Fitch declassa l’Italia: BBB-. Codacons risponde con un esposto

L’agenzia di rating ha anticipato un giudizio atteso non prima di luglio, declassando l’Italia.
Il ministro Gualtieri tranquillizza sostenendo che il Paese ha fondamentali solidi.

È arrivato, nella tarda serata del 28 aprile, il declassamento italiano da parte di Fitch.

L’agenzia di rating ha anticipato il giudizio che era previsto per non prima di luglio, attribuendo al credito sovrano italiano una classificazione da “BBB-”, in discesa rispetto alla precedente “BBB”.

BBB-” è il gradito appena sopra al rating di “junk”, ovvero l’equivalente di “spazzatura”, ma il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri è intervenuto sul tema per tranquillizzare i mercati sostenendo che il Paese ha i fondamentali solidi, sia sotto il profilo della finanza pubblica che quello economico.

La causa del declassamento, come riporta “Reuters”, è l’impatto negativo della pandemia di coronavirus.

Anche da questo punto di vista, il ministro Gualtieri ha precisato che il declassamento è avvenuto senza che l’agenzia di rating tenesse conto delle decisioni che l’Ue ed i suoi organi stanno prendendo per affrontare la crisi da Covid19.

Per quanto concerne l’outlook, invece, è stato modificato da “negativo” a “stabile”.

Di contro, non è tardato l’esposto di Codacons alla Procura della Repubblica di Roma contro Fitch per possibile manipolazione del mercato.

In merito agli strumenti che l’Ue intende mettere in campo, proprio ieri l’ex premier belga ed attuale presidente del Consiglio europeo Charles Michel, ha detto che “per il Recovery Fund l’Europa si prenderà tutto il tempo necessario”; l’Italia, da parte sua, spera di poterne usufruire da luglio.

La Germania, per bocca del suo ministro delle Finanze Olaf Scholz, ha dichiarato che per attivare il Recovery Fund ci vogliono condizioni precise che comportano una maggiore integrazione europea. In questo senso, Scholz ha messo nel mirino il tema della tassazione: dito puntato su Olanda e Lussemburgo per essere dei paradisi fiscali, e sull’Italia perché dovrebbe tassare maggiormente la ricchezza privata in favore della riduzione del debito pubblico.

L’analisi di Scholz trova riscontro con i dati dell’autorevole istituto tedesco di ricerche “Diw”, in cui si riporta che le famiglie italiane e spagnole sono mediamente più ricche di quelle tedesche (valutando il patrimonio medio comprensivo di liquidi, risparmi ed immobili). Ciò spinge il ministro a chiedersi perché le famiglie tedesche, appunto mediamente più povere, debbano pagare per famiglie mediamente più ricche, come quelle italiane o spagnole.

La strada, dunque, sembra essere quella che porta al Recovery Fund solo in cambio di determinate condizioni: queste condizioni vengono anche definite il “fare i compiti a casa”, ovvero le riforme fiscali come successo, per esempio, in Grecia. Un Recovery Fund così strutturato rievoca il funzionamento del Mes, con in più il rischio della reale allocazione delle risorse: se le risorse verranno allocate secondo le attuali regole di coesione, infatti, come finanziatore netto l’Italia rischierebbe di vedersi assegnare meno risorse di quante ne verserebbe (si vede il recente esempio che ha visto assegnare all’Ungheria più del doppio dei fondi assegnati all’Italia), con in più l’obbligo di dover attuare riforme fiscali per i soldi ricevuti.

Giappone, 860 euro a tutti i cittadini

Mentre il Consiglio europeo dice che per il Recovery Fund “si userà il tempo che serve”, il Giappone adotta la linea Usa: 860 euro ad ogni cittadino e acquisto di titoli illimitato.

Il presidente del Consiglio europeo ed ex premier belga, Charles Michel, ha dichiarato che per i Recovery Fund l’Europauserà il tempo che serve”.

Stando a quanto riporta “Il Corriere della Sera”, infatti, il piano sembra quello di far entrare in vigore il fondo il primo luglio, mentre ci sarebbe bisogno di dare risposte decisamente più celeri e concrete, di fronte ad una crisi che sta avendo conseguenze drammatiche.

Chi non perde tempo è invece il Giappone che, adottando la linea degli Usa, ha tolto il limite all’acquisto di titoli impostando di fatto un quantitative easing illimitato. Era stata proprio la Federal Reserve, il mese scorso, a dichiarare di voler comprare bond statali “nell’ammontare necessario” a supportare l’economia a stelle e strisce che significa, appunto, acquisti senza limiti.

Il Paese guidato da Shinzo Abe, inoltre, ha preparato un piano di aiuto concreto per i cittadini, che riceveranno 860 euro ciascuno.

Il piano totale che il Dragone mette in campo, come riporta “Il Sole 24 Ore”, supera i 1.000 miliardi di euro.

Aiuti, dunque, rapidi e concreti esattamente come la situazione richiede, senza la necessità di dover passare per organi come la Bei o strumenti come il Mes ma semplicemente facendo un uso proprio della Banca Centrale.

Chi resta indietro è, ancora una volta, l’Ue che con i suoi organi lenti e caratterizzati da interessi contrastanti al loro interno, non sta riuscendo a dare una risposta né rapida né concreta per aiutare i cittadini e le aziende ad affrontare la crisi.

La Bce non sta ricoprendo il ruolo che le spetta e questo ha impatto sia sullo spread che sul tipo di aiuto che arriverà agli Stati; un aiuto basato sul funzionamento del budget europeo, infatti, potrebbe causare ancora più danni che benefici ad un Paese come l’Italia che, in quanto finanziatore netto, potrebbe ritrovarsi per l’ennesima volta a dover versare più contributi di quanti ne riceverebbe.

Coronabond e Mes: l’Italia rischia di fare la fine della Grecia?

Germania, Olanda, Austria e Finlandia si dichiarano contrari ai coronabond. Ursula von Der Leyen li definisce uno slogan. Resta l’opzione Mes, ma cosa rischiamo come paese?

(Pubblicato per Wall Street Cina al link)

C’è fermento, sul tema dei coronabond.

I Paesi del Sud Europa, Italia in testa, li richiedono a gran voce. I Paesi del Nord Europa, si oppongono.

In particolare a dire no sono Germania, Austria, Finlandia e Olanda. Ed è proprio quest’ultimo paese ad essere forse il più agguerrito sul tema dei covid bond.

Il primo ministro olandese, Mark Rutte, si è fatto portavoce della campagna del “no” e a tal proposito il suo ministro delle Finanze, Wopke Hoekstra, ha addirittura attaccato l’Italia chiedendo come mai il Bel Paese non abbia approfittato della crisi del 2008 per risanare le proprie finanze.

Questa domanda, posta in termini di una esplicita accusa, ha portato il premier portoghese Antonio Costa a prendere le difese dell’Italia, definendo il commento di Hoeskstradisgustoso e privo di senso”.

Di contro, il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha definito i coronabonduno slogan”, salvo poi correggere il tiro ed ammorbidire i toni. Esattamente come fatto dal presidente della Bce, Christine Lagarde, quando dichiarò che “chiudere gli spread” non è compito della Bce, salvo poi rettificare le proprie dichiarazioni nei giorni successivi; ma nel frattempo le Borse erano crollate e lo spread Btp-Bund schizzato in alto.

L’emergenza però non può attendere tempi di risposta e coordinamento così lunghi. Se non si può contare sui coronabond, almeno nel breve termine, cosa si può fare?

L’alternativa è rappresentata dal Mes (meccanismo europeo di stabilità), per il quale il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’economia Roberto Gualtieri spingono molto (con modalità che hanno tuttavia suscitato più volte agitazioni tra i partiti dell’opposizione ma anche all’interno della maggioranza Pd-M5S). Il suo utilizzo, inoltre, riporta alla memoria la gestione della crisi in Grecia.

Il rischio è proprio quello di finire come la Grecia: disoccupazione alle stelle, potere d’acquisto delle famiglie e qualità della vita in calo drastico, porti ed aeroporti venduti a Germania e Cina, isole cedute all’asta ad acquirenti privati.

Quando si decise di salvare la Grecia, la Germania era già troppo sbilanciata con i crediti verso gli ellenici per poter stanziare ulteriori aiuti economici (i debiti della Grecia erano infatti quasi totalmente nei confronti dei tedeschi, in quanto la Germania era ed è l’unico Paese dell’Eurozona con un forte surplus; questo significa che può concedere prestiti senza problemi, anzi ne può trarre vantaggio in termini di interessi o godere della forza di paese creditore).

Di conseguenza iniziarono i summit europei per decidere come affrontare la questione; a questi incontri, l’Italia al tempo rappresentata da Matteo Renzi, non venne nemmeno chiamata a partecipare ma si decise comunque che doveva stanziare 48,2 miliardi di euro per il piano di salvataggio.

Se andiamo ad analizzare come furono usati i fondi stanziati, capiamo quale fosse la vera faccia del piano chiamato “salva Grecia”: lo studio della European School of Management and Technology di Berlino mette in evidenza che dei 220 miliardi di euro versati alla Grecia sotto forma di prestiti, 209 miliardi sono serviti a ricapitalizzare le banche europee. Solo il 5% è effettivamente finito nelle casse del governo di Atene. Sono dunque stati salvati banche ed altri creditori privati, più che la Grecia  il popolo greco.

La Germania divise quindi il suo credito tra i vari Paesi dell’Eurozona, eliminando il rischio di avere un grande debitore insolvente, altro non fece che dare alle banche (appunto per lo più tedesche) i soldi stanziati per il salvataggio, decidendo quindi come la Grecia doveva usare i “suoi” soldi.

Non molto tempo dopo, la Suddeutsche Zeitung, uno dei principali quotidiani tedeschi, riportava che la Germania aveva guadagnato oltre 1,34 miliardi di euro di soli interessi derivanti dai prestiti concessi. Nel dettaglio, la banca statale Kreditanstalt Fur Wiederaufbau KFW incassò 393 milioni di euro di interessi, la stessa banca centrale tedesca Bundesbank ne incassò 952 derivanti dall’acquisto per la BCE dei bond ellenici sulla base del Securities Market Programme.

Erano poi stimati, sempre sulla base del SMP, un flusso di interessi entro la fine del 2017 per 1,14 miliardi di euro ed almeno 901 milioni di euro entro la fine del 2018. Di questi, un quarto dedicato esclusivamente alla Germania.

Ora, con Deutsche Bank e Commerzbank in piena crisi, la Germania potrebbe voler attuare un piano simile: niente coronabond ma applicazione del Mes per l’Italia.

Sospeso il patto di stabilità, abbiamo visto con quale forza si sia mossa la Germania mentre l’Italia ancora tentenna e l’utilizzo del Mes sarebbe quindi più vincolante per l’Italia, rispetto ai coronabond.

Il comportamento che sta mettendo in campo la Germania in merito ai piani di emergenza rispetto agli altri paesi, fa chiaramente intendere chi comandi in Europa e, come già successo, quali strategie si perseguano.

È altresì vero che si parla di un Mes con condizioni “soft”, ma tutto rimane ancora incerto e soggetto a negoziati. Di certo, la parola Mes evoca brutti ricordi.

Un piano di aiuti, poi, perché sia definibile come tale e perché i soldi arrivino all’economia reale evitando il rischio di farli rimanere in pancia alle banche, dovrebbe essere gestito come fanno Usa e Gran Bretagna: assegni inviati direttamente nei conti correnti dei cittadini (helicopter money o QE for the people).

Un’ alternativa sarebbe l’Italexit, che risulta comunque altamente complicata: basti pensare, a livello di emblemi e senza entrare in dettagli tecnici, che quando si parlava di Grexit (con un conseguente ritorno della Grecia alla dracma) addirittura l’allora Presidente Usa Barack Obama scese in campo più di una volta per evitarla.

Ue, da Germania e Francia via libera al nuovo MES “light”

L’accordo prevede che superata la crisi dovuta al coronavirus, le regole del Patto di Stabilità torneranno in vigore. Ciò significa che saranno validi anche i vincoli di bilancio e deficit.

(Pubblicato per Wall Street Cina al link)

Francia e Germania hanno trovato l’accordo sul Mes per affrontare il coronavirus.

E la cosa interessa anche l’Italia, visto che è uno dei Paesi tra i più soggetti al rischio di utilizzo del Mes.

Secondo l’agenzia tedesca Dpa, l’accordo dell’asse franco-tedesco si baserebbe su una linea di credito che arrivi fino al 2% del Pil del singolo Stato, con un intervento della Banca europea per gli investimenti (Bei).

Vediamo, innanzitutto, cos’è il Mes

Il Meccanismo europeo di stabilità (appunto, Mes) è anche noto come Fondo salva-Stati ed è un ente inter-governativo dell’Unione Europea nato nel 2012, allo scopo di fornire assistenza economica agli Stati dell’Eurozona in difficoltà finanziaria per salvaguardare la tenuta degli altri Paesi membri. 

Ogni governo contribuisce a formare il tesoretto in base al suo peso economico; la quota più grande è nelle mani della Germania (27,1%), seguita da Francia (20,3%) e Italia (17,9%). L’aiuto economico del Mes viene concesso ai Paesi dell’area Euro a rischio default e consiste in un prestito (l’ammontare della cifra è deciso dal Paese in difficoltà) concesso dopo la presentazione di una lettera d’intenti o un protocollo d’intesa negoziato dallo stesso Paese richiedente e dalla Commissione Ue.

Le aree di intervento sono tre: la prima riguarda il consolidamento fiscale, che va attuato tramite tagli alla spesa pubblica, attuazione di riforme fiscali e privatizzazioni; la seconda è inerente alle riforme strutturali e, la terza, concerne le riforme del settore finanziario, come ad esempio la vigilanza bancaria e l’operato.

Il Mes viene attuato tramite l’utilizzo di prestiti, la ricapitalizzazione diretta od indiretta delle banche, l’istituzione di linee di credito precauzionali e/o l’acquisto di titoli di Stato sul mercato.

Nel caso attuale, il Mes verrebbe applicato in forma “soft”, vale a dire che l’accesso al credito sia sottoposto alla firma dello Stato di un memorandum di intesa in cui si impegna a destinare le risorse prelevate esclusivamente all’emergenza sanitaria ed economica, rispettando il Patto di Stabilità.

Il trucco del Patto di Stabilità

Il Patto di Stabilità era stato sospeso proprio due settimane fa per far fronte alla crisi dovuta al coronavirus; con l’utilizzo del Mes, verrebbe dunque ripristinato, per la felicità dei Paesi come Germania, Austria, Olanda e Finlandia che non volevano assolutamente sentir parlare di coronabond.

Infatti l’accordo prevede una clausola che rappresenta il pezzo da novanta: superata la crisi dovuta al coronavirus, le regole del Patto di Stabilità torneranno in vigore a pieno regime. Ciò significa che saranno validi di nuovo anche i vincoli di bilancio e deficit.

Scomparirebbe invece la Troika, sostituita però da Mes e Commissione europea.

L’Ue decide di non decidere: l’attesa sui coronabond porterà al MES

La Commissione europea non trova la quadra sui coronabond a causa della divisione di vedute tra Paesi del Sud e del Nord Europa.
Col passare del tempo ed una crisi da affrontare, il MES rimane l’unico strumento utilizzabile.

C’è un’emergenza dilagante. Meglio ancora, una pandemia.

E richiede quindi misure efficaci e soprattutto rapide in modo da intervenire in tutti i modi possibili al fine di sorreggere un’economia in totale arresto cardiaco.

Ecco quindi che si riunisce la Commissione europea per parlare di coronabond, ma l’esito è che decide non decidere.

Troppo grande la distanza tra i Paesi del Sud Europa (Italia, Spagna, Irlanda, Grecia, Lussemburgo, Francia, Belgio, Portogallo e Slovenia) e quelli del Nord Europa (Germania, Olanda, Austria e Finlandia) per riuscire a trovare un accordo.

I 27 leader dell’Ue si sono dunque dati appuntamento tra circa due settimane.

Il problema è che il tempo passa e la crisi si fa sempre più nera; vista la forte differenza nelle posizioni dei Paesi è altamente probabile che non se ne esca con un accordo neanche dopo il prossimo incontro.

Al momento ci sono sul piatto due pacchetti: il primo è il piano SURE da 100 miliardi di euro e che si sostanzia in una sorta di cassa integrazione o disoccupazione europea; il secondo è il pacchetto CRII+ che serve principalmente a snellire le fasi procedurali necessarie all’attuazione dei programmi.

Mentre il vice presidente della Bce, Luis de Guindos, ha rilasciato dichiarazioni alla radio spagnola Cope in cui si dichiarava a favore dei coronabond in quanto “si tratta di una pandemia che avrà ripercussioni su tutti” e che “è una crisi completamente diversa da quelle del 2008-2009-2010”, il premier olandese Rutte ha sottolineato la sua contrarietà ai corobond sostenendo che “l’Europa ha già i suoi strumenti, come il MES, che possono essere usati in modo efficace , ma con le condizionalità previste dai trattati” e concludendo infine con un secco “non posso prevedere alcuna circostanza in cui l’Olanda possa accettare gli eurobond”.

Nel frattempo gli industriali dell’automotive tedesco hanno chiesto alla Merkel di aiutare l’Italia e la Spagna, in quanto senza la componentistica proveniente da questi due Paesi sarebbe per loro impossibile produrre auto.

Ciò nonostante, la distanza di vedute sembra troppo forte per riuscire ad essere smorzata sfociando nei coronabond. Di contro il tempo passa e cittadini, partite iva ed azienda hanno urgente bisogno di aiuto: Unicredit ha stimato un calo del 15% del Pil italiano.

Sotto la forte spinta delle richieste d’aiuto che va a scontrarsi con le posizioni dei Paesi del Nord Europa, l’unica soluzione attuabile sembra davvero essere il MES, anche se poi questo costerà caro ai Paesi che ne dovranno usufruire.