Agenzia delle Entrate: il bar non rilascia scontrini

La prassi andava avanti da anni.
Minacce a chi ha scoperto la truffa.

Il bar non emette scontrini da anni.

Non solo. Il bar in questione è, neanche a dirlo, quello dell’Agenzia delle Entrate.

Più precisamente, in uno dei bar di Roma non venivano rilasciate ricevute fiscali da anni: i clienti pagavano caffè, panini o fotocopie in modo non ufficiale e solo in contanti.

La squadra venuta ad indagare è stata aggredita dal gestore e quando è venuto alla luce lo scandalo il bar è stato chiuso.

Più nel dettaglio, come riporta La Repubblica, “Il bar si trovava in una delle sedi romane dell’Agenzia delle Entrate, all’Eur, zona Torrino” ed è stato visitato sia dai dipendenti che dai visitatori che sono venuti a sistemare i loro affari in ufficio.

A svelare la truffa, in realtà, è stata la trasmissione televisiva “Striscia la Notizia“, che si occupa del caso dal 2018.

Come fa notare ancora La Repubblica, poi non è cambiato nulla e quando cinque anni dopo il giornalista è entrato nel bar con un microfono, è stato aggredito: “Prendo un coltello e ti ammazzo“, ha detto il manager al giornalista, spingendo l’operatore della telecamera .

Tutta la scena si è svolta davanti a clienti e poliziotti locali.

È emerso che dal 2016 il titolare del bar non depositava bilanci obbligatori presso l’ufficio del registro delle imprese.

Il caso è stato pubblicizzato da tutti i media ed il materiale ha causato un’ondata di indignazione per il fatto che la frode fiscale fosse fiorita in un luogo simile per anni.

Nessuno ha spiegato ufficialmente come sia potuto accadere.

Quando la troupe televisiva è tornata in questa sede famosissima dell’Agenzia delle Entrate grazie al loro programma, si è scoperto che il bar aveva chiuso.

Ue: “marine europee pattuglino stretto Taiwan”

L’invito arriva da Borrell. Ma con che diritto?
In realtà non sappiamo neanche badare ai confini di casa nostra.

L’Alto rappresentante Josep Borrell esorta l’Ue a unire le forze per pattugliare lo Stretto di Taiwan.

La situazione dell’isola, scrive il politico spagnolo in un editoriale a sua firma sul settimanale francese Le Journal du Dimanche poi riportata da Ansa, “ci riguarda economicamente, commercialmente e tecnologicamente“, per questo “invito le marine europee a pattugliare lo Stretto di Taiwan per mostrare l’impegno dell’Europa per la libertà di navigazione in quest’area assolutamente cruciale“.

Il capo della diplomazia Ue indica la necessità di essere “vigili contro le provocazioni eccessive“, precisando la posizione europea su Taiwan:

è semplice e coerente: a nostro avviso esiste una sola Cina. Ma non a qualsiasi condizione. E certamente non attraverso l’uso della forza. La stragrande maggioranza dei taiwanesi ritiene che lo status quo pacifico sia la soluzione più appropriata. Cerchiamo quindi di essere fermi nel far rispettare questo principio“.

In realtà, l’Ue non è neanche capace di badare alle acque territoriali di propria competenza, basti vedere cosa succede da anni con i flussi migratori con le Ong che fanno il bello ed il cattivo tempo.

Inoltre, stando al diritto internazionale, sulla base di cosa l’Europa schiererebbe le proprie marine sullo Stretto di Taiwan?

Renault: ricavi +30% ma guerra dei prezzi

Ottime le vendite del suv Arkana.
Titolo giù in Borsa dopo l’annuncio di Tesla.

Ottime vendite ma crollo in Borsa.

Renault ha registrato vendite migliori del previsto nel primo trimestre grazie alla forte domanda di nuovi modelli come il suv Arkana e al miglioramento dell’offerta di componenti chiave come i semiconduttori.

I ricavi del gruppo sono aumentati del 29,9% a 11,5 miliardi di euro, ha dichiarato la casa automobilistica francese, superando le stime degli analisti di 11,3 miliardi.

Renault ha anche confermato le sue prospettive per l’intero anno. In una nota, il direttore finanziario Thierry Piéton, ha dichiarato quanto di seguito:

Renault Group ha un buon inizio d’anno. Il forte portafoglio ordini alla fine di marzo e tutti i prossimi lanci continueranno a sostenere l’attività commerciale del gruppo.

Tuttavia il titolo della casa transalpina è crollato a causa delle preoccupazioni che la pressione sui prezzi in tutto il settore automobilistico minacci la sua ripresa.

Come riporta Il Sole 24 Ore, Renault è scesa fino al 7,9% a Parigi dopo che Tesla ha confermato di preferire riduzione di prezzi e incremento dei volumi anche a scapito dei margini.

Mentre anni di colli di bottiglia nella catena di approvvigionamento hanno affollato i portafogli ordini delle case automobilistiche, i clienti lottano sempre più contro l’inflazione e i tassi di interesse.

Le recenti variazioni di prezzo di Tesla complicano gli sforzi del ceo della Renault, Luca de Meo, sulla gamma elettrica.

La Renault, infatti, sarà probabilmente costretta a ridurre i prezzi dei veicoli elettrici, inclusa la sua Megane E-Tech, per generare i volumi di cui ha bisogno per rispettare i limiti di emissione in Europa, hanno affermato gli analisti di Bank of America in una nota. Una tale mossa avrebbe un impatto negativo sui profitti.

Piéton durante una conference call ha detto però che la società non ridurrà drasticamente i prezzi della Megane elettrica, “un prodotto chiave”.

Renault quindi ha avuto un inizio di 2023 più brillante del previsto, ma il problema delle scorte sarà probabilmente un punto focale per gli investitori, hanno commentato gli analisti di Jefferies.

La casa automobilistica francese ha dichiarato che le scorte totali al 31 marzo erano pari a 580mila veicoli, in aumento rispetto ai 480mila veicoli al 31 dicembre, a causa dei continui problemi logistici.

Si tratta del livello più alto di inventario dell’azienda da prima della pandemia di Covid-19.

L’aumento delle scorte nel trimestre è dovuto esclusivamente alle scorte del gruppo, comprese quelle dei concessionari di proprietà, sempre secondo Jefferies.

Meta: 10.000 licenziamenti

Nel mirino gli addetti ai lavori tecnici.
Zuckerberg: “2023 anno dell’efficienza”

10.000 posti di lavoro tagliati.

Meta ha avviato il secondo round di 10mila licenziamenti annunciato a marzo partendo dai lavoratori addetti ai ruoli tecnici.

Nello specifico, come riporta Milano Finanza, i dipendenti delle aree di ingegneria del software, programmazione grafica ed esperienza con gli utenti hanno rivelato su LinkedIn di aver perso il posto di lavoro.

Tra i licenziati ci sarebbero anche i componenti del team prodotti, i dipendenti che si occupano dei giochi, dell’area legale e delle risorse umane, a cui si aggiungono gli impiegati nei ruoli legati alla finanza.

A Wall Street il titolo di Meta è in perdita: il 19 aprile scambia a 215,76 dollari (-1%).

Dopo il crollo delle entrate pubblicitarie nel 2022 e il prezzo delle azioni in caduta libera, la holding di Facebook, Instagram e WhatsApp aveva già annunciato un primo round di licenziamenti a novembre, che aveva riguardato 11mila lavoratori.

A marzo è arrivato un ulteriore piano da 10mila tagli, con conseguenti costi di ristrutturazione compresi tra i 3 e i 5 miliardi di dollari.

D’altronde il ceo Mark Zuckerberg aveva definito il 2023l’anno dell’efficienza”, con Wall Street che aveva applaudito il progetto di ridimensionamento.

Le azioni Meta sono salite dell’81% nel 2023 dopo aver perso circa i due terzi del loro valore nel 2022.

I ricavi sono diminuiti per tre trimestri consecutivi e gli analisti prevedono un nuovo calo delle vendite trimestrali nel primo trimestre del 2023.

Veto a grano Ucraino: Slovenia si unisce a Polonia e Ungheria

Possibili veti anche su altri prodotti.
Anche la Bulgaria verso il bloco.

Il governo slovacco ha annunciato che vieterà l’importazione di cereali dall’Ucraina, in una difesa del mercato locale che replica le misure già annunciate nel fine settimana dalle autorità ungheresi e polacche e che sono state messe in discussione dalla Commissione europea (approfondimento al link).

Il Ministero dell’Agricoltura slovacco, come riporta News 360 che cita il quotidiano “Pravda”, ha confermato questa misura sostenendo che i cereali teoricamente destinati a Paesi terzi finiscono sul mercato europeo e lo destabilizzano.

Il governo di Eduard Heger non esclude di estendere le restrizioni ad altri prodotti, come lo zucchero.

I governi ungherese e polacco hanno annunciato sabato che avrebbero vietato le importazioni di prodotti agricoli dall’Ucraina fino al 30 giugno per difendere gli interessi dei loro produttori nazionali.

Lunedì, il ministro dell’Agricoltura bulgaro Yavor Gechev ha ammesso di stare “lavorando” a un divieto simile, citando presunte perdite per gli agricoltori locali pari a 900 milioni di leva (ovvero più di 460 milioni di euro), stando a quando riporta l’emittente pubblica BNR.