Pnrr italiano: arriva l’ok dall’Ue

Von der Leyen: “Piano ambizioso, appoggio totale”.
Tra 4 settimane via agli aiuti (in ritardo): spalmati nel tempo e da gestire bene.

Il Pnrr italiano, ovvero il Piano nazionale di ripresa e resilienza, è stato approvato dall’Ue.

La conferma arriva direttamente dalla presidente della Commissione Ue, Ursula Von der Leyen, che più precisamente ha dichiarato quanto di seguito:

Oggi sono qua per annunciarvi che avete l’appoggio totale della Commissione europea: soddisfa i nostri esigenti criteri, è un piano ambizioso e lungimirante. La nostra approvazione è una pietra fondamentale per l’erogazione di 191,5 miliardi di euro nei prossimi anni; una volta approvato dal Consiglio, fra 4 settimane, saremo pronti ad erogare i primi fondi.

Ursula Von der Leyen ha poi concluso il suo intervento sottolineando che l’Ue ha ancora tanta strada da fare insieme e che questo passo non è l’inizio di una più forte collaborazione e coordinazione. Le parole della presidente della Commissione europea, rivolte in particolare al premier Draghi consegnandogli la valutazione della stessa Commissione Ue, sono state le seguenti:

Mario, non è la fine del nostro percorso, ma l’inizio.”

È passato più di un anno dall’inizio della pandemia e l’Ue si è confermata un carrozzone lento e macchinoso, incapace di rispondere con prontezza alla crisi rispetto ad altre realtà (Usa, Cina e Giappone per fare degli esempi).

L’Italia, da parte sua, si è dimostrata forse troppo succube dell’Ue (rispetto alla Polonia, per esempio – approfondimento al link) tanto da aver avuto il peggior impatto in termini di Pil (approfondimento al link).

Ora ci sarà da aspettare altre 4 settimane per l’approvazione, quindi di fatto un mese, e finalmente si comincerà a vedere qualche segnale concreto, anche se spalmato nel tempo e da gestire evitando sprechi visto che già le premesse lasciavano sorgere qualche dubbio dimostrando che l’emergenza non fosse sanitaria (approfondimento al link).

Vaccino anti-Covid19: pro e contro

Intervento di diversi esperti con il focus sulla vaccinazione ai bambini.
Per i dati in nostro possesso, ecco quando conviene vaccinarsi e quando no, secondo gli esperti.

La partita è apertissima.

Il dilemma attuale è quello inerente al vaccino anti-Covid19: meglio farlo o no? Più rischi o benefici?

Il tema è aperto perché, ad oggi, i dati in nostro possesso sono davvero pochi ed è normale che i cittadini si trovino in una situazione di indecisione e, se vogliamo, di timore in merito al dà farsi; specie se solo accendendo la televisione è facile notare che neanche gli addetti ai lavori hanno un’idea unanime, anzi ne discutono animatamente.

La questione principale è quella di lasciare fuori la tifoseria da stadio o quella di chi ragiona per ideologia e concentrarsi, esclusivamente, sui dati in nostro possesso e sulle evidenze scientifiche cercando di essere il più oggettivi possibile.

Il tema assume poi particolare importanza quando va a riguardare i bambini.

A tal proposito, il senatore Armando Siri (Lega), ha organizzato un incontro volto al dibattito aperto invitando molti esperti (tra scienziati, professori e professionisti) con i relativi punti di punti.

Ognuno di loro ha portato dati, slides, materiale, disamine e considerazioni volte a capire se e quando fosse conveniente o meno vaccinarsi contro il Covid-19, non facendo appunto una partita mirata tra le ideologie pro-vax o no-vax ma valutando caso per caso (fascia di età, sesso, stato di salute) la convenienza o meno a farsi inoculare il vaccino, basandosi sui dati fino ad oggi disponibili.

Il video completo dell’intervento è reperibile al link.

Wuhan: “nessuna indagine per non essere associati a Trump”

Una scienziata rivela l’ostacolo politico.
Sempre maggiori gli indizi che legano il virus al laboratorio.

Nessuna indagine è stata fatta al laboratorio di Wuhan al fine di capire l’origine del virus.

Questa è la testimonianza di una scienziata tra i 18 firmatari della lettera in cui viene chiesto di tornare a indagare sulle origini del Covid-19.

Questo, ovviamente, non equivale all’ammissione che il virus nasca in laboratorio, ma che nemmeno vi sono stati i dovuti accertamenti sulla sua origine.

L’ex presidente Usa, Donald Trump, non ha mai nascosto i suoi sospetti in merito al fatto che pandemia fosse originata da una fuoriuscita del virus dal laboratorio di Wuhan; è parrebbe essere proprio questo il motivo del non svolgimento delle indagini: la paura di essere associati a Trump, condizionando la comunità scientifica che non voleva rischiare le accuse di razzismo e collusione con l’ex presidente.

A riguardo, appunto, dice quanto di seguito:

All’epoca, faceva paura essere associati a Trump e diventare un potenziale strumento di razzismo, quindi nessuno voleva uscire allo scoperto con una richiesta formale di investigare sulle origini in laboratorio.

La decisione, infatti, fu quella di non andare a fondo delle accuse mosse dallo stesso Trump.

Alina Chan, la scienziata sopracitata, stando a quanto riporta Tgcom24, rimarcando quanto detto, ha infatti dichiarato:

Nessuna indagine sul laboratorio per paura di essere associati a Trump.

Continua poi sostenendo che alcuni colleghi erano in subbuglio allo scoppio della pandemia, per paura che qualsiasi dichiarazione venisse fraintesa, usata o strumentalizzata.

Ad oggi diversi studiosi stanno prendendo in considerazione diverse ipotesi; a tal riguardo la Chan prosegue:

So che il mondo intero ora è a caccia di una pistola fumante su Wuhan, ma siamo invece in presenza di briciole sparse sul pavimento.”

Poco tempo fa, proprio dei virologi di Wuhan con una pubblicazione su Science, dissero che eravamo davanti ad un “possibile incidente di laboratori”; in Italia la notizia fu riportata dal prof. Burioni, da sempre incline a questa tesi e che, infatti, si limitò a commentare la notizia con un “personalmente relata refero, no comment” (approfondimento al link).

Green Pass: arriva l’ok del garante della privacy

Approvata l’app dopo qualche tentennamento, insieme a Immuni.
Validità in Ue dal primo luglio.

Via libera da parte del garante della privacy al Green Pass anche tramite App.

Dopo una fase di incertezza, legata al corretto trasferimento dei dati (più nel dettaglio l’integrazione da parte di Pago Pa di alcune funzionalità come le notifiche push a contenuto generico), è arrivato il nulla osta per l’App IO, che verrà utilizzata come piattaforma nazionale ed avrà validità sul territorio Ue dal primo luglio.

Il Green Pass, appunto contenuto nell’App, permetterà ai cittadini di spostarsi liberamente tra i confini Ue e di partecipare ad eventi che lo richiedano.

Per ottenere il medesimo Green Pass è sufficiente disporre di una carta d’identità elettronica (chi non l’avesse può richiederla tramite l’account Spid, ovvero il sistema di identità digitale), scaricare l’App e registrarsi effettuando il login.

Una volta effettuata l’autenticazione, sarà possibile trovare la certificazione verde con il relativo codice QR.

Il Green Pass verrà rilasciato sia in formato digitale che cartaceo e sarà rilasciato a chi si è sottoposto a vaccinazione, a chi risulta guarito dal Covid-19 (fino a 6 mesi prima) ed a chi si è recentemente sottoposto ad un tampone risultando negativo (tendenzialmente si prende il riferimento delle 48 ore).

Non solo. Il garante per la privacy, che sull’App IO ha dichiarato “ci aspettiamo un riscontro positivo”, ha inoltre approvato anche l’App Immuni, già usata in passato ai fini della tracciabilità dei contagi sul territorio nazionale.

Apple, i dipendenti non vogliono tonare in ufficio

Opposizione dei lavoratori allo stop dello smart working chiesto da Tim Cook.
Avviata una campagna per chiedere più flessibilità.

No al ritorno in ufficio.

Questa, in estrema sintesi, la risposta dei dipendenti Apple a Tim Cook con riferimento alla sua richiesta di tornare in ufficio almeno 3 giorni alla settimana entro settembre, precisamente nei giorni di lunedì, martedì e giovedì.

Nel rifiutare lo stop allo smart working, i dipendenti hanno anche scritto una lettera nella quale chiedono più flessibilità; la medesima lettera è stata pubblicata da The Verge e riporta quanto di seguito:

Senza l’inclusività che la flessibilità porta, molti di noi sentono di dover scegliere tra una combinazione delle nostre famiglie, il nostro benessere, e l’essere autorizzati a fare il nostro miglior lavoro, o essere parte di Apple. Nell’ultimo anno ci siamo spesso sentiti non solo inascoltati, ma a volte attivamente ignorati.

Con queste parole, i dipendenti, lamentano una “disconnessione” da parte della direzione sul tema del lavoro da remoto.

Cook sosteneva che gli mancasse il “ronzio dell’ufficio”, ma evidentemente i suoi dipendenti non la pensano come lui.

Mentre Apple scoraggiava il lavoro da casa prima della pandemia, Twitter e Facebook hanno invece dichiarato che i dipendenti possono lavorare da casa per sempre, anche dopo la fine della pandemia.