Aggredire il Coronavirus: l’esempio di Telnet Data

Attaccare la crisi anziché subirla.
L’idea imprenditoriale dell’azienda friulana aiuta le imprese ad essere pronte nelle più diverse circostanze, facilitandone il lavoro.

Il distanziamento sociale è stato ed è uno dei simboli più rappresentativi del Coronavirus, specie durante il periodo del lockdown.

Tutto quello che prima era ritenuto normale, d’un tratto è diventato vietato e pericoloso. Andare al bar, mangiare al ristorante, fare shopping; tutte cose più o meno quotidiane che ci sono state proibite. Oltre ovviamente al disagio sociale, ne è conseguito un pesantissimo crollo dell’economia, specie in Italia dove il blocco delle attività si è proteso più a lungo rispetto agli altri Paesi (approfondimento al link).

Forse la cosa non è applicabile per tutti i tipi di business ma, siccome vi è la probabilità che problemi simili al Covid19 accadano nuovamente e visto che si stanno preparando tutta una serie di protocolli volti alla gestione di eventi affini, alcune aziende si stanno preparando a loro volta per essere pronte ad affrontare al meglio le circostanze più varie che possano capitare.

Una di queste è la Telnet Data, azienda di Udine fondata nel 2007 e che fornisce software gestionali.

Ne abbiamo parlato con la dott.ssa Sara Di Gaspero, laureata in “Lingue e Culture dell’Asia e dell’Africa Mediterranea – curriculum Giapponese” presso l’Università degli Studi Ca’ Foscari di Venezia ed attualmente addetta Commerciale della stessa Telent Data.

Dott.ssa Di Gaspero, cos’è Telnet Data?

“Telnet Data è un software gestionale pensato per le aziende che vendono su internet, la sua peculiarità è quella di permettere la gestione di più piattaforme di vendita online contemporaneamente: da un unico luogo è possibile gestire il proprio magazzino, gli ordini in arrivo da più canali, la pubblicazione delle inserzioni, l’evasione degli ordini con relativa spedizione. Tutto questo nasce dall’idea imprenditoriale che è il fondamento della vision stessa dell’azienda: semplificare al massimo la vita aziendale.”

Perché, secondo lei, questo prodotto è di aiuto alle imprese?

“Già circa il 50% degli Italiani attualmente acquista o vende online e la percentuale è in crescita, visto l’impatto avuto dalla comodità durante il periodo di distanziamento sociale di ricevere la merce direttamente a casa, evitando così di uscire. Il fatto sicuramente più sorprendente, ma che rappresenta anche una grande opportunità, è che di questa crescita non ne hanno beneficiato solo i colossi della vendita mondiale come eBay ed Amazon, ma anche le piccole e medie imprese (come addirittura i negozi di alimentari). Queste realtà hanno potuto continuare a vendere le loro merci attraverso le differenti piattaforme di vendita online, potendo quindi affrontare un periodo molto difficile a livello economico in primis, ma anche sociale.”

Ha degli esempi?

Certo! Se parliamo di marketplace, Ebay è la grande impresa che ha di più beneficiato del boom dell’e-commerce; un altro esempio può anche essere l’aumento dell’uso del plugin WooCommerce per il CMS WordPress, grazie alla sua natura gratuita e di facile utilizzo.

Ma anche l’Azienda Vitivinicola Siddùra di Luogosanto (Sassari), con riferimento a realtà più locali e “concrete”: viste le pochissime possibilità di vendita fisica durante il lockdown, l’azienda ha deciso di partire con il proprio negozio online; dopo un primo momento di stallo, le vendite sono aumentate del 200%, il che non solo ha permesso all’azienda di rimanere a galla, ma anche di poter pianificare con sicurezza la propria presenza online.”

Qual è il punto di forza di Telnet Data?

“Come dicevamo, vista l’enorme richiesta di prodotti online, Telnet Data è una delle nostre soluzioni (insieme a “Data Working” per il controllo degli accessi e delle presenze ed a “Data Cash” per il punto cassa e la fatturazione) pensate per aiutare le aziende e semplificare il loro lavoro. Il compito di un software gestionale è infatti quello di aiutare il più possibile il venditore nel suo mestiere, permettendogli di gestire il magazzino, tutta la parte della vendita online, le spedizioni e la fatturazione; noi lo facciamo fornendo la possibilità di gestire da un unico luogo anche più piattaforme di vendita online, snellendo di molto tutto il processo di ricezione ed evasione dell’ordine.”

(Ulteriori informazioni sull’Azienda Telnet Data, sono reperibili qui e nei rispettivi profili Facebook, LinkedIn e Youtube)

Abruzzo: oltre 100 vertenze aziendali e rischio delocalizzazione

Honeywell, Intecs, Pilkington e molte altre aziende potrebbero lasciare l’Italia a causa della gestione Covid-19.
Migliaia i lavoratori a rischio.

Ci sonno oltre 100 vertenze aziendali, in Abruzzo.

A quelle di Pilkington, Honeywell e Intecs se ne sono aggiunte molte altre, tra cui quelle di Yokohama e Betafence.

La gestione italiana della crisi dovuta al coronavirus non è stata delle più esemplari, tanto che molte aziende stanno pensando di lasciare l’Italia per delocalizzare verso Paesi che meglio sappiano assistere le aziende che operano sul territorio nazionale.

I posti di lavoro in ballo sono addirittura migliaia e sul tema, all’”ANSA”, è intervenuto anche il segretario regionale Cgil Abruzzo Molise, Carmine Ranieri:

La situazione è pesante; ci sono multinazionali che hanno annunciato la chiusura. È un segnale molto preoccupante: con la crisi Covid potremmo avere realtà che, per scelte puramente aziendali, decideranno di ridurre la filiera e delocalizzare. Alle vecchie vertenze che non hanno trovato soluzione se ne aggiungono di nuove. Migliaia gli interessati. Quando chiude una grande impresa c’è sempre un effetto moltiplicatore negativo per l’indotto.

Continua, poi, lo stesso Ranieri:

A settembre ci sarà da lavorare intensamente. Dovremo cercare di aiutare anche le Pmi, che hanno un ruolo fondamentale in Abruzzo. L’occupazione dovrebbe essere rilanciata anche con investimenti pubblici. Penso al Masterplan: quegli interventi dovrebbero partire subito e invece sono stati de-finanziati.

Il flop della sanatoria dei migranti voluta dalla Bellanova

Attuata sotto il ricatto delle dimissioni del ministro, la manovra porta esiti miseri.
Non si capisce il senso di offrire lavoratori ad un Paese senza lavoro.

Aveva minacciato di dimettersi, il ministro alle politiche agricole, alimentari e forestali Teresa Bellanova, nel caso in cui non le avessero fatto passare la sanatoria sulla regolarizzazione di 600mila migranti (approfondimento al link).

L’aveva, poi, firmata tra le lacrime di commozione. Lacrime che, in realtà, a molti avevano fatto tonare in mente quella della Fornero, autrice di una riforma che tutti conosciamo.

L’intento dichiarato era quello di tutelare i lavoratori vittime di caporalato, da una parte, ed evitare lo spopolamento delle campagne italiane visto che la crisi da covid19 aveva costretto molti lavoratori agricoli a tornare nelle rispettive patrie verso l’Est Europa, senza i quali l’agricoltura sarebbe morta.

L’obiettivo, da molti ritenuto nascosto, era invece quello di abbassare il numero degli irregolari al fine di migliorare le statistiche sull’immigrazione, da un lato, e di assicurarsi più di mezzo milione di voti, dall’altro.

Dati alla mano, come riporta “La Stampa”, la sanatoria non ha avuto gli esiti sperati, almeno dal punto di vista dell’intento dichiarato. A giugno, il 91% delle domande, ovvero 21.695, era inerente al lavoro domestico ed all’assistenza alla persona (badanti e colf, per intenderci), anziché al settore agricolo.

Al 31 luglio 2020, inoltre, le domande di regolarizzazione da parte di immigrati per richiedere il permesso di soggiorno per motivi di lavoro sono state appena 148.594; di queste, ben 128.179 riguardo appunto il lavoro domestico come precedentemente detto.

Solo 19.875 erano inerenti ai settori di agricoltura e pesca.

Il 25% degli stranieri irregolari, inoltre, è stato assunto in famiglie della stessa etnia con il conseguente elevato rischio che questi lavori siano solo uno specchietto per le allodole e svaniscano nel nulla non appena ottenuto il permesso di soggiorno.

I dati Istat, infine, dimostrano come a giugno 2020 ci siano 750mila occupati in meno rispetto all’anno precedente e che, di questi, 600mila siano dovuti alla mancata riattivazione dei rapporti di lavoro stagionali ed a termine. Di questi 600mila, il 20% è inerenti a lavoratori stranieri. Le stime più recenti parlano di circa 500mila stranieri regolari in cerca di lavoro; viene dunque da chiedersi perché si spinga a proporre forza lavoro tramite queste sanatorie che attirano ancora maggiormente gli sbarchi, mente l’Italia è un Paese in crisi di lavoro più che di manodopera.

Madrid si ribella alla mascherina

Protesta dei cittadini spagnoli con cartelli e cori contro le misure anti-covid adottate dal governo.
In centinaia radunati al grido di “Libertà!”.

Si sono organizzati sui social network, per ritrovarsi in centinaia nel centro della capitale a manifestare contro l’uso della mascherina.

I cittadini spagnoli sono insorti in una manifestazione contro le misure anti-covid adottate dal governo, che ha reso obbligatorio l’uso della mascherina anche all’aperto.

Precisamente in Plaza de Colon a Madrid, sotto un’enorme bandiera spagnola che sventolava al centro della piazza, è andata in scena la protesta che ha visto i numerosi partecipanti radunarsi e al grido di “Libertà!” ed esibendo cartelli con scritto “Non abbiamo paura”, “il virus non esiste” e “La mascherina uccide”.

Molti di loro erano senza mascherina, ovvero proprio l’oggetto principalmente attaccato dai manifestanti stessi.

Porti aperti. Portafogli pure

Oltre 60 milioni di euro all’anno le spese legali per i migranti.
Chi paga? I contribuenti.

La politica dei porti aperti, tanto voluta dal governo giallorosso, porta con sé anche la conseguenza del portafoglio aperto.

Quando i migranti mettono piede sul suolo italiano, infatti, hanno diritto ad una serie di garanzie che, per lo Stato, comportano dei costi.

Come riporta “Il Giornale”, oltre ad avere vitto ed alloggio gratis, agli stranieri che si dichiarano indigenti viene garantito anche un vero e proprio patrocinio da parte del governo, che stanzia per loro migliaia e migliaia di euro.

Questi soldi, spiega sta volta “La Verità”, vengono impiegati anche per permettere agli extracomunitari di presentare ricorso nel caso sia loro respinta la domanda di protezione sussidiaria o di asilo politico.

I dati del quotidiano “Il Piccolo” riportano, ad esempio, i ricorsi presentati dagli immigrati hanno subìto un “aumento esponenziale”: a Trieste si è passati dai 195 procedimenti per il riconoscimento dello status di protezione internazionale del 2017, ai 1128 del 2018, fino ad arrivare ai ben 3219 dello scorso anno. Il 2020 non si è ancora concluso, ma siamo arrivati già a 1242 domande.

Come dichiara l’avvocato Paola Bosari:

“Queste procedure assorbono il 60% del lavoro della sezione civile del tribunale.

Nel 2018 arrivarono i primi migranti a chiedere il mio patrocinio. Non volevano appoggiarsi ai legali fiduciari delle cooperative di accoglienza. Oggi sono circa 250 quelli che seguo, per il 60% hanno presentato ricorsi contro le decisioni delle commissioni territoriali che negano loro il riconoscimento dello status di rifugiato”, racconta il legale. “Per il rimanente 40% si tratta di ‘dublinanti’, ovvero migranti che sono riusciti comunque a presentare domanda di asilo nel Paese di loro scelta, cioè l’Italia, dove si sono trasferiti per riprendere l’iter di richiesta d’asilo negato da altre parti. Di questi, nessuno è stato mai rispedito fuori dai nostri confini. Il costo medio è di 800 euro a procedimento e può richiedere più anni prima di giungere a termine.”

Il costo, stando a “La Verità”, è di oltre 60 milioni di euro all’anno; questo va aggiunto al fatto che quando si arriva all’udienza, come spiega l’avvocato Devetag, “spesso di quel clandestino non c’è più traccia”.

Ovviamente per i migranti è tutto gratuito; quindi, chi paga? Facile: come al solito, i contribuenti. Anziché predicare austerity, tagliare la democrazia riducendo il numero di parlamentari portando benefici pari allo 0,007% del Pil (approfondimento al link), non sarebbe meglio risparmiare su costi che si possono tranquillamente evitare? Senza contare la presa in giro del multare i cittadini che non hanno la mascherina, mentre si fanno entrare a flotte immigrati irregolari positivi al covid19 che poi scappano dalle strutture di accoglienza.