Covid: l’ex consigliere di Fauci si dichiara colpevole

Dalle origini del virus all’uso della mail privata, in tribunale Morens ammette: cospirazione e truffa ai danni degli Usa.
Ciò che veniva etichettato come complottismo viene confermato da documenti e ammissioni di colpevolezza.

Per anni, quando qualcuno chiedeva maggiore trasparenza sulle ricerche sui coronavirus finanziate dagli Stati Uniti, sui rapporti con il Wuhan Institute of Virology o sulle discussioni interne sull’origine di Sars-Cov-2, la risposta era spesso una parola diventata buona per quasi tutto: «complottismo». Poi arrivano i documenti. E qualche volta arrivano persino le ammissioni di colpevolezza.

Il Tempo, infatti, riporta quanto di seguito.

Il 18 agosto David Morens, per sedici anni senior adviser nell’Office of the Director del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, il Niaid guidato fino al 2022 da Anthony Fauci (che sotto interrogatorio si è appellato oltre 100 volte alla facoltà di non rispondere ed è stato condannato di oltraggio al governo – approfondimento al link), si è dichiarato colpevole davanti a un tribunale federale del Maryland di «conspiracy to commit offenses and to defraud the United States» (ovvero, associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati e alla frode ai danni degli Stati Uniti). Non è un post sui social. È quanto comunica ufficialmente il Dipartimento di Giustizia americano.

Morens rischia fino a cinque anni di carcere. La giudice federale Paula Xinis ha fissato formalmente il sentencing di David Morens per il 12 novembre 2026. Mala parte interessante è capire che cosa ha ammesso. Secondo il Doj (Dipartimento di Giustizia), durante la pandemia Morens e altre persone parteciparono a una cospirazione dopo che il National Institutes of Health aveva interrotto il finanziamento di «Understanding the Risk of Bat Coronavirus Emergence».

Quel grant era stato assegnato dal Niaid a un’organizzazione americana che aveva destinato parte dei fondi al Wuhan Institute of Virology, diventato poi uno dei punti centrali del dibattito sull’origine del Covid-19.

Dopo l’interruzione, Morens e un altro soggetto si impegnarono, secondo la sua ammissione di colpevolezza, ad aiutare un co-cospiratore a ottenere il ripristino del finanziamento e a contrastare la tesi secondo cui il Covid-19 avrebbe potuto essere conseguenza di una fuga da laboratorio.

Fin qui potremmo essere ancora nel terreno del confronto scientifico e amministrativo. Il problema è ciò che succede dopo. Prevedendo che quelle comunicazioni potessero essere richieste attraverso il Freedom of Information Act, Morens e gli altri decisero di utilizzare il suo account Gmail personale invece di quello istituzionale.

Perché? Il Dipartimento di Giustizia utilizza parole difficili da equivocare: per «intentionally hide their communications from public view», ossia «Nascondere intenzionalmente quelle comunicazioni alla vista del pubblico».

Attraverso quell’account, secondo il Doj, vennero scambiate informazioni Nih non pubbliche, discussi gli sforzi per ottenere nuovamente il finanziamento e modificate bozze di lettere indirizzate alla leadership del Nih. E qui c’è una differenza fondamentale rispetto a qualche mese fa. Allora Morens era un imputato e valeva la presunzione d’innocenza. Oggi Morens si è dichiarato colpevole. Ha inoltre ammesso di aver cospirato per il pagamento di «illegal gratuities». Un co-cospiratore gli regalò del vino per quelli che nelle loro comunicazioni venivano definiti i suoi «behind -the -scenes shenanigans», le sue manovre dietro le quinte. Secondo il Doj, Morens individuò quindi un atto ufficiale che avrebbe potuto compiere per «meritare» quel regalo: scrivere un commento scientifico per una prestigiosa rivista medica sostenendo l’origine naturale del Covid-19.

A questo punto, però, bisogna distinguere ciò che sappiamo da ciò che non sappiamo. Questo procedimento non dimostra che Sars-Cov-2 sia nato in laboratorio. E Anthony Fauci non è stato incriminato nel procedimento Morens. Affermare oggi che Fauci abbia partecipato alla cospirazione significherebbe andare oltre ciò che gli atti dimostrano. Ma eliminato tutto ciò che non possiamo provare, rimane comunque una domanda enorme. Perché un senior adviser del Niaid sentì la necessità di spostare deliberatamente determinate conversazioni fuori dai sistemi governativi?

Perché persone coinvolte nella discussione di finanziamenti pubblici sulla ricerca dei coronavirus decisero che alcune comunicazioni non dovessero essere accessibili attraverso gli strumenti di trasparenza previsti dalla legge? E soprattutto: chi sapeva?

Morens non era un ricercatore periferico. Dal 2006 al 2022 lavorò nell’Office of the director del Niaid. Trai suoi compiti c’erano la raccolta di informazioni dalla comunità scientifica sul Covid-19 e la consulenza alla leadership dell’istituto. Questo non dimostra che Fauci conoscesse le sue attività illegali. Non dimostra che gli abbia ordinato di farlo.

Ma dovrebbe almeno rendere possibile porre la domanda senza essere trattati come terrapiattisti. Per anni il dibattito sulle origini del Covid è stato avvelenato dalla confusione tra la plausibilità di un’ipotesi e l’identità di chi la sosteneva.

La scienza dovrebbe funzionare diversamente. Le ipotesi si verificano, si confutano e si confrontano con i dati. Quando i dati non bastano si dice semplicemente: non lo sappiamo. Ed è per questo che il caso Morens è importante indipendentemente dalla risposta definitiva sull’origine del virus. Anche se domani venisse dimostrata un’origine completamente naturale, ciò che Morens ha ammesso rimarrebbe gravissimo.

Durante la pandemia ai cittadini è stato chiesto qualcosa di enorme: fidarsi delle istituzioni, degli scienziati, delle autorità sanitarie. Ma la fiducia non può funzionare in una sola direzione. Se chiedi ai cittadini di fidarsi delle istituzioni, le istituzioni devono accettare di essere controllate dai cittadini. Altrimenti non si chiama fiducia. Si chiama fede. E la scienza non dovrebbe averne bisogno. Che Fauci abbia partecipato alla cospirazione non è un fatto accertato. Che questa vicenda dimostri l’origine laboratoriale del Covid non è vero. Ma nemmeno si può raccontare questa storia come se non fosse successo nulla. Qualcuno aveva conversazioni che non voleva fossero viste. Qualcuno ha deciso deliberatamente di tenerle lontane dai sistemi ufficiali. E almeno uno dei protagonisti oggi non lo nega più. Si è dichiarato colpevole. Per questo la domanda più seria forse non è ancora: «Da dove è arrivato il Covid?». È un’altra. Perché alcune delle persone incaricate di aiutarci a scoprirlo non volevano che leggessimo ciò che si stavano dicendo? E questa volta «complottismo» non è una risposta.

Bassetti: Covid, morta una donna per variante LP.8.1. era stata vaccinata 6 volte

L’infettivologo: la variante pare eludere i vaccini; aggiornare i vaccini per la prossima campagna vaccinale.

L’infettivologo e direttore del Malattie Infettive al San Martino di Genova Matteo Bassetti ha annunciato che ha registrato il primo caso italiano di infezione Covid da variante Nimbus NB.1.8.1.

Come riporta Il Gazzettino, le sue parole sono le seguenti:

Purtroppo abbiamo avuto un caso di LP.8.1 – una variante di Sars-CoV-2 molto diffusa – che ha portato a un decesso una decina di giorni fa“.

L’infezione, come precisa Adnkronos, ha colpito “una paziente giovane, di 66 anni, canadese, che purtroppo è deceduta per le complicanze di una forma di Covid molto aggressiva che non vedevamo da oltre 2 anni. Un paziente apparentemente immunocompetente, senza particolari problemi di salute, che è arrivato con una forma devastante di polmonite da Covid ed è deceduto dopo un paio di settimane di terapia intensiva“.

Il caso di LP.8.1, precisa Bassetti, ha riguardato “un soggetto che aveva fatto 6 dosi di vaccino e quindi sembra essere una variante molto elusiva dell’immunità. Credo che sia il caso di pensare a dei vaccini aggiornati anche su queste nuove varianti che sembrano eludere l’immunità sia da vaccino sia naturale“, conclude l’infettivologo. LP.8.1 è proprio la variante a cui si raccomanda di mirare i vaccini per le prossime campagna vaccinali, per esempio in Europa. Dal punto di vista dei sintomi sono blandi, cioè simili all’influenza, al raffreddore.

Covid-19: Bloom recupera le prime sequenze del virus

Recuperati parzialmente i dati cancellati dalla Cina.
Più similitudini con il virus del laboratorio che con quello del mercato ittico.

Jesse Bloom, ricercatore di Seattle e virologo presso il Fred Hutchinson Cancer Center, è riuscito a recuperare in internet 13 sequenze del primissimo SARS-CoV-2 di Wuhan, raccolti presso il Renmin Hospital di Wuhan e che appartenevano ad un set di oltre 200 campioni di virus dei primi casi del virus.

La notizia arriva dopo la recente denuncia di un’anomala e sospetta scomparsa di dati dai database scientifici, chiesta dalla Cina (approfondimento al link).

Come riporta Il Corriere della Sera dal quale riprendiamo i punti salienti, la disamina fatta dal ricercatore mette in luce che i ceppi virali isolati al mercato ittico di Wuhan fossero successivi a quelli raccolti con tampone nasale dai pazienti ambulatoriali, facendo dunque pensare che il mercato ittico non sia stata l’origine dell’epidemia, nonostante quest’ultima sia confermata dall’indagine congiunta svolta da Cina e Oms.

Viene messo in luce, inoltre, che anche i casi precedenti a dicembre 2019 e le sequenze analizzate addirittura in Paesi fuori dalla Cina sono più vicine al progenitore-virus dei pipistrelli rispetto a quelle del mercato.

Benché il suo lavoro non sia ancora stato sottoposto a revisione paritaria o pubblicato su riviste scientifiche, cercando all’interno del National Institutes of Health (contenente il Sequence Read Archive – sito dove gli scienziati di tutto il mondo depositano dati di sequenziamento), il ricercatore ha notato un foglio di calcolo appartenente a uno studio cinese pubblicato a maggio 2020 sulla rivista PeerJ che conteneva le sequenze iniziali di SARS-CoV-2 a partire dal 31 marzo 2020; la maggior parte delle sequenze provenivano proprio da un progetto di ricerca dell’Università di Wuhan chiamato PRJNA612766.

In quel momento Bloom si è accorto che le sequenze erano state eliminate. Da qui ha ricostruito che i dati cancellati corrispondevano a quelli di in uno studio che ha parzialmente sequenziato 45 campioni nasofaringei di pazienti ambulatoriali di Wuhan con sospetta COVID-19 nelle prime fasi dell’epidemia.

Per farlo, ha utilizzato delle funzioni di storage di Google Cloud ritrovando i file ed è riuscito a recuperare 34 sequenze tramite le quali ha ricostruito le sequenze virali parziali di 13 di questi campioni:

Tutti concordano che gli antenati del SARS-CoV-2 siano i coronavirus dei pipistrelli, pertanto ci aspetteremmo che le prime sequenze siano più simili ai coronavirus dei pipistrelli e che queste, col passare del tempo (dato che il virus si evolve), diventino man mano più divergenti da questi antenati. Invece, i primi virus provenienti dal mercato ittico di Wuhan sono maggiormente diversi dai coronavirus dei pipistrelli rispetto ai virus raccolti successivamente in Cina e persino in altri Paesi del mondo.”

Gli studi di Bloom sostengono che il virus circolasse a Wuhan prima dello scoppio di dicembre al mercato del pesce. Lo stesso, in merito alla cancellazione dei dati, ricordando che molti laboratori in Cina hanno ordinato di distruggere i primi campioni di Covid-19 e che un ordine del Consiglio di Stato cinese, nella sua relazione dice quanto di seguito:

Non c’è una ragione scientifica plausibile per la cancellazione dei dati, sembra probabile che le sequenze siano state cancellate per oscurare la loro esistenza. Non possiamo davvero dire perché siano state rimosse, ma la conseguenza pratica della loro rimozione è stata che le persone non si sono accorte della loro esistenza

La National Library of Medicine non ha fornito il nome della persona che ha richiesto l’eliminazione dei dati ed il progetto di sequenziamento in questione (PRJNA612766) è scomparso anche dalla China National GeneBank (CNGB).