I francesi si “ribellano” a Kiev

Migliaia di manifestanti a Parigi al motto di “Macron dimettiti” e “Non moriremo per l’Ucraina”.

Migliaia di francesi protestano a Parigi: la gente chiede di smettere di coinvolgere il Paese nel conflitto in Ucraina.

I dimostranti, come riporta Giubbe Rosse, protestano contro il presidente francese e gli aiuti a Kiev.

I partecipanti gridano “Macron, dimettiti!” e “Non moriremo per l’Ucraina” (video reperibili nei canali social di Giubbe Rosse).

Multitasking e Distrazioni: Come Riconquistare la Tua Mente

Breve elogio funebre della nostra capacità di stare fermi su una cosa sola per più di 8 secondi.

C’era una volta la concentrazione. Ce la ricordiamo tutti: durava abbastanza da finire un libro, guardare un film senza sbirciare il telefono durante la pubblicità, o persino ascoltare una persona parlare senza pensare “quanto manca?” anche se quello che dice è estremamente interessante per noi. Poi sono arrivati loro: TikTok, i Reels, lo scroll che scorre più veloce della nostra voglia di vivere. E non stiamo parlando solo dei quindicenni con l’apparecchio ai denti e le AirPods. No, ormai anche noi adulti – quelli che una volta leggevano i giornali cartacei e facevano la spesa con la lista scritta a penna – ci siamo arresi al fascino tossico del “solo un altro video”.

Una volta, e parliamo di un tempo in cui il modem faceva triiiin triiin bzzzz, chi non riusciva a concentrarsi per più di qualche minuto veniva inserito nella categoria dei “soggetti con disturbo dell’attenzione”. Era una diagnosi, non uno stile di vita. Oggi invece, se riesci a guardare un video di 3 minuti senza saltare al prossimo, sei praticamente un monaco zen in un mondo che scorre in 15 secondi.

C’è stato un tempo in cui gli adulti guardavano i giovani su TikTok con l’aria di chi osserva un esperimento sociale da lontano, credendo di esserne escluso. “Io non ci casco”, dicevamo, mentre scaricavamo l’app “solo per curiosità”. Due giorni dopo eravamo lì, alle 2:47 del mattino, a guardare una signora del Nebraska che insegna a piegare le magliette con il metodo giapponese. E no, non ci serviva davvero e no, non ci siamo resi conto del tempo trascorso.

La verità è che oggi, mentre i nostri figli tentano di uscire dalla spirale dello scroll, noi ci siamo costruiti un loft con vista nella stessa spirale. I Reels di Instagram sono diventati le nostre pillole antistress, e quel “solo cinque minuti” si allunga fino a quando il telefono non ci avvisa che la batteria sta morendo. Un avviso che ormai ha lo stesso impatto emotivo di un “la tua serie preferita è finita”.

E così, tra un video di gatti che suonano il pianoforte e un tutorial per fare il pane in padella con tre ingredienti, passano le ore. Ci sentiamo multitasking, moderni, aggiornati. Ma sotto sotto stiamo solo scappando da quella fastidiosa sensazione chiamata “presenza nel momento”.

Anche il cervello si è adeguato. Un tempo era un organo complesso, capace di mantenere l’attenzione su un pensiero coerente. Oggi somiglia più a un feed di TikTok: frammentato, iperstimolato, sempre pronto a passare da una riflessione sulla crisi climatica a un video di un papà che scopre il sesso del nascituro con un razzo rosa o azzurro.

Forse ridere di tutto questo è il primo passo per renderci conto che la soglia di attenzione non è morta. È solo stata messa in pausa, travolta da un’overdose di stimoli. Ma possiamo ancora scegliere di fermarci, anche solo per il tempo di una pagina letta senza notifiche, di una conversazione senza occhi che fuggono allo schermo, di un silenzio che non fa paura. Il multitasking ci fa sentire produttivi, ma spesso ci lascia solo stanchi e confusi. E allora, forse, il vero gesto rivoluzionario oggi è proprio questo: concentrarsi. Davvero. Un minuto per volta.

A volte, lo ammetto, penso seriamente di abbandonare il telefono. Di lasciarlo lì, in un cassetto, magari tra le vecchie bollette pagate e schemi di diete improbabili, per riprendermi la vita. Quella vera, fatta di silenzi che non notificano nulla, di sguardi che non hanno bisogno di filtri, di attese che non devono essere riempite per forza. Magari non durerà. Magari dopo un’ora sarò di nuovo lì a scrollare, a cercare un video su come organizzare meglio il tempo mentre lo sto perdendo. Ma quel pensiero resta. E forse è già un segnale: sotto le risate, sotto i balletti improvvisati, sotto l’ironia, c’è ancora la voglia di tornare a concentrarsi davvero. Di tornare, semplicemente, a esserci.

E tu, ci sei?

Podcast per caso: diario sonoro di una musa fuori sede, tra uno straccio e un sogno

Quando anche chi ama scrivere si mette a parlare… e si chiede se qualcuno ascolterà mai.

Partecipare a un corso sui podcast è come essere invitati a un talent show senza saper cantare. Oppure come ricevere in regalo un pianoforte a coda, e tu non solo non sai leggere il pentagramma, ma hai appena capito dove sta il DO. Ti guardi intorno, ti sistemi i capelli, accendi il microfono e pensi: “Io che ci faccio qui?”
Poi qualcuno, con voce entusiasta, ti dice: “Parla di te.”
E lì, cara Musa, ti prende un leggero, elegantissimo attacco di panico.

Perché io, finora, ho sempre parlato con le dita. Ho scritto, scritto, e scritto ancora. Ho fatto dello schermo del mio smartphone un ingorgo permanente di impronte digitali.
E adesso? Dovrei trasformare le parole in voce. In suono. In musica per orecchie altrui. Aiuto.

Nel frattempo, là fuori, è esplosa la podcast-mania. Ce n’è uno per ogni cosa: dalla meditazione al true crime, dalla filosofia in ciabatte alla vita emotiva delle zucchine.
E poi ci sono loro, i podcaster professionisti, quelli con la voce calda e rassicurante, tipo “previsioni meteo dell’anima”.
E io? Io che podcast potrei fare?

Ci ho pensato. Troppo. Ho fatto brainstorming (che ormai è più trendy di “lampi di genio”), ho scarabocchiato idee nei margini dei quaderni del corso. Ne sono usciti titoli tipo:

Pendolare a Milano: sopravvivere con dignità (e una schiscetta)

La collaboratrice scolastica che sognava i Pulitzer

Diario di una Musa che non sta mai zitta – ecco, questo è carino. Mi rispecchia.


Poi ho capito: forse non serve l’idea geniale. Forse serve solo un’idea vera.
Perché chi ascolta i podcast oggi? Gente normale. Gente in treno, in macchina, in pausa pranzo. Gente che cerca compagnia, conforto, o semplicemente una voce che non sia quella dei propri pensieri.

E allora sì, forse potrei farlo.
Potrei raccontare cosa significa trasferirsi a 52 anni, cambiare vita, città, accento. Parlare di scuola, ma non dalle cattedre: dai corridoi.
Raccontare le piccole grandi rivoluzioni quotidiane di chi vive con la valigia piena di sogni, il badge al collo e le parole in tasca.
Potrei parlare della mia terra, di leggende greche travestite da storie familiari, di poesia che sa di spezie, e di piatti che sono dichiarazioni d’amore.

Il mio podcast forse non sarà mai in top ten su Spotify.
Ma se anche solo una persona, una, ascoltando mi dicesse: “Questa potrei essere io”… allora quel microfono avrà avuto senso.

Intanto continuo a imparare, a sperimentare, a prendere appunti… magari vocali.

Perché forse scrivere è casa mia. Ma parlare… parlare è il mio balcone.
E da lì, si vedono passare storie meravigliose.

Trump annunci i dazi sui semiconduttori

Non solo incrementi ma anche ampliamenti dei dazi: la prossima settimana verrà comunicata l’aliquota.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto che annuncerà nuovi dazi sui semiconduttorila prossima settimana“, mentre continua a spingere per imporre tariffe punitive per affrontare le questioni commerciali statunitensi.

I dazi entreranno in vigore in un futuro non lontano“, ha affermato, riferendosi a quelli specifici sui semiconduttori, che seguirebbero misure simili per acciaio, alluminio e automobili.

Dopo aver portati i dazi verso la Cina al 125% (approfondimento al link), dunque, il presidente americano ha deciso di ampliarne anche il raggio di applicazione.

Infine, come riporta Ansa, alla domanda su quale sarebbe stata l’aliquota per i semiconduttori, ha risposto: “Lo annuncerò la prossima settimana“.

I 10 Paesi più pericolosi al mondo

Se dovete viaggiare solo per piacere, forse è meglio evitare queste destinazioni.
Ecco la lista basata sulle attuali situazioni.

Viaggiare è sicuramente meraviglioso, ma non sempre è esente da rischi.

Ecco, infatti, secondo Insider Post, le 10 nazioni più pericolose al mondo e che, per diversi motivi (conflitti civili, guerre, instabilità governative, criminalità. eccetera) è forse meglio evitare in caso di viaggi a scopo puramente turistico, almeno per il momento:

  • Afghanistan
  • Repubblica Centrafricana
  • Iraq
  • Libia
  • Somalia
  • Sudan del Sud
  • Sudan
  • Siria
  • Ucraina
  • Yemen