Il Covid19 taglia le gambe alle aziende petrolifere: perdite miliardarie

La pandemia ha causato il blocco di molte attività, in particolare quelle logistiche che hanno impattato sul mercato del petrolio.
Eni, Shell e Total chiudono il primo semestre 2020 con forti perdite.

Ne avevamo già parlato (approfondimento ai link), ora arrivano le conferme.

Il coronavirus ha bloccato, in particolar modo, i servizi logistici e, con loro, il mercato petrolifero. Il settore è stato talmente danneggiato dalla pandemia che si era arrivati ad un punto in cui l’offerta superava la domanda, lasciando navi cariche di petrolio ferme in mezzo al mare perché impossibilitate di scaricare la merce finendo per essere usate come veri e propri magazzini galleggianti (approfondimento al link).

Ora che si comincia a tirare le somme, le analisi diventano bilanci e la situazione non sorride affatto.

Nel secondo trimestre del 2020, anche giganti come Eni, Total e Shell hanno chiuso i conti in rosso.

Total ha fatto registrare una perdita pari a 8,4 miliardi di dollari che rappresentano la prima perdita netta della compagnia francese dal 2015, dove hanno pesato soprattutto la caduta dei prezzi del greggio e dei margini di raffinazione.

Addirittura oltre i 18 miliardi di dollari, invece, la perdita fatta registrare da Shell tra aprile e giugno; sul gruppo anglo-olandese hanno pesato le grandi svalutazioni delle attività colpite nel corso della pandemia.

Non sono, infine, tempi felici neanche per Eni. La Compagni italiana ha chiuso il primo semestre in rosso di circa 7,3 miliardi di euro, di cui 4,4 nel secondo trimestre.

Questo, ha portato il gruppo italiano a tagliare gli investimenti ed a rivedere in generale la sua politica inerente alla distribuzione dei dividendi.

Vaccini: l’inchiesta svizzera e la Polonia unico Paese a dire no

Corsa all’acquisto per milioni di euro di vaccini poi mai utilizzati; chi li ha, cerca di rivenderli prima che scadano. L’Oms, attaccato, cambia la definizione di “pandemia”.
L’ex ministro polacco alla Salute non ne comprò neanche uno, ma la Polonia non subì alcuna epidemia.

È una frenetica corsa al vaccino, quella per il coronavirus.

La pandemia da Covid19 che ha colpito il mondo intero seminando panico e terrore, ha visto e tutt’ora vede diversi punti di vista darsi battaglia in merito a come sia meglio affrontare e gestire l’emergenza.

Ma, ancor prima, la battaglia riguarda il capire di cosa realmente si stia trattando. Dalle posizioni definite “complottiste” che individuano nel vaccino solo il grande business (approfondimento al link), a chi sostiene che il vaccino sia utile ed arriverà, si spera, entro la fine dell’anno (approfondimento al link).

Un caso su tutti, però, spicca agli occhi: è quello della Polonia, con l’allora ministro alla Salute Ewa Kopacz, che fu l’unico Paese a non comprare neanche una dose di vaccino in occasione dell’epidemia di H1N1.

Paesi di tutto il mondo scatenarono una corsa all’acquisto dei vaccini, che rimasero poi in molti casi addirittura inutilizzati (nel video sotto riportato si vedono le quote inutilizzate su quelle acquistate).

A livello europeo si spesero circa 5 miliardi di euro, a livello mondiale circa 18 miliardi di euro.

La Svizzera, per esempio, ha venduto all’Iran 750.000 dosi prima che scadessero.

L’Oms, che ha recentemente subìto il ritira degli Usa dall’Organizzazione da parte del presidente americano Donald Trump (approfondimento al link), attaccato sul tema, modificò la definizione di “pandemia” sul suo sito. La definizione medesima passa da “malattia che si diffonde molte velocemente e causa un gran numero di malati gravi e di morti” ad una definizione che non parla di morti e malati, non facendo più percepire la differenza tra influenza pandemica ed influenza stagionale.

L’Oms, a sua volta, si è giustificato definendo l’accaduto come un equivoco.

Di seguito il video con l’inchiesta:

Trump ritira gli Usa dall’Oms

Dopo le accuse del presidente, gli Stati Uniti escono dall’Organizzazione mondiale della sanità.
Biden rilancia promettendo un ritorno come primo punto all’ordine del giorno della sua presidenza.

Dalle parole ai fatti.

Dopo le accuse con cui la definiva “filocinese” a causa della gestione del coronavirus (approfondimento al link), l’amministrazione Trump ha informato il Congresso americano che sta procedendo al ritiro formale degli Usa dall’Organizzazione mondiale della sanità.

La notizia è stata riporta dalla Cnn e, secondo una risoluzione del Congresso del 1948, gli Usa possono lasciare l’Oms alle seguenti due condizioni:

  1. – Gli obblighi finanziari siano pienamente rispettati per l’anno fiscale corrente dell’Organizzazione;
  2. – Ci deve essere un preavviso di un anno.

Sulla vena polemica il tweet del senatore Bob Menendez, in risposta all’operato dell’amministrazione Trump:

Il Congresso ha ricevuto la notifica che il presidente ha ritirato ufficialmente gli Stati Uniti dall’Oms nel pieno della pandemia. Chiamare la risposta di Trump al Covid caotica e incoerente non gli rende giustizia. Ciò non proteggerà le vite o gli interessi americani: lascia gli americani malati e l’America da sola.”

Ha poi colto la palla al balzo per criticare la scelta di Trump ed inserirsi nella discussione il candidato democratico alla presidenza americana Joe Biden, già vicepresidente sotto la guida Obama, che rilancia mettendo come primo punto all’ordine del giorno del suo programma il rientro nell’Oms nel caso in cui vinca le elezioni.

Più precisamente, le sue parole sono state:

Gli Stati Uniti si uniranno di nuovo all’Oms nel primo giorno della mia presidenza.”

Allarme Istat: più di un’azienda su tre rischia la chiusura

Tragico il bilancio post Covid19: possibile che abbassino le serrande il 38,8% delle aziende.
È mancato l’aiuto del governo; percentuali elevate anche per le grandi imprese: circa una su cinque.

Ritorna a muoversi il mercato a maggio, dopo le forti contrazioni avvenute a marzo e ad aprile; ma la ripresa è lenta, troppo lenta.

Nella sua periodica nota, l’Istat dice che a maggio (inteso rispetto al mese precedente di aprile) “sono aumentate le esportazioni extra-Ue” ed i dati “hanno iniziato a registrare i primi segnali di ripresa dell’attività produttiva legati al progressivo allentamento del lockdown. Permangono limitazioni agli spostamenti internazionali che producono effetti negativi su trasporti aerei e turismo”.

Tra alberghi e ristoranti, sono addirittura oltre sei su dieci quelli che rischiano la chiusura entro un anno dallo scoppio dell’emergenza legata al coronavirus, mettendo a repentaglio circa 800 mila posti di lavoro.

Più precisamente stiamo parlando del 65,2% delle strutture, che nel loro complesso valgono 19,6 miliardi di euro.

Non va meglio alle imprese impegnato negli ambiti di sport, cultura ed intrattenimento che vedono un rischio chiusura per il 61,5% di esse (700 mila posti di lavoro ed un valore aggiunto pari 3,4 miliardi di euro), mentre il settore dell’abbigliamento ha subìto un calo del 40%.

La nota dell’Istat, che si basa su uno studio inerente le aziende con un numero di addetti superiore a 3, chiude poi mettendo in luce come sia a rischio la sopravvivenza del 38,8% delle aziende italiane:

L’impatto della crisi sulle imprese è stato di intensità e rapidità straordinarie, determinando seri rischi per la sopravvivenza: il 38,8% delle imprese italiane (pari al 28,8% dell’occupazione, circa 3,6 milioni di addetti) ha denunciato l’esistenza di fattori economici e organizzativi che ne mettono a rischio la sopravvivenza nel corso dell’anno.

Scendendo più in profondità con l’analisi, vediamo che il pericolo chiusura è pari al 18,8% per le grandi imprese, al 22,4% per le medie imprese, al 33,5% per le piccole ed addirittura al 40,6% per le micro imprese. Confrontando i dati nello scenario internazionale, in Italia si è decisamente fatto troppo poco a sostengo delle aziende.

Economia: Polonia miglior Paese europeo per reazione a Covid19

L’analisi di Bloomberg pone l’economia polacca al primo posto in Europa per reazione all’emergenza da coronavirus.
Secondo Hillebrand e Die Welt i punti di forza sono sovranità monetaria, bassa dipendenza dall’estero in ogni settore e un’immigrazione controllata.

La Polonia è il Paese europeo che meglio ha saputo reagire alla crisi derivata dal coronavirus.

A dirlo è “Bloomberg” che, citando l’opinione del presidente del Fondo polacco di sviluppo (Pfr) Pawel Borys e riprendendo le previsioni della Commissione Ue, indica come la contrazione del Pil polacco nel 2020 sarà del 4,3%, ovvero appunto tra le più contenute nell’Unione.

A supporto arriva anche la conferma di Unicredit, che nella propria analisi trimestrale in merito alla situazione economica nell’Europa centro-orientale indica quanto di seguito:

“La reazione anti-crisi in Polonia è stata quella più ampia e consistente: il progetto di sostegno per le aziende è stimato al 6,7% del PIL, la dimensione dell’assistenza diretta al 7,4% del PIL e in totale tutte le azioni di salvataggio per l’economia polacca coprono circa il 20% del PIL, il numero più alto in tutta la CEE.”

Sempre l’Istituto bancario, a conferma della bontà dei dati economici della Polonia, aggiunge che la situazione dei nuclei familiari prima della crisi era la migliore nella storia del Paese.

Sulla questione è intervenuto anche il politologo e capo della Friedrich Erbert Foundation, Ernst Hillebrand, il quale ha spiegato su “Focus Online” le ragioni grazie alle quali la Polonia sia riuscita a reagire in questo modo rispetto alle altre economie dell’Unione europea:

“La prima ragione è dovuta a un’economia fortemente sviluppata; e poi, in nessuno dei suoi settori i prodotti esteri superano il 15% del totale. Il 58% del PIL polacco è ricavato dalla domanda interna del Paese. E questo è, bisogna dirlo, dovuto alle politiche conservatrici del governo di Diritto e Giustizia (PiS, la sigla in polacco), che hanno limitato le perdite dei posti di lavoro, come è invece avvenuto in Germania. Anche i finanziamenti europei hanno aiutato la Polonia ad evitare il peggio.”

Infine, arriva anche il “Die Welt” a rafforzare le tesi sopracitate, pubblicando un articolo in cui si legge quanto di seguito:

“La Polonia ha superato la Crisi dell’euro del 2009, la Crisi migratoria nel 2015 e ora supererà anche quella pandemica del 2019-20 con un’economia ancora più forte.”

Sovranità monetaria, domanda interna e confini controllati per regolare l’immigrazione, dunque, risultano essere le chiavi del successo.