FCA Bank sbarca in Polonia e si porta Leasys

Dopo Irlanda e Belgio, FCA Bank apre anche in Polonia e porta con sé Leasys.

Sbarca anche in Polonia, precisamente a Varsavia, FCA Bank.

Operativa dal primo gennaio 2020, dopo le filiali in Belgio (2018) ed Irlanda (2017), la nuova sede polacca contribuisce alla strategia di accrescimento della competitività internazionale sulla quale la società sta spingendo.

La nuova filiale sarà chiamata a gestire le attività di credito nelle diverse forme, a supporto delle vendite e delle operazioni di marketing del gruppo FCA e degli altri partner automobilistici.

A conferma dell’importanza che FCA dà al territorio polacco, in forte crescita economica da circa un decennio tanto da essere stata recentemente promossa nella fascia dei Paesi sviluppati, la società ha fatto approdare in Polonia anche la controllata Leasys.

Trump: “Obama voleva la guerra, noi la pace”

La Camera limita i poteri di Trump.
Il presidente: “eravamo pronti a rispondere, però non siamo andati”.

Arrivano altre dichiarazioni del presidente americano dopo gli scontri con l’Iran.

Prima le tensioni dovute agli attacchi alle petroliere (approfondimento al link), poi l’assalto all’ambasciata americana a Baghdad (approfondimento al link) e l’uccisione di Soleimani (approfondimento al link) con la risposta iraniana tramite l’operazione “Soleimani martire” (approfondimento al link), passando per il discusso accordo sul nucleare (approfondimento al link) fino ad arrivare alle dichiarazioni di una “reazione spropositata” con tanto di “attacchi ai siti culturali iraniani” (approfondimento al link).

Ed è proprio il tanto discusso accordo sul nucleare ad essere criticato da Trump, tanto da prendere ancor più le distanze dalla vecchia amministrazione dichiarando:

Stava spingendo il mondo verso la guerra, ora invece siamo sulla strada della pace“.

Il presidente a stelle e strisce, in merito ai recenti scontri tra i due Paesi, ha poi aggiunto:

Eravamo pronti a rispondere ed a colpire l’Iran, poi però non siamo andati. Quando mi hanno detto dei 16 missili lanciati contro le basi in Iraq, eravamo pronti ad andare; ho chiesto quanti morti e feriti c’erano, mi è stato detto nessuno e non siamo andati. Non che io volessi andare. Le nostre forze armate sono le più potenti al mondo: chi ci minaccia lo fa a suo rischio”.

Questa dichiarazione, nota da segnalare, è stata rilasciata dopo il via libera della Camera alla risoluzione che limita i suoi poteri di guerra, vietando ogni intervento in Iran senza l’approvazione del Congresso.

Il medesimo provvedimento, introdotto dai democratici dopo l’uccisione del generale Soleimani temendo un’escalation, impedisce qualsiasi azione contro l’Iran senza, appunto, l’autorizzazione del Congresso; tuttavia, si tratta di un via libera simbolico: la misura infatti non è vincolante ed è difficile che superi l’esame del Senato.

È stata approvata con 224 voti a favore e 194 contrari; 3 i repubblicani hanno votato sì: Thomas Massie, Francis Rooney e Matt Gaets. Otto, invece, democratici che hanno votato contro.

Bilancia commerciale: Ue in surplus con sé stessa

Dal rapporto Eurostat esce una curiosa stranezza: l’Unione europea sarebbe in surplus commerciale con sé stessa.

Emerge un dato anomalo, dalla bilancia commerciale europea.

Dai dati Eurostat, infatti, l’Unione europea ha dal 1993 un surplus commerciale con sé stessa.

Stando a quanto riporta Bloomberg, questa “anomalia statistica priva di senso” è andata via via crescendo con l’espansione dei Paesi aderenti al blocco ed è arrivata a toccare, lo scorso anno, la quota di ben 307 miliardi di euro.

Il numero in questione è decisamente troppo grande per essere giustificato con errori amministrativi o tematiche quali, ad esempio, insolvenze e bancarotte.

Sul tema sono intervenuti due istituti di ricerca tedeschi come l’Ifo di Monaco e l’IfW di Kiel, quest’ultimo già intervenuto tramite il proprio CEO Gabriel Felbermayr nelle analisi dell’impatto sull’economia tedesca (approfondimento al link) dello sconto tra Usa ed Iran (approfondimento ai link1 e link2).

Secondo entrambi gli istituti, le discrepanze sarebbero dovute all’evasione fiscale, in particolar modo quella legata all’iva. Questo perché le norme comunitarie esentano dall’Iva le importazioni da altri Paesi Ue.

In sintesi, l’opinione dei ricercatori è che numerose aziende registrino come esportazioni operazioni che avvengono in realtà sul mercato interno.

A supporto della loro tesi, menzionano due casi. Il primo riguarda Paesi come Regno Unito, Olanda, Lussemburgo e Cipro, dove il settore finanziario è molto sviluppato è soggetto ad anomalie statistiche; il secondo sarebbe inerente alle bilance commerciali dei Paesi con un’aliquota Iva particolarmente elevata, che spinge quindi le aziende ad operare come sopra descritto in modo tale da pagare meno imposte.

Sempre secondo i due istituti tedeschi, lo scorso anno l’evasione dell’Iva tramite la certificazione di false importazioni avrebbe sottratto ai contribuenti oltre 60 milioni di euro; vale a dire circa la metà dei 137,5 milioni di euro totalmente raccolti dall’Ue tramite l’iva stessa.

I due CEO hanno infine concluso come di seguito:

Un errore di queste proporzioni nella bilancia dei pagamenti non è qualcosa di fronte alla quale l’Ue può semplicemente scrollare le spalle come se fosse un divertente valore anomalia, considerando che l’ammontare degli avanzi commerciali è alla base di dispute internazionali; i surplus di beni e servizi nei confronti di se stessi sono aumentati nel tempo e suggeriscono che il sistema statistico europeo soffra di un’incapacità sistematica di tracciare i dati reali su importazioni ed esportazioni“.

Fuga da Amazon

Dopo le varie accuse e le perdite di clienti come Nike e Birkenstock arriva un’altra tegole per Amazon: anche Ikea abbandona la piattaforma e-commerce.

Jeff Bezos, dopo il divorzio più costoso della storia del mondo e l’essere finito nella top ten dei miliardari che più hanno perso a livello economico-finanziario nel 2019 (approfondimento al link), continua a perdere colpi.

La sua azienda Amazon, infatti, è stata ripetutamente al centro delle critiche per il trattamento del personale ed è stata inserita tra le società che non brillano per trasparenza (insieme ad Apple, Disney ed addirittura l’Isis) nel discorso tenuto da Ricky Gervais ai Golden Globe.

Ora, dopo i clamorosi addii di Nike e Birkenstock, arriva un’altra brutta tegola: ha deciso di smettere di vendere i suoi prodotti tramite la piattaforma e-commerce Amazon anche il colosso Ikea.

La decisione di Ikea è arrivata dopo l’avvio del progetto pilota focalizzato sugli articoli di illuminazione smart, che avrebbe fatto registrare un fallimento a causa della necessità di essere veicolata in maniera decisamente più ampia ed efficace.

Non secondario è il problema di minor attrattività che Amazon sta attraversando; i motivi sarebbero legati alla vendita di prodotti contraffatti ed alla mancanza di adeguati controlli in questo senso.

Il problema sta diventando noto al punto che l’American Apparel & Footwear Association, ancora ad ottobre 2019, aveva contrassegnato alcuni dei siti sui quali Amazon si appoggia.

Al momento Ikea sta usando la piattaforma Alibaba ma, come dichiarato circa un anno fa al Financial Times dal chief executive of Inter Ikea Torbjorn Loof, pare ci sia la volontà di lanciare una propria piattaforma per l’e-commerce.

Il nuovo marketplace includerebbe inoltre la vendita di prodotti di terzi senza limiti di categorie, in modo da diversificare il business ed incrementare i profitti grazie ai proventi derivanti dalle transazioni che avverranno tramite la piattaforma stessa.

Amazon perderà dunque una buona quota di mercato, considerando che Ikea è anche in forte movimento: altro business in via di sviluppo è quello legato all’opzione dei mobili in leasing, per il quale è prevista nel 2020 l’ampliamento in 30 mercati, dopo il lancio avvenuto in Svizzera.

Ma non solo: sono previste le aperture, entrambe a New York, di un negozio di piccola taglia (5.000 mq) nell’Upper East, al fine di offrire ai clienti l’opportunità di sedersi con i consulenti di design e di un nuovo store, entro il 2020 e più precisamente nel quartiere del Queens, per attirare i millennial urbani.

Trump: “Pronti a reazione sproporzionata”

Trump dopo gli attacchi iraniani alle basi Usa minaccia una “reazione sproporzionata”.

Donald Trump, dopo l’offensiva iraniana alle basi americane (approfondimento al link), ha dichiarato:

Gli Usa sono pronti ad una reazione sproporzionata, nel caso in cui l’Iran dovesse rispondere militarmente”.

Il presidente americano, minacciando di attaccare anche i siti culturali iraniani, ha poi continuato:

All’Iran è stato permesso di uccidere cittadini statunitensi e non è, invece, concesso toccare i loro siti culturali? Non funziona in questo modo”.

La Nato ha dichiarato che ritirerà le truppe in missione di addestramento attualmente presenti in Iraq; l’America, intanto, come anticipato dal proprio presidente, ha mandato migliaia di soldati in più nella regione mediorientale.

Smorza i toni, pur difendendo l’azione dell’uccisione del generale Soleimani (approfondimento al link) sostenendo i motivi per farlo c’erano tutti (approfondimento ai link1 e link2), il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, che in merito a quanto detto da Trump sugli attacchi ai siti culturali, assicura:

Ogni azione che intraprenderemo rispetterà il diritto internazionale”.

Un attacco ai siti culturali, infatti, violerebbe il diritto internazionale umanitario e la Carta delle nazioni Unite andando, di conseguenza, a costituire un crimine di guerra.

Pompeo continua sostenendo che “il vero responsabile dei danni alla cultura persiana è la guida suprema l’Ayatollah Ali Khamenei”.

Ribatte alle parole del segretario di stato americano il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, dicendo che gli Usa gli hanno negato il visto di entrata negli Stati Uniti per partecipare alla riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ritenendola una cosa che viola gli obblighi internazionali (in base al medesimo accordo è previsto che gli Stati Uniti siano tenuti a consentire l’accesso al Palazzo di Vetro ai diplomatici stranieri).

Zarif rincara ancora la dose, sostenendo che negare il visto è stato comunque nulla rispetto alle minacce americane di far morire di fame gli iraniani (riferendosi al terrorismo economico delle sanzioni) ed a quelle inerenti all’attacco dei siti culturali.