Stellantis, allarme dei sindacati: a rischio 25mila posti

Nel 2025 finiranno gli ammortizzatori sociali e il gruppo delocalizza.
Il governo lavorare per portare in Italia l’hub europeo di Dongfeng.

Secondo Fim-Cisl nelle fabbriche di Stellantis e nell’indotto sarebbero a rischio 25mila posti di lavoro.

Come riporta Quotidiano.net, sul tema il segretario generale della Fim Cisl, Ferdinando Uliano, ha dichiarato quanto di seguito:

Nel corso del 2025 sia l’indotto sia Stellantis esauriranno gli ammortizzatori sociali. Se non si interverrà per tempo ci saranno licenziamenti di massa. A rischio almeno 12mila posti negli stabilimenti di Stellantis e altrettanti, se non di più, nelle fabbriche della componentistica“.

Il limite di utilizzo della cassa integrazione è di tre anni ed in molti casi sono già state utilizzate anche le deroghe.

I sindacati sono preoccupati perché “il protocollo per il settore dopo un anno non c’è ancora” e l’orizzonte non è sereno.

Inoltre, spiega ancora Uliano: “Abbiamo sollecitato più volte i ministeri coinvolti, Mimit e Lavoro, ma finora non hanno dato risposte“.

Nel frattempo il governo sta lavorando per portare in Italia l’hub europeo della cinese Dongfeng Motors, uno stabilimento in grado di realizzare circa 100mila vetture all’anno.

La cinese MingYang produrrà turbine eoliche in Italia

Investimento di circa 500 milioni di euro dopo la visita della Meloni in Cina.
Previsto un impiego di 1.100 lavoratori insieme all’italiana Renexia.

La cinese MingYang Smart Energy, l’azienda energetica italiana Renexia ed il ministero delle Imprese e del Made in Italy hanno firmato un accordo per la creazione di un impianto di produzione di turbine eoliche.

Lo ha reso noto il ministero in un comunicato, aggiungendo che l’accordo prevede un investimento di circa 500 milioni di euro, senza specificare come saranno ripartiti i costi.

Il memorandum of understanding arriva dopo che la scorsa settimana era stata annunciata un’alleanza tra un’azienda italiana specializzata in impianti fotovoltaici e un produttore cinese di componenti per pannelli solari.

Nonostante le difficoltà nello spedire turbine di grandi dimensioni, MingYang e la maggior parte degli altri produttori cinesi non hanno impianti di produzione in Europa.

La creazione di siti produttivi in cooperazione con i produttori cinesi di turbine eoliche e pannelli solari potrebbe evitare la perdita di competenze produttive in catene di fornitura cruciali, secondo alcuni Paesi europei, tra cui l’Italia.

Il ministro Adolfo Urso ha commentato come di seguito:

Questo importante accordo ci permette di sviluppare la produzione di turbine in Italia e una filiera nazionale estremamente competitiva“.

Come riporta Reuters, nei prossimi tre mesi i partner sceglieranno il sito per l’impianto, che dovrebbe impiegare fino a 1.100 lavoratori.

A fine luglio la premier Giorgia Meloni è stata in visita in Cina per rafforzare la cooperazione con la seconda economia mondiale e ripristinare i legami commerciali dopo l’uscita dell’Italia dal piano di investimenti infrastrutturali Belt and Road.

Stellantis assemblerà l’elettrica cinese Leapmotor

I modelli assemblati in Polonia saranno venduti nel resto d’Europa.
In arrivo le prime 800 unità dal porto di Shanghai.

L’azienda automobilistica Stellantis prevede di introdurre sul mercato europeo auto elettriche a basso costo con il nome di Leapmotor.

Stellantis, come riporta Polonia Oggi, ha acquisito il 21% delle azioni del produttore cinese di auto elettriche Leapmotor nel 2023.

Le prime 800 unità sono già in arrivo dal porto di Shanghai e, tra queste, ci saranno due modelli: l’urbano T03, lungo 3,6 m e con una potenza compresa tra 95 e 109 CV, e il C10, appartenente alla categoria dei SUV, con una lunghezza di 4,7 m e una potenza di quasi 230 CV.

Stellantis annuncia che nei prossimi mesi sono previste altre consegne, che non si limiteranno al trasporto diretto dalla Cina.

Le auto saranno assemblate anche in stabilimenti europei, tra cui la Polonia.

Più precisamente, il modello T03 sarà prodotto nello stabilimento Stellantis di Tychy ma, nonostante la produzione polacca, le auto non saranno disponibili sul mercato nazionale con l’azienda che prevede di venderle in Francia, Italia, Germania, Paesi Bassi, Portogallo, Belgio, Grecia e Romania a settembre.

Monete da 1 euro: ecco le più rare

Tra tirature limitate ed errori del Conio il valore schizza.
Ecco nazionalità ed annate più ricercate.

Monete da 1 euro che valgono ben più del loro valore nominale.

Ecco, come riporta InvestireOggi, quali sono e perchè le monete che valgono di più.

In Italia i pezzi più rari sono quelli della serie lanciata nel 2004 e nel 2005 e hanno una tiratura di 5 milioni; ancora più rare quelle coniate nel 2018, 2019 e 2020 poiché in questo caso la tiratura è di 1 milione soltanto.

Occhio poi agli errori del Conio, dove appunto sul pezzo mancano delle caratteristiche a causa di difetti di fabbrica. In questo caso però bisogna fare grande attenzione alle truffe: il problema delle truffe ormai riguarda ogni aspetto del nostro quotidiano, soprattutto sul web, e proprio nel mondo online è possibile mettersi a caccia di improvvisati venditori che promettono di vendere un pezzo particolarmente raro che poi si rivela essere un prodotto taroccato.

La moneta greca risulta essere una delle più rare, soprattutto quelle emesse dal 2012 in poi, poiché hanno una tiratura non superiore ai 32.500 pezzi ad anno.

Molto rare anche quelle spagnole, in questo caso eventuali errori di conio possono far valere il pezzo anche migliaia di euro.

Per quanto riguarda invece quelle tedesche, la tiratura lanciata dal 2008 in poi è molto rara e viene venduta dai collezionisti anche a 500 euro; se presentano, invece, errori il loro valore è di 1.000 euro.

Molto rare anche quelle del Vaticano, il quale ha la sua zecca e può quindi proporre facciate dedicate ai grandi Papi della storia.

Per quanto riguarda la vendita, se si è in possesso di monete rare, si può fare una valutazione tramite un esperto oppure affidandosi a una ricerca sul web.

Quelle relative alla tiratura del 1999 devono invece essere consegnate direttamente alle autorità.

“Affitti brevi”: l’abolizione non risolve l’emergenza abitativa

Economia, turismo, studi e comparazioni: ecco il punto di vista di Francesca Rizzo, titolare dell’accademia di formazione sul Rent to Rent.

Gli affitti a breve termine possono comportare cambiamenti positivi o negativi sul valore delle case a seconda della città, delle condizioni locali e dei servizi offerti.

Secondo un documento stilato nel 2023 dal The Center for Growth and Opportunity, che mostra gli effetti marginali degli annunci Airbnb sui prezzi delle case in diverse località, gli affitti a breve termine non hanno un impatto sul costo delle abitazioni ma soprattutto non ce l’hanno in maniera uniforme.

I così detti “affitti brevi” sono una diffusa metodologia di messa a reddito utilizzata dai proprietari di case che vogliono investire sul proprio immobile.

A favorire questo sistema ci sono varie piattaforme online che mettono in contatto con un click domanda e offerta, cioè inquilini e proprietari.

Dopo il caso di New York che dal 2023 ha puntato su una legge che limita i brevi pernottamenti in città, pare che il sindaco di Barcellona stia lavorando sodo per dire addio, dal 2028, al rinnovo delle licenze sugli affitti brevi.

Sul fronte italiano invece la questione è ancora in sospeso, ma il tema è caldo soprattutto per il “caso Milano” relativo al tema dell’inflazione delle case.

Gli affitti brevi non sono i principali responsabili dell’aumento dei prezzi degli immobili” – spiega Francesca Rizzo, investitrice immobiliare, che dal 2019 è titolare dell’accademia di formazione Francesca Rizzo Academy, volta alla preparazione nell’attività del Rent to RentGli affitti brevi sono solo uno dei tanti motivi che possono influenzare, in minima parte, i prezzi delle abitazioni.

Anche uno studio della Harvard Law & Policy Review ha indicato che l’aumento degli affitti brevi porterebbe solo a un lieve incremento dei prezzi degli affitti,
concentrato perlopiù in quartieri abbienti o in fase di gentrificazione.

In Italia poi c’è un altro grande tema di cui si parla troppo poco – spiega ancora Francesca Rizzoe cioè che i proprietari di casa non sono sufficientemente tutelati rispetto agli inquilini. Se affitti casa con un tradizionale contratto a medio o lungo termine (4 anni + 4 o 3 anni + 2) e hai un inquilino moroso, per liberare casa sei costretto ad attuare procedure legali lunghe e dispendiose. In tanti altri paesi del mondo dopo il primo mese di insolvenza l’inquilino viene mandato via. In questo modo i proprietari sono tutelati e sono nelle condizioni di affittare il proprio immobile con serenità. Inoltre, raramente un inquilino fa lavori di manutenzione. In questo modo e con questi contratti così lunghi, il suddetto proprietario di casa si trova spesso con un immobile in pessime condizioni sopra il quale dovrà spendere altri soldi.

In generale, il nesso di causa/effetto tra l’aumento del numero di case destinate agli affitti brevi e l’aumento dei canoni di affitto è un insieme di concause che andrebbero analizzate come fenomeni molto complessi.

Credo che in un paese libero, chi compra casa con soldi che si è guadagnato onestamente, paga le tasse e rispetta le regole, debba essere libero di farci quello che vuole – conclude Francesca Rizzo”.