Italia, Pil a -17,3%: mai così male

Tonfo dell’economia italiana che registra una perdita di oltre 17 punti percentuali nel Pil, la più grande nella serie storica.
Male anche la Germania.

Tracolla il Pil italiano, purtroppo.

La pandemia da covid19 ha causato un crollo a dir poco deciso, tanto da far registrare un nuovo record negativo.

Come riporta l’Istat, infatti, il Pil è diminuito del 12,4% rispetto al periodo gennaio-marzo ed addirittura del 17,3% se lo confrontiamo con il secondo trimestre del 2019.

Il quadro aggrava la già brutta situazione del primo trimestre, che vedeva un calo del Pil pari al 5,4%, e rappresenta “il valore più basso dal primo trimestre 1995, periodo di inizio dell’attuale serie storica“.

Non sorride neanche la Germania, che registra un -10%.

Niente aiuti e no alla proroga delle imposte: lo Stato è senza soldi

Secco “no” del ministro Gualtieri per quanto riguarda il posticipo delle imposte.
Saranno i lavoratori a finanziare lo Stato e non viceversa; ma dopo il lockdown è dura.

Niente proroga delle imposte sui redditi al 30 settembre 2020; bisognerà pagarle entro il 20 luglio. Questo è quanto ha quanto arriva dal MEF.

Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, nel corso dell’audizione in Commissione Finanze della Camera del 16 luglio, ha infatti dichiarato che non vi sarà al posticipo in merito al pagamento delle imposte.

Il motivo troverebbe radici nei problemi di cassa, in quanto per effettuare un ulteriore rinvio servirebbero circa 8,4 miliardi di euro. E lo Stato attualmente non dispone di questa cifra.

Ecco dunque che, proprio per far fronte alle esigenze di una cassa vuota, il governo ha deciso che le partite IVA dovranno versare quanto dovuto in termini di Irpef, Ires ed Irap o eventuali imposte sostitutive, tra le polemiche della minoranza che chiedeva un anno bianco fiscale data l’impossibilità materiale di pagare le imposte.

Questo, nonostante gli aiuti statali siano stati sostanzialmente nulli (600 euro ripetuti in due tranche e neanche per tutti), una cassa integrazione che deve ancora arrivare e gli aiuti europei che, ad oggi, sono solo slogan ed annunci.

Nessuna traccia dei “poderosi” piani da centinaia di miliardi di euro sbandierati dal premier Conte, una “potenza di fuoco” che si è invece rivelata una pistola ad acqua e per giunta scarica, che invece decide di prelevare ancora risorse da quei lavoratori ai quali è stato imposto il lockdown. A poco e nulla sono contati i suoi inviti verso le banche a fare “atti d’amore”, vista la sintesi sotto riportata nell’immagine (a maggior ragione tenendo conto che circa 6 miliardi sono andati solo a FCA, che oltretutto ha spostato le sedi amministrativa e discale a Londra ed Amsterdam):

Ancora meno ha fatto l’Europa, che va avanti ad incontri che si concludono di volta in volta in un rimando al meeting successivo e che, anzi, stando alla replica in aula da parte di Claudio Borghi Aquilini (Lega) verso lo stesso premier Conte, al momento è costata all’Italia uno sbilancio di 200 miliardi tra garanzie e versamenti basati sul funzionamento del bilancio europeo (approfondimento al link): abbiamo dovuto versarne 58 per il Mes-Fss (Fondo salva-Stati), 8 per il SURE e 130 per il Recovery Fund, senza riceverne neanche uno.

Siamo dunque di fronte ad una situazione surreale: mentre tutti gli altri Paesi hanno messo in campo doverosi pacchetti di aiuti senza farsi alcun problema, l’Italia ha imposto il lockdown più feroce, non ha stanziato aiuti ed ancora usa le partite IVA come un bancomat per recuperare i soldi versati all’Europa.

Stiamo assistendo ad un’inversione di ruoli: i cittadini finanziano lo Stato e non viceversa.

Lavoro: analisi e confronto di mercato

Situazione generale, profili ricercati e non, cosa studiare e su cosa puntare: Davide Pasqua e Oliwia Burdeńska, dell’Agenzia per il Lavoro Orienta, ci hanno detto la loro rispettivamente per Italia e Polonia.

Un’unica pandemia ma modi diversi di reagire.

Quello che è certo, è che il coronavirus ha colpito tutto il mondo; quello che cambia sono le modalità di reazione ed il loro impatto sul contesto locale.

Ecco quindi che, in base alle strategie messe in atto, ogni nazione ne esce con uno specifico scenario. In Italia la situazione è davvero critica, con numeri di crollo del Pil da tempi di guerra e percentuali elevatissime di aziende a rischio chiusura (approfondimento al link); la Polonia, invece, sembra forse essere il Paese europeo che meglio ha saputo affrontare l’emergenza (approfondimento al link).

Ne abbiamo parlato con il dottor Davide Pasqua, laureato in Economia Aziendale presso l’Università degli Studi di Udine e con un Master in Gestione delle Risorse Umane ed Organizzazione del Lavoro presso il medesimo ateneo, oltre che un Praticantato come Consulente del Lavoro, attualmente Area Manager per il Friuli Venezia Giulia dell’Agenzia per il lavoro Orienta, e con la dott.ssa Oliwia Burdeńska, laureata in Comunicazione Sociale presso l’Uniwersytet Ekonomiczny w Poznaniu, con una laurea specialistica in Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica presso l’Università Federico II di Napoli ed un Master in Organizzazione e Sviluppo delle Risorse Umane presso l’Università degli Studi di Torino, attualmente Country Manager per la Polonia dell’Agenzia per il lavoro Orienta Polska, oltre che vincitrice del premio Jane M. Klausman Women in Business Scholarship.

Com’è la situazione generale del mercato del lavoro nei vostri Paesi?

D.P. (Italia): “Nel mercato del lavoro italiano, fatto principalmente di aziende medio-piccole, la crisi è stata più marcata a livello settoriale: alcune aziende del settore alberghiero, intrattenimento e spettacolo sono state più colpite; altre sono rimaste stazionare; altre hanno convertito la produzione in tempi record adeguandosi alle nuove richieste del mercato e aumentando, in casi particolari, il proprio volume d’affari.”

O.B. (Polonia): “Sembra che stiamo tornando alla normalità. Il tasso di disoccupazione a maggio era del 6% mentre a gennaio 5,5%, quindi basandosi solo su questo dato si potrebbe dire che la situazione non sia  peggiorata tanto. Da un lato, questo potrebbe essere l’effetto dello scudo anti-crisi, che era incentrato sul sostegno alla conservazione dell’occupazione, dall’altro, i datori di lavoro hanno ben chiari i recenti problemi nel reclutamento dei dipendenti – motivo per cui sono molto cauti nel recedere dai contratti di lavoro.

Quali sono le figure professionali più ricercate e quali invece quelle che vi è più difficile riuscire a collocare?

D.P. (Italia): “Le figure professionali più ricercate sono quelle con competenze “hard” tecniche e specifiche: Ingegneri meccanici, Programmatori software, Impiegati contabili, Addetti paghe e contributi, Programmatori PLC, Tornitori CNC, Montatori meccanici. Le figure più difficili da collocare sono quelle con competenze “soft” oppure con competenze troppo generiche: Operai generici, Addetti alle vendite, Baristi, Commessi. Una attenzione particolare dovrà essere data ai giovani “neo-diplomati” e “neo-laureati” che si troveranno di fronte a un mercato del lavoro sempre più competitivo ma anche alle figure “over 50” che si sentono rispondere spesso <<lei è troppo qualificato/a per questa posizione… >>”

O.B. (Polonia): “In Polonia, prima della pandemia, a causa del tasso di disoccupazione molto basso, era difficile trovare praticamente qualsiasi figura professionale. Le ricerche più difficili erano quelle di blue collars (p.e.: dedicati all’assemblaggio) e personale tecnico qualificato (p.e.: operatori alle macchine, idraulici, meccanici). L’altro settore in cui è difficile trovare risorse è l’ICT, con la pandemia che ne ha accentuato il fabbisogno. In termini di competenze, si cercano le persone con la maggiore flessibilità, la prontezza a prendere iniziative e la capacità di adattarsi rapidamente ad una nuova situazione.”

Il dilemma è sempre lo stesso: seguire le proprie passioni o adattarsi al mercato? Voi cosa consigliereste ai giovani che devono scegliere il percorso formativo da intraprendere e che condizionerà inevitabilmente le loro vite?

D.P. (Italia): “Recentemente con Orienta abbiamo tenuto un Webinar proprio su questo argomento! Prima di tutto è importante capire bene “Chi siamo” e “Che cosa vogliamo”, questo ci aiuterà a trovare la strada  da seguire per realizzare i propri progetti personali. Se facciamo una scelta guardando unicamente cosa offre il mercato del lavoro,  probabilmente ci ritroveremo a fare un lavoro che non ci piace mentre se facciamo una scelta ascoltando ciecamente solo quello che ci dice il nostro cuore il rischio è di non riuscire poi a trovare un lavoro. Visto che siamo dotati di mente e cuore è importante utilizzarli entrambi per prendere una scelta: possiamo quindi analizzare il contesto del mercato del lavoro con la nostra parte razionale e fare poi una scelta con la nostra parte più istintiva.

O.B. (Polonia):Personalmente consiglierei loro di seguire le proprie passioni, ma allo stesso tempo interessarsi di quello che potrebbe essere più appetibile sul mercato del lavoro. Una soluzione perfetta sarebbe trovare un mix tra passioni e ciò che richiede il mercato; ad esempio si può studiare economia e, allo stesso tempo, imparare delle lingue: la Polonia e’ un leader in Europa in termini di persone impiegate nei settori SSC/BPO, quindi un contabile con la conoscenza delle lingue straniere sarà molto apprezzato. In generale sono del parere che se uno è veramente appassionato in qualcosa, troverà il modo di fare delle proprie passioni un lavoro. Quello che conta  è personalità, volontà e intraprendenza! Personalmente conosco persone che hanno ottenuto successo senza aver finito neanche l’università.

In qualità di selezionatori, quali sono gli aspetti a cui date maggior importanza nell’analisi di un cv?

D.P. (Italia): “Quando faccio un colloquio parto sempre dal “fondo del curriculum” guardando le esperienze extra-professionali perché sono convinto che se una persona fa una lavoro in linea con le proprie passioni darà il massimo. Poi l’attenzione passa alle competenze “hard” specifiche per la figura professionale che ho di fronte. Molto importanti (e spesso dimenticati nei cv…) sono anche i risultati conseguiti nelle singole esperienze lavorative: i target raggiunti sono la conferma che le competenze maturate dal candidato/a sono in grado di produrre risultati reali e quindi un vantaggio competitivo per il futuro datore di lavoro.”

O.B. (Polonia): “In Polonia, l’aspetto più importante è l’esperienza lavorativa, il cosiddetto training on the job. Proprio per questo è molto importante intraprendere il percorso lavorativo già durante gli studi. Sono apprezzati i tirocini e le esperienza acquisite nelle organizzazioni studentesche. Rispetto all’Italia, in Polonia i voti ottenuti all’università non sono importanti: durante un colloquio nessuno chiede il voto di laurea. Contano le abilità, non la carta (diploma): hai scritto nel cv che sai parlare inglese? Ok, allora parliamo in inglese. Dici di saper usare bene Excel? Ok, fammi questa tabella con queste formule. Vale la regola “meno teoria, più pratica”. Infine, qui hanno molto importanza le competenze linguistiche e le aziende apprezzano i candidati che non cambiano spesso lavoro.

Eurogruppo: Donohoe la spunta su Calvino e Gramegna

L’irlandese si impone a sorpresa sui concorrenti.
Italia, Francia, Germania e Spagna sostenevano la candidata spagnola.

È il ministro delle finanze irlandese il nuovo presidente dell’Eurogruppo.

Pascal Donohoe ha battuto, contro tutte le previsioni, il rivale lussemburghese Pierre Gramegna e soprattutto la candida spagnola Nadia Calvino.

Quest’ultima, erano proprio il candidato sostenuto dall’Italia, dalla Germania e dalla Francia, oltre ovviamente che dalla Spagna.

Il voto dei ministri delle finanze è segreto, ma per essere riuscito a farsi eleggere in un voto a maggioranza significa che Donohoe ha ricevuto l’appoggio di almeno 10 Stati.

Il suo mandato, che avrà una durata dii due anni e mezzo, inizierà ufficialmente in data lunedì 13 luglio e andrà a sostituire quello dell’attuale portoghese Mario Centeno.

Allarme Istat: più di un’azienda su tre rischia la chiusura

Tragico il bilancio post Covid19: possibile che abbassino le serrande il 38,8% delle aziende.
È mancato l’aiuto del governo; percentuali elevate anche per le grandi imprese: circa una su cinque.

Ritorna a muoversi il mercato a maggio, dopo le forti contrazioni avvenute a marzo e ad aprile; ma la ripresa è lenta, troppo lenta.

Nella sua periodica nota, l’Istat dice che a maggio (inteso rispetto al mese precedente di aprile) “sono aumentate le esportazioni extra-Ue” ed i dati “hanno iniziato a registrare i primi segnali di ripresa dell’attività produttiva legati al progressivo allentamento del lockdown. Permangono limitazioni agli spostamenti internazionali che producono effetti negativi su trasporti aerei e turismo”.

Tra alberghi e ristoranti, sono addirittura oltre sei su dieci quelli che rischiano la chiusura entro un anno dallo scoppio dell’emergenza legata al coronavirus, mettendo a repentaglio circa 800 mila posti di lavoro.

Più precisamente stiamo parlando del 65,2% delle strutture, che nel loro complesso valgono 19,6 miliardi di euro.

Non va meglio alle imprese impegnato negli ambiti di sport, cultura ed intrattenimento che vedono un rischio chiusura per il 61,5% di esse (700 mila posti di lavoro ed un valore aggiunto pari 3,4 miliardi di euro), mentre il settore dell’abbigliamento ha subìto un calo del 40%.

La nota dell’Istat, che si basa su uno studio inerente le aziende con un numero di addetti superiore a 3, chiude poi mettendo in luce come sia a rischio la sopravvivenza del 38,8% delle aziende italiane:

L’impatto della crisi sulle imprese è stato di intensità e rapidità straordinarie, determinando seri rischi per la sopravvivenza: il 38,8% delle imprese italiane (pari al 28,8% dell’occupazione, circa 3,6 milioni di addetti) ha denunciato l’esistenza di fattori economici e organizzativi che ne mettono a rischio la sopravvivenza nel corso dell’anno.

Scendendo più in profondità con l’analisi, vediamo che il pericolo chiusura è pari al 18,8% per le grandi imprese, al 22,4% per le medie imprese, al 33,5% per le piccole ed addirittura al 40,6% per le micro imprese. Confrontando i dati nello scenario internazionale, in Italia si è decisamente fatto troppo poco a sostengo delle aziende.