Jaguar Land Rover: produzione bloccata almeno fino a ottobre

La società dichiara di aver subito un attacco informatico a fine agosto: perdite enormi.
Interessati anche gli stabilimenti in Slovacchia, Cina e India.

A fine agosto Jaguar Land Rover ha dichiarato di aver subito un grave attacco informatico che l’ha costretta a interrompere la produzione e a non poter immatricolare nuovi veicoli.

L’assenza di tempistiche precise sulla risoluzione del problema aveva lasciato intendere che il disservizio fosse più grave del previsto e il recente annuncio della proroga della chiusura degli impianti produttivi almeno fino al primo ottobre conferma la portata dell’evento.

La decisione di Jaguar Land Rover di prorogare la chiusura degli impianti produttivi è stata presa per garantire chiarezza ai propri dipendenti e fornitori, mentre prosegue l’indagine interna per capire l’entità dei danni e pianificare un ritorno graduale alle operazioni.

La situazione, come riporta HDblog.it, è complessa e i tempi per un ritorno alla normalità appaiono ancora incerti. Inizialmente si prevedeva una chiusura di tre settimane, con ripartenza entro il 24 settembre.

Queste previsioni, secondo fonti interne all’azienda, non saranno rispettate con l’interruzione delle attività che potrebbe prolungarsi addirittura oltre il periodo natalizio. Le previsioni parlano di almeno quattro settimane necessarie per diagnosticare e ricostruire l’infrastruttura digitale compromessa, seguite da tre settimane di test con fornitori simulati per verificare la sicurezza operativa. Solo successivamente, e ci vorranno almeno altre quattro settimane, si potrà ripristinare la produzione e tornare a pieno regime.

L’attacco ha colpito duramente gli stabilimenti britannici di HalewoodSolihullWolverhampton e Castle Bromwich, ma anche le linee produttive di Jaguar Land Rover in Slovacchia, Cina e India.

Complessivamente, gli impianti del gruppo nel Regno Unito assemblano circa mille veicoli al giorno. Lo stop sta causando, com’è facile immaginare, perdite economiche significative con alcune stime che parlano di oltre 1,1 miliardi di euro (un miliardo di sterline) di ricavi già sfumati in meno di un mese, e le perdite continuano ad accumularsi giorno dopo giorno.

Una parte rilevante dei 33.000 dipendenti diretti è stata temporaneamente sospesa, ma le conseguenze più gravi rischiano di abbattersi sulla fitta rete di fornitori locali.

Il sistema produttivo britannico che ruota intorno a Jaguar Land Rover impiega infatti oltre 100.000 persone, molte delle quali in piccole e medie imprese che rischiano ora pesanti difficoltà finanziarie.

Le associazioni di categoria hanno lanciato l’allarme dichiarando che un fermo prolungato potrebbe portare a tagli occupazionali diffusi e a un’ondata di insolvenze tra le aziende dell’indotto.

Anche il sindacato Unite ha espresso preoccupazione per i possibili effetti a catena sull’occupazione, chiedendo un intervento del governo per supportare sia i lavoratori sia il tessuto produttivo connesso all’industria automobilistica.

Da parte sua, l’esecutivo britannico ha fatto sapere che sta monitorando la situazione a stretto contatto con la dirigenza del gruppo, per valutare l’impatto economico e individuare eventuali misure di sostegno.

Nissan avvia colloqui con sindacati per tagliare posti in sede regionale europea

Dopo le chiusure in Giappone e Messico, ora tocca all’Europa.
In Francia la sede centrale conta 560 dipendenti.

Nissan Motor ha avviato trattative con il sindacato che rappresenta il personale della sua sede regionale europea in merito a cambiamenti che comporteranno la perdita di posti di lavoro.

È quanto emerge da un documento aziendale e da e-mail interne, stando a quanto riporta Reuters.

La casa automobilistica giapponese in difficoltà, che ha messo in moto un’importante ristrutturazione e che ha già previsto la chiusura di diversi stabilimenti (approfondimento al link), ha confermato di aver avviato consultazioni con i rappresentanti del personale di Nissan Automotive Europe, la sede regionale di Montigny-le-Bretonneux, in Francia, che conta circa 560 dipendenti.

La sede, che supervisiona anche le attività di Nissan in Africa, Medio Oriente, India e Oceania, subirà cambiamenti importanti, secondo una fonte vicina alla questione che ha preferito restare anonima.

La direzione ed il sindacato hanno concordato di discutere di dimissioni volontarie prima di eventuali licenziamenti forzati, si legge nel documento visionato da Reuters.

Sempre stando al medesimo documento ed alle e-mail, i colloqui dovrebbero concludersi entro il 20 ottobre e i dettagli completi saranno condivisi con il personale a novembre.

Tata acquista Iveco

La casa automobilistica indiana promette di non chiudere stabilimenti ne ridurre la forza lavoro.
Se ne va un altro pezzo di Made in Italy.

L’accordo tra la società torinese e la casa automobilistica indiana prevede “la creazione di un gruppo di veicoli commerciali con la portata, il portafoglio prodotti e la capacità industriale necessari per affermarsi come leader globale in questo settore dinamico“.

Come precisa una nota congiunta, la casa indiana “non chiuderà alcun impianto o sito produttivo di proprietà o utilizzato da Iveco Group e non ridurrà la forza lavoro”.

L’opa volontaria, come riporta Skytg24, equivale a circa 3,8 miliardi per Iveco, sarà promossa da una nuova srl di diritto olandese interamente controllata da Tata.

Olof Persson, ceo di Iveco Group, ha dichiarato quanto di seguito:

Unendo le forze con Tata Motors, stiamo liberando nuovo potenziale per migliorare ulteriormente le nostre capacità industriali, accelerare l’innovazione nel trasporto a zero emissioni e ampliare la nostra presenza nei principali mercati globali; questa unione ci permetterà di servire meglio i nostri clienti con un portafoglio di prodotti più ampio e avanzato e di offrire valore a lungo termine a tutti gli stakeholder“.

Perdendo anche il marchio Iveco, il Made in Italy continua la sue inesorabile corsa verso le (s)vendite iniziato, in buona sostanza, con l‘introduzione dell’Euro e la cieca adesione alle politiche europee.

Nissan pensa di chiudere stabilimenti dopo un rosso di 4 miliardi

Chiuso uno stabilimento in Giappone, si pensa di chiuderne 2 in Messico: il primo aperto all’estero nel 1966 e la joint venture con Mercedes-Benz.

Nissan valuta la sospensione delle attività in due stabilimenti messicani, nell’ambito del piano globale di chiusura di sette siti produttivi.

Lo riferisce l’agenzia Kyodo, poi ripresa da Il Messaggero, che cita fonti a conoscenza del dossier, secondo cui gli impianti in esame includono la prima fabbrica Nissan aperta all’estero, nel 1966 a Cuernavaca, e uno stabilimento in joint venture con la tedesca Mercedes-Benz che produce Suv con il marchio Infiniti.

La casa automobilistica è sempre più sotto pressione per ridurre la capacità produttiva in eccesso a causa del calo delle vendite globali e, nell’ambito di una più ampia riorganizzazione aziendale sta considerando la chiusura di altri stabilimenti significativi.

Quello di Cuernavaca produce pick-up e altri veicoli, ma le strutture stanno invecchiando, riferiscono le fonti.

Nissan gestisce quattro impianti automobilistici in Messico e sta valutando la possibilità di consolidare la produzione nelle due fabbriche rimanenti, entrambe situate nella parte centrale del Paese.

La casa automobilistica ha registrato una perdita netta di 671 miliardi di yen (4,1 miliardi di euro) per l’anno fiscale 2024, a fronte di vendite deludenti negli Stati Uniti ed in Cina.

Ad inizio luglio Nissan ha annunciato che cesserà la produzione di veicoli nel suo stabilimento di punta di Oppama, nella prefettura di Kanagawa, a sud di Tokyo, entro la fine dell’anno fiscale 2027, trasferendo le attività in uno stabilimento nel sud-ovest del Giappone.

Audi: utili al -37,5% nel primo semestre

Dazi Usa, costi di ristrutturazione e difficoltà commerciali in Cina: la pima metà del 2025 è una catastrofe.

I profitti della casa automobilistica tedesca Audi sono crollati del 37,5% nella prima metà dell’anno.

Stando a dpa, secondo quanto riportato dalla società, le motivazioni sarebbero i nuovi dazi statunitensi, i costi di ristrutturazione e le difficoltà commerciali in Cina.