Hong Kong abbraccia la Cina: giganti del web se ne vanno

Al centro del dibattito la nuova legge sulla privacy.
L’ex colonia britannica sempre più nelle mani del Dragone.

Hong Kong si spinge sempre più verso la Cina.

Negli ultimi tempi abbiamo visto come la Cina abbia imposto leggi inerenti alla “sicurezza nazionale” che prevedano l’assenza di giuria nei processi (approfondimento al link) e come qualsiasi forma di democrazia stia per essere repressa (approfondimenti ai link 1 e link2).

Vista questa volontà dell’ex colonia britannica di abbracciare sempre più la Cina, i giganti del web minacciano di lasciare il Paese, smettendo di fornire servizi in segno di protesta per la decisione di modificare la legge sulla privacy.

Google, Facebook, Twitter ed Apple hanno infatti mandato una lettera all’Asia Internet Coalition, sostenendo che gli emendamenti proposti alla legge sulla privacy ad Hong Kong potrebbero vedere le persone colpite da “sanzioni severe”.

La lettera inviata al commissario della privacy dei dati personali, Ada Chung Lai-ling, è stata pubblicata anche dal Wall Street Journal e riporta quanto di seguito:

L’introduzione di sanzioni rivolte non è in linea con le norme e le tendenze globali. L’unico modo per evitare queste sanzioni per le società tecnologiche sarebbe quello di astenersi dall’investire e offrire i propri servizi a Hong Kong, privando così le imprese ed i consumatori di Hong Kong, creando al contempo nuove barriere al commercio.

Hong Kong, dal lato suo, non intende indietreggiare; la governatrice Carrie Lam, per esempio, ha detto che estenderà a più aree della società la legge sulla sicurezza nazionale ed ha descritto la legge imposta da Pechino come di seguito:

Il principale punto di svolta nel passaggio di Hong Kong dal caos all’ordine, con un effetto indiscutibile nella stabilizzazione della società. Faremo in modo che questo progetto venga compreso ed instaurato pienamente, estendendosi ad aree come la politica, società, economia, cultura, tecnologia, Internet, finanza e salute pubblica.

Ad Hong Kong primo processo senza giuria

La legge è stata voluta da Pechino per “sicurezza nazionale”.
A processo Tong Ying-kit per l’episodio di luglio 2020.

Svolta nell’evoluzione del sistema giuridico ad Hong Kong dove, per la prima volta, si è aperto un processo senza giuria.

Tong Ying-kit è il 24enne che nel luglio del 2020 investì con la sua moto un gruppo di agenti, ferendone tre.

Il giovane è accusato di terrorismo, guida pericolosa ed incitamento alla secessione. Il suo processo sarà, appunto, il primo nell’ex colonia britannica ad avvenire senza una giuria; questo perché la nuova legge voluta da Pechino in ambito di sicurezza nazionale prevede l’assenza di una giuria.

Covid-19: Bloom recupera le prime sequenze del virus

Recuperati parzialmente i dati cancellati dalla Cina.
Più similitudini con il virus del laboratorio che con quello del mercato ittico.

Jesse Bloom, ricercatore di Seattle e virologo presso il Fred Hutchinson Cancer Center, è riuscito a recuperare in internet 13 sequenze del primissimo SARS-CoV-2 di Wuhan, raccolti presso il Renmin Hospital di Wuhan e che appartenevano ad un set di oltre 200 campioni di virus dei primi casi del virus.

La notizia arriva dopo la recente denuncia di un’anomala e sospetta scomparsa di dati dai database scientifici, chiesta dalla Cina (approfondimento al link).

Come riporta Il Corriere della Sera dal quale riprendiamo i punti salienti, la disamina fatta dal ricercatore mette in luce che i ceppi virali isolati al mercato ittico di Wuhan fossero successivi a quelli raccolti con tampone nasale dai pazienti ambulatoriali, facendo dunque pensare che il mercato ittico non sia stata l’origine dell’epidemia, nonostante quest’ultima sia confermata dall’indagine congiunta svolta da Cina e Oms.

Viene messo in luce, inoltre, che anche i casi precedenti a dicembre 2019 e le sequenze analizzate addirittura in Paesi fuori dalla Cina sono più vicine al progenitore-virus dei pipistrelli rispetto a quelle del mercato.

Benché il suo lavoro non sia ancora stato sottoposto a revisione paritaria o pubblicato su riviste scientifiche, cercando all’interno del National Institutes of Health (contenente il Sequence Read Archive – sito dove gli scienziati di tutto il mondo depositano dati di sequenziamento), il ricercatore ha notato un foglio di calcolo appartenente a uno studio cinese pubblicato a maggio 2020 sulla rivista PeerJ che conteneva le sequenze iniziali di SARS-CoV-2 a partire dal 31 marzo 2020; la maggior parte delle sequenze provenivano proprio da un progetto di ricerca dell’Università di Wuhan chiamato PRJNA612766.

In quel momento Bloom si è accorto che le sequenze erano state eliminate. Da qui ha ricostruito che i dati cancellati corrispondevano a quelli di in uno studio che ha parzialmente sequenziato 45 campioni nasofaringei di pazienti ambulatoriali di Wuhan con sospetta COVID-19 nelle prime fasi dell’epidemia.

Per farlo, ha utilizzato delle funzioni di storage di Google Cloud ritrovando i file ed è riuscito a recuperare 34 sequenze tramite le quali ha ricostruito le sequenze virali parziali di 13 di questi campioni:

Tutti concordano che gli antenati del SARS-CoV-2 siano i coronavirus dei pipistrelli, pertanto ci aspetteremmo che le prime sequenze siano più simili ai coronavirus dei pipistrelli e che queste, col passare del tempo (dato che il virus si evolve), diventino man mano più divergenti da questi antenati. Invece, i primi virus provenienti dal mercato ittico di Wuhan sono maggiormente diversi dai coronavirus dei pipistrelli rispetto ai virus raccolti successivamente in Cina e persino in altri Paesi del mondo.”

Gli studi di Bloom sostengono che il virus circolasse a Wuhan prima dello scoppio di dicembre al mercato del pesce. Lo stesso, in merito alla cancellazione dei dati, ricordando che molti laboratori in Cina hanno ordinato di distruggere i primi campioni di Covid-19 e che un ordine del Consiglio di Stato cinese, nella sua relazione dice quanto di seguito:

Non c’è una ragione scientifica plausibile per la cancellazione dei dati, sembra probabile che le sequenze siano state cancellate per oscurare la loro esistenza. Non possiamo davvero dire perché siano state rimosse, ma la conseguenza pratica della loro rimozione è stata che le persone non si sono accorte della loro esistenza

La National Library of Medicine non ha fornito il nome della persona che ha richiesto l’eliminazione dei dati ed il progetto di sequenziamento in questione (PRJNA612766) è scomparso anche dalla China National GeneBank (CNGB).

Covid: colpo di scena sulle origini

Si intensificano i collegamenti tra il virus ed il laboratorio di Wuhan.
La Cina chiese di eliminare dati dal National Institutes of Health.

Continuano sempre più insistentemente le connessioni che collegano la nascita del virus Covid-19 al laboratorio di Wuhan.

Dopo le recenti dichiarazioni di una scienziata inerenti alle indagini non fatte per non essere associati a Trump (approfondimento al link) e lo studio in cui si riporta che il virus sia un probabile incidente di laboratorio (approfondimento al link), arriva un altro fatto perlomeno curioso in merito alle origini del Covid-19.

Come riporta l’Agi, che a sua volta cita il Wall Street Journal, “le sequenze genetiche dei primi casi di Covid-19, registrate su un database Usa, sarebbero state eliminate, su richiesta della Cina, rendendo più difficile la ricostruzione delle origini della pandemia”.

Stando a quanto riportato dal quotidiano economico-finanziario americano, infatti, il National Institutes of Health (NIH) ha confermato di avere cancellato i dati in seguito alla richiesta dello stesso ricercatore cinese che li aveva forniti pochi mesi prima, precisando quanto di seguito:

Chi ha i diritti sui dati può legittimamente chiederne il ritiro.”

Continuando, si legge che i dati mancanti includono sequenze di campioni di virus raccolti a Wuhan all’inizio del 2020 ma che alcune delle informazioni che sono state cancellate sono ancora disponibili su un articolo scientifico già pubblicato.

Bitcoin in caduta: -12,12%

Investitori preoccupati per l’inasprimento della regolamentazione in Cina.
Trump attacca: “Solo una truffa”.

Dopo il calo dovuto alle dichiarazioni di Elon Musk (approfondimento al link), il Bitcoin continua la sua caduta che, scendendo sotto la soglia dei 32.000 dollari, precisamente a 31.702, perde il 12,12%.

Sulla stessa onda negativa anche le altre valute digitali, con Ethereum che perde il 14,70% stabilizzandosi a 2.373 dollari.

I motivi del calo sono diversi; si va dalla preoccupazione degli investitori per il sempre maggior inasprimento della regolamentazione del settore in Cina, fino al fatto che le autorità federali Usa hanno rintracciato e recuperato 2,3 milioni di dollari in criptovalute, la metà del riscatto pagato ad hacker stranieri, il cui attacco a maggio aveva portato al blocco della più grande rete di oleodotti del Paese, gestita dalla Colonial Pipeline.

Come se non bastasse, l’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è tornato ad attaccare il Bitcoin in un’intervista rilasciata alla Fox Business:

Solo una truffa. Non mi piace perché è un’altra valuta in competizione con il dollaro.

Anche l’attuale presidente della Consob, il professore emerito di politica economica e già ministro per gli affari europei Paolo Savona, era intervenuto sul tema delle criptovalute definendole “un pericolo per la società” (approfondimento al link).