Medvedev: guerra con Nato? Non so chi vince ma Polonia destinata a sparire

La risposta al premier polacco che sostiene l’Ucraina.
Manovre della flotta russa nel pacifico.

L’attuale vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, ha minacciato la Polonia rispondendo alle parole del presidente Morawiecki; più precisamente come riporta Leggo citando un tweet di Medvedev, le sue parole sono state le seguenti:

Uno stupido di nome Mateusz Morawiecki ha detto che l’Ucraina ha il diritto di colpire la Russia e che non è preoccupato per una guerra della Nato contro la Russia, perché quest’ultima la perderebbe in fretta. Non so chi vincerà o perderà una guerra del genere, ma considerando il ruolo della Polonia come avamposto della Nato in Europa, questo Paese è destinato a scomparire insieme al suo stupido primo ministro”.

Intanto il ministro della difesa russo Sergei Shoigu ha annunciato manovre di allerta a sorpresa della flotta russa nel Pacifico, in un contesto di riavvicinamento con Pechino e tensioni con l’Occidente.

Su ordine del presidente Vladimir Putin, Shoigu ha affermato che la flotta russa del Pacifico, con base a Vladivostok, in Estremo Oriente, lavorerà “con breve preavviso” sull’addestramento al combattimento in zone di mare “vicine e lontane”.

Durante queste esercitazioni, la flotta del Pacifico si addestrerà per “respingere massicci attacchi aerei, cercare e distruggere sottomarini”, nonchè per condurre siluri, cannoni e missili.

Secondo il ministro, queste manovre mirano a “rafforzare le capacità delle forze armate per respingere un attacco”.

L’ammiraglio Nikolai Evmenov, che guida la flotta russa, sarà responsabile della supervisione.

L’annuncio arriva mentre Pechino annuncia la visita in Russia del ministro della Difesa cinese, dal 16 al 19 aprile.

Cina e Honduras ufficializzano relazioni diplomatiche

Duro colpo per Taiwan, ora riconosciuto da 13 Stati.
Taipei: aiuti finanziari in piena campagna elettorale.

La Cina ufficializza le relazioni diplomatiche con l’Honduras.

Il tutto, poco dopo l’annuncio dell’interruzione dei rapporti tra il Paese sudamericano e Taiwan, che subisce dunque un duro colpo.

Secondo Taipei, come riportano Ansa ed Euronews, la ragione si spiegherebbe come di seguito: “Pechino avrebbe convinto l’Honduras a rompere le relazioni con l’ex-alleato promettendo aiuti finanziari, in piena campagna elettorale”. Forse, anche utilizzando metodi coercitivi.

La dichiarazione di Taipei poggerebbe sul fatto che il colosso economico e demografico cinese rifiuta ogni tipo di relazione diplomatica con chiunque riconosca Taiwan.

Taiwan, l’isola di 23 milioni di abitanti che da oltre 70 anni rivendica la sua indipendenza da Pechino, è ora riconosciuta solo da 13 Stati.

Sapelli: la crisi si ferma lasciando stare i tassi

Dal fallimento della Silicon Valley Bank alll’attuale situazione globale: ecco colpe e rischi.
Lucida analisi del professore su operato, Fed, Bce e Cina.

Il professor Giulio Sapelli è intervenuto su Il Giornale in merito alla recente crisi della Silicon Valley Bank e, più in generale, parlando di politiche monetarie adottate da Usa, Ue e Cina.

Quanto al fallimento della SVB (già affrontato anche qui), sostiene che questo nasca da due eventi critici: l’aumento dei tassi da parte della Fed e l’eccessiva concentrazione di titoli obbligazionari a lunga scadenza in portafoglio.

Più precisamente, le sue parole sono state le seguenti:

La mancata diversificazione degli investimenti è tipica dei manager pagati con stock option: tendono a produrre effetti leva altissimi. Non trascurerei, poi, l’effetto Cina, ossia la decisione di Xi Jinping di escludere dal consiglio del popolo i manager dell’industria hi-tech. Questo ha avuto un effetto dirompente su tutte le Borse mondiali. Il neo-maoismo di Xi Jinping è sempre stato accompagnato da grandi catastrofi economiche i cui effetti hanno raggiunto anche la Silicon Valley”.

Con i tassi bassi era necessaria una certa dose di spregiudicatezza per ottenere rendimenti elevati; e qui arriva il commento dell’economista, ricordando un monito mai nascosto:

I tassi negativi non stanno né in cielo né in terra ma tutti dicevano che andavano bene”.

Vero è che la Fed e la Bce hanno invertito repentinamente la politica monetaria. Su questo punto Sapelli, che è stato vicino ad essere Premier nel primo Governo gialloverde ma che ha poi ricevuto il veto di Mattarella, commenta così:

Chiamiamo inflazione una cosa che non è inflazione perché l’inflazione è l’aumento dei salari che supera la produttività, mentre i salari sono al livello più basso degli ultimi vent’anni. Chiamiamo inflazione un aumento dei prezzi delle materie prime alimentari ed energetiche, prima per effetto della pandemia che è stato un fallimento manageriale perché non si sapeva prevedere che, con migliaia di navi alla fonda, una volta ripresa l’attività sarebbero aumentati i prezzi dei noli marittimi e poi è arrivata l’aggressione russa all’Ucraina. Questa è una forma di monopsonio (accentramento della domanda in unico attore; ndr) come nella crisi petrolifera degli anni 70, una carenza di offerta. La Bce e la Fed non possono curare una inflazione da carenza da offerta con la politica monetaria. Bisogna aumentare la quantità di offerta e non agire sulla moneta altrimenti l’unica conseguenza sarà far fallire imprese e banche”.

Quando gli viene chiesto se “dopo dieci anni di tassi bassi non era necessario intervenire?”, il professore risponde come di seguito?

Non è con la moneta che si risolve il problema, ma con l’offerta. Bisogna aumentare le quantità offerte”.

C’è un rischio di contagio da questo fallimento. Si può fermare il circolo vizioso stretta sui tassi-fallimenti-recessione?

Per ora non c’è nulla di simile alla crisi del 2007-2008 che coinvolse anche assicurazioni e riassicurazioni. La speranza di bloccare la serie di rialzi è affidata a economisti come Fabio Panetta che ha criticato la politica monetaria all’interno della Bce. Ho fiducia anche nel segretario al Tesoro Janet Yellen affinché comprenda che questa politica non porta da nessuna parte. E poiché in America non esiste l’autonomia della banca centrale, una favola che ci raccontiamo in Europa, può indurre la Fed a fermarsi. E poi bisogna costruire una direzione diversa, ritornando alla divisione fra proprietà e controllo. Pagare i manager in azioni è dinamite, vuol dire avere sempre una crisi dietro l’angolo”.

Batterie per auto elettriche: dalla Cina la guerra dei prezzi

L’azienda Catl propone prezzi più che dimezzati per il carbonato di litio.
Analisti scettici.

La cinese Contemporary Amperex Technology Company, meglio nota come Catl, ha avviato una politica commerciale che pone le basi per scatenare “una guerra dei prezzi” nel campo delle batterie analoga a quella avviata da Tesla nella commercializzazione delle elettriche vere e proprie.

Secondo alcune indiscrezioni di stampa riportate da Quattroruote, il maggior produttore al mondo di accumulatori per vetture ha proposto ad alcuni costruttori cinesi particolari scontistiche sui prezzi di listino, con specifiche clausole in parte sorprendenti.  

Stando a quanto trapelato, uno dei termini dei contratti riguarda l’ipotesi di prezzi del carbonato di litio più che dimezzati rispetto alle attuali quotazioni, una possibilità che molti analisti, nonostante la recente flessione legata al calo delle vendite di elettriche su alcuni mercati, tra cui la stessa Cina, escludono per un lungo periodo di tempo alla luce degli attuali colli di bottiglia nelle forniture minerarie.

Evidentemente, la Catl ha tutta l’intenzione di far leva sulla sua scala dimensionale e sulla sua presenza diretta nell’estrazione e nella raffinazione di litio per mettere fuori gioco la concorrenza.

Un’altra clausola è parimenti sorprendente: l’azienda ha offerto forti sconti a diverse Case, tra cui la Nio e la Zeekr della Geely, in cambio di un rapporto di fornitura quasi in esclusiva (si parla di un impegno a rifornirsi dalla Catl per almeno l’80% dei volumi).

In tal caso, si tratta di una novità rispetto a un mercato in cui i costruttori stanno cercando di diversificare il più possibile il loro bacino di fornitori per ridurre i rischi di colli di bottiglia e altri problemi di approvvigionamento.

I contratti sarebbero ancora nel pieno di una fase di negoziazione, ma le richieste della Catl dimostrano non solo il “potere” assunto dall’azienda di Ningde, già oggi titolare di una quota del 37% nel mercato globale delle batterie, ma anche una forza tale da ampliare il vantaggio di costo finora accumulato dalla Cina nella produzione di auto a batteria.

La strada intrapresa non è comunque priva di ostacoli e già diversi costruttori cinesi hanno manifestato preoccupazione per la posizione dominante assunta dalla Catl. Inoltre, un’agenzia di Pechino ha condotto delle ispezioni presso gli uffici dell’azienda.

Non si sa perchè, ma è probabile che le autorità, come di consueto, vogliano frenare gli appetiti “capitalistici” di una delle realtà imprenditoriali a più rapida crescita negli ultimi anni.

Cina interessata agli asset Enel

Le dismissioni in Perù valgono circa 3 miliardi di dollari.
Dopo Argentina e Romania altre vendite per ridurre il debito.

Gli asset in Perù di Enel finiscono nel mirino dei cinesi.

La China Southern Power Grid Co., società di proprietà statale, starebbe valutando un’offerta vincolante per l’acquisizione delle attività di distribuzione di energia elettrica di Enel in Perù, secondo quanto riportato da Bloomberg e poi ripreso anche da First Online, in quella che potrebbe essere una delle più grandi operazioni transfrontaliere di quest’anno da parte di un acquirente cinese.

Secondo l’agenzia di stampa, le attività di distribuzione peruviane dell’azienda energetica italiana potrebbero essere valutate circa 3 miliardi di dollari.

L’azienda elettrica statale con sede a Guangzhou starebbe lavorando con un consulente finanziario dopo aver partecipato a un secondo round di offerte, ha riferito Bloomberg, aggiungendo che non c’è una conferma dell’offerta, tantomeno la certezza che l’azienda potrebbe prenderla in considerazione.

Intanto il titolo dell’Enel si sgonfia a Piazza Affari (-0,19%) ed il 16 marzo è atteso il Cda sul bilancio del quarto trimestre e del 2022 dopo che la multinazionale dell’energia ha già pubblicato il preconsuntivo.

Il gruppo guidato dall’ad Francesco Starace continua con il progetto di cessione degli asset considerati non core, come ha annunciato a novembre, per 21 miliardi di euro che andranno a ridurre il debito e ad uscire dai mercati del Sud America: dopo Romania e Argentina ora tocca al Perù.

Le attività di generazione e distribuzione di Enel in Perù hanno oltre 1,5 milioni di clienti.

EnelDistribucion Perù fornisce energia elettrica all’area settentrionale della metropolitana di Lima, alla provincia di Callao e le province di Huaura, Huaral, Barranca e Oyon. Ha distribuito 8.441 gigawattora nel 2021.

Negli ultimi anni l’America Latina è diventata un’area strategica per le società cinesi che cercano di espandersi all’estero.

Come scrive Milano Finanza, l’acquisizione degli asset di distribuzione di Enel in Perù aiuterebbe rafforzare la presenza di China Southern Power in America Latina dopo che il gruppo cinese ha acquistato una partecipazione del 28% nell’utility cilena Transelec da Brookfield Infrastructure Partnersper 1,3 miliardi di dollari nel 2018.

Altri gruppi che sono cresciuti tramite acquisizioni nella regione sono State Grid Corp. of China e China Three Gorges Corp.