Il colosso tedesco Varta dichiara fallimento

Apple cambia fornire per i suoi AirPods e va in Cina.
Si tratta di 4.200 posti di lavoro.

Un altro grande nome dell’industria tedesca finisce in bancarotta: Varta, storico produttore di batterie con sede a Ellwangen, nella parte orientale del Baden-Württemberg, ha presentato al Tribunale Distrettuale di Stoccarda l’istanza per accedere a uno degli strumenti previsti dalla legge fallimentare tedesca, la procedura di insolvenza in regime di autoamministrazione.

L’azienda, che già negli anni scorsi ha affrontato non pochi problemi finanziari, rischia ora di scomparire oppure di andare incontro a uno spezzatino delle attività operative.

Toccherà ora all’avvocato Tobias Wahl, nominato dal tribunale quale amministratore provvisorio, trovare una soluzione a una crisi più finanziaria che commerciale e operativa, garantire il futuro della società e salvaguardare quasi 4.200 posti di lavoro. Il suo compito non sarà facile perché Varta è il simbolo di cosa significhi la spietata concorrenza dei cinesi in alcuni ambiti tecnologici. 

La società tedesca ha negli anni concentrato le sue attività nel campo delle micro-batterie per dispositivi elettronici, ma negli ultimi mesi avrebbe perso un importante cliente. Varta cita, tra le cause della sua crisi, “condizioni di mercato significativamente deteriorate, domanda più debole, effetti negativi sulla valuta e, più recentemente, la decisione di un cliente di riferimento di porre fine alla cooperazione“. Si tratta del colosso Apple, che ha deciso di affidarsi proprio a un fornitore cinese per i suoi AirPods.

A pagarne le conseguenze sono così le divisioni operative Varta Microbattery GmbH, Varta Micro Production GmbH e Varta Storage GmbH, mentre è stata esclusa dalla procedura di insolvenza l’unità Consumer Batteries e le società collegate, che sono giuridicamente e operativamente separate, finanziariamente indipendenti e ancora redditizie. Ad ogni modo, Wahl dovrà individuare, in via prioritaria, delle fonti di finanziamento alternative a quelle che finora hanno sostenuto le attività. L’azienda, come riporta Quattroruote, è controllata dall’imprenditore austriaco Michael Tojner e dalla Porsche, ma i due azionisti si sono riufiutati di mettere a disposizione nuovi capitali. Varta è quindi sul punto di essere smembrata: i creditori più importanti, tra cui  Deutsche Bank e gli hedge fund RBC BlueBay, Blantyre e Whitebox, avrebbero messo nel mirino la divisione ancora in bonis per scorporarla dall’azienda, mentre Tojner ha espresso interesse per il solo settore delle microbatterie.

La Porsche ha investito nella Varta all’inizio del 2025 nel quadro di un’operazione finanziaria condotta insieme all’imprenditore austriaco per procedere con l’ennesimo salvataggio della società di Ellwangen. Grazie a 60 milioni di euro, la Casa di Zuffenhausen ha rilevato la metà del capitale, nonchè la maggioranza dell’attuale Varta V4Smart, produttore di batterie cilindriche agli ioni di litio ad alte prestazioni, anche queste attività non rientrano nella procedura concorsuale.

Ubs pronta ad acquisire Credit Suisse

L’acquisizione salverebbe la banca svizzera.
L’operazione potrebbe chiudersi nel week-end.

Ubs è in trattativa per acquistare tutta o parte di Credit Suisse.

Ripresa poi anche da Il Corriere della Sera, First Online ed altre testate, la notizia arriva dal Financial Times che cita diverse fonti vicine al dossier secondo cui le nozze tra la prima e la seconda banca svizzera sarebbero il “piano A” delle autorità elvetiche, impegnate nel tenere a galla Credit Suisse dopo la linea di credito da 50 miliardi di franchi annunciata dalla banca centrale elvetica.

L’imperativo è fare presto, anche allo scopo di evitare nuove tempeste borsistiche su un titolo già arrivato ai minimi storici.

Secondo il Financial Times, i consigli di amministrazione delle due banche si incontreranno separatamente nel fine settimana per valutare l’operazione.

Ad orchestrare le possibili trattative tra Ubs e Credit Suisse nel tentativo di rafforzare la fiducia nel sistema finanziario saranno la banca centrale svizzera e la Finma, l’autorità di regolamentazione del mercato.

Una necessità impellente dato che, riferisce Reuters, almeno quattro big bancari europei, tra i quali SocGen e Deutsche Bank e Bnp Paribas, avrebbero limitato le operazioni che coinvolgono Credit Suisse o i suoi titoli.

Le autorità svizzere hanno detto alle loro controparti americane e britanniche che l’unione di Credit Suisse e Ubs è il loro “piano A per fermare il crollo della fiducia in Credit Suisse”.

Il quotidiano britannico, citando alcune fonti, sostiene inoltre che l’obiettivo è quello trovare una soluzione semplice e diretta prima dell’apertura dei mercati lunedì.

Secondo alcune indiscrezioni il progetto potrebbe anche coinvolgere altri intermediari elvetici, tra cui casse di risparmio (Raiffeisen in primis) e alcune delle maggiori banche cantonali.

Giovedì scorso, l’agenzia Bloomberg aveva riferito che i vertici di Ubs e Credit Suisse si erano opposti a un matrimonio forzato, con la prima che avrebbe preferito puntare sulla propria strategia incentrata sulla gestione del risparmio senza assumersi rischi legati al suo rivale.

La finanza influenza ancora la politica: Gabriel nel consiglio di sorveglianza di DB

Altro caso di sliding doors: dopo il passaggio di Barroso da presidente della Commissione Europea alla Goldman Sachs, Sigmar Gabriel passa dal governo tedesco alla Deutsche Bank.
E’ la finanza ad influenzare la politica e non il contrario.

È successo e si ripete.

Altro caso di sliding doors tra politica e finanza dopo quello di Josè Manuel Barroso; dopo dieci anni alla guida della Commissione Europea, Barroso aveva infatti accettato la proposta di Goldman Sachs e ne era diventato il presidente non esecutivo per l’Europa ed advisor.

Ora è il turno di Sigmar Gabriel, ex ministro degli Esteri, dell’Economia e dell’Ambiente del governo tedesco e sostenitore dei forti legami europei e transatlantici, che ha accettato di diventare membro di sorveglianza di Deutsche Bank.

La proposta di Gabriel, proveniente dal Partito socialdemocratico (Spd), è arrivata dal presidente di Deutsche Bank, Paul Achietner, dopo che la nomina di Juerg Zeltner è stata rifiutati dai regolatori a causa di un conflitto di interessi.

Può essere visto come un tentativo da parte della banca di riallacciare i rapporti con Berlino dopo i danni dovuti alla crisi finanziaria globale che ha messo in discussione lo stato di salute della banca, creando pressioni per fusioni e ristrutturazioni, tra sanzioni per riciclaggio di denaro e altri scandali.

Di fatto, benché lecito e legale, siamo di fronte ad un altro episodio di promiscuità tra politica e finanza, dove indubbiamente si sono invertiti i ruoli ed è la seconda a condizionare la prima.