Italia: 1 famiglia su 10 resta al freddo e al buio

Seri problemi per 2,2 milioni di famiglie, pari all’8,5%.
Governo: 20 miliardi della manovra per aiuti.

L’inflazione energetica, acuita dalla guerra in Ucraina, ed il conseguente aumento del costo della vita crea ostacoli ai cittadini e rende inaccessibili diverse spese essenziali. Tanto che, l’Osservatorio italiano sulla povertà energetica, conta 2,2 milioni di famiglie italiane (8,5%) che non possono permettersi i servizi di riscaldamento, raffreddamento, illuminazione, gas per cucinare nelle abitazioni e l’opportunità di accesso alle risorse energetiche, ossia vivono in condizioni di povertà energetica.

La complessità del quadro economico attuale emerge anche dall’indagine effettuata da Ipsos per Banco dell’energia (l’ente filantropico nato per sostenere le famiglie che si trovano in una situazione di vulnerabilità economica e sociale con un focus sulla povertà energetica) e presentata in occasione della plenaria del primo dicembre, ad un anno dalla presentazione del Manifesto Insieme per contrastare la povertà energetica.

Nello specifico, come riporta “Milano Finanza”, l’aumento dei prezzi preoccupa oltre otto italiani su dieci anche perché più o meno la stessa percentuale ha riscontrato aumenti nei costi dell’energia, di gas e carburanti, oltre che dei prodotti alimentari. Di conseguenza, quasi la metà degli intervistati crede che gli italiani ridurranno i propri consumi energetici durante la stagione invernale.

Il fenomeno della povertà energetica è sempre più diffusa, riguardando circa nove milioni di italiani, e per combatterlo servono “interventi ad ampio spettro sia sulle bollette che in merito al contrasto del lavoro povero mediante il taglio del cuneo fiscale”.

La legge di bilancio, siglata dal governo Meloni e in esame in Parlamento, si muove in questa direzione, spiega la viceministra del Lavoro e delle Politiche sociali, Maria Teresa Bellucci. Ha infatti previsto 20 miliardi di euro sui 35 complessivi per mitigare gli effetti del caro-energia su famiglie e imprese, mentre 4 miliardi per affievolire la pressione del fisco sui redditi fino a 35mila euro.

Allo stesso tempo risultano determinanti le iniziative solidali e di settore come quelle promosse sul territorio dal Banco dell’Energia. Alle numerose iniziative già attive si aggiungono una collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio nella città di Roma e un’altra con la Croce Rossa Italiana.

Per di più, Edison ha deciso di entrare nel cda della Fondazione, convinta che l’attuale situazione di emergenza energetica richieda una risposta di sistema che impegni tutti gli operatori del settore in un’ottica di lungo periodo.

Percettori reddito di cittadinanza: lavorare al nord costa troppo

Accettare un lavoro al nord non conviene.
Va cambiato il sussidio o i sistemi retributivi?

Non rinunciano al reddito di cittadinanza per un lavoro al nord. Neanche se a tempo indeterminato.

Non è la fatica a spaventare le persone, almeno secondo quanto sostiene l’intervistata ospita di “Diritto e Rovescio”, ma il costo della vita.

Il caro vita, infatti, potrebbe rappresentare un ostacolo.

Dritto e Rovescio“, come accennato sopra, ha accompagnato a Milano una percettrice del sussidio che vive a Salerno, analizzando i costi della vita al nord.

Dopo aver ricevuto un’offerta di lavoro come cameriera da 1600 euro al mese, la donna ha provato a valutare i costi di un eventuale affitto, della spesa alimentare e di quella dei trasporti.

Il risultato? La differenza tra nord e sud è netta: a Milano si troverebbe a spendere 2.080 euro mensili, mentre a Salerno se la potrebbe cavare con una spesa di 1.580 euro al mese.

Una disparità di costi che non le permette di lasciare la sua città natale, nonostante la prospettiva di un contratto a tempo indeterminato: “Non è fattibile; qui sono otto ore a lavorare fuori casa, ma questo non mi cambia la qualità di vita. Giorgia Meloni deve capire che fino a quando non dà una dignità certa alle persone non può togliere il reddito. Manda alla gogna tante persone“.

Come fare, dunque, per rilanciare il lavoro e togliere il reddito di cittadinanza senza provocare “danni”?

Se da un lato pagare le persone per restare a casa non aiuta certo a muovere il mercato del lavoro, dall’altro si torna al solito vecchio dilemma: perchè una persona va a fare il cameriere a Londra o il contadino in Australia, ma non vuole fare gli stessi lavori in Italia? La risposta sta nella retribuzione percepita.

Magari, si potrebbe dedicare quanto oggi si spende per il reddito di cittadinanza per aumentare i livelli salariali minimi in Italia; il Bel Paese, infatti, è l’unico Paese che ha un andamento dei salari in decrescita rispetto a tutti gli altri Paesi europei.

Imbarazzo europeo per la candidatura di Di Maio

Livello linguistico definito da “debuttante” e “scarsa conoscenza della situazione”.
No del governo italiano alla sua nomina da inviato nel golfo Persico.

Anche a Bruxelles iniziano a serpeggiare dubbi e perplessità sulla possibile nomina di Luigi Di Maio come inviato speciale dell’Unione europea nel Golfo Persico. Si tratta, infatti, di una opzione sul tavolo che però non è stata ancora ufficializzata.

Sono bastate comunque delle semplici voci per far storcere il naso a qualche esponente dell’Ue tanto che, stando a quanto appreso e riportato da Le Monde, l’ipotesi sta sollevando una serie di “dubbi” a Bruxelles. L’incarico all’ex ministro degli Esteri ora è da considerare in bilico?

Il quotidiano tiene a sottolineare che una decisione formale non è stata ancora adottata e che ci sono diverse titubanze sulle questioni che l’ex grillino sarebbe chiamato ad affrontare in prima persona.

Infatti un diplomatico citato in forma anonima ha fatto notare che “le sue competenze, soprattutto la sua conoscenza da debuttante dell’inglese e la sua scarsa esperienza nel Golfo, rendono curiosa questa scelta“.

Dal Servizio europeo per l’azione esterna (Seae) vogliono rimarcare che “non è stata presa alcuna decisione“, motivo per cui ogni indiscrezione viene bollata come “pura speculazione“.

Nella divisione Medio Oriente l’atmosfera si sarebbe “resa tesa” in merito all’argomento: “Sembra che Di Maio abbia fatto un colloquio molto buono“, fa sapere una fonte.

L’opzione Di Maioha creato una grande sorpresa” ma, afferma un ex dirigente italiano del settore energetico, “non cambierà molto” perché “gli Stati produttori continueranno a trattare con le compagnie nazionali“.

Sulla vicenda si è subito palesata la contrarietà del governo italiano; nello specifico Forza Italia e Lega si sono mostrati molto ostili alla possibile nomina di Luigi Di Maio.

La selezione per l’incarico di inviato speciale Ue nel Golfo Persico è ormai giunta alle fasi finali della discussione e non rimane molto tempo, ma il centrodestra vuole mettere le cose in chiaro e fare chiarezza sull’ipotetico ruolo dell’ex titolare della Farnesina.

Per Antonio Tajani, ministro degli Esteri, l’indicazione di Di Maio sarebbe avvenuta a opera del governo guidato da Mario Draghi: “Non è la proposta di questo governo, ma di quello precedente“.

Maurizio Gasparri, senatore di Forza Italia, ritiene che l’attuale esecutivo di Giorgia Meloni non possa sostenere la sua candidatura e ha evocato anche profili di carattere giuridico che andrebbero esaminati:

Non ci sarebbe soltanto un gigantesco conflitto di interesse a carico di Di Maio, ma anche un evidente coinvolgimento di organismi comunitari in discutibili condotte che non possono servire per la ricollocazione di un disoccupato della politica“.

Si è accodato alle polemiche anche il leghista Matteo Salvini: il ministro delle Infrastrutture ha dichiarato che se Di Maio andrà a rappresentare l’Italia nel mondo non sarà “a nome mio, vostro o di questo governo“.

Edmondo Cirielli, viceministro degli Esteri, ha chiesto a Bruxelles di ascoltare “le nostre indicazioni” visto che adesso c’è un governo differente da quello passato.

Migranti: il trucchetto di Macron

Assegnati porti sotto il controllo militare, per poi accusare l’Italia di sovranismo.

Faccia di bronzo.

È quella che ci vuole per fare quanto sta facendo Emmanuel Macron in merito alla gestione dei migranti.

La Francia, infatti, additava l’Italia di non essere umanitaria per poi però rifiutare i migranti, invitando pure gli altri Paesi a fare lo stesso (approfondimento al link).

Poi sono arrivate le dichiarazioni delle Ong in cui si sosteneva che Macron non avesse offerto un porto sicuro (approfondimento al link).

Dalla vicenda della Ocean Viking, infine, come riporta “Il Gironale” impariamo quanto segue: la Francia dispone di aree, come nel porto di Tolone, sotto il controllo militare in cui le autorità civili non hanno giurisdizione ed è lì che fanno sbarcare i migranti.

In Italia, invece, quando attracca una ONG o un gommone, i migranti si trovano direttamente su territorio italiano, liberi di andare dove gli pare.

Le autorità francesi invece hanno fatto scendere i duecentotrentaquattro e gli agenti della Gendarmeria li hanno messi in fila e interrogati ad a uno a uno, come si faceva all’inizio del secolo scorso nell’isola di Ellis Island davanti a New York.

Le stesse autorità hanno poi comunicato a 123 degli sbarcati che non potevano essere ammessi e li ha rispediti da dove venivano.

Gli ammessi, invece, sono stati subito redistribuiti in altri Paesi europei.

Gela-Tunisia: scoperta tratta di migranti

11 tunisini e 7 italiani.
Ecco gli esiti dell’operazione “Mare aperto”.

Scoperta l’ennesima tratta di migranti.

Già nel recente passato erano stati sgominati traffici di immigranti via potenti gommoni oceanici (approfondimento al link) ed addirittura jet (approfondimento al link), ora un’altra rete di scafisti è stata scovata.

Stando a quanto riporta “Ansa”, imbarcazioni di scafisti sarebbero partite dal porto di Gela o dalle coste dell’Agrigentino per raggiungere la Tunisia e far immediato rientro con il “carico” di migranti.

Il tutto è emerso dall’operazione “Mare aperto” della polizia di Caltanissetta che ha sgominato la banda eseguendo 18 misure cautelari per associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

I destinatori del provvedimento sono undici tunisini e sette italiani: il Gip ha disposto il carcere per 12 di loro e gli arresti domiciliari per gli altri 6.