Economia sommersa ed illegale: per l’Istat vale l’11,9% del Pil

In calo rispetto al passato, sono ancora 211 i miliardi di euro che sfuggono al fisco.

L’11,9% del Pil.

Questo è quanto valgono, stando ai dati Istat, l’economia sommersa e le attività illegali.

Benché il dato risulti in calo rispetto al passato, la quota è ancora alta; più precisamente, stima sempre l’Istituto di statistica, si parla di 211 miliardi di euro.

L’anno di analisi è il 2018 che, rispetto al 2017, presenta un calo di 3 miliardi di euro. Il trend viene dunque confermato in discesa dopo il picco registrato nel 2014 e che valeva il 13% del Pil.

Nel dettaglio, l’economia sommersa ammonta a 192 miliardi di euro mentre le attività illegali a 19 miliardi di euro.

Il flop della sanatoria dei migranti voluta dalla Bellanova

Attuata sotto il ricatto delle dimissioni del ministro, la manovra porta esiti miseri.
Non si capisce il senso di offrire lavoratori ad un Paese senza lavoro.

Aveva minacciato di dimettersi, il ministro alle politiche agricole, alimentari e forestali Teresa Bellanova, nel caso in cui non le avessero fatto passare la sanatoria sulla regolarizzazione di 600mila migranti (approfondimento al link).

L’aveva, poi, firmata tra le lacrime di commozione. Lacrime che, in realtà, a molti avevano fatto tonare in mente quella della Fornero, autrice di una riforma che tutti conosciamo.

L’intento dichiarato era quello di tutelare i lavoratori vittime di caporalato, da una parte, ed evitare lo spopolamento delle campagne italiane visto che la crisi da covid19 aveva costretto molti lavoratori agricoli a tornare nelle rispettive patrie verso l’Est Europa, senza i quali l’agricoltura sarebbe morta.

L’obiettivo, da molti ritenuto nascosto, era invece quello di abbassare il numero degli irregolari al fine di migliorare le statistiche sull’immigrazione, da un lato, e di assicurarsi più di mezzo milione di voti, dall’altro.

Dati alla mano, come riporta “La Stampa”, la sanatoria non ha avuto gli esiti sperati, almeno dal punto di vista dell’intento dichiarato. A giugno, il 91% delle domande, ovvero 21.695, era inerente al lavoro domestico ed all’assistenza alla persona (badanti e colf, per intenderci), anziché al settore agricolo.

Al 31 luglio 2020, inoltre, le domande di regolarizzazione da parte di immigrati per richiedere il permesso di soggiorno per motivi di lavoro sono state appena 148.594; di queste, ben 128.179 riguardo appunto il lavoro domestico come precedentemente detto.

Solo 19.875 erano inerenti ai settori di agricoltura e pesca.

Il 25% degli stranieri irregolari, inoltre, è stato assunto in famiglie della stessa etnia con il conseguente elevato rischio che questi lavori siano solo uno specchietto per le allodole e svaniscano nel nulla non appena ottenuto il permesso di soggiorno.

I dati Istat, infine, dimostrano come a giugno 2020 ci siano 750mila occupati in meno rispetto all’anno precedente e che, di questi, 600mila siano dovuti alla mancata riattivazione dei rapporti di lavoro stagionali ed a termine. Di questi 600mila, il 20% è inerenti a lavoratori stranieri. Le stime più recenti parlano di circa 500mila stranieri regolari in cerca di lavoro; viene dunque da chiedersi perché si spinga a proporre forza lavoro tramite queste sanatorie che attirano ancora maggiormente gli sbarchi, mente l’Italia è un Paese in crisi di lavoro più che di manodopera.

Italia, Pil a -17,3%: mai così male

Tonfo dell’economia italiana che registra una perdita di oltre 17 punti percentuali nel Pil, la più grande nella serie storica.
Male anche la Germania.

Tracolla il Pil italiano, purtroppo.

La pandemia da covid19 ha causato un crollo a dir poco deciso, tanto da far registrare un nuovo record negativo.

Come riporta l’Istat, infatti, il Pil è diminuito del 12,4% rispetto al periodo gennaio-marzo ed addirittura del 17,3% se lo confrontiamo con il secondo trimestre del 2019.

Il quadro aggrava la già brutta situazione del primo trimestre, che vedeva un calo del Pil pari al 5,4%, e rappresenta “il valore più basso dal primo trimestre 1995, periodo di inizio dell’attuale serie storica“.

Non sorride neanche la Germania, che registra un -10%.

Allarme Istat: più di un’azienda su tre rischia la chiusura

Tragico il bilancio post Covid19: possibile che abbassino le serrande il 38,8% delle aziende.
È mancato l’aiuto del governo; percentuali elevate anche per le grandi imprese: circa una su cinque.

Ritorna a muoversi il mercato a maggio, dopo le forti contrazioni avvenute a marzo e ad aprile; ma la ripresa è lenta, troppo lenta.

Nella sua periodica nota, l’Istat dice che a maggio (inteso rispetto al mese precedente di aprile) “sono aumentate le esportazioni extra-Ue” ed i dati “hanno iniziato a registrare i primi segnali di ripresa dell’attività produttiva legati al progressivo allentamento del lockdown. Permangono limitazioni agli spostamenti internazionali che producono effetti negativi su trasporti aerei e turismo”.

Tra alberghi e ristoranti, sono addirittura oltre sei su dieci quelli che rischiano la chiusura entro un anno dallo scoppio dell’emergenza legata al coronavirus, mettendo a repentaglio circa 800 mila posti di lavoro.

Più precisamente stiamo parlando del 65,2% delle strutture, che nel loro complesso valgono 19,6 miliardi di euro.

Non va meglio alle imprese impegnato negli ambiti di sport, cultura ed intrattenimento che vedono un rischio chiusura per il 61,5% di esse (700 mila posti di lavoro ed un valore aggiunto pari 3,4 miliardi di euro), mentre il settore dell’abbigliamento ha subìto un calo del 40%.

La nota dell’Istat, che si basa su uno studio inerente le aziende con un numero di addetti superiore a 3, chiude poi mettendo in luce come sia a rischio la sopravvivenza del 38,8% delle aziende italiane:

L’impatto della crisi sulle imprese è stato di intensità e rapidità straordinarie, determinando seri rischi per la sopravvivenza: il 38,8% delle imprese italiane (pari al 28,8% dell’occupazione, circa 3,6 milioni di addetti) ha denunciato l’esistenza di fattori economici e organizzativi che ne mettono a rischio la sopravvivenza nel corso dell’anno.

Scendendo più in profondità con l’analisi, vediamo che il pericolo chiusura è pari al 18,8% per le grandi imprese, al 22,4% per le medie imprese, al 33,5% per le piccole ed addirittura al 40,6% per le micro imprese. Confrontando i dati nello scenario internazionale, in Italia si è decisamente fatto troppo poco a sostengo delle aziende.