Trump ritira gli Usa dall’Oms

Dopo le accuse del presidente, gli Stati Uniti escono dall’Organizzazione mondiale della sanità.
Biden rilancia promettendo un ritorno come primo punto all’ordine del giorno della sua presidenza.

Dalle parole ai fatti.

Dopo le accuse con cui la definiva “filocinese” a causa della gestione del coronavirus (approfondimento al link), l’amministrazione Trump ha informato il Congresso americano che sta procedendo al ritiro formale degli Usa dall’Organizzazione mondiale della sanità.

La notizia è stata riporta dalla Cnn e, secondo una risoluzione del Congresso del 1948, gli Usa possono lasciare l’Oms alle seguenti due condizioni:

  1. – Gli obblighi finanziari siano pienamente rispettati per l’anno fiscale corrente dell’Organizzazione;
  2. – Ci deve essere un preavviso di un anno.

Sulla vena polemica il tweet del senatore Bob Menendez, in risposta all’operato dell’amministrazione Trump:

Il Congresso ha ricevuto la notifica che il presidente ha ritirato ufficialmente gli Stati Uniti dall’Oms nel pieno della pandemia. Chiamare la risposta di Trump al Covid caotica e incoerente non gli rende giustizia. Ciò non proteggerà le vite o gli interessi americani: lascia gli americani malati e l’America da sola.”

Ha poi colto la palla al balzo per criticare la scelta di Trump ed inserirsi nella discussione il candidato democratico alla presidenza americana Joe Biden, già vicepresidente sotto la guida Obama, che rilancia mettendo come primo punto all’ordine del giorno del suo programma il rientro nell’Oms nel caso in cui vinca le elezioni.

Più precisamente, le sue parole sono state:

Gli Stati Uniti si uniranno di nuovo all’Oms nel primo giorno della mia presidenza.”

Allarme Istat: più di un’azienda su tre rischia la chiusura

Tragico il bilancio post Covid19: possibile che abbassino le serrande il 38,8% delle aziende.
È mancato l’aiuto del governo; percentuali elevate anche per le grandi imprese: circa una su cinque.

Ritorna a muoversi il mercato a maggio, dopo le forti contrazioni avvenute a marzo e ad aprile; ma la ripresa è lenta, troppo lenta.

Nella sua periodica nota, l’Istat dice che a maggio (inteso rispetto al mese precedente di aprile) “sono aumentate le esportazioni extra-Ue” ed i dati “hanno iniziato a registrare i primi segnali di ripresa dell’attività produttiva legati al progressivo allentamento del lockdown. Permangono limitazioni agli spostamenti internazionali che producono effetti negativi su trasporti aerei e turismo”.

Tra alberghi e ristoranti, sono addirittura oltre sei su dieci quelli che rischiano la chiusura entro un anno dallo scoppio dell’emergenza legata al coronavirus, mettendo a repentaglio circa 800 mila posti di lavoro.

Più precisamente stiamo parlando del 65,2% delle strutture, che nel loro complesso valgono 19,6 miliardi di euro.

Non va meglio alle imprese impegnato negli ambiti di sport, cultura ed intrattenimento che vedono un rischio chiusura per il 61,5% di esse (700 mila posti di lavoro ed un valore aggiunto pari 3,4 miliardi di euro), mentre il settore dell’abbigliamento ha subìto un calo del 40%.

La nota dell’Istat, che si basa su uno studio inerente le aziende con un numero di addetti superiore a 3, chiude poi mettendo in luce come sia a rischio la sopravvivenza del 38,8% delle aziende italiane:

L’impatto della crisi sulle imprese è stato di intensità e rapidità straordinarie, determinando seri rischi per la sopravvivenza: il 38,8% delle imprese italiane (pari al 28,8% dell’occupazione, circa 3,6 milioni di addetti) ha denunciato l’esistenza di fattori economici e organizzativi che ne mettono a rischio la sopravvivenza nel corso dell’anno.

Scendendo più in profondità con l’analisi, vediamo che il pericolo chiusura è pari al 18,8% per le grandi imprese, al 22,4% per le medie imprese, al 33,5% per le piccole ed addirittura al 40,6% per le micro imprese. Confrontando i dati nello scenario internazionale, in Italia si è decisamente fatto troppo poco a sostengo delle aziende.

Economia: Polonia miglior Paese europeo per reazione a Covid19

L’analisi di Bloomberg pone l’economia polacca al primo posto in Europa per reazione all’emergenza da coronavirus.
Secondo Hillebrand e Die Welt i punti di forza sono sovranità monetaria, bassa dipendenza dall’estero in ogni settore e un’immigrazione controllata.

La Polonia è il Paese europeo che meglio ha saputo reagire alla crisi derivata dal coronavirus.

A dirlo è “Bloomberg” che, citando l’opinione del presidente del Fondo polacco di sviluppo (Pfr) Pawel Borys e riprendendo le previsioni della Commissione Ue, indica come la contrazione del Pil polacco nel 2020 sarà del 4,3%, ovvero appunto tra le più contenute nell’Unione.

A supporto arriva anche la conferma di Unicredit, che nella propria analisi trimestrale in merito alla situazione economica nell’Europa centro-orientale indica quanto di seguito:

“La reazione anti-crisi in Polonia è stata quella più ampia e consistente: il progetto di sostegno per le aziende è stimato al 6,7% del PIL, la dimensione dell’assistenza diretta al 7,4% del PIL e in totale tutte le azioni di salvataggio per l’economia polacca coprono circa il 20% del PIL, il numero più alto in tutta la CEE.”

Sempre l’Istituto bancario, a conferma della bontà dei dati economici della Polonia, aggiunge che la situazione dei nuclei familiari prima della crisi era la migliore nella storia del Paese.

Sulla questione è intervenuto anche il politologo e capo della Friedrich Erbert Foundation, Ernst Hillebrand, il quale ha spiegato su “Focus Online” le ragioni grazie alle quali la Polonia sia riuscita a reagire in questo modo rispetto alle altre economie dell’Unione europea:

“La prima ragione è dovuta a un’economia fortemente sviluppata; e poi, in nessuno dei suoi settori i prodotti esteri superano il 15% del totale. Il 58% del PIL polacco è ricavato dalla domanda interna del Paese. E questo è, bisogna dirlo, dovuto alle politiche conservatrici del governo di Diritto e Giustizia (PiS, la sigla in polacco), che hanno limitato le perdite dei posti di lavoro, come è invece avvenuto in Germania. Anche i finanziamenti europei hanno aiutato la Polonia ad evitare il peggio.”

Infine, arriva anche il “Die Welt” a rafforzare le tesi sopracitate, pubblicando un articolo in cui si legge quanto di seguito:

“La Polonia ha superato la Crisi dell’euro del 2009, la Crisi migratoria nel 2015 e ora supererà anche quella pandemica del 2019-20 con un’economia ancora più forte.”

Sovranità monetaria, domanda interna e confini controllati per regolare l’immigrazione, dunque, risultano essere le chiavi del successo.

Żyjąc z wirusem

„Kto chce zachować swoje życie, straci je!”
Ewangelia św. Łukasza 9,24.

(Włoska wersja na link)

Artykuł profesora Paolo Becchi – były badacz na Uniwersytecie Saary w Niemczech, stypendysta Deutscher Akademischer Austauschdienst (DAAD), a następnie Alexandre von Humboldt-Stiftung, wykładowca na szwajcarskim Uniwersytecie w Lucernie i obecnie profesor filozofii prawa na Uniwersytecie w Genui.

Lecz jak mielibyśmy nie brać udziału w tej „wojnie” z niewidzialnym i podstępnym wrogiem, dopóki nie zakończy się ona jego całkowitą klęską, jego unicestwieniem? W wojnie, która powinna zakończyć się naszym zwycięstwem? I do tego odnosi się wrażenie, że byłoby to swojego rodzaju nowe „okaleczone zwycięstwo”. O, tak! Po bezwzględnym wezwaniu „zostańcie w domu!”, nowe, które będzie nam towarzyszyć w najbliższych miesiącach, a może i dłużej, może nawet na zawsze, wkrótce będzie miało swoje oficjalne brzmienie: „żyjcie z wirusem!”

Po pozostawieniu tysięcy zabitych na polu walki z wrogiem, teraz mamy nauczyć się z nim żyć? To bardzo dziwna wojna z wirusem prowadzona z kanapy w domu lub z łóżka na oddziale intensywnej terapii. Lecz jeszcze dziwniejsze jest to, że musimy nauczyć się żyć z wirusem. Co to znaczy żyć z wirusem? Pierwszą i najbardziej powierzchowną odpowiedzią może być to, że musimy żyć z Chinami. Wirus jest chiński i życie z nim oznacza życie z Chinami. W skrócie oznacza to przyzwyczajenie się do faktu, że Chiny stały się potęgą zajmującą przestrzeń geopolityczną i że zawsze mogą stać się „wirusowe” i łatwo rozprzestrzeniające się.

Spróbujmy jednak głębiej się nad tym zastanowić, mając nadzieję, że nie dotrzemy do sedna sprawy. Jeśli jest coś, czego nauczył nas ten wirus, to jest to, że byliśmy i nadal jesteśmy gotowi zrobić wszystko, aby ocalić nasze życie.  O jakim życiu mowa?

Wyjaśnijmy to. Arystoteles już wcześniej odróżniał życie jako „bios” od życia jako „zoé„. Zoé to “nagie życie”, prosty fakt życia, życia, dzięki któremu biologicznie istniejemy; bios, przeciwnie, to życie, którym żyjemy, życie uwarunkowane sposobem w jakim je przeżywamy: to „stan życia”, „nadanie sensu zoé”. „Kwarantanna” to nic innego, jak nasze wyrzeczenie się każdego „stanu życia”, w imię „nagiego życia”.  Ale czymże jest „nagie życie”, pozbawione wszelkich cech życie, które nie będąc życiem, jest niczym? Sam wirus jest tym życiem, w jego skrajnej formie: życiem tak „nagim”, że nawet nie wiemy, czy jest naprawdę „żywy” czy nie. Fałszywie żywy, fałszywie śmiertelny, wciąż nieproszony gość, intruz. Czy wirus jest życiem? To pytanie, na które nauka nie jest jeszcze w stanie odpowiedzieć. Być może nie na każde pytanie da się odpowiedzieć. „Nauka”, „wirusolodzy” (cóż to za spektakl ci eksperci, zdolni podsycać zbiorową panikę i którzy mówią nie wiedząc nawet o czym mówią!) w rzeczywistości nawet nie potrafią powiedzieć, czym jest „wirus”, ale to oni decydują teraz o naszym życiu i śmierci. To nie przypadek. To oni jako pierwsi przy zastosowaniu technik reanimacji oraz przeszczepów narządów rozdzielili to, co w człowieku było nierozłączne: życie czysto fizyczne i życie biograficzne. Nie, nauka i medycyna nie uodpornią nas na tego wirusa.

Co nam zatem pozostaje? Może uda nam się przejść od fizyki do metafizyki, lub jak kto woli, do „biologii filozoficznej”, o której mówił Hans Jonas. „Nagie życie” wirusa – pozbawione przemiany materii? – lub bardziej: nie-życie. Byt pozbawiony istnienia. A jeśli życie to nie jest życiem, to także nie umiera. Oto dlaczego nie pozostaje nam nic innego jak żyć z tym wirusem.

Ale czy ma sens żyć z nim, przystosowując się jak dotychczas, do jego poziomu, do nagiego życia przeciwko nagiemu życiu? Oto egzystencjalne pytanie na kilka kolejnych miesięcy, a może i lat. Nic już nie będzie takie jak kiedyś. Źle zrobiliśmy sprowadzając wszystko do „nagiego życia”, i teraz jesteśmy zmuszeni z tym żyć. Życie z koszmarem, paniką, obsesją na punkcie wirusa. Na zewnątrz, owszem, ale w rękawiczkach i maskach. Czy już na zawsze pozostaną częścią naszego ubioru, jak krawaty i szale? Czy nauczymy się całować z maską bez kontaktu języków, a może przez prezerwatywę? Czy będziemy się przytulać na odległość? Zajęcia na uniwersytetach i w szkołach będą odbywać się na odległość? Z drugiej strony może będziemy szczęśliwi (szczęśliwi?), że jesteśmy w ciągłym kontakcie przez Whatsapp, Facebooka, Twittera, Instagram, bardzo blisko w świecie wirtualnym, lecz oddaleni o dwa metry w świecie rzeczywistym?

Pozostaje jednak pytanie, czy możliwe jest zbudowanie autentycznej „Gemeinwesen„, ludzkiej wspólnoty, opartej na dystansie. Nie na dystansie społecznym – różnice społeczne istniały zawsze – ale na dystansie między ludźmi, między ciałami. Widzieć się, słyszeć, ale nie dotykać? Nie móc nawet pieszczotliwie pogłaskać twarzy drugiej osoby? A jednak sam Arystoteles jako pierwszy nauczał, że jedynym zmysłem, bez którego nie da się żyć, jest właśnie dotyk.

A my podążamy właśnie w tym kierunku. W kierunku społeczeństwa bezkontaktowego lub z kontaktami ograniczonymi do minimum. To oznaczałoby zwycięstwo wirusa. Żyć z wirusem w ten sposób, to jak przyznać się do porażki. Odejdzie sam, podążając za prawami swojej natury, lecz naszą naturę zdążył już zmienić. Bezpieczeństwo tkwi w dystansie. A nawet na dystans odzież ochronna będzie obowiązkowa: dla każdego maski i rękawiczki. Nagie życie zwycięży wtedy nad naszymi nawykami, naszymi historiami, naszym życiem. Ale czy nie-bycie człowieka jest naprawdę czymś straszniejszym niż autentyczne nie-istnienie? Prościej: czy przetrwanie nagiego życia jest naprawdę najwyższą instancją? Z punktu widzenia darwinizmu społecznego na pewno tak jest. Ale to nie dotyczy innych punktów widzenia. Wystarczy pomyśleć o Walterze Benjaminie: „Człowiek w żaden sposób nie współgra z nagim życiem”(der Mensch fällt eben um keinen Preis zusammen mit dem blossen Leben). Tranchant. Człowiek nie żyje jak roślina. A nawet jeśli dzisiaj się tak zdarza, to mamy do czynienia z tragiczną rzeczywistością wykreowaną przez techniki reanimacyjne. Ale dla człowieka liczy się nie tylko „nagie życie”, liczy się przede wszystkim opowieść o życiu, życiu żywym.

Przecież właśnie dlatego prawa podstawowe, takie jak wolność osobista, swoboda przemieszczania się, wolność wyznania, a nawet swoboda wypowiedzi, upadały jeden po drugim jak żołnierze wysyłani na rzeź. Bo jeśli wszystko to, co ma znaczenie, oznacza po prostu „ratowanie” nagiego życia, to każdy ruch jest dozwolony. Bariera ta została znacznie przekroczona za sprawą niecywilizowanego, barbarzyńskiego, bezlitosnego leczenia zarezerwowanego dla pacjentów zakaźnych. Mężczyźni i kobiety zostali pozostawieni sami sobie na śmierć, nie mogąc nawet po raz ostatni zobaczyć swoich krewnych, a ich ciała spalono jako toksyczne odpady. Czy w takiej sytuacji mówienie o prawach i prawie nadal ma sens? A wychodząc od praw łatwo przejść do  kwestionowania porządku konstytucyjnego. Aby stawić czoła kryzysowi sanitarnemu prawa i prawo zostały zneutralizowane, zawieszone. Wystarczą „krzyki” telewizyjne Szefa poprzedzające jego działania administracyjne, które mają na celu ratowanie „naszego życia”. Czy to możliwe, że przyszło nam to wszystko zaakceptować? Czy pozostała jeszcze jakaś nadzieja?

Relacjonowany w wiadomościach przypadek dziadka z Savony, który nie mogąc dotknąć swojego wnuka, wolał się zabić, to nareszcie jeden z nielicznych przypadków człowieka, który wygrał walkę z wirusem. Dziadek, jak na swój wiek, był z pewnością bezbronnym podmiotem, bardziej narażonym na zarażenie, lecz dla niego istniało coś ważniejszego niż nawet jego własna osoba, coś wyższego niż samo przetrwanie. Dla niego najważniejsze było życie z wnukiem, a z tego nie mógł i nie chciał zrezygnować. Przetrwanie samo w sobie: to już nie było dla niego Życie.

Tringali: “Mes, rischi superano i vantaggi. Italia non aderirà”

Non c’è più l’obbligo di firmare un memorandum con la Troika ma i burocrati possono verificare se lo Stato risponde ai parametri e in caso contrario intervenire sulle politiche economiche.

Tanti annunci, pochi fatti. È la sintesi dell’operato in risposta all’emergenza da coronavirus delle autorità sia in Europa – con Recovery Fund, Sure, Bei e Mes – sia in Italia. Da un lato il premier Giuseppe Conte ed il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri prima fanno annunci televisivi da centinaia di miliardi di euro mentre le aziende devono ancora vedere la cassa integrazione, poi finiscono con il chiedere “atti d’amore” alle banche che, al netto dei circa 6,5 miliardi concessi a FCA, si sostanziano in un nulla di fatto.

Dall’altro l’Unione Europea che, in un momento che necessita di risposte rapide ed efficaci, non fa che ritrovarsi una volta al mese per non decidere nulla e rimandare il tutto al meeting successivo. Si veda quanto emerso dall’ultimo Consiglio europeo, in cui il Presidente Charles Michel ha detto che a luglio si cominceranno i negoziati seri. Come se finora si fosse perso tempo.

Si parla di Sure e aiuti dalla Bei, che però ancora non partono perché mancano le garanzie. Si parla di Mes con un tasso di interesse agevolato. Ma al contempo introduce un creditore privilegiato, alzando il costo degli interessi per la collocazione dei Titoli di Stato. Si parla di Recovery Fund, ma se il funzionamento per l’allocazione dei fondi è quello standard, significa che un Paese finanziatore netto come l’Italia finirebbe per versare più soldi di quanti ne riceverebbe.

Di tutto questo ha parlato in un’intervista con Wall Street Cina il dott. Fabrizio Tringali, scienziato politico e autore dei saggi “La trappola dell’euro”, “Liberiamoci dall’euro, per un’altra Europa”, oltre che del blog “Badiale&Tringali”, tutte opere scritte a quattro mani con il professor Marino Badiale, ordinario di matematica presso l’Università di Torino

Dott. Tringali, qual è il suo punto di vista sull’operato del governo italiano per la gestione del covid19?

“Parliamo della gestione della crisi economica, non di quella sanitaria. Su questo fronte, quello che il governo sta facendo non si avvicina nemmeno lontanamente a quanto sarebbe necessario. Aziende e lavoratori autonomi hanno subìto perdite ingenti, ma gli interventi messi in campo dall’esecutivo sono minimali. Peraltro, data la portata mondiale della crisi, non si può certo pensare che qualche incentivo, o la cassa integrazione, possano bastare a scongiurare il rischio di chiusura per tante attività. Ed è ovvio che più persone perderanno il lavoro, e più uscire dalla crisi diventerà arduo.

“Bisogna evitare la disoccupazione: è necessario un piano di investimenti e assunzioni nel pubblico impiego, a iniziare dai settori della sanità e della scuola, ed un piano di abbassamento dell’età per la pensione. “Quota 100” non solo va mantenuta, ma va progressivamente abbassata. Tutto il contrario di quello che la UE ci raccomanda di fare.”

E in merito a quello europeo, invece, cosa ne pensa?

“Ancora una volta l’Unione Europea ha mostrato apertamente il suo volto disgustoso. Del resto lo ha sempre fatto. La crudele indifferenza verso le sofferenze e le difficoltà della popolazione, che i governanti e i tecnocrati europei hanno mostrato durante la crisi greca, è la stessa che oggi esprimono nelle trattative sugli strumenti anticrisi da mettere in campo. Solo un ingenuo può credere ai proclami di facciata sulla “solidarietà europea”, che è una cosa che semplicemente non esiste. Come non esiste finanziamento senza condizionalità. Chi lo afferma mente, ed è quindi un farabutto, oppure non sa di cosa parla, che è anche peggio.”


È favorevole a Mes e Recovery Fund?

“Innanzitutto bisogna dire che sicuramente l’Unione Europea non darà vita a nessuno strumento efficace per uscire dalla crisi. Non lo farà per il semplice fatto che non può farlo. Ricordiamoci che l’Unione Europea non è altro che un insieme di regole architettate per permeare di liberismo ogni settore della vita economica e sociale. Per sua natura, quindi, non può favorire “solidarietà”, cioè trasferimenti da stati più ricchi a quelli in difficoltà, così come non può suggerire di rafforzare il settore pubblico o di abbassare le soglie per la pensione (e infatti fa il contrario).

Ovviamente qualcosa si inventeranno, per dare ai paesi un po’ di respiro e per salvare la faccia, ma sempre con l’obiettivo di erodere la sovranità degli stati ed imporre le famigerate “riforme”. Il MES viene presentato come privo di condizionalità, perché è stato effettivamente tolto l’obbligo di firmare un “memorandum” con la Troika. Ma resta l’“Early Warning System” tramite il quale i burocrati del MES possono verificare se lo Stato in questione risponde ai loro parametri. E in caso contrario attivare gli organi europei perché intervengano sulle politiche economiche.

Il Recovery Fund ancora non sappiamo come funzionerà, però sappiamo che il suo utilizzo sarà collegato all’imposizione delle “riforme” che ogni stato deve attuare sulla base delle raccomandazioni UE. E sapete cosa raccomanda la UE all’Italia? Nella relazione dello scorso febbraio, la Commissione Europea ci raccomanda di diminuire la spesa pubblica, anche a livello regionale e comunale (quindi ulteriori tagli ai servizi sanitari, educativi etc.).

Ci chiede di diminuire la spesa previdenziale, aumentando l’età per la pensione; definisce ingiustificata l’assenza di tassazione sulla prima casa, suggerendo di reintrodurla, avendo cura di rivedere al rialzo le rendite catastali. Queste cose sono scritte nero su bianco, nei documenti pubblici che si possono facilmente trovare nei siti istituzionali.”

Cosa intende?

“Se le persone leggessero un poco di più i documenti ufficiali della UE e meno le schifezze scritte dalla maggioranza dei media, penso che l’idea di uscire dall’Unione Europea vedrebbe crescere enormemente i consensi. Ecco, per esempio, il documento ufficiale che contiene quanto ho citato prima.”

Perché, secondo lei, il governo italiano è l’unico a spingere così fortemente per il Mes mentre nessun altro lo vuole?

Nessuno vuole il Mes perché i rischi della sua adozione superano largamente i vantaggi. In Italia, il suo utilizzo o meno ha un significato più politico che economico. Sappiamo che il Movimento 5 stelle ha lungamente osteggiato questo strumento, quindi il suo utilizzo, per il PD, sancirebbe la propria supremazia sull’alleato di governo, almeno in campo economico.”

“Tuttavia ritengo che sia più probabile che la questione Mes venga politicamente utilizzata in modo diverso. Nelle attuali trattative europee, il governo cederà su molte richieste dei paesi del nord. Ma continuerà a mantenere la scelta di non aderire al Mes. In questo modo il movimento 5 stelle proverà a far credere al proprio elettorato di aver rispettato gli impegni presi.”

(L’intervista è stata originariamente pubblicata su “Wall Street Cina“, che ringraziamo).