Air France come Lufthansa: 7 miliardi di aiuti

La compagnia aerea francese segue le orme di quella tedesca: attivato un piano di aiuti da 7 miliardi di euro con l’ok della Commissione europea.

Continua il capitalismo assistito.

Proprio pochi giorni fa i francesi della Renault ed i tedeschi della Lufthansa (approfondimento al link) avevano attivato dei piani di aiuto, rispettivamente da 5 e 9 miliardi di euro, con l’approvazione della Commissione europea.

Ora, a seguire la medesima strategie è il turno di un’altra compagnia francese: Air France.

Al fine di evitare il rischio fallimento e salvare quanti più posti di lavoro possibili, la Francia ha deciso di mettere sul piatto un altro piano di aiuti simile a quello utilizzato per Renault.

Stiamo parlando di 7 miliardi di euro; di questi, 4 proverranno da prestiti bancari garantiti al 90% dallo Stato mentre i restanti 3 da prestiti diretti, con in cambio impegni presi dalla compagnia aerea inerenti al miglioramento della redditività ed alla riduzione delle emissioni di CO2.

Il piano ha già ricevuto l’ok dalla Commissione europea che, tramite un comunicato stampa del commissario europeo alla Concorrenza Margrethe Vestager, ha dichiarato:

Questa garanzia e questo prestito per gli azionisti concesso dalla Francia, per un importo di 7 miliardi di euro, forniranno ad Air France la liquidità di cui ha urgentemente bisogno per resistere alle ripercussioni della pandemia. La Francia ha anche dimostrato che tutte le altre possibilità di ottenere liquidità sui mercati erano già state esplorate ed esaurite; in assenza di sostegno pubblico Air France sarebbe senza dubbio esposta al rischio di fallimento a seguito della sospensione delle sue attività.

Legge-bavaglio contro i giudici: procedura Ue per sanzionare la Polonia

Da tempo sotto le critiche dell’Ue per l’influenza esercitata su tribunali, media e società civile, il governo polacco è nel mirino europeo per quella che è stata definita una legge-bavaglio contro i giudici.
Avviata la procedura di infrazione, alla quale la Polonia dovrà rispondere entro due mesi.

L’Ue, da tempi non sospetti, ha nel mirino il governo polacco. Le accuse che la Commissione muove contro il partito PiS, alla guida della nazione più grande dell’ex blocco comunista, sono quelle di minare la democrazia tramite l’aumento del controllo diretto di tribunali, media e società civile.

In questo caso, al centro del dibattito c’è quella che è stata definita una “legge-bavaglio” contro i giudici; la legge in questione, introdotta all’inizio del 2020, consentirebbe di punire i giudici che criticano le riforme del governo inerenti al sistema giudiziario.

Da parte sua, il governo, respinge le accuse esattamente come in passato.

Più precisamente, per bocca del membro ceco della commissione esecutiva responsabile della difesa dei valori democratici dell’Ue Vera Jourova, la Commissione europea sostiene quanto di seguito:

Vi sono chiari rischi che le disposizioni relative al regime disciplinare nei confronti dei giudici possano essere utilizzate per il controllo politico del contenuto delle decisioni giudiziarie. Questa è una questione europea perché i tribunali polacchi applicano la legge europea; i giudici di altri Paesi devono confidare che i giudici polacchi agiscano in modo indipendente. Questa fiducia reciproca è il fondamento del nostro mercato unico.

La Commissione darà due mesi di tempo alla Polonia per rispondere ai temi sollevati da Bruxelles; nel caso in cui il governo a guida PiS si rifiutasse di rispondere, l’Ue porterebbe la vicenda davanti alla Corte di giustizia europea, la quale a sua volta potrebbe imporre pesanti sanzioni.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato da “Gazzetta Italia“, che ringraziamo.

Ue, da Germania e Francia via libera al nuovo MES “light”

L’accordo prevede che superata la crisi dovuta al coronavirus, le regole del Patto di Stabilità torneranno in vigore. Ciò significa che saranno validi anche i vincoli di bilancio e deficit.

(Pubblicato per Wall Street Cina al link)

Francia e Germania hanno trovato l’accordo sul Mes per affrontare il coronavirus.

E la cosa interessa anche l’Italia, visto che è uno dei Paesi tra i più soggetti al rischio di utilizzo del Mes.

Secondo l’agenzia tedesca Dpa, l’accordo dell’asse franco-tedesco si baserebbe su una linea di credito che arrivi fino al 2% del Pil del singolo Stato, con un intervento della Banca europea per gli investimenti (Bei).

Vediamo, innanzitutto, cos’è il Mes

Il Meccanismo europeo di stabilità (appunto, Mes) è anche noto come Fondo salva-Stati ed è un ente inter-governativo dell’Unione Europea nato nel 2012, allo scopo di fornire assistenza economica agli Stati dell’Eurozona in difficoltà finanziaria per salvaguardare la tenuta degli altri Paesi membri. 

Ogni governo contribuisce a formare il tesoretto in base al suo peso economico; la quota più grande è nelle mani della Germania (27,1%), seguita da Francia (20,3%) e Italia (17,9%). L’aiuto economico del Mes viene concesso ai Paesi dell’area Euro a rischio default e consiste in un prestito (l’ammontare della cifra è deciso dal Paese in difficoltà) concesso dopo la presentazione di una lettera d’intenti o un protocollo d’intesa negoziato dallo stesso Paese richiedente e dalla Commissione Ue.

Le aree di intervento sono tre: la prima riguarda il consolidamento fiscale, che va attuato tramite tagli alla spesa pubblica, attuazione di riforme fiscali e privatizzazioni; la seconda è inerente alle riforme strutturali e, la terza, concerne le riforme del settore finanziario, come ad esempio la vigilanza bancaria e l’operato.

Il Mes viene attuato tramite l’utilizzo di prestiti, la ricapitalizzazione diretta od indiretta delle banche, l’istituzione di linee di credito precauzionali e/o l’acquisto di titoli di Stato sul mercato.

Nel caso attuale, il Mes verrebbe applicato in forma “soft”, vale a dire che l’accesso al credito sia sottoposto alla firma dello Stato di un memorandum di intesa in cui si impegna a destinare le risorse prelevate esclusivamente all’emergenza sanitaria ed economica, rispettando il Patto di Stabilità.

Il trucco del Patto di Stabilità

Il Patto di Stabilità era stato sospeso proprio due settimane fa per far fronte alla crisi dovuta al coronavirus; con l’utilizzo del Mes, verrebbe dunque ripristinato, per la felicità dei Paesi come Germania, Austria, Olanda e Finlandia che non volevano assolutamente sentir parlare di coronabond.

Infatti l’accordo prevede una clausola che rappresenta il pezzo da novanta: superata la crisi dovuta al coronavirus, le regole del Patto di Stabilità torneranno in vigore a pieno regime. Ciò significa che saranno validi di nuovo anche i vincoli di bilancio e deficit.

Scomparirebbe invece la Troika, sostituita però da Mes e Commissione europea.

L’Ue decide di non decidere: l’attesa sui coronabond porterà al MES

La Commissione europea non trova la quadra sui coronabond a causa della divisione di vedute tra Paesi del Sud e del Nord Europa.
Col passare del tempo ed una crisi da affrontare, il MES rimane l’unico strumento utilizzabile.

C’è un’emergenza dilagante. Meglio ancora, una pandemia.

E richiede quindi misure efficaci e soprattutto rapide in modo da intervenire in tutti i modi possibili al fine di sorreggere un’economia in totale arresto cardiaco.

Ecco quindi che si riunisce la Commissione europea per parlare di coronabond, ma l’esito è che decide non decidere.

Troppo grande la distanza tra i Paesi del Sud Europa (Italia, Spagna, Irlanda, Grecia, Lussemburgo, Francia, Belgio, Portogallo e Slovenia) e quelli del Nord Europa (Germania, Olanda, Austria e Finlandia) per riuscire a trovare un accordo.

I 27 leader dell’Ue si sono dunque dati appuntamento tra circa due settimane.

Il problema è che il tempo passa e la crisi si fa sempre più nera; vista la forte differenza nelle posizioni dei Paesi è altamente probabile che non se ne esca con un accordo neanche dopo il prossimo incontro.

Al momento ci sono sul piatto due pacchetti: il primo è il piano SURE da 100 miliardi di euro e che si sostanzia in una sorta di cassa integrazione o disoccupazione europea; il secondo è il pacchetto CRII+ che serve principalmente a snellire le fasi procedurali necessarie all’attuazione dei programmi.

Mentre il vice presidente della Bce, Luis de Guindos, ha rilasciato dichiarazioni alla radio spagnola Cope in cui si dichiarava a favore dei coronabond in quanto “si tratta di una pandemia che avrà ripercussioni su tutti” e che “è una crisi completamente diversa da quelle del 2008-2009-2010”, il premier olandese Rutte ha sottolineato la sua contrarietà ai corobond sostenendo che “l’Europa ha già i suoi strumenti, come il MES, che possono essere usati in modo efficace , ma con le condizionalità previste dai trattati” e concludendo infine con un secco “non posso prevedere alcuna circostanza in cui l’Olanda possa accettare gli eurobond”.

Nel frattempo gli industriali dell’automotive tedesco hanno chiesto alla Merkel di aiutare l’Italia e la Spagna, in quanto senza la componentistica proveniente da questi due Paesi sarebbe per loro impossibile produrre auto.

Ciò nonostante, la distanza di vedute sembra troppo forte per riuscire ad essere smorzata sfociando nei coronabond. Di contro il tempo passa e cittadini, partite iva ed azienda hanno urgente bisogno di aiuto: Unicredit ha stimato un calo del 15% del Pil italiano.

Sotto la forte spinta delle richieste d’aiuto che va a scontrarsi con le posizioni dei Paesi del Nord Europa, l’unica soluzione attuabile sembra davvero essere il MES, anche se poi questo costerà caro ai Paesi che ne dovranno usufruire.

Eravamo tutto quello che gli altri sognavano

Viaggio in un’Italia che, forse, non tutti conoscono e di cui, purtroppo, non ne resta quasi neanche la storia.

Il Bel Paese.

Questo è il nome con cui tutto il mondo ci ha rinominato. E se così è, un motivo ci sarà; anche più di uno.

Siamo un popolo ed una nazione che è sempre stata protagonista nella storia, dall’Impero Romano al Rinascimento, passando per imprese ed opere di personaggi incredibili i cui contributi sono poi rimasti in eredità al mondo intero.

Siamo il Paese delle meraviglie naturali e delle opere d’arte, della musica e della poesia, della pizza e della pasta, della Ferrari e della Vespa. Tutti simboli che hanno fatto il giro nel mondo, che sono stati protagonisti delle più famose pubblicità, che tutti volevano avere per vivere, almeno in parte, il sogno italiano.

L’Italia, così piccola, è il terzo Paese al mondo per riserve auree.

Insomma, eravamo tutto quello che gli altri sognavano.

Un Paese così piccolo ma con una forza così grande da essere la quarta potenza mondiale (articolo di “La Repubblica” del 1991 e reperibile al link, oltre che dati “Wikipedia” al link).

Ne consegue, infine, che il Made in Italy è il terzo marchio al mondo per notorietà (dopo Coca-Cola e Visa) ed il settimo al mondo in termini di reputazione tra i consumatori (“Wikipedia” al link).

L’inizio della fine

Ecco, dunque, perché ci chiamano il Bel Paese e perché ci invidiano tutto. E ci invidiano così tanto, al punto da volerci “distruggere”.

In tempi non sospetti ed in modo aperto, la Francia di Chirac diceva che serviva “una moneta unica per controllare la lira” (articolo di “La Repubblica” del 1996 reperibile al link). La Germania voleva la deindustrializzazione dell’Italia in quanto il suo tessuto di medie e piccole imprese dava troppa concorrenza all’industria tedesca: l’asse franco-tedesco era solito e compatto verso l’obiettivo.

Vincenzo Visco, Ministro delle Finanze del governo Prodi nel 1996, ammise nel 2012 che alla Germania servivamo proprio per svalutare l’euro e che con la lira avremmo fatto troppa paura all’asse franco-tedesco (“Il Fatto Quotidiano” al link).

Nel 1993 un articolo de “Il Corriere della Sera” (approfondimento al link) scriveva “Germania, mai così in basso. Made in Italy, mai così in alto” mentre un articolo de “La Repubblica” si intitolava “Riassorbite in un mese tutte le perdite del ’92” (reperibile al link).

Ed è proprio alla lira che “Il Corriere della Sera” faceva un elogio che si intitolava “Grazie alla lira – Bilancia commerciale, 1995 senza precedenti” (reperibile al link) il 14 febbraio 1996.

Le strategie franco-tedesche trovarono strada aperta in alcuni passaggi di fondamentale importanza; si parte dal famoso “Divorzio” (anche noto come “la lite delle comari“) tra Tesoro (allora guidato dal Ministro Beniamino Andreatta) e Banca d’Italia (allora guidata da Carlo Azeglio Ciampi) che sollevò Banca d’Italia dall’obbligo della garanzia del collocamento integrale in asta dei titoli pubblici offerti dal Ministero del Tesoro.

Si passa poi all’altrettanto famosa “Crociera sul Britannia“: il 2 giugno del 1992, a bordo del panfilo della Corona d’Inghilterra (che si chiamava, appunto, “Britannia”), manager ed economisti italiani discussero con i banchieri britannici della prospettiva delle privatizzazioni in Italia.

Su quel panfilo, secondo Cossiga, c’era anche Mario Draghi, che sarebbe il responsabile delle privatizzazioni selvagge avvenute in Italia negli anni ’90 e che hanno distrutto l’economia italiana (link dei due minuti di video in cui Cossiga accusa Draghi).

Lo stesso Draghi è colui che fece una tesi di laurea contro l’euro ma poi passò alla posizione del “whatever it takes” (approfondimento al link), ovvero che l’euro andava mantenuto ad ogni costo.

L’opera delle privatizzazioni fu poi portata avanti e compiuta da Romano Prodi, che disse che il compito gli fu dato proprio da Ciampi (approfondimento al link), cioè uno degli autori del “Divorzio” che ha portato all’esplosione del debito pubblico.

E saranno proprio loro, Prodi e Ciampi, a portarci nell’euro, come se la lezione dello “Sme credibile” (di fatto l’antenato dell’euro) non fosse bastata. In questo video di 2 minuti e 40 secondi, Craxi e Pomicino ci raccontano la manovra voluta da Ciampi.

L’Ue

Sono riusciti a toglierci, piano piano in modo che non ce ne si rendesse conto, tutte le nostre peculiarità.

Ci hanno inculcato, passo dopo passo, una mentalità da “inferiori”, da “incapaci” e da “corrotti” (il processo è il medesimo attuato in occasione di “Mani Pulite”: qui uno stupendo approfondimento fatto con Alessandro Montanari). Tanto che ad oggi c’è chi a gran voce invoca la cessione di sovranità sotto ogni sua forma all’Europa, “perché abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica cosa dobbiamo fare”.

No: lo 0,50% della superficie terrestre non diventa la quarta potenza mondiale, perché qualcun altro gli dice cosa deve fare.

Ci siamo fatti inculcare le idee che “spendiamo troppo”, che “viviamo al di sopra delle nostre possibilità”, che “la corruzione pubblica è il nostro male e da questo dobbiamo epurarci”. Ecco dove risiedono le radici che hanno portato ad anni di privatizzazioni, di svendite e di umiliazioni (ecco perché con queste idee ci vogliono far credere che la politica sia un costo e che il problema è la corruzione, quando in realtà vogliono solo privarci di ulteriore sovranità – approfondimento all’intervista con Alessandro Montanari al link).

Di privatizzazioni, come abbiamo visto, perché tutto quello che era pubblico veniva visto come il male e bisognava farlo gestire dei privati, perché “loro sì che sono bravi, efficienti e soprattutto non si fanno corrompere”. Proprio com’è successo per il Ponte Morandi.

Di svendite, basti pensare al fatto che il governo Renzi ha (s)venduto il 33% della rete elettrica e del gas ai cinesi per soli 2 miliardi di euro (approfondimento de “Il Corriere della Sera” al link).

O a quando il governo Gentiloni stava per regalare 300 chilometri quadrati di mare alla Francia, fermato da un’interrogazione regionale in Toscana firmata dal leghista Claudio Borghi Aquilini, mentre l’accordo era già stato firmato e ratificato in Francia (approfondimento al link).

Ancora quando l’Algeria ha emanato un atto unilaterale dichiarando la variazione dei confini internazionali a proprio favore, arrivando alle coste della Sardegna senza che l’Italia ancora si sia opposta con fermezza o decisione (approfondimento al link).

E sì, di umiliazioni, perché non trovo altre parole per descrivere una situazione in cui dobbiamo chiedere in ginocchio e col cappello in mano all’Europa di poter spendere dei soldi che sono nostri, poterli usare per un’emergenza sanitaria talmente grande da far dichiarare l’Italia intera zona rossa, com’era successo con i terremotati.

Ci hanno detto che dovevamo ridurre i costi, spendere meno, perché “abbiamo vissuto sopra le nostre possibilità” ed ora questo ce lo chiede l’Europa, quelli bravi che ci dicono cosa dobbiamo fare perché noi siamo inferiori ed incapaci e quindi ci serve qualcuno che ci dica cosa fare.

E allora via con i tagli agli stipendi, alle pensioni, alla sicurezza, all’istruzione e, come stiamo toccando con mano proprio ora, alla sanità (qui un approfondimento di “Esquire” firmato da Simone Alliva). Quanto alla sanità, pensate al solo emblematico passaggio dell’acronimo da “USL” (Unità Sanitarie Locali) ad “ASL” (Aziende Sanitarie Locali): la Sanità è stata trasformata in un’azienda, ed un’azienda persegue il profitto non il bene dei cittadini.

Ci siamo privati della nostra moneta, l’amata lira. Oggi in molti la definiscono la “liretta”, dicono che facevamo le “svalutazioni competitive”; come se l’attuale Quantitative Easing non servisse che a svalutare l’euro per renderlo più competitivo. Diceva Mayer Amschel Rotschild già attorno al 1800: “Let me issue and crontrol a nation’s money and I care not who writes the laws” (ovvero: consentitemi di emettere e controllare i soldi di una nazione, e non mi importerà nulla di chi scriva le leggi).

Abbiamo ceduto la sovranità: Mario Monti, in questo video di un minuto e mezzo, sostiene che “l’Europa abbia bisogno di gravi crisi per fare passi avanti” e che questi passi avanti sono “la cessione di sovranità“.

Si è volutamente fatta crollare la domanda interna (video con le dichiarazioni di Mario Monti), si sono tolte un sacco di tutela dal lavoro. Ma ci è stato inculcato che se abbiamo un contratto da 500 euro lordi al mese non si tratta di schiavismo legalizzato, ma dobbiamo ringraziare di avere ciò che abbiamo in un momento di crisi come questo (ancora Mario Monti, in questo video da 30 secondi, non riesce a rispondere quando gli viene chiesto cosa direbbe ad un suo ipotetico figlio laureato nel caso in cui dovesse scegliere tra lavorare per 500 euro al mese in un call center o andarsene dall’Italia), con buona pace di quello che è scritto nella Costituzione.

E senza badare al fatto che la crisi dura ormai da oltre 10 anni, che la sola a non esserne uscita è l’Europa e che i soldi, pensate un po’, si possono stampare all’infinito: lo ammetteva (qui il link) amaramente lo stesso Mario Draghi (non importa cosa succeda, l’importante è non fare deficit ed evitare a tutti i costi l’inflazione perché ai super ricchi non piace). Ma Keynes pare essere rimasto solo un ricordo lontano, purtroppo.

Ci hanno smontato il Made in Italy, ora si usa il Made in Ue (approfondimenti ai link1 e link2)

Il virus della verità

In realtà altro non si è fatto che rovinare economicamente un Paese troppo scomodo per gli altri Stati, perché dava loro una concorrenza invincibile ed invidiabile.

Ed ora, col il MES di cui si parla e la cui eventuale applicazione prevederebbe l’attuazione di altre privatizzazioni volte a risanare il debito, potrebbero darci il colpo di grazia.

La differenza l’ha sempre fatta quel valore aggiunto intangibile nel fare le cose, tipico italiano, che risiede nel ricoprire di passione e sacrificio tutto ciò che facciamo. E questo è ancora quello che ci tiene in piedi, martoriati come siamo.

Una situazione riassumibile con le parole usate da Niccolò Fabi nella sua canzone “Una buona idea“:

Sono un frutto che da terra guarda il ramo, orfano di origine e di storia, di una chiara traiettoria. Sono orfano di valide occasioni, di cibo sano e sane discussioni. Orfano di uno slancio che ci porti verso l’alto, di una cometa da seguire, di un maestro d’ascoltare. Orfano di partecipazione e di una legge che assomigli all’uguaglianza, di una democrazia che non sia un paravento, di onore e dignità, misura e sobrietà. E di una terra che è soltanto calpestata, comprata, sfruttata, usata e poi svilita. Orfano di una casa, di un’Italia che è sparita.”

Ed ora che è arrivato un virus a farci capire come stanno davvero le cose perché ha fatto crollare tutte le bugie sulle quali si basa l’Unione europea, dalle infondate regole alla finta solidarietà (approfondimento al link), ora che tocchiamo con mano tutto il male che ci è stato fatto, forse ci sveglieremo da questo finto sogno che si è tramutato in un incubo.

Arriverà il giorno in cui riapriremo gli occhi e torneremo ad essere quello che eravamo, il giorno in cui torneremo a fare tutto quello che sappiamo fare, il giorno in cui diremo, nuovamente, “l’Italia s’è desta!”.