente della Commessione europea, vi era la risposta sanitaria al Covid-19.

Stando a quanto riportato dall’AGI, più precisamente, l’obiettivo è velocizzare la vaccinazione a livello europeo.

In seconda battuta sono stati anche affrontati i temi del Recovery Fund e del problema inerente ai flussi migratori, per i quali si punta ad una maggiore proporzionalità tra responsabilità e solidarietà degli Stati Membri dato che le precedenti politiche attuate da Pd e M5S si erano rivelati solo reclami elettorali privi di effetti concreti. Difficile, di contro, chiedere qualcosa in più dato che era stata Emma Bonino, al tempo ministro degli Esteri del governo Letta, a chiedere che tutti gli sbarchi avvenissero e fossero gestiti in Italia ed ora è complicato tornando indietro modificando l’accordo.

La presidente della Commissione europea, in merito alla telefonata avvenuta con Draghi, in un tweet ha dichiarato quanto di seguito:

Lieta di aver parlato stasera con il premier Draghi. Abbiamo discusso della cooperazione sulla produzione e consegna del vaccino. Attendiamo con impazienza il vertice globale sulla salute del G20 a maggio. E abbiamo parlato dei lavori preparatori sul piano di Recovery dell’Italia nell’ambito di Next Generation Eu.

Proprio sul vaccino, l’Ema (agenzia europea del farmaco) ha dato il via alla valutazione di Sputnik V, al fine di analizzare la conformità del vaccino russo ai consueti standard Ue di efficacia, sicurezza e qualità.

Mosca, da parte sua, dichiara di essere “Pronta a fornire vaccini per 50 milioni di europei”. Nel frattempo, sempre dall’Ema, si è in attesa della decisione che dia il via libero o meno al prodotto di Johnson&Johnson, prevista per l’11 marzo.

Covid e privacy: il datore può sapere chi è vaccinato e chi no?

La vaccinazione rimane segreta.
Il medico però decide se il lavoratore è idoneo alla professione o meno.

Sul tema dei vaccini va presa in considerazione, oltra a quella in relazione alla salute, anche la problematica inerente alla privacy.

La domanda degli ultimi tempi, infatti, è “può il datore di lavoro sapere se i suoi dipendenti sono vaccinati o meno?”.

Proprio in questo senso è intervenuto il Garante della Privacy, con una pubblicazione del 17 febbraio sul sito, il quale ha risposto che la vaccinazione della persona è un’informazione che deve rimanere segreta e che, quindi, il datore non può ricevere.

Lo stesso Garante, inoltre, precisa che il datore non può venire a conoscenza del fatto che il dipendente si sia iniettato il vaccino o no anche se c’è il consenso di quest’ultimo. Nemmeno può chiedere al medico competente, ovvero quello aziendale.

Quello che però il datore ha il diritto di sapere è se il lavoratore è idoneo alla mansione.

In questo caso, come detto precedentemente, il medico non può riferire al datore informazioni inerenti all’avvenuta vaccinazione o meno, ma può decidere se la mancanza della stessa comporti l’inidoneità alla mansione.

Nel caso in cui il mancato vaccino contro il Covid-19 possa generare l’inidoneità lavorativa, il medico dovrà riferire solamente la valutazione finale (appunto, l’inidoneità) senza però aggiungere commenti in merito.

Vaccino Covid19: sono arrivate le siringhe sbagliate

Nei kit sono arrivate siringhe da 5 ml anziché da 1.
Usate le scorte a magazzino.

A Pavia, pochi giorni fa, sono state vaccinate contro il coronavirus 189 persone.

Il problema è che con i kit sono arrivate siringhe sbagliate: da 5 ml anziché da 1 ml.

Per effettuare le vaccinazioni, sia presso il Policlinico San Matteo che all’ospedale di Voghera, sono state usate le siringhe corrette che erano in giacenza a magazzino.

A riportare la notizia è la Provincia Pavese che aggiunge un quesito: le siringhe sbagliate devono essere restituite o possono essere utilizzate per altri scopi?

Vaccino Covid19: ecco come sta andando nei vari Stati

Tra chi non aspetta altro che poterlo fare e chi denuncia malesseri post somministrazione, ecco come si stanno muovendo i vari Paesi.

Le posizioni, come su ogni cosa, sono le più diverse.

Da chi ritiene il vaccino l’unica via per uscire dall’epidemia (approfondimento al link) a chi lo ritiene un business (approfondimento al link), passando per chi lo desidera e spera che tutte le dosi necessarie arrivino presto (approfondimento ai link1, link2 e link3) e chi invece lamenta effetti collaterali dopo la somministrazione del vaccino stesso (approfondimento al link).

Cerchiamo di vedere cosa accade a livello generale nei vari Stati.

La Germania ha vaccinato oltre 188mila persone e, in attesa di ricevere altre scorte di vaccino, deve scegliere a sorte tra chi vaccinare e chi no nelle fasce considerate più a rischio.

L’Italia, con più di 80mila inoculati, è la seconda in Europa per numero di vaccinati.

Boris Johnson, per quanto riguarda la Gran Bretagna che è stato il primo Paese a dare il via alle vaccinazioni, dichiara:

“Abbiamo vaccinato un milione di persone: più del resto d’Europa messo insieme.”

E poi, come riporta “TgCom24”, continua sottolineando che da lunedì circa 530mila dosi del vaccino Oxford-AstraZeneca saranno disponibili nei centri di vaccinazione e “qualche milione in più” del vaccino Pfizer deve ancora essere somministrato ai pazienti.

La Spagna, dal lato suo, pare intenzionata ad istituire un registro in cui inserire i nomi di chi non si sottoporrà al vaccino.

Chi va a rilento, da questo punto di vista, è invece la Francia; il presidente Macron, da poco uscito dall’isolamento (approfondimento al link), chiede un cambio di passo nella campagna di vaccinazione:

Presto e con forza. Io sono in guerra mattino, giorno, sera e mi attendo da tutti lo stesso impegno”.

La Francia ha ricevuto 560mila dosi del vaccino Pfizer/BioNTech, ma i dati ufficiali (riferiti ancora alle 20:30 del 31 dicembre) danno conto di 352 dosi somministrate.

Poi c’è il Belgio, dove medici e sanitari hanno chiesto che l’Oms fosse indagato per avere una falsa pandemia (approfondimento al link).

Andando oltreoceano, vediamo che negli Usa, con i dati aggiornati alle ore 09:00 di sabato 2 gennaio, si è superata la quota di 4 milioni di vaccinati. Più precisamente, il Cdc Covid Data Tracker ha riferito che erano state distribuite 13.071.925 dosi e ne erano state somministrate 4.225.756, comprendendo sia i vaccini Pfitzer che Moderna.

Il primo Paese al mondo per numero di inoculazioni è la Cina, che dichiara di averne somministrati 4,5 milioni.

In questo caso, però, George Gao Fu, il direttore del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie, avrebbe preferito adottare un mix di vecchie e nuove tecnologie sviluppando 5 diverse categorie di vaccino: vaccini inattivi, vaccini a subunità proteiche ricombinanti, vaccini influenzali vivi attenuati, vaccini a vettore adenovirus e vaccini basati su acidi nucleici.

Questo perché, sempre a detta di George Gao Fu, in occidente sono stati somministrati vaccini che hanno una tecnologia mRNA che è stata sviluppata per i malati di cancro e non si può escludere che il somministrarla a persone sane possa comportare dei rischi.

Infermiere positivo al Covid19 dopo il vaccino

Un 45enne infermiere americano è risultato positivo al coronavirus 8 giorni dopo aver fatto il vaccino.
Gli esperti: “Non è un evento inaspettato”.

Matthew W., infermiere americano di 45 anni, è risultato positivo al Covid 19 8 giorni dopo la somministrazione del vaccino.

La notizia arriva dopo i casi di un’altra infermiera spagnola risultata positiva dopo aver fatto il vaccino e quello di Khalila Mitchell, che dichiara di aver avuto una paralisi al volto dopo che le era appunto stato somministrato il vaccino.

Ovviamente, anche in questo caso, non mancano le accuse di “bufala”, ma vediamo più nel dettaglio l’accaduto.

L’infermiere della California si è sottoposto al vaccino il 18 dicembre ed il primo effetto collaterale era inerente ad un dolore al braccio. Proprio su questo, lo stesso Matthew scherzava su Instagram dicendo “Ho il mio vaccino Covid! Riferirò se comincio a far crescere un terzo braccio”.

Ecco però che, sei giorni dopo, l’infermiere termina il turno nell’unità Covid di uno dei diversi ospedali di San Diego in cui lavora e comincia a sentirsi male.

I sintomi, dopo il dolore al braccio, sono stati: dolori muscolari, affaticamento e brividi. Così l’infermiere ha deciso di sottoporsi al tampone, al quale è risultato positivo.

È così che Matthew, stando a quanto riporta “Il Messaggero.it”, scopre che l’immunità da Covid19 arriva 7 giorni dopo aver ricevuto la seconda dose, la quale, a sua volta, viene somministrata tre settimane dopo la prima.

L’immunità, dunque, non vi è fino a circa un mese dopo la somministrazione della prima dose.

Questo pare non aver sorpreso gli esperti; il dottor Christian Ramers, specialista in malattie infettive del Family Health Centers di San Diego, infatti ha affermato quanto di seguito in tv:

Non è affatto inaspettato. Se analizzi i numeri, questo è esattamente quello che ci aspettiamo.

Nel frattempo, però, rimane da chiedersi se il vaccino possa funzionare anche per la variante inglese recentemente scoperta e per altre eventuali mutazioni del virus.