Coronavirus e responsabilità: il governo prepara lo scudo penale

Gli stessi che volevano processare Salvini, ora preparano una legge che li renda non processabili per la gestione dell’emergenza.
La delibera del Consiglio dei Ministri del 31 gennaio metterebbe in luce il ritardo e la cattiva gestione.

Gli stessi che tanto spingevano per processare Matteo Salvini, ora che ci sono oltre 10.000 morti chiedono uno scudo penale per chi sta operando contro il coronavirus.

La richiesta è da un lato lecita e legittima, se parliamo di medici e personale sanitario: questi sono infatti stati buttati in pasto ad un’emergenza che non eravamo pronti a contrastare, dalle strutture alle attrezzature, fino al ridimensionamento del personale passando per la mancanza delle semplici mascherine.

Imputare colpe al personale medico impegnato in una battaglia contro un virus di cui ancora sappiamo poco o nulla, non è certo etico e corretto. Lo stesso personale medico e sanitario, infatti, nel combattere il virus in prima linea rischia la propria incolumità ogni istante.

Diversa è, invece, la responsabilità di chi governa: sono state prese tutte le precauzioni necessarie? Ci si è mossi in ritardo? É stato fatto tutto il possibile?

Sotto questo punto di vista, fanno rumore quel silenzio e quell’inattività intercorsi per più di un mese dalla dichiarazione dello stato d’emergenza avvenuto nel Consiglio dei Ministri il 31 gennaio 2020 e le precauzioni prese dal governo (approfondimento al link).

In sintesi, l’Italia ha dichiarato lo stato d’emergenza il 31 gennaio 2020 ma non ha fatto niente per più di un mese; le tardive decisioni prese sono state tutto ed il contrario di tutto (approfondimento al link). Gli aiuti economici, finora, decisamente insufficienti.

Proprio su queste basi, l’avvocato Di Carlo si è fatto portavoce di una class action che ha denunciato il premier Conte ed il ministro della Salute Speranza. L’accusa è la seguente:

Il governo sapeva dello stato d’emergenza, ma non ha tutelato l’interesse pubblico omettendo e rallentando la messa in sicurezza di tutta l’Italia.”

Carlo Taormina, avvocato ed ex parlamentare del centrodestra, ha poi parlato di oltre mezzo milione di adesioni alla sua denuncia contro il premier Giuseppe Conte.

La gestione italiana è stata inoltre criticata anche dall’Università di Harvard, che ha invece premiato il modus operandi attuato in Veneto dal governatore Zaia (approfondimento al link).

Preoccupato, il governo sta ora cercando di correre ai ripari. Ecco quindi che è stato approvato l’emendamento del Pd a firma del capogruppo Marcucci per uno scudo penale che protegga, come visto, non solo il personale medico e sanitario, ma anche per burocrati e dirigenti amministrativi.

La responsabilità dei medici in sede penale è già oggi limitata ai casi di colpa grave, quindi di fatto la tutela non è altro che ampliata a “funzionari ed agenti responsabili di condotte gestionali o amministrative poste in essere in palese violazione dei principi basilari delle professioni del Servizio sanitario nazionale”.

In buona sostanza: il governo sapeva ma non ha agito, si è mosso tardi e male? Nessun problema, si attiva uno scudo penale con buona pace per l’etica e le responsabilità.

Eravamo tutto quello che gli altri sognavano

Viaggio in un’Italia che, forse, non tutti conoscono e di cui, purtroppo, non ne resta quasi neanche la storia.

Il Bel Paese.

Questo è il nome con cui tutto il mondo ci ha rinominato. E se così è, un motivo ci sarà; anche più di uno.

Siamo un popolo ed una nazione che è sempre stata protagonista nella storia, dall’Impero Romano al Rinascimento, passando per imprese ed opere di personaggi incredibili i cui contributi sono poi rimasti in eredità al mondo intero.

Siamo il Paese delle meraviglie naturali e delle opere d’arte, della musica e della poesia, della pizza e della pasta, della Ferrari e della Vespa. Tutti simboli che hanno fatto il giro nel mondo, che sono stati protagonisti delle più famose pubblicità, che tutti volevano avere per vivere, almeno in parte, il sogno italiano.

L’Italia, così piccola, è il terzo Paese al mondo per riserve auree.

Insomma, eravamo tutto quello che gli altri sognavano.

Un Paese così piccolo ma con una forza così grande da essere la quarta potenza mondiale (articolo di “La Repubblica” del 1991 e reperibile al link, oltre che dati “Wikipedia” al link).

Ne consegue, infine, che il Made in Italy è il terzo marchio al mondo per notorietà (dopo Coca-Cola e Visa) ed il settimo al mondo in termini di reputazione tra i consumatori (“Wikipedia” al link).

L’inizio della fine

Ecco, dunque, perché ci chiamano il Bel Paese e perché ci invidiano tutto. E ci invidiano così tanto, al punto da volerci “distruggere”.

In tempi non sospetti ed in modo aperto, la Francia di Chirac diceva che serviva “una moneta unica per controllare la lira” (articolo di “La Repubblica” del 1996 reperibile al link). La Germania voleva la deindustrializzazione dell’Italia in quanto il suo tessuto di medie e piccole imprese dava troppa concorrenza all’industria tedesca: l’asse franco-tedesco era solito e compatto verso l’obiettivo.

Vincenzo Visco, Ministro delle Finanze del governo Prodi nel 1996, ammise nel 2012 che alla Germania servivamo proprio per svalutare l’euro e che con la lira avremmo fatto troppa paura all’asse franco-tedesco (“Il Fatto Quotidiano” al link).

Nel 1993 un articolo de “Il Corriere della Sera” (approfondimento al link) scriveva “Germania, mai così in basso. Made in Italy, mai così in alto” mentre un articolo de “La Repubblica” si intitolava “Riassorbite in un mese tutte le perdite del ’92” (reperibile al link).

Ed è proprio alla lira che “Il Corriere della Sera” faceva un elogio che si intitolava “Grazie alla lira – Bilancia commerciale, 1995 senza precedenti” (reperibile al link) il 14 febbraio 1996.

Le strategie franco-tedesche trovarono strada aperta in alcuni passaggi di fondamentale importanza; si parte dal famoso “Divorzio” (anche noto come “la lite delle comari“) tra Tesoro (allora guidato dal Ministro Beniamino Andreatta) e Banca d’Italia (allora guidata da Carlo Azeglio Ciampi) che sollevò Banca d’Italia dall’obbligo della garanzia del collocamento integrale in asta dei titoli pubblici offerti dal Ministero del Tesoro.

Si passa poi all’altrettanto famosa “Crociera sul Britannia“: il 2 giugno del 1992, a bordo del panfilo della Corona d’Inghilterra (che si chiamava, appunto, “Britannia”), manager ed economisti italiani discussero con i banchieri britannici della prospettiva delle privatizzazioni in Italia.

Su quel panfilo, secondo Cossiga, c’era anche Mario Draghi, che sarebbe il responsabile delle privatizzazioni selvagge avvenute in Italia negli anni ’90 e che hanno distrutto l’economia italiana (link dei due minuti di video in cui Cossiga accusa Draghi).

Lo stesso Draghi è colui che fece una tesi di laurea contro l’euro ma poi passò alla posizione del “whatever it takes” (approfondimento al link), ovvero che l’euro andava mantenuto ad ogni costo.

L’opera delle privatizzazioni fu poi portata avanti e compiuta da Romano Prodi, che disse che il compito gli fu dato proprio da Ciampi (approfondimento al link), cioè uno degli autori del “Divorzio” che ha portato all’esplosione del debito pubblico.

E saranno proprio loro, Prodi e Ciampi, a portarci nell’euro, come se la lezione dello “Sme credibile” (di fatto l’antenato dell’euro) non fosse bastata. In questo video di 2 minuti e 40 secondi, Craxi e Pomicino ci raccontano la manovra voluta da Ciampi.

L’Ue

Sono riusciti a toglierci, piano piano in modo che non ce ne si rendesse conto, tutte le nostre peculiarità.

Ci hanno inculcato, passo dopo passo, una mentalità da “inferiori”, da “incapaci” e da “corrotti” (il processo è il medesimo attuato in occasione di “Mani Pulite”: qui uno stupendo approfondimento fatto con Alessandro Montanari). Tanto che ad oggi c’è chi a gran voce invoca la cessione di sovranità sotto ogni sua forma all’Europa, “perché abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica cosa dobbiamo fare”.

No: lo 0,50% della superficie terrestre non diventa la quarta potenza mondiale, perché qualcun altro gli dice cosa deve fare.

Ci siamo fatti inculcare le idee che “spendiamo troppo”, che “viviamo al di sopra delle nostre possibilità”, che “la corruzione pubblica è il nostro male e da questo dobbiamo epurarci”. Ecco dove risiedono le radici che hanno portato ad anni di privatizzazioni, di svendite e di umiliazioni (ecco perché con queste idee ci vogliono far credere che la politica sia un costo e che il problema è la corruzione, quando in realtà vogliono solo privarci di ulteriore sovranità – approfondimento all’intervista con Alessandro Montanari al link).

Di privatizzazioni, come abbiamo visto, perché tutto quello che era pubblico veniva visto come il male e bisognava farlo gestire dei privati, perché “loro sì che sono bravi, efficienti e soprattutto non si fanno corrompere”. Proprio com’è successo per il Ponte Morandi.

Di svendite, basti pensare al fatto che il governo Renzi ha (s)venduto il 33% della rete elettrica e del gas ai cinesi per soli 2 miliardi di euro (approfondimento de “Il Corriere della Sera” al link).

O a quando il governo Gentiloni stava per regalare 300 chilometri quadrati di mare alla Francia, fermato da un’interrogazione regionale in Toscana firmata dal leghista Claudio Borghi Aquilini, mentre l’accordo era già stato firmato e ratificato in Francia (approfondimento al link).

Ancora quando l’Algeria ha emanato un atto unilaterale dichiarando la variazione dei confini internazionali a proprio favore, arrivando alle coste della Sardegna senza che l’Italia ancora si sia opposta con fermezza o decisione (approfondimento al link).

E sì, di umiliazioni, perché non trovo altre parole per descrivere una situazione in cui dobbiamo chiedere in ginocchio e col cappello in mano all’Europa di poter spendere dei soldi che sono nostri, poterli usare per un’emergenza sanitaria talmente grande da far dichiarare l’Italia intera zona rossa, com’era successo con i terremotati.

Ci hanno detto che dovevamo ridurre i costi, spendere meno, perché “abbiamo vissuto sopra le nostre possibilità” ed ora questo ce lo chiede l’Europa, quelli bravi che ci dicono cosa dobbiamo fare perché noi siamo inferiori ed incapaci e quindi ci serve qualcuno che ci dica cosa fare.

E allora via con i tagli agli stipendi, alle pensioni, alla sicurezza, all’istruzione e, come stiamo toccando con mano proprio ora, alla sanità (qui un approfondimento di “Esquire” firmato da Simone Alliva). Quanto alla sanità, pensate al solo emblematico passaggio dell’acronimo da “USL” (Unità Sanitarie Locali) ad “ASL” (Aziende Sanitarie Locali): la Sanità è stata trasformata in un’azienda, ed un’azienda persegue il profitto non il bene dei cittadini.

Ci siamo privati della nostra moneta, l’amata lira. Oggi in molti la definiscono la “liretta”, dicono che facevamo le “svalutazioni competitive”; come se l’attuale Quantitative Easing non servisse che a svalutare l’euro per renderlo più competitivo. Diceva Mayer Amschel Rotschild già attorno al 1800: “Let me issue and crontrol a nation’s money and I care not who writes the laws” (ovvero: consentitemi di emettere e controllare i soldi di una nazione, e non mi importerà nulla di chi scriva le leggi).

Abbiamo ceduto la sovranità: Mario Monti, in questo video di un minuto e mezzo, sostiene che “l’Europa abbia bisogno di gravi crisi per fare passi avanti” e che questi passi avanti sono “la cessione di sovranità“.

Si è volutamente fatta crollare la domanda interna (video con le dichiarazioni di Mario Monti), si sono tolte un sacco di tutela dal lavoro. Ma ci è stato inculcato che se abbiamo un contratto da 500 euro lordi al mese non si tratta di schiavismo legalizzato, ma dobbiamo ringraziare di avere ciò che abbiamo in un momento di crisi come questo (ancora Mario Monti, in questo video da 30 secondi, non riesce a rispondere quando gli viene chiesto cosa direbbe ad un suo ipotetico figlio laureato nel caso in cui dovesse scegliere tra lavorare per 500 euro al mese in un call center o andarsene dall’Italia), con buona pace di quello che è scritto nella Costituzione.

E senza badare al fatto che la crisi dura ormai da oltre 10 anni, che la sola a non esserne uscita è l’Europa e che i soldi, pensate un po’, si possono stampare all’infinito: lo ammetteva (qui il link) amaramente lo stesso Mario Draghi (non importa cosa succeda, l’importante è non fare deficit ed evitare a tutti i costi l’inflazione perché ai super ricchi non piace). Ma Keynes pare essere rimasto solo un ricordo lontano, purtroppo.

Ci hanno smontato il Made in Italy, ora si usa il Made in Ue (approfondimenti ai link1 e link2)

Il virus della verità

In realtà altro non si è fatto che rovinare economicamente un Paese troppo scomodo per gli altri Stati, perché dava loro una concorrenza invincibile ed invidiabile.

Ed ora, col il MES di cui si parla e la cui eventuale applicazione prevederebbe l’attuazione di altre privatizzazioni volte a risanare il debito, potrebbero darci il colpo di grazia.

La differenza l’ha sempre fatta quel valore aggiunto intangibile nel fare le cose, tipico italiano, che risiede nel ricoprire di passione e sacrificio tutto ciò che facciamo. E questo è ancora quello che ci tiene in piedi, martoriati come siamo.

Una situazione riassumibile con le parole usate da Niccolò Fabi nella sua canzone “Una buona idea“:

Sono un frutto che da terra guarda il ramo, orfano di origine e di storia, di una chiara traiettoria. Sono orfano di valide occasioni, di cibo sano e sane discussioni. Orfano di uno slancio che ci porti verso l’alto, di una cometa da seguire, di un maestro d’ascoltare. Orfano di partecipazione e di una legge che assomigli all’uguaglianza, di una democrazia che non sia un paravento, di onore e dignità, misura e sobrietà. E di una terra che è soltanto calpestata, comprata, sfruttata, usata e poi svilita. Orfano di una casa, di un’Italia che è sparita.”

Ed ora che è arrivato un virus a farci capire come stanno davvero le cose perché ha fatto crollare tutte le bugie sulle quali si basa l’Unione europea, dalle infondate regole alla finta solidarietà (approfondimento al link), ora che tocchiamo con mano tutto il male che ci è stato fatto, forse ci sveglieremo da questo finto sogno che si è tramutato in un incubo.

Arriverà il giorno in cui riapriremo gli occhi e torneremo ad essere quello che eravamo, il giorno in cui torneremo a fare tutto quello che sappiamo fare, il giorno in cui diremo, nuovamente, “l’Italia s’è desta!”.

Coronavirus, Garattini: “Italia impreparata. Sfruttiamo la lezione”

Nel male, dobbiamo fare tesoro della situazione: più soldi a Sanità e Ricerca.
E poi bisogna creare protocolli e procedure per saper gestire eventuali future emergenze.

Una nazione in affanno, messa in ginocchio da un virus.

Un nemico da contrastare che presenta due caratteristiche insidiose e temibili: invisibilità ed infettività.

Questo è il quadro generale della situazione italiana; ne abbiamo parlato con il Professor Silvio Angelo Garattini, scienziato e farmacologo, Presidente e Fondatore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS.

Prof. Garattini, dove nasce il coronavirus?

Da quello che hanno detto autorevoli virologi, nasce probabilmente da un pipistrello o comunque da un animale, per poi mutare sino a raggiungere la capacità di trasmettersi all’uomo. Vivendo in un mondo globalizzato si è poi diffuso un po’ dappertutto; il tracciato indicherebbe che in Italia, nello specifico, sia arrivato a quello che si chiama “paziente 1” di Codogno dalla Germania. È però tuttavia altamente probabile che ci siano state molte altre fonti di contagio.

Ritengo, invece, che non trovi alcuna base l’ipotesi che sia stato costruito in un laboratorio.”

E perché l’Italia ne sta soffrendo in maniera così particolare?

Guardi, vi sono una molteplicità di fattori da considerare. Pensiamo anche solo a come vivono le popolazioni, agli usi ed alla mentalità: rispetto a Paesi come Cina, Giappone e Corea del Sud, noi siamo soliti esprimere le relazioni umane attraverso contatto fisico, dalla banale stretta di mano ai baci e gli abbracci soventi. Un banale esempio: alla partita Atalanta-Valencia vi erano 25.000 tifosi bergamaschi che ad ogni goal si abbracciavano e baciavo per festeggiare; questo può benissimo essere stato un detonatore enorme per i contagi.

Ci aggiunga che all’inizio l’emergenza sia stata un po’ sottovalutata da parte di tutti e quindi non si sia attivato nessun piano per le epidemie, capirà che con un virus di questo tipo, altamente contagioso e spesso asintomatico, basti poco per far esplodere i contagi.

Diciamo che c’è stata un po’ di imprevidenza, forse sarebbe stato opportuno un approccio come quello adottato al tempo della peste suina, ma ovviamente dirlo adesso è facile.”

Come interpreta i numeri legati all’epidemia?

Dipende da come li vogliamo analizzare, da cosa vogliamo vedere: possono dire tanto e niente allo stesso tempo. Per fare delle statistiche corrette bisognerebbe innanzitutto fare i tamponi a tutti, prendere coloro che sono risultati positivi e da li procedere a calcolare i vari tassi che ci interessano (mortalità, letalità, eccetera). Un dato che ritengo importane è quello inerente al numero dei ricoveri ospedalieri: ci sono moltissime persone che sono asintomatiche o che guariscono da sole senza grossi problemi (circa l’80%), ma quello che conta è capire per quante persone è stato necessario il ricovero ospedaliero, così da evincere l’entità della gravità del virus.

I punti di riferimento che abbiamo ad oggi al fine dei calcoli statistici sono la nave da crociera “Diamond Princess”, i dati ricostruiti dal sindaco (che è un fisico) di Nembro ed infine i dati dell’Ispi: si tratta di casi a perimetro chiuso che ci permettono di conteggiare più precisamente ciò che vogliamo analizzare e dai quali emerge una letalità pari a circa l’1%.”

Crede che sia possibile creare un vaccino? Se si, ci darà l’immunità o sarà come quelli influenzali?

Il vaccino arriverà, speriamo entro la fine dell’anno. Si sta lavorando per ottenere un vaccino che sia in grado di dare l’immunità ma è ancora troppo presto per saperlo. Bisogna riuscire a capire quali sono le caratteristiche con cui il virus muta; se non si riuscirà a crearne uno che dia l’immunità, se ne produrrà uno in stile vaccino influenzale, ovvero che sia in grado di contenere lo zoccolo duro delle informazioni del virus da combattere.

Di conseguenza, al momento, è anche impossibile fare proiezioni sul fatto che arrivino seconde ondate o meno, proprio perchè prima dobbiamo capire come si comporta il virus. È comunque probabile che, esattamente come l’influenza, sia un’infezione che muti leggermente e torni tutti gli anni; fosse così, ci dovremmo vaccinare molto di più, soprattutto le persone a rischio.”

Mentre aspettiamo il vaccino, il servizio sanitario nazionale è al collasso. Qual è la sua disamina da questo punto di vista?

Innanzitutto va detto che per fortuna c’è un servizo sanitario pubblico. Poi ritengo che lo stesso abbia fatto tutto quello che era possibile fare; quello che è stato fatto dagli ospedali lombardi e nello specifico da quello di Bergamo, difficilmente sarebbe stato fatto dai migliori ospedali di tutto il mondo.

Il vero problema è che eravamo impreparati e che, quindi, molto del personale medico non è stato adeguatamente equipaggiato di tutto quello che serve per poter far fronte ad un’infezione virale.

Ancora oggi si parla di non aver il numero sufficiente di respiratori ma anche solo di mascherine.”

Dall’alto della sua esperienza e dei prestigiosi ruoli da lei ricoperti, cosa si sente di suggerire?

Spero che una volta passato questo brutto momento non ci si dimentichi di tutto semplicemente non parlandone, ma si colga l’occasione per studiare e mettere in atto delle procedure adeguate, davvero senza polemica alcuna.

Dal mio punto di vista mi sento di indicare in particolar modo tre cose da migliorare.

La prima è la mancanza del rapporto territorio-ospedale: la nostra mentalità è ospedalocentrica, mentre credo che il territorio dovrebbe fare da grande filtro. Abbiamo visto che i medici di medicina generale non hanno ricoperto un grande ruolo perché non sono stati messi nelle condizioni di farlo.

La seconda riguarda le riserve, se così le vogliamo chiamare: abbiamo un mucchio di armi, di corazzate, di aerei, che sono a disposizione nel caso in cui dovessero servire; non vedo perché non dovrebbe essere altrettanto per le attrezzature mediche. Lo facciamo per motivi militari, e non lo facciamo per la salute?

La terza si riaggancia a quello che dicevamo prima. Oggi tutti chiedono ai ricercatori di fare il più in fretta possibile, di dirci cosa si deve fare, eccetera, però in Italia abbiamo ridotto la Ricerca alla miseria, tanto da essere il fanalino di coda sotto ogni profilo: investimenti, numero di ricercatori, vincoli di sperimentazione sugli animali che, per quanto brutto, ci servono perché determinate sperimentazioni non le possiamo fare sulle persone.

Come dicevamo è un mondo globalizzato: viaggiamo noi, viaggiano le merci, viaggiano anche i batteri ed i virus. Speriamo non succeda di nuovo, ma dobbiamo essere preparati per fronteggiare emergenze di questo tipo.

Coronavirus, Harvard boccia l’Italia. Bene il Veneto.

La rivista della nota università esamina la gestione italiana dell’emergenza: sfortuna, errori e frammentazione.
Bene il Veneto.

l'”Harvard Business Review“, ovvero la rivista della famosissima università americana, ha pubblicato un’analisi inerente a quello che, secondo loro, si può imparare dagli errori dalla gestione italiana nel contrasto al coronavirus.

Dal loro punto di vista, gli studiosi sostengono che ci siano aspetti imputabili alla pura sfortuna, altri invece ad errori e frammentazione della gestione.

Lo studio è reperibile a questo link e, come riportato dall'”HuffPost“, mette in luce come l’Italia non abbia saputo guardare e sfruttare i Paesi che sono stati per primi coinvolti dall’emergenza, Cina su tutti.

Sbagliato, in particolar modo, l’approccio tenuto da alcuni politici che invitavano alle campagne “#abbracciauncinese” oppure agli aperitivi in centro, per poi ritrovarsi positivi al coronavirus come Nicola Zingaretti (approfondimento al link).

Altra considerazione degli studiosi americani, è stata la frammentazione, ovvero il movimento non omogeneo nella gestione dell’emergenza da parte di tutte le regioni.

In questo senso si legge, infatti:

“Il Veneto ha adottato un approccio molto più proattivo al contenimento del virus. La strategia veneta era articolata su più fronti. La meticolosità del metodo veneto, dove sono stati fatti più test, il tracciamento dei contatti è stato più rapido e preciso, gli operatori sanitari sono stati riforniti presto delle protezioni necessarie, ha portato a più risultati.”

Infine, la rivista sottolinea che comunque per avere un quadro chiaro della situazione da poter esaminare concretamente, servirà tempo; addirittura diversi mesi se non anni.

La Parola ai Lettori – Coronavirus, lo staff medico: oggi vi portiamo in prima linea

General Magazine fa un tour tra le corsie degli ospedali con gli occhi di chi ci lavora, e vi racconta com’è.

“E’ nei corridoi degli ospedali, che si capisce davvero cos’è la vita”.

Con queste parole di Andre Agassi vogliamo introdurre il racconto che ci arriva da un gruppo di personale sanitario che, tramite le loro testimonianze, vogliono farvi toccare con mano il “dietro le quinte”.

“Non siamo preparati ad affrontare emergenze di questo genere. Questo è quanto.

E non lo siamo perché, con i tagli fatti alla Sanità negli ultimi anni, sono stati chiusi ospedali, sono stati accorpati reparti, è stato ridimensionato il personale.

Con il taglio del personale si è persa la specializzazione perchè, gioco forza, ci si deve adattare a fare il di tutto un po’; ma se si perde specializzazione, si perde qualità.”

Il personale sanitario che ci scrive ci dà poi altre informazioni.

“Il periodo combacia con il picco stagionale dell’influenza ed il conseguente aumento dei decessi; non possiamo dire che il numero delle vittime sia dovuto esclusivamente al coronavirus ma di sicuro stiamo affrontando un’emergenza con delle armi non adeguate: è un virus più aggressivo che porta le persone ad avere maggior bisogno di ricovero ospedaliero rispetto al solito e, se non possiamo offrire un servizio all’altezza, è normale che le conseguenze diventino tragiche.”

Continuano poi:

“Gli appalti si fanno ogni 3 mesi; con la stessa periodicità cambiano quindi protocolli e presidi e questo porta a problemi come l’incremento del rischio di fare errori da parte degli addetti ai lavori o la mancanza di assitenza per i macchinari.

Lo stesso vale per le agenzie di pulizia: anche in questo caso gli appalti si regolano in base ai minuti da dedicare alla pulizia per ogni singolo letto o ambulatorio e sono sempre meno, ma così facendo si perde qualità sotto il punto di vista igienico della struttura.

Quest’ultimo punto va a sommarsi al problema dell’accorpamento di più reparti in uno, visto inizialmente: il paziente medico si deve “mescolare” con quello chirurgico comportando, specie nei periodi di sovraccarico, il rischio di contagio tra i pazienti di un reparto e l’altro.

Il personale sanitario che ci scrive conclude poi con un grido d’aiuto:

“Non vuole essere una polemica verso nessuno, speriamo solo che questo momento difficile ci serva da lezione per il futuro: si fa presto a dire “affidiamoci alla scienza”, quando negli ospedali non ci sono neanche le mascherine per il personale.”

(Si ringraziano per le testimonianze A.B., C.F. e M.R. che ci scrivono dall’Italia).