Cina: ulteriore sostegno all’economia con politiche anti-cicliche. Ue al contrario

Politiche anti-cicliche del governo cinese per supportare l’economia in un momento di crisi.
Esattamente al contrario l’Ue, che fa austerity da oltre 10 anni.

La Cina ha immesso 156 miliardi di euro a supporto dell’economia per tamponare il crollo dovuto al coronavirus (approfondimento al link).

Ma le operazioni non si fermano qui; il vice governatore della Banca centrale cinese, Pan Gongsheng, ha infatti dichiarato che l’Istituto sta monitorando attentamente l’impatto dell’epidemia nell’economia cinese (la seconda al mondo) e sta preparando strumenti di politica monetaria per allentare la pressione.

Più precisamente:

In termini di politica monetaria, il prossimo passo è di rafforzare gli aggiustamenti anti-ciclici, mantenere una liquidità ampia e ragionevole ed offrire un solido contesto monetario e finanziario per l’economia reale.
Nel contesto dell’epidemia e della pressione al ribasso sull’economia, è più importante mantenere la crescita economica”.

I dati ufficiali, aggiornati alla sera del 6 febbraio, parlano di 636 morti e 31.161 casi confermati di contagio.

Le province isolate (circa 400 milioni di abitanti, dopo l’aggiunta di Guangzhou alle città in quarantena), il blocco totale dei trasporti ed il rischio inerente appunto alla sanità stanno limitando fortemente il turismo (dai viaggi ai ristoranti, passando per le attività economiche) e tutto l’indotto dei servizi.

Non solo, anche molte fabbriche hanno chiuso temporaneamente le loro attività a causa del forte rischio contagio, con il rischio di perdere clienti e ridurre quindi in maniera non solo momentanea il ciclo economico.

La Cina, dunque, nel pieno della filosofia Keynesiana, adotterà politiche monetarie anti-cicliche. Ciò significa, molto semplicemente, che se c’è un periodo di recessione (ed è quello che attualmente sta accadendo in Cina a causa del coronavirus), lo Stato adotterà politiche monetarie espansive al fine di immettere liquidità nell’economia.

Esattamente al contrario, invece, si comporta da anni l’Ue, che a fronte di un periodo di recessione (che dura ormai da oltre un decennio) continua ad adottare politiche di austerity: un po’ come togliere aria ad un pallone già sgonfio.

Ne consegue che siamo gli unici a non essere ancora usciti dalla crisi e che sia sempre più elevato il rischio di cadere in quella che Keynes chiamava “trappola della liquidità”.

La “trappola della liquidità”, contrariamente a quanto si pensa immediatamente pensare, non significa che vi è un problema di troppa liquidità ma una situazione in cui la politica monetaria non riesce più ad esercitare alcuna influenza sulla domanda e, dunque, sull’economia.

La trappola della liquidità indica le aspettative da parte degli operatori economici di eventi negativi (come deflazione, guerra civile o conflitti internazionali, caduta della domanda aggregata) che li inducono ad una maggiore preferenza per la liquidità. Il segno distintivo della trappola è la caduta dei tassi di interesse a breve vicino a zero e il verificarsi della circostanza che variazioni della base monetaria non si riflettono in corrispondenti variazioni nell’indice generale dei prezzi.

In questa situazione, con i tassi d’interesse nominali ormai zero o vicini a zero, le banche centrali non possono farli scendere ulteriormente e gli strumenti a disposizione della politica monetaria si esauriscono.

Il vero motore dei consumi, infatti, come aveva intuito Keynes risiede nella fiducia prima ancora che nei tassi. Se la fiducia viene meno, nemmeno tassi di interesse nulli o un aumento della base monetaria possono far ripartire i consumi.

Quando le aspettative negative si diffondono all’intera economia, esse tendono ad autoalimentarsi in un circolo vizioso.

Accumulando liquidità anziché spendere, gli operatori economici inconsapevolmente realizzano le loro peggiori aspettative: senza domanda di beni si innesca la recessione che conduce ad un aumento della disoccupazione, a minori redditi e, quindi, a minori consumi ed investimenti, e così via, in una spirale che si autoalimenta.

Tasse su casa e pensioni, ecco i piani del governo che lavora nell’ombra

Sotto i diktat dell’Ue, il governo giallorosso sta preparando un aumento delle tasse sugli immobili (che equivale ad una patrimoniale) ed un taglio delle pensioni.

Dice cose belle che non fa, fa cose brutte che non dice.

Questo è il modus operandi del governo giallorosso, che prone all’Ue fa ogni cosa gli venga detta e si muove nell’ombra in modo da non far sapere ai cittadini cosa spetterà loro.

Pochi giorni fa, infatti, il capo missione dell’Fmi Rishi Goyal, a “La Stampa” ha dichiarato:

Sarebbe utile una riforma fiscale che riduca le tasse sul lavoro e allarghi la base imponibile. Se la si allarga su consumi e proprietà, le tasse nel loro complesso potrebbero scendere, soprattutto per i redditi bassi e medi”.

Suona bene, all’inizio, la proposta di ridurre le tasse sul lavoro; procedendo, leggiamo che sarebbe meglio allargarla su consumi e proprietà.

Scendendo con l’analisi capiamo quindi immediatamente che la proposta è quella di raccogliere più tasse, non di aiutare il lavoro. Il lavoro scarseggia e, quindi, quello che si può raccogliere è limitato; se invece spostiamo le tasse sulla proprietà, che in Italia rappresenta la principale fonte di ricchezza del popolo, capiamo che lo Stato può incrementare notevolmente le entrate. E la cosa corrisponde di fatto ad una patrimoniale.

Ecco arrivare subito le parole del ministro del Tesoro, Roberto Gualtieri, durante la Commissione di vigilanza sull’Anagrafe tributaria:

La riforma del catasto deve essere fattibile operativamente ma anche condivisa dagli operatori. Sarebbe auspicabile il coinvolgimento di tutti gli attori a monte, nella fase preparatoria, con una discussione pubblica ampia, in particolare con i Comuni”.

È chiaro che si parlare di riformare il catasto per incrementar le tasse sugli immobili.

Il secondo punto su cui sta lavorando il governo, è il tema pensioni. Si sa che vige la malsana idea per la quale “abbiamo vissuto oltre le nostre possibilità” e “spendiamo troppo, dobbiamo fare austerity perché mancano le coperture” con buona pace dei princìpi Keynesiani (approfondimento al link).

Il programma è quello di un calcolo totalmente contributivo degli assegni pensionistici, eliminando completamente il sistema misto e quello retributivo ed effettuare un taglio che arriva anche al 30%.

Un lavoratore che andrebbe in pensione con 62 anni di età e 35 di contributi, con un sistema misto percepirebbe circa 12.726 euro l’anno. Con il contributivo integrale andrebbe a perdere il 26 per cento all’anno con un ammanco di circa 3.300 euro. Una pensione da 1.400 euro, con il nuovo calcolo si trasformerebbe in 1.200 euro.

Nel gruppo di lavoro vi è anche Tito Boeri, ex presidente Inps, che ha proposto un sistema che mantenga fissa a 67 anni la soglia per l’uscita (esattamente come la riforma Fornero) ma che preveda un anticipo fino a 5 anni (ovvero fino a 62 anni di età) con uno schema penalizzante dell’1,5% per ogni anno in meno di lavoro: vale a dire che con un’uscita a 62 anni, un assegno da 1.500 euro verrebbe decurtato del 7,5% che, tradotto in numeri, significa circa 120 euro.

Gentiloni: fondi green per Ilva possono arrivare, ma bilancio limitato

Il Commissario agli Affari Esteri ritiene possibile la destinazione di fondi green all’Ilva. Tuttavia il bilancio è limitato perché l’Italia paga più di quanto riceve.

Intervistato a margine del World Economic Forum, l’ex presidente del Consiglio ed attuale Commissario agli Affari Economici, Paolo Gentiloni, ha detto che per l’Ilva ci sono possibilità di ricevere i fondi green previsti dal piano Ue per la transizione energetica; questo perché l’acciaio è un settore che ha certamente bisogno di essere reso più compatibile con l’ambiente.

Più nel dettaglio, le sue parole sono state le seguenti:

Certamente dai fondi europei e da eventuali cofinanziamenti degli Stati può venire un contributo alla soluzione dei problemi dell’Ilva, che poi deve venire anche dal mantenimento degli impegni presi da ArcelorMittal”.

Poi, però, Gentiloni precisa anche che i fondi scarseggiano e bisogna puntare sul fatto che facciano da moltiplicatore ed attraggono gli investimenti privati:

I fondi che arrivano dalla Ue sono limitati, il bilancio è limitato, ma possono fare da moltiplicatore sia di cofinanziamenti pubblici degli Stati sia di ulteriori investimenti privati”.

Perché i fondi sono limitati? Perché l’Italia per i fondi green, e più in generale trovandosi nella situazione di Paese finanziatore netto, versa all’Ue più di quanto riceve.

Nello specifico, per la rivoluzione green riceverà dall’Ue 364 milioni di euro a fronte di un versamento di 900 (approfondimento al link).

L’Ue riattiva l’operazione Sophia che Salvini aveva bloccato

Fatta passare come controllo sul’embargo delle armi, serve a gestire i migranti economici.
Bloccata dall’allora ministro Salvini, l’operazione Sophia viene riattivata dall’Ue.

L’operazione Sophia va rivista.

È quanto ha dichiarato l’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune europea, Josep Borrell, durante la conferenza stampa al termine del consiglio Esteri dell’Ue a Bruxelles.

Più nel dettaglio, le sue parole sono state le seguenti:

Non si tratta di cambiare, ma di rifocalizzare il mandato dell’operazione Sophia, in modo che la sua priorità sia il monitoraggio del rispetto dell’embargo sulle armi dirette alla Libia e non si occupi di migranti.

L’embargo sulle armi non si controlla solo via mare, anzi, la maggior parte delle armi passa via terra, per il deserto. Possiamo controllare il mare, ma dobbiamo controllare anche la terra e i cieli. Servono satelliti e asset aerei che per ora non sono inclusi nella missione Sophia”.

L’operazione aeronavale dell’Ue era stata bloccata dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, che si opponeva all’obbligo di sbarcare in Italia i migranti salvati dalle navi partecipanti. Ora il consiglio europeo l’ha riattivata a livello politico.

Ora è necessaria la proposta formale discussa dagli ambasciatori nel Cops (Comitato politico e di sicurezza); lo stesso Borrell ha poi continuato:

Spero si possa avere una risposta al prossimo Consiglio Esteri dell’Ue. Alla conferenza di Berlino è stata decisa una tregua in Libia ma non ancora il cessate il fuoco, senza il quale è difficile immaginare un impegno dell’Ue sul terreno.

Ad ogni modo non penso che il cessate il fuoco sia una condizione necessaria per riattivare Sophia, che c’era già in precedenza e che si svolge in mare.

Per una parte dell’opinione pubblica italiana Sophia è un’operazione che riguarda solo la questione dei migranti; ma non è per questo che la riattiviamo. Originariamente l’operazione aveva entrambi i mandati, lotta al traffico di esseri umani e lotta al traffico d’armi, ed ha fatto molto contro il traffico d’armi, sequestrandone molte e impedendo che arrivassero in Libia. Ma certamente la missione navale avrà ancora l’obbligo di effettuare salvataggi in mare, in ossequio alle norme del diritto internazionale”.

Il sentore è quello che si voglia riattivare il business dei migranti economici, mascherato sotto il controllo del traffico d’armi.

Svolta green: altro “cetriolo” per l’Italia

Dalla svolta green altra fregatura per l’Italia: verserà 900 milioni per incassarne 364.
Alla Polonia 2 miliardi sui 7,5 totali.

L’Italia riceverà dall’Ue 364 milioni di euro per la svolta green.

Tutti contenti, dai sostenitori Gretini alle Sardine, ed una bella notizia, apparentemente.

I retroscena su Greta Thunberg li ha già svelati l’autore in un altro suo articolo (approfondimento al link), quelli inerenti alle politiche green si rimandato alle camuffate strategie tedesche, da sempre pro austerity, di fare spesa pubblica oltre che agli interessi dei grandi gruppi commerciali.

Il retroscena inerente ai fondi che l’Italia percepirà, invece, sta nel fatto che il Bel Paese verserà all’Europa per la tematica in questione la bellezza 900 milioni di euro.

Infatti, non è un retroscena nuovo quello che l’Italia sia un finanziatore netto dell’Unione europea. Per alimentare il fondo europeo che sarà utilizzato per la svolta green, tabella fonte ANSA alla mano l’Italia si porterà a casa un altro segno negativo (verserà 900 milioni di euro per riceverne 364, con un risultato netto di averci rimesso 536 milioni di euro).

Il tutto, per sentirsi inoltre dire che deve aumentare le tasse e tagliare i servizi “perché spende troppo”.

Ciò nonostante, le parole del ministro per gli Affari europei Enzo Amendola, sono state le seguenti:

Inizia il percorso per il Green Deal europeo che vede l’Italia protagonista. Il Fondo di 7,5 miliardi mira a garantire una transizione sociale giusta con ricadute positive per tutti gli Stati membri”.

Il totale del fondo, che prende il nome di Just Transition Fund, ammonta appunto a 7,5 miliardi di euro di cui 2 andranno alla Polonia, Paese già primo nella classifica dei finanziamenti ottenuti dall’Ue, a causa dell’ancora forte dipendenza industriale dal carbone. La quota di 2 miliardi sarebbe la soglia massima destinabile ad un unico Stato e, rapportato in percentuale, significherebbe il 26,7% dei totali 7,5 miliardi di euro.

Quanto alla quota di 364 milioni di euro che spetterà all’Italia e che saranno spalmati in 7 anni, il ministro Amendola continua:

La cifra potrà salire ad 1,3 miliardi grazie alla leva finanziaria derivante dall’investimento di questo budget, stando ai calcoli dell’Unione europea”.

Usando il condizionale e parlando di leve finanziarie, parliamo di dati stimati, presunti e/o sperati; nulla di sicuro, quindi. Di sicuro ci sono solo l’importo in uscita e quello in entrata inerenti al fondo, che portano al bilancio negativo sopracitato di 536 milioni di euro, i quali incrementano ulteriormente la posizione di contributore netto dell’Italia nei confronti dell’Europa.

La logica europea, infatti, prevede che i Paesi contributori netti versino più risorse rispetto ai Paesi beneficiari netti; da qui l’elevato importo che l’Italia dovrà versare al fine di alimentare il medesimo fondo.

La cifra da ricevere, invece, viene calcolata secondo diversi parametri come quelli ambientali, occupazionali, e la ricchezza pro capite del Paese.

Le varie caratteristiche del fondo saranno comunque discusse dagli Stati membri e dal Parlamento europeo, al fine di trovare un’intesa prima dell’avvio del prossimo periodo di programmazione europea (2021). Potrebbero dunque anche verificarsi delle variazioni.

Per il momento la svolta green è verde come un cetriolo: l’ennesimo cetriolo che l’Italia si è presa nel didietro.