FederTerziario sull’IA: “Dalle pmi la via per coniugare produttività e occupazione ma serve personale qualificato”

Un’impresa su due tra quelle che hanno preso in considerazione l’utilizzo di tecnologie di IA si ferma per mancanza di competenze.
Le infrastrutture digitali possono aiutare anche nella prevenzione degli incidenti sul lavoro, ma servono personale qualificato e investimenti.

Le medie e piccole imprese, adeguatamente supportate da formazione e investimenti, possono ancora fornire un approccio all’IA che sia in grado di tutelare lavoro e produttività, altrimenti le nuove tecnologie rischiano di avere un impatto negativo sull’occupazione: secondo uno studio dell’FMI per la metà dei posti di lavoro esposti (il 60% del totale) potrebbe portare a conseguenze negative per assunzioni e salari.

Le piccole e medie imprese possono costituire un importante valore guida per l’integrazione dell’intelligenza artificiale nel mercato del lavoro che, seppur potendo agire in termini di miglioramento della produttività, deve sempre fare riferimento alla presenza di un lavoratore – spiega Nicola Patrizi, presidente FederTerziario – e, in questo senso, è indispensabile considerare la centralità della formazione per affrontare questa nuova sfida”.

Si tratta ancora di scenari e prospettive di medio-lungo periodo che però cominciano a pretendere una attenta riflessione: in Italia, secondo i dati Istat, il 5% di imprese con 10 addetti e più utilizzano tecnologie di IA, contro la media dell’8% nell’Ue27. Nel dettaglio sono soprattutto le grandi imprese (24% del totale) a utilizzare almeno una tecnologia di IA, mentre è più basso il dato delle aziende con 50-99 addetti che si fermano al 5,6%, peraltro in controtendenza (9,4% nel 2022).

A preoccupare è la mancanza di competenze che incide anche sul futuro dell’applicazione dell’intelligenza artificiale e sul ruolo che potrebbe avere nel
mondo del lavoro e della sicurezza. Dice l’Istat che tra i principali ostacoli all’applicazione dell’IA, considerando le imprese che hanno preso in considerazione l’utilizzo di tecnologie senza averle ancora avviate (4,4% in totale, 15,4% tra le grandi), c’è, al primo posto, la mancanza di competenze (55,1%).

Il sistema non produce personale qualificato per le imprese – prosegue il presidente Patrizi – e lo dicono le richieste delle imprese che ricercano profili adeguati a ricoprire i posti che impongono le nuove sfide, tra cui l’IA e non solo. L’Italia si trova nella morsa della denatalizzazione, con una previsione di circa 8 milioni di persone in meno entro il 2050, e un capitale umano ridotto che, conseguentemente, dobbiamo cercare di valorizzare al massimo. Per farlo serve una strategia con politiche attive del lavoro in grado di formare i nuovi lavoratori ma anche coloro che rischiano di uscire dal mercato a seguito delle transizioni in atto”.

Uno degli aspetti che potrà combinare competenze e potenzialità dell’IA è costituito dalla sicurezza sul lavoro, considerando che nel 2023 sono state ancora più di un migliaio le denunce di incidenti mortali sul posto di lavoro registrate dall’Inail.

Ne ha parlato, in uno degli appuntamenti FederTerziario, Riccardo D’Angelo, esperto strumenti di intelligenza artificiale volti a prevenire gli infortuni su luoghi di lavoro.

L’intelligenza artificiale, percepita in questo momento dall’opinione pubblica come qualcosa di invasivo, di pericoloso, può contribuire a evitare gli incidenti sul lavoro – spiega D’Angelo -. Lasciando per un momento da parte i temi legati alla privacy del singolo lavoratore, esiste la possibilità di vedere in tempo reale chi, come e quando sta effettuando delle attività potenzialmente pericolose, non indossando ad esempio i dispositivi di protezione. Crediamo che questo tipo di infrastrutture digitali possano aiutare a prevenire in maniera significativa gli incidenti sul lavoro”.

Faggin: Nessuna IA potrà mai sostituire l’uomo

Lectio del fisico vicentino a Bologna.
Considerato il padre del microprocessore e degli schermi touch.

Nemmeno la forma più evoluta di intelligenza artificiale potrà mai sostituire l’uomo. Perché nell’essere umano esiste qualcosa di irriducibile al sapere delle macchine: la coscienza di sé, il libero arbitrio, il dubbio, i sentimenti“.

Parola di Federico Faggin, fisico, inventore e imprenditore, “papà” del microprocessore e della tecnologia degli schermi “touch”, che oggi a Bologna davanti a mille studenti, in presenza e collegati, ha tenuto una lezione magistrale di riflessione sulle sfide e le opportunità dell’intelligenza artificiale.

Spiega ancora Faggin, come riporta Ansa:

Ci viene raccontato che l’intelligenza artificiale potrà superare quella umana. Non è possibile a meno che non lo si acconsenta in modo passivo. Per evitare questo rischio e far sì che l’IA venga utilizzata per il bene comune e non per scopi di potere, occorre consapevolezza critica e, dunque, un dialogo ancora più serrato attraverso la fisica quantistica“.

Dopo aver ripercorso le tappe salienti della sua vita professionale, lo scienziato italo-americano – nato in provincia di Vicenza ma da tempo residente nella Silicon Valley – ha sottolineato:

Per anni ho inutilmente cercato di capire come la coscienza potesse sorgere da segnali elettrici o biochimici e ho constatato che, invariabilmente, i segnali elettrici possono solo produrre altri segnali elettrici o altre conseguenze fisiche come forza o movimento, ma mai sensazioni e sentimenti, che sono qualitativamente diversi. È la coscienza che capisce la situazione e che fa la differenza tra un robot e un essere umano. In una macchina non c’è alcuna ‘pausa di riflessione’ tra i simboli e l’azione, perché il significato dei simboli, il dubbio e il libero arbitrio esistono solo nella coscienza di un sé, ma non in un meccanismo”.

L’incontro è stato organizzato dall’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna, rivolto a 35 scuole secondarie di secondo grado di tutte le province della Regione.

Davos, Schwab: non serviranno più le elezioni, ci penserà l’AI

Secondo il fondatore del WEF, l’intelligenza artificiale eleggerà i governi perchè ha potere predittivo.
Vi fidereste?

Le elezioni non serviranno più.

Parola di Kaus Schwab, fondatore e presidente del WEF (World Economic Forum), che si tiene ogni anno a Davos.

Secondo quanto dichiara lo stesso Schwab durante il forum, infatti, ci penserà l’intelligenza artificiale ad eleggere i governi.

Più precisamente, Schwab sostiene che ora la tecnologia, e le tecnologie digitali, abbiano principalmente un potere analitico; in futuro, invece, entreremo in un potere predittivo. Quindi, significa che non sarà nemmeno più necessario tenere le elezioni perchè puoi già prevedere cosa succede e quale sarà il risultato.

Nonostante la fondazione non abbia fini di lucro, Jacques Attali in un’intervista al quotidiano La Liberté ha detto di credere che “Davos sia un’operazione commerciale molto efficiente in cui bisogna pagare molti soldi per partecipare“.

Nel 2015, inoltre, il WEF è stato formalmente riconosciuto dal governo svizzero come “organismo internazionale.

E voi, vi fidereste dell’intelligenza artificiale nell’elezione dei governi? O la reputate un modo decisamente più facile di manipolare le scelte rispetto al già manipolabile sistema attuale?

Intelligenza artificiale: Musk lancia la nuova start-up

Dopo aver fatto giocare una scimmia con il computer, apre xAI.
Sfida a Open Ai, Google e Microsoft.

Il proprietario di TwitterElon Musk, ha annunciato il lancio della sua nuova società, xAI, che sarà dedicata all’intelligenza artificiale.

Come riporta Rai News, con questa nuova società Musk intende competere con i leader dell’Ia come OpenAi, Microsoft e Google nella corsa per elaborare un computer che potrebbe svolgere più compiti rispetto agli umani.

Musk ha parlato di xAI per mesi e a marzo ha registrato una nuova società con quel nome in Nevada.

Stando a quanto riferisce il Washington Post, ha presentato un team di 11 dipendenti, provenienti da OpenAiGoogle e dall’Università di Toronto, un centro di ricerca accademica sull’Ia.

Il proprietario di Tesla non è nuovo nel campo dell’intelligenza artificiale: tramite il lavoro svolta dall’altra sua start-up Neuralink era già riuscito a far giocare una scimmia con il computer (approfondimento al link)

Milan: Maldini sostituito dall’intelligenza artificiale?

La bandiera rossonera verrà forse sostituita da algoritmi.
L’idea alla base è: “se lo puoi misurare, non è un’opinione”.

Algoritmi, dati, IA.

A pensarci bene, Cerbero: già, perché la terrificante creatura mitologica a guardia degli Inferi e descritta sin troppo bene da Dante, si è rifatta il look.

Con tre teste, sempre, ma apparentemente meno spaventoso: questo Cerbero non è più rappresentato da un mastino gigantesco con tre teste, bensì da sofisticate apparecchiature che con algoritmi, dati e IA, si apprestano a cambiare il mondo del lavoro.

La prima vittima illustre a farne le spese, sul suol patrio, si direbbe sia stato Paolo Maldini, simbolo del Milan e – per non volare basso – patrimonio del calcio mondiale.

Vittima di Cerbero, ma a onor del vero, questo è solo ciò che ci è stato fatto vedere. La conclusione più evidente, in un mondo che è destinato a cambiare.

Piccolo preambolo, come riporta l’HuffPost.

Partiamo dai primi anni 2000, periodo in cui si inizia a parlare in maniera sempre più insistente di Big Data.

I dati – in un volume inesorabilmente crescente – sarebbero stati sempre più al centro di tutto.

Aziende, pubblica amministrazione, politica.

E perché no, sport. Perché i dati sono ovunque e garantiscono a qualsiasi investitore una certezza, tant’è che proprio dagli Usa, emerge un modo di dire che ne esprime l’essenza: “Se lo puoi misurare, allora non è un’opinione“. Diretto, semplice.

In una società altamente prestazionale, tutto ciò che è misurabile, fornisce assoluti: spietati, senza alcuna compassione, i dati forniscono l’idea di cosa sia il potenziale, ma soprattutto, definiscono la differenza fra successo e insuccesso.

Gli algoritmi, negli ultimi 15 anni, hanno dimostrato come questi dati (a torto o ragione) possono essere incrociati fra loro e l’IA, giunta ad una sua maturità, arriva ad aggiungere un tassello mancante: il potere decisionale dei dati.

L’evidenza del Milan ci dice una cosa: gli investitori acquisiscono una delle squadre di calcio più titolate al mondo e lo fanno pagando una cifra vicina a 1 miliardo e 200 milioni di euro.

La RedBird Capital Partners, “fondo di investimento privato, focalizzato sulla costruzione di società a rapido tasso di crescita“, non è una società vecchio stampo, anzi. Sono investitori che – in quanto tali – in primis tutelano il loro investimento, e in seconda battuta lavorano per farlo crescere, attribuirgli valore e monetizzare.

Tutto legittimo; bello, forse meno.

In un mondo che cambia però, cambiano anche metodi, procedure e dinamiche.

Il ruolo umano, non perde valore, ma dal punto di vista prettamente darwiniano, si deve adattare.

Il mondo è cambiato e continuerà a farlo grazie ai dati che sono e saranno sempre più centrali; e se da un lato non è detto che l’interpretazione dei dati garantirà una crescita certa e repentina, è altrettanto vero che in primis, il loro utilizzo nasce su un altro presupposto: abbattere, per quanto possibile, il coefficiente di rischio. La tutela dell’investimento, prima di tutto.

Tutti, a oggi, raccolgono dati: e lo fanno in qualsiasi ambito.

L’utilizzo che se ne fa, produce effetti, tra cui – da un certo punto di vista – un effetto di responsabilità diretta o indiretta dell’uomo: se chi punta su chi e su cosa è un algoritmo, fino a che punto possiamo attribuire una qualsivoglia forma di responsabilità all’uomo? Risposta: all’uomo verrà data la prima e l’ultima parola. La prima, ovvero: “avvaliamoci di dati, algoritmi e IA” e l’ultima, cioè la decisione finale, in virtù di un lavoro analitico, freddo e frutto dell’IA.

Va da sé che, ammesso che tutto questo stia alla base del secondo (forzato) addio di Maldini al Milan, c’è da chiedersi che se Maldini (che è Maldini) – uno che ha riportato in auge un team lasciato moribondo dagli amabili resti di un investitore cinese – nulla ha potuto contro questo Cerbero di ultima generazione, allora, cosa ne sarà di chi potrebbe trovarsi in una situazione simile, senza peraltro chiamarsi Maldini?

Dal punto di vista mitologico, in molti hanno sperato in un Maldini formato Eracle: affrontare dati, algoritmo e IA, sarebbe stata la sua ultima fatica.

I fatti, per come sono stati descritti, diranno altro: non sconfiggerà il mostro né, al pari di Orfeo, riuscirà ad incantarlo pur avendo a sua disposizione tutto ciò che serviva per tale impresa.

Il mito resta mito, l’eroe sportivo resta tale. La conclusione, invece, cambia. E se persino l’eroe diventa accessorio, in un mondo di numeri, è legittimo domandarsi quale sarà il futuro di chi invece, eroe non lo è mai stato.