Autostrade: trattativa Stato-Benetton

Ripreso il negoziato dopo l’accordo del 14 luglio.
Gualtieri: moderatamente fiducioso.

È ripresa la trattativa sul tema inerente al riassetto azionario di Autostrade per l’Italia tra Cassa depositi e prestiti (Cdp), che di fatto rappresenta lo Stato, ed il gruppo guidato dalla famiglia Benetton.

Il negoziato dovrebbe portare all’uscita dei Benetton dal capitale del concessionario autostradale; sul punto si espresso anche il ministro dell’economia, Roberto Gualtieri, che ha dichiarato quanto di seguito:

“Sono moderatamente fiducioso che si arriverà a una soluzione condivisa. Sono fiducioso ma anche prudente.”

Il contenzioso era iniziato a causa del crollo del Ponte Morandi, avvenuto circa due anni fa e costato la vita a 43 persone.

Il nodo cruciale resta quello del negoziato del 14 luglio scorso, ovvero la valutazione di Autostrade e, quindi, quanto Cdp dovrebbe versare alla famiglia Benetton per ogni azione.

Avviso di garanzia a Conte e ministri, ma la magistratura archivia

La Procura di Roma comunica la trasmissione al Tribunale dei ministri chiedendone l’archiviazione.
Palazzo Chigi: “massima collaborazione con la magistratura”.

Stando ad una nota della presidenza del Consiglio, come riporta “Agi”, la Procura di Roma ha trasmesso al Tribunale dei ministri gli atti di un procedimento nato da varie denunce provenienti da soggetti di varie parti d’Italia per i reati di epidemia, delitti colposi contro la salute, omicidio colposo, abuso d’ufficio, attentato contro la Costituzione ed attentato contro i diritti politici del cittadino, ovvero gli articoli 110, 438, 452, 589, 323, 283 e 294 del codice penale.

L’avviso di garanzia sarebbe da parte dei Pm di Roma nei confronti del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e dei ministri Luigi Di Maio, Roberto Gualtieri, Alfonso Bonafede, Lorenzo Guerini, Luciana Lamorgese e Roberto Speranza.

La trasmissione medesima, però, è stata accompagnata da una relazione nella quale l’Ufficio della Procuraritiene le notizie di reato infondate e dunque da archiviare”. Dal suo lato, la presidenza del Consiglio ha ritenuto la comunicazione “un atto dovuto in base alle previsioni di legge” e sottolinea che sia il premier che i ministri chiamati in causa “si dichiarano sin d’ora disponibili a fornire ai magistrati ogni elemento utile a completare l’iter procedimentale, in uno spirito di massima collaborazione”.

Niente aiuti e no alla proroga delle imposte: lo Stato è senza soldi

Secco “no” del ministro Gualtieri per quanto riguarda il posticipo delle imposte.
Saranno i lavoratori a finanziare lo Stato e non viceversa; ma dopo il lockdown è dura.

Niente proroga delle imposte sui redditi al 30 settembre 2020; bisognerà pagarle entro il 20 luglio. Questo è quanto ha quanto arriva dal MEF.

Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, nel corso dell’audizione in Commissione Finanze della Camera del 16 luglio, ha infatti dichiarato che non vi sarà al posticipo in merito al pagamento delle imposte.

Il motivo troverebbe radici nei problemi di cassa, in quanto per effettuare un ulteriore rinvio servirebbero circa 8,4 miliardi di euro. E lo Stato attualmente non dispone di questa cifra.

Ecco dunque che, proprio per far fronte alle esigenze di una cassa vuota, il governo ha deciso che le partite IVA dovranno versare quanto dovuto in termini di Irpef, Ires ed Irap o eventuali imposte sostitutive, tra le polemiche della minoranza che chiedeva un anno bianco fiscale data l’impossibilità materiale di pagare le imposte.

Questo, nonostante gli aiuti statali siano stati sostanzialmente nulli (600 euro ripetuti in due tranche e neanche per tutti), una cassa integrazione che deve ancora arrivare e gli aiuti europei che, ad oggi, sono solo slogan ed annunci.

Nessuna traccia dei “poderosi” piani da centinaia di miliardi di euro sbandierati dal premier Conte, una “potenza di fuoco” che si è invece rivelata una pistola ad acqua e per giunta scarica, che invece decide di prelevare ancora risorse da quei lavoratori ai quali è stato imposto il lockdown. A poco e nulla sono contati i suoi inviti verso le banche a fare “atti d’amore”, vista la sintesi sotto riportata nell’immagine (a maggior ragione tenendo conto che circa 6 miliardi sono andati solo a FCA, che oltretutto ha spostato le sedi amministrativa e discale a Londra ed Amsterdam):

Ancora meno ha fatto l’Europa, che va avanti ad incontri che si concludono di volta in volta in un rimando al meeting successivo e che, anzi, stando alla replica in aula da parte di Claudio Borghi Aquilini (Lega) verso lo stesso premier Conte, al momento è costata all’Italia uno sbilancio di 200 miliardi tra garanzie e versamenti basati sul funzionamento del bilancio europeo (approfondimento al link): abbiamo dovuto versarne 58 per il Mes-Fss (Fondo salva-Stati), 8 per il SURE e 130 per il Recovery Fund, senza riceverne neanche uno.

Siamo dunque di fronte ad una situazione surreale: mentre tutti gli altri Paesi hanno messo in campo doverosi pacchetti di aiuti senza farsi alcun problema, l’Italia ha imposto il lockdown più feroce, non ha stanziato aiuti ed ancora usa le partite IVA come un bancomat per recuperare i soldi versati all’Europa.

Stiamo assistendo ad un’inversione di ruoli: i cittadini finanziano lo Stato e non viceversa.

Tringali: “Mes, rischi superano i vantaggi. Italia non aderirà”

Non c’è più l’obbligo di firmare un memorandum con la Troika ma i burocrati possono verificare se lo Stato risponde ai parametri e in caso contrario intervenire sulle politiche economiche.

Tanti annunci, pochi fatti. È la sintesi dell’operato in risposta all’emergenza da coronavirus delle autorità sia in Europa – con Recovery Fund, Sure, Bei e Mes – sia in Italia. Da un lato il premier Giuseppe Conte ed il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri prima fanno annunci televisivi da centinaia di miliardi di euro mentre le aziende devono ancora vedere la cassa integrazione, poi finiscono con il chiedere “atti d’amore” alle banche che, al netto dei circa 6,5 miliardi concessi a FCA, si sostanziano in un nulla di fatto.

Dall’altro l’Unione Europea che, in un momento che necessita di risposte rapide ed efficaci, non fa che ritrovarsi una volta al mese per non decidere nulla e rimandare il tutto al meeting successivo. Si veda quanto emerso dall’ultimo Consiglio europeo, in cui il Presidente Charles Michel ha detto che a luglio si cominceranno i negoziati seri. Come se finora si fosse perso tempo.

Si parla di Sure e aiuti dalla Bei, che però ancora non partono perché mancano le garanzie. Si parla di Mes con un tasso di interesse agevolato. Ma al contempo introduce un creditore privilegiato, alzando il costo degli interessi per la collocazione dei Titoli di Stato. Si parla di Recovery Fund, ma se il funzionamento per l’allocazione dei fondi è quello standard, significa che un Paese finanziatore netto come l’Italia finirebbe per versare più soldi di quanti ne riceverebbe.

Di tutto questo ha parlato in un’intervista con Wall Street Cina il dott. Fabrizio Tringali, scienziato politico e autore dei saggi “La trappola dell’euro”, “Liberiamoci dall’euro, per un’altra Europa”, oltre che del blog “Badiale&Tringali”, tutte opere scritte a quattro mani con il professor Marino Badiale, ordinario di matematica presso l’Università di Torino

Dott. Tringali, qual è il suo punto di vista sull’operato del governo italiano per la gestione del covid19?

“Parliamo della gestione della crisi economica, non di quella sanitaria. Su questo fronte, quello che il governo sta facendo non si avvicina nemmeno lontanamente a quanto sarebbe necessario. Aziende e lavoratori autonomi hanno subìto perdite ingenti, ma gli interventi messi in campo dall’esecutivo sono minimali. Peraltro, data la portata mondiale della crisi, non si può certo pensare che qualche incentivo, o la cassa integrazione, possano bastare a scongiurare il rischio di chiusura per tante attività. Ed è ovvio che più persone perderanno il lavoro, e più uscire dalla crisi diventerà arduo.

“Bisogna evitare la disoccupazione: è necessario un piano di investimenti e assunzioni nel pubblico impiego, a iniziare dai settori della sanità e della scuola, ed un piano di abbassamento dell’età per la pensione. “Quota 100” non solo va mantenuta, ma va progressivamente abbassata. Tutto il contrario di quello che la UE ci raccomanda di fare.”

E in merito a quello europeo, invece, cosa ne pensa?

“Ancora una volta l’Unione Europea ha mostrato apertamente il suo volto disgustoso. Del resto lo ha sempre fatto. La crudele indifferenza verso le sofferenze e le difficoltà della popolazione, che i governanti e i tecnocrati europei hanno mostrato durante la crisi greca, è la stessa che oggi esprimono nelle trattative sugli strumenti anticrisi da mettere in campo. Solo un ingenuo può credere ai proclami di facciata sulla “solidarietà europea”, che è una cosa che semplicemente non esiste. Come non esiste finanziamento senza condizionalità. Chi lo afferma mente, ed è quindi un farabutto, oppure non sa di cosa parla, che è anche peggio.”


È favorevole a Mes e Recovery Fund?

“Innanzitutto bisogna dire che sicuramente l’Unione Europea non darà vita a nessuno strumento efficace per uscire dalla crisi. Non lo farà per il semplice fatto che non può farlo. Ricordiamoci che l’Unione Europea non è altro che un insieme di regole architettate per permeare di liberismo ogni settore della vita economica e sociale. Per sua natura, quindi, non può favorire “solidarietà”, cioè trasferimenti da stati più ricchi a quelli in difficoltà, così come non può suggerire di rafforzare il settore pubblico o di abbassare le soglie per la pensione (e infatti fa il contrario).

Ovviamente qualcosa si inventeranno, per dare ai paesi un po’ di respiro e per salvare la faccia, ma sempre con l’obiettivo di erodere la sovranità degli stati ed imporre le famigerate “riforme”. Il MES viene presentato come privo di condizionalità, perché è stato effettivamente tolto l’obbligo di firmare un “memorandum” con la Troika. Ma resta l’“Early Warning System” tramite il quale i burocrati del MES possono verificare se lo Stato in questione risponde ai loro parametri. E in caso contrario attivare gli organi europei perché intervengano sulle politiche economiche.

Il Recovery Fund ancora non sappiamo come funzionerà, però sappiamo che il suo utilizzo sarà collegato all’imposizione delle “riforme” che ogni stato deve attuare sulla base delle raccomandazioni UE. E sapete cosa raccomanda la UE all’Italia? Nella relazione dello scorso febbraio, la Commissione Europea ci raccomanda di diminuire la spesa pubblica, anche a livello regionale e comunale (quindi ulteriori tagli ai servizi sanitari, educativi etc.).

Ci chiede di diminuire la spesa previdenziale, aumentando l’età per la pensione; definisce ingiustificata l’assenza di tassazione sulla prima casa, suggerendo di reintrodurla, avendo cura di rivedere al rialzo le rendite catastali. Queste cose sono scritte nero su bianco, nei documenti pubblici che si possono facilmente trovare nei siti istituzionali.”

Cosa intende?

“Se le persone leggessero un poco di più i documenti ufficiali della UE e meno le schifezze scritte dalla maggioranza dei media, penso che l’idea di uscire dall’Unione Europea vedrebbe crescere enormemente i consensi. Ecco, per esempio, il documento ufficiale che contiene quanto ho citato prima.”

Perché, secondo lei, il governo italiano è l’unico a spingere così fortemente per il Mes mentre nessun altro lo vuole?

Nessuno vuole il Mes perché i rischi della sua adozione superano largamente i vantaggi. In Italia, il suo utilizzo o meno ha un significato più politico che economico. Sappiamo che il Movimento 5 stelle ha lungamente osteggiato questo strumento, quindi il suo utilizzo, per il PD, sancirebbe la propria supremazia sull’alleato di governo, almeno in campo economico.”

“Tuttavia ritengo che sia più probabile che la questione Mes venga politicamente utilizzata in modo diverso. Nelle attuali trattative europee, il governo cederà su molte richieste dei paesi del nord. Ma continuerà a mantenere la scelta di non aderire al Mes. In questo modo il movimento 5 stelle proverà a far credere al proprio elettorato di aver rispettato gli impegni presi.”

(L’intervista è stata originariamente pubblicata su “Wall Street Cina“, che ringraziamo).

Fitch declassa l’Italia: BBB-. Codacons risponde con un esposto

L’agenzia di rating ha anticipato un giudizio atteso non prima di luglio, declassando l’Italia.
Il ministro Gualtieri tranquillizza sostenendo che il Paese ha fondamentali solidi.

È arrivato, nella tarda serata del 28 aprile, il declassamento italiano da parte di Fitch.

L’agenzia di rating ha anticipato il giudizio che era previsto per non prima di luglio, attribuendo al credito sovrano italiano una classificazione da “BBB-”, in discesa rispetto alla precedente “BBB”.

BBB-” è il gradito appena sopra al rating di “junk”, ovvero l’equivalente di “spazzatura”, ma il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri è intervenuto sul tema per tranquillizzare i mercati sostenendo che il Paese ha i fondamentali solidi, sia sotto il profilo della finanza pubblica che quello economico.

La causa del declassamento, come riporta “Reuters”, è l’impatto negativo della pandemia di coronavirus.

Anche da questo punto di vista, il ministro Gualtieri ha precisato che il declassamento è avvenuto senza che l’agenzia di rating tenesse conto delle decisioni che l’Ue ed i suoi organi stanno prendendo per affrontare la crisi da Covid19.

Per quanto concerne l’outlook, invece, è stato modificato da “negativo” a “stabile”.

Di contro, non è tardato l’esposto di Codacons alla Procura della Repubblica di Roma contro Fitch per possibile manipolazione del mercato.

In merito agli strumenti che l’Ue intende mettere in campo, proprio ieri l’ex premier belga ed attuale presidente del Consiglio europeo Charles Michel, ha detto che “per il Recovery Fund l’Europa si prenderà tutto il tempo necessario”; l’Italia, da parte sua, spera di poterne usufruire da luglio.

La Germania, per bocca del suo ministro delle Finanze Olaf Scholz, ha dichiarato che per attivare il Recovery Fund ci vogliono condizioni precise che comportano una maggiore integrazione europea. In questo senso, Scholz ha messo nel mirino il tema della tassazione: dito puntato su Olanda e Lussemburgo per essere dei paradisi fiscali, e sull’Italia perché dovrebbe tassare maggiormente la ricchezza privata in favore della riduzione del debito pubblico.

L’analisi di Scholz trova riscontro con i dati dell’autorevole istituto tedesco di ricerche “Diw”, in cui si riporta che le famiglie italiane e spagnole sono mediamente più ricche di quelle tedesche (valutando il patrimonio medio comprensivo di liquidi, risparmi ed immobili). Ciò spinge il ministro a chiedersi perché le famiglie tedesche, appunto mediamente più povere, debbano pagare per famiglie mediamente più ricche, come quelle italiane o spagnole.

La strada, dunque, sembra essere quella che porta al Recovery Fund solo in cambio di determinate condizioni: queste condizioni vengono anche definite il “fare i compiti a casa”, ovvero le riforme fiscali come successo, per esempio, in Grecia. Un Recovery Fund così strutturato rievoca il funzionamento del Mes, con in più il rischio della reale allocazione delle risorse: se le risorse verranno allocate secondo le attuali regole di coesione, infatti, come finanziatore netto l’Italia rischierebbe di vedersi assegnare meno risorse di quante ne verserebbe (si vede il recente esempio che ha visto assegnare all’Ungheria più del doppio dei fondi assegnati all’Italia), con in più l’obbligo di dover attuare riforme fiscali per i soldi ricevuti.