Green pass e privacy: il monito del Garante

“Contiene informazioni personali e sanitarie: pessima idea condividerlo con il mondo”.
Il rischio è che chiunque possa leggerle ed utilizzarle.

Pochi giorni dopo aver dato l’ok all’utilizzo del green pass (approfondimento al link), è lo stesso Garante della privacy a lanciare però un monito in merito al suo utilizzo:

Il Qr code del pass vaccinale contiene informazioni personali e sanitarie, non visibili ma potenzialmente leggibili e utilizzabili da chiunque, anche attraverso specifiche app: è rischioso esporlo sui social network.

Questo è quanto riportato su Twitter, dopo che il problema era stato posto anche sul sito Agenda Digitale dal componente del collegio dell’Autorità, Guido Scorza, che più precisamente indicava quanto di seguito:

Con l’arrivo dei primi green pass nelle nostre mani cominciano a comparire sui social le immagini dei primi Qr code che chi lo ha ricevuto esibisce trionfalmente. È una pessima idea.

La prassi di postare sui social il certificato in segno trionfale è decisamente, tanto che lo aveva fatto (via Twitter) anche il coordinatore del dipartimento per la trasformazione digitale, Mauro Minenna, riconoscendo poi l’errore:

Non invito nessuno a condividere il proprio Qr code.”

Il Garante spiega che le informazioni contenute nel green pass sono dedicate e non visibili (nel senso che si vede solo un codice), ma possono essere leggibili e utilizzabile da chiunque abbia un po’ di dimestichezza con la materia e con gli strumenti necessari.

Ciò si collega perfettamente con quanto dice Scorza:

Il rischio è quello di lasciare in giro per il web una scia di propri dati personali per di più sanitari che chiunque potrebbe utilizzare per finalità malevole. Ad esempio per desumere che la persona ha patologie incompatibili con la vaccinazione o è contraria al vaccino. E di qui negare impieghi stagionali, tenere lontani da un certo luogo, insomma per varie forme di discriminazione. O anche per fare truffe mirate o per fare profilazione commerciale. Immaginiamo la possibilità che questi dati finiscano in un database venduto e vendibile. Resistiamo alla tentazione: esibire la soddisfazione di avere il green pass è davvero una pessima idea. Se proprio non sappiamo farne a meno, limitiamoci a condividere con il mondo la notizia, senza l’immagine dell’agognato Qr code.

Covid-19: Bloom recupera le prime sequenze del virus

Recuperati parzialmente i dati cancellati dalla Cina.
Più similitudini con il virus del laboratorio che con quello del mercato ittico.

Jesse Bloom, ricercatore di Seattle e virologo presso il Fred Hutchinson Cancer Center, è riuscito a recuperare in internet 13 sequenze del primissimo SARS-CoV-2 di Wuhan, raccolti presso il Renmin Hospital di Wuhan e che appartenevano ad un set di oltre 200 campioni di virus dei primi casi del virus.

La notizia arriva dopo la recente denuncia di un’anomala e sospetta scomparsa di dati dai database scientifici, chiesta dalla Cina (approfondimento al link).

Come riporta Il Corriere della Sera dal quale riprendiamo i punti salienti, la disamina fatta dal ricercatore mette in luce che i ceppi virali isolati al mercato ittico di Wuhan fossero successivi a quelli raccolti con tampone nasale dai pazienti ambulatoriali, facendo dunque pensare che il mercato ittico non sia stata l’origine dell’epidemia, nonostante quest’ultima sia confermata dall’indagine congiunta svolta da Cina e Oms.

Viene messo in luce, inoltre, che anche i casi precedenti a dicembre 2019 e le sequenze analizzate addirittura in Paesi fuori dalla Cina sono più vicine al progenitore-virus dei pipistrelli rispetto a quelle del mercato.

Benché il suo lavoro non sia ancora stato sottoposto a revisione paritaria o pubblicato su riviste scientifiche, cercando all’interno del National Institutes of Health (contenente il Sequence Read Archive – sito dove gli scienziati di tutto il mondo depositano dati di sequenziamento), il ricercatore ha notato un foglio di calcolo appartenente a uno studio cinese pubblicato a maggio 2020 sulla rivista PeerJ che conteneva le sequenze iniziali di SARS-CoV-2 a partire dal 31 marzo 2020; la maggior parte delle sequenze provenivano proprio da un progetto di ricerca dell’Università di Wuhan chiamato PRJNA612766.

In quel momento Bloom si è accorto che le sequenze erano state eliminate. Da qui ha ricostruito che i dati cancellati corrispondevano a quelli di in uno studio che ha parzialmente sequenziato 45 campioni nasofaringei di pazienti ambulatoriali di Wuhan con sospetta COVID-19 nelle prime fasi dell’epidemia.

Per farlo, ha utilizzato delle funzioni di storage di Google Cloud ritrovando i file ed è riuscito a recuperare 34 sequenze tramite le quali ha ricostruito le sequenze virali parziali di 13 di questi campioni:

Tutti concordano che gli antenati del SARS-CoV-2 siano i coronavirus dei pipistrelli, pertanto ci aspetteremmo che le prime sequenze siano più simili ai coronavirus dei pipistrelli e che queste, col passare del tempo (dato che il virus si evolve), diventino man mano più divergenti da questi antenati. Invece, i primi virus provenienti dal mercato ittico di Wuhan sono maggiormente diversi dai coronavirus dei pipistrelli rispetto ai virus raccolti successivamente in Cina e persino in altri Paesi del mondo.”

Gli studi di Bloom sostengono che il virus circolasse a Wuhan prima dello scoppio di dicembre al mercato del pesce. Lo stesso, in merito alla cancellazione dei dati, ricordando che molti laboratori in Cina hanno ordinato di distruggere i primi campioni di Covid-19 e che un ordine del Consiglio di Stato cinese, nella sua relazione dice quanto di seguito:

Non c’è una ragione scientifica plausibile per la cancellazione dei dati, sembra probabile che le sequenze siano state cancellate per oscurare la loro esistenza. Non possiamo davvero dire perché siano state rimosse, ma la conseguenza pratica della loro rimozione è stata che le persone non si sono accorte della loro esistenza

La National Library of Medicine non ha fornito il nome della persona che ha richiesto l’eliminazione dei dati ed il progetto di sequenziamento in questione (PRJNA612766) è scomparso anche dalla China National GeneBank (CNGB).

Covid: colpo di scena sulle origini

Si intensificano i collegamenti tra il virus ed il laboratorio di Wuhan.
La Cina chiese di eliminare dati dal National Institutes of Health.

Continuano sempre più insistentemente le connessioni che collegano la nascita del virus Covid-19 al laboratorio di Wuhan.

Dopo le recenti dichiarazioni di una scienziata inerenti alle indagini non fatte per non essere associati a Trump (approfondimento al link) e lo studio in cui si riporta che il virus sia un probabile incidente di laboratorio (approfondimento al link), arriva un altro fatto perlomeno curioso in merito alle origini del Covid-19.

Come riporta l’Agi, che a sua volta cita il Wall Street Journal, “le sequenze genetiche dei primi casi di Covid-19, registrate su un database Usa, sarebbero state eliminate, su richiesta della Cina, rendendo più difficile la ricostruzione delle origini della pandemia”.

Stando a quanto riportato dal quotidiano economico-finanziario americano, infatti, il National Institutes of Health (NIH) ha confermato di avere cancellato i dati in seguito alla richiesta dello stesso ricercatore cinese che li aveva forniti pochi mesi prima, precisando quanto di seguito:

Chi ha i diritti sui dati può legittimamente chiederne il ritiro.”

Continuando, si legge che i dati mancanti includono sequenze di campioni di virus raccolti a Wuhan all’inizio del 2020 ma che alcune delle informazioni che sono state cancellate sono ancora disponibili su un articolo scientifico già pubblicato.

Israele: il 40% dei nuovi positivi è vaccinato

A dirlo è l’ex direttore general del ministero della Sanità.
In discussione la validità del vaccino e, quindi, l’analisi rischi-benefici.

Il 40% dei nuovi positivi riguarda persone vaccinate.

Come riportato dal canale TelegramGiubbe Rosse” citando la fonte “i24news” (qui il link dell’articolo in lingua originale), a dirlo è l’ex direttore generale del ministero dalla Sanità, il professor Gabi Barbash.

Lo stesso ha poi aggiunto quanto di seguito:

Non siamo preoccupati, ma vigili. Abbiamo popolazioni esposte come i bambini, compresi quelli che possono o non possono essere vaccinati.

Sostenendo che la nuova variante è molto aggressiva, Barbash non ha escluso che sia necessaria una terza dose di vaccino ed ha sostenuto che il mezzo più efficace per impedire il contagio è la mascherina:

Le mascherine rappresentano il mezzo più efficace contro la trasmissione del virus: all’aeroporto Ben-Gurion ci sono persone da tutto il mondo e nelle scuole i bambini devono circolare con le mascherine. Io avrei indossato una mascherina in mezzi pubblici anche se ero vaccinato.

Quanto detto fa però immediatamente scattare i dubbi in merito all’efficacia del vaccino: dà l’immunità dal Covid19? Copre tutte le varianti? Quante dosi si reputano necessarie? La mascherina sarebbe più efficace del vaccino?

Per i dati in nostro possesso, siamo sicuri che l’analisi costi-benefici sia stata adeguatamente valutata o che, quantomeno, non vada aggiornata? A tal proposito, è possibile trovare interventi (in lingua italiana) da parte di diversi esperti a questo link.

Pnrr italiano: arriva l’ok dall’Ue

Von der Leyen: “Piano ambizioso, appoggio totale”.
Tra 4 settimane via agli aiuti (in ritardo): spalmati nel tempo e da gestire bene.

Il Pnrr italiano, ovvero il Piano nazionale di ripresa e resilienza, è stato approvato dall’Ue.

La conferma arriva direttamente dalla presidente della Commissione Ue, Ursula Von der Leyen, che più precisamente ha dichiarato quanto di seguito:

Oggi sono qua per annunciarvi che avete l’appoggio totale della Commissione europea: soddisfa i nostri esigenti criteri, è un piano ambizioso e lungimirante. La nostra approvazione è una pietra fondamentale per l’erogazione di 191,5 miliardi di euro nei prossimi anni; una volta approvato dal Consiglio, fra 4 settimane, saremo pronti ad erogare i primi fondi.

Ursula Von der Leyen ha poi concluso il suo intervento sottolineando che l’Ue ha ancora tanta strada da fare insieme e che questo passo non è l’inizio di una più forte collaborazione e coordinazione. Le parole della presidente della Commissione europea, rivolte in particolare al premier Draghi consegnandogli la valutazione della stessa Commissione Ue, sono state le seguenti:

Mario, non è la fine del nostro percorso, ma l’inizio.”

È passato più di un anno dall’inizio della pandemia e l’Ue si è confermata un carrozzone lento e macchinoso, incapace di rispondere con prontezza alla crisi rispetto ad altre realtà (Usa, Cina e Giappone per fare degli esempi).

L’Italia, da parte sua, si è dimostrata forse troppo succube dell’Ue (rispetto alla Polonia, per esempio – approfondimento al link) tanto da aver avuto il peggior impatto in termini di Pil (approfondimento al link).

Ora ci sarà da aspettare altre 4 settimane per l’approvazione, quindi di fatto un mese, e finalmente si comincerà a vedere qualche segnale concreto, anche se spalmato nel tempo e da gestire evitando sprechi visto che già le premesse lasciavano sorgere qualche dubbio dimostrando che l’emergenza non fosse sanitaria (approfondimento al link).