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Legge-bavaglio contro i giudici: procedura Ue per sanzionare la Polonia

Da tempo sotto le critiche dell’Ue per l’influenza esercitata su tribunali, media e società civile, il governo polacco è nel mirino europeo per quella che è stata definita una legge-bavaglio contro i giudici.
Avviata la procedura di infrazione, alla quale la Polonia dovrà rispondere entro due mesi.

L’Ue, da tempi non sospetti, ha nel mirino il governo polacco. Le accuse che la Commissione muove contro il partito PiS, alla guida della nazione più grande dell’ex blocco comunista, sono quelle di minare la democrazia tramite l’aumento del controllo diretto di tribunali, media e società civile.

In questo caso, al centro del dibattito c’è quella che è stata definita una “legge-bavaglio” contro i giudici; la legge in questione, introdotta all’inizio del 2020, consentirebbe di punire i giudici che criticano le riforme del governo inerenti al sistema giudiziario.

Da parte sua, il governo, respinge le accuse esattamente come in passato.

Più precisamente, per bocca del membro ceco della commissione esecutiva responsabile della difesa dei valori democratici dell’Ue Vera Jourova, la Commissione europea sostiene quanto di seguito:

Vi sono chiari rischi che le disposizioni relative al regime disciplinare nei confronti dei giudici possano essere utilizzate per il controllo politico del contenuto delle decisioni giudiziarie. Questa è una questione europea perché i tribunali polacchi applicano la legge europea; i giudici di altri Paesi devono confidare che i giudici polacchi agiscano in modo indipendente. Questa fiducia reciproca è il fondamento del nostro mercato unico.

La Commissione darà due mesi di tempo alla Polonia per rispondere ai temi sollevati da Bruxelles; nel caso in cui il governo a guida PiS si rifiutasse di rispondere, l’Ue porterebbe la vicenda davanti alla Corte di giustizia europea, la quale a sua volta potrebbe imporre pesanti sanzioni.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato da “Gazzetta Italia“, che ringraziamo.

Petrolio, effetto coronavirus: l’offerta supera la domanda

Il coronavirus ha calato il sipario a cielo aperto in tutto il mondo.
Con il blocco delle attività, l’offerta di petrolio supera la domanda: petroliere cariche di greggio bloccate in mezzo al mare.

Il coronavirus ha bloccato, in modo più o meno forte, tutto il mondo.

Questo, tra quarantena e limitazioni, ha ovviamente visto una fortissima riduzione dei trasporti, della logistica, dei servizi e delle attività in generale.

L’impatto è stato violentissimo sul prezzo del greggio che è letteralmente crollato fino a toccare la quota dei 40 dollari al barile.

Perché non farne ingente scorta ora, si potrebbe pensare, visto un prezzo così basso?

Da questo punto di vista, non manca tanto la volontà, quanto più la capacità. Con capacità si intende la capacità di stoccaggio, ovvero la quantità di petrolio che si riesce ad immagazzinare.

I depositi sono talmente pieni a causa della poca richiesta di greggio che, ad oggi, ci sono decine di petroliere bloccate in mezzo al mare al largo delle coste della California che non possono svuotare i loro carichi.

I litri di greggio stivato in quelle petroliere sarebbero in grado di soddisfare un quinto del fabbisogno mondiale considerato standard.

Le immagini arrivano della Guardia costiera degli Usa e mettono in evidenza una seconda conseguenza: quelle navi diventano di fatto un magazzino galleggiante di petrolio e, essendo bloccate, non possono effettuare il proprio lavoro.

Questo ha fatti sì che il loro costo di utilizzo sia schizzato verso l’alto, tanto che ad inizio aprile il noleggio unitario aveva toccato la cifra di 235.000 dollari al giorno. Ora i costi sono scesi a 135.000 dollari al giorno, che rappresentano una cifra comunque decisamente alta se confrontata ai prezzi pre-coronavirus, che si aggiravano sugli 85.000 dollari al giorno.

Nel frattempo, altre petroliere stanno gettando le loro ancore in mezzo al mare in attesa di poter vuotare i loro carichi, facendo pensare ad un ulteriore rimbalzo dei costi di affitto di queste attrezzature.

Giappone, 860 euro a tutti i cittadini

Mentre il Consiglio europeo dice che per il Recovery Fund “si userà il tempo che serve”, il Giappone adotta la linea Usa: 860 euro ad ogni cittadino e acquisto di titoli illimitato.

Il presidente del Consiglio europeo ed ex premier belga, Charles Michel, ha dichiarato che per i Recovery Fund l’Europauserà il tempo che serve”.

Stando a quanto riporta “Il Corriere della Sera”, infatti, il piano sembra quello di far entrare in vigore il fondo il primo luglio, mentre ci sarebbe bisogno di dare risposte decisamente più celeri e concrete, di fronte ad una crisi che sta avendo conseguenze drammatiche.

Chi non perde tempo è invece il Giappone che, adottando la linea degli Usa, ha tolto il limite all’acquisto di titoli impostando di fatto un quantitative easing illimitato. Era stata proprio la Federal Reserve, il mese scorso, a dichiarare di voler comprare bond statali “nell’ammontare necessario” a supportare l’economia a stelle e strisce che significa, appunto, acquisti senza limiti.

Il Paese guidato da Shinzo Abe, inoltre, ha preparato un piano di aiuto concreto per i cittadini, che riceveranno 860 euro ciascuno.

Il piano totale che il Dragone mette in campo, come riporta “Il Sole 24 Ore”, supera i 1.000 miliardi di euro.

Aiuti, dunque, rapidi e concreti esattamente come la situazione richiede, senza la necessità di dover passare per organi come la Bei o strumenti come il Mes ma semplicemente facendo un uso proprio della Banca Centrale.

Chi resta indietro è, ancora una volta, l’Ue che con i suoi organi lenti e caratterizzati da interessi contrastanti al loro interno, non sta riuscendo a dare una risposta né rapida né concreta per aiutare i cittadini e le aziende ad affrontare la crisi.

La Bce non sta ricoprendo il ruolo che le spetta e questo ha impatto sia sullo spread che sul tipo di aiuto che arriverà agli Stati; un aiuto basato sul funzionamento del budget europeo, infatti, potrebbe causare ancora più danni che benefici ad un Paese come l’Italia che, in quanto finanziatore netto, potrebbe ritrovarsi per l’ennesima volta a dover versare più contributi di quanti ne riceverebbe.

Ue: all’Ungheria più del doppio dei fondi dati all’Italia

Ue ammette: “allocazione non ottimale, ma eseguita secondo regole di coesione europea”.
Ecco perché era arrivato il voto contrario ai coronabond da parte di alcuni partiti: l’Italia avrebbe versato più soldi di quelli che avrebbe ricevuto.

Più del doppio dei fondi destinati all’Italia. Questo è quanto ha ricevuto l’Ungheria del premier Orban, con riferimento agli aiuti per l’emergenza legata al coronavirus.

A riportare la notizia è il “Telegraph”, che aggiunge: mentre l’Italia ha ricevuto circa 2,5 miliardi di euro, l’Ungheria ne ha ricevuti circa 5,5 su un totale di 37.

L’Ungheria ha una popolazione decisamente inferiore a quella italiana (circa 10 milioni di abitanti rispetto ai circa 60 milioni dell’Italia, ovvero un sesto) ed ha sofferto una crisi da coronavirus decisamente inferiore a quella del Bel Paese, che risulta invece essere attualmente il più colpito a livello europeo.

Punzecchiata sul tema, la Commissione europea ha ammesso che si tratta di “un’assegnazione non ottimale”; il perché di questa allocazione risiede nel fatto che per distribuire i medesimi fondi, che derivano dal budget europeo, si sono seguite le regole dei programmi di coesione, che favoriscono i Paesi più poveri.

È proprio su questa linea che alcuni partiti italiani (Lega e Forza Italia) avevano votato contro i coronabond poco tempo fa a livello europeo, dopo aver aspramente contestato il Mes (Lega, Forza Italia invece era a favore).

Se venissero applicati i coronabond sulla base dell’attuale regolamento del budget europeo, infatti, l’Italia, in quanto Paese finanziatore netto, finirebbe col versare più fondi di quelli che riceverebbe, portandosi a casa un delta negativo che ancor peggio avrebbe fatto in termini di risorse da poter impegnare in questa emergenza.

La proposta dei coronabond arrivata dai Verdi, inoltre, li riteneva indispensabili per “salvare l’Unione europea e quella monetaria”; ben altra cosa, dunque, del tema emergenziale legato al cornavirus.

La richiesta dei partiti dichiaratisi contrari ai coronabond gestiti in questo modo, si sostanzia invece nel fatto che si dovrebbe far impegnare la Bce nello svolgere il suo ruolo, ovvero di farle acquistare tutti i titoli di Stato nazionali ritenuti necessari.

Supponendo che si adotti questa via, altro punto sarebbe poi quello di capire come immettere correttamente nell’economia reale questi soldi, per non rischiare che rimangono in pancia alle banche.