Camera Civile Avvocati Prato: “Decreto Conte illegittimo”

La Camera Civile degli Avvocati di Prato attacca il DPCM del 10 aprile 2020: è illegittimo.
Limita libertà costituzionali che possono essere decise solo da atti legislativi parlamentari.

Si scaglia contro il DPCM del 10 aprile 2020, la Camera Civile degli Avvocati di Prato.

Come riporta “tvprato.it“, gli stessi avvocati sostengono che il medesimo DPCM sia “illegittimo“. Più precisamente:

“Il DPCM 10 aprile 2020 altro non è che un atto amministrativo del Presidente del Consiglio dei Ministri che, nel momento in cui limita la libertà di circolazione delle persone prevedendo un contenimento universale per asserite esigenze sanitarie  già si pone in evidente contrasto con gli artt. 16 e 32 Costituzione, oltre che ad impedire lo svolgimento dell’attività lavorativa e di iniziativa economica.”

Stando a quanto la Camera Civile di Prato sostiene, il governo non avrebbe rispettato il dettato costituzionale in quanto avrebbe attribuito con un decreto legge ad un proprio componente il potere di limitare con atti amministrativi le libertà costituzionali, che possono trovare limiti solo in atti legislativi parlamentari.

Si legge poi:

“Questo comportamento sta mettendo a repentaglio la vita economica e sociale del nostro Paese mediante provvedimenti del tutto illegittimi e pertanto la Camera Civile di Prato ha inteso tutelare le libertà costituzionali dei cittadini e delle imprese, invitando ciascun soggetto interessato a far pervenire alla Presidenza del Consiglio analoga istanza.”

Nel farsi promotori dell’iniziativa, gli avvocati della Camera Civile di Prato aggiungono anche che, a detta loro, i numeri non quadrano:

“Secondo i dati ISTAT, nel primo trimestre dell’anno 2020, il numero totale dei morti è in linea con gli anni precedenti, anzi vi sarebbe una qualche diminuzione.
Secondo i dati forniti dalla Protezione Civile, all’attualità vi sarebbero 20.465 morti con un’età media di 78 anni, di cui il 61% con tre o più patologie pregresse, il 20,7% con due patologie pregresse, il 14,8% con una patologia pregressa mentre solo il 3,5% non avrebbe avuto nessuna patologia. Quindi, il numero dei soggetti morti per Covid-19 senza patologie pregresse sarebbero 716, che rappresenta in confronto della popolazione italiana lo 0,0011%, mentre alla data odierna il totale di chi ha contratto il Covid-19 (comprensivi i positivi 103.616, i guariti 35.345 ed i morti 20.465) pari a 159.516 persone sarebbe lo 0,264% della popolazione.
Tali numeri non sembrano essere stati adeguatamente valutati ai fini di effettuare il contemperamento degli interessi della nazione.”

Concludono, infine, gli avvocati:

“Il DCPM 10 aprile 2020 è quindi illegittimo al pari della norma presupposta consistente nel D.L. 19/2020 violando gli art. 1, 4, 16, 32, 35 e 41 della Costituzione.”

Coronavirus, Zamagni a 360°: “la pandemia cambierà tutto”

Lavoro, burocrazia, istruzione: la pandemia ne farà piazza pulita.
Più importanza al terzo settore.
L’Italia si è sempre rialzata, a breve tenterà vie nuove.

(Versione inglese al link – traduzione di Jolanta Micinska – Hercog)
(Versione polacca al link – traduzione di Magda Żymła)

Un cambiamento radicale delle nostre vite, dalle regole alle abitudini. Questo sta portando il coronavirus, tra le altre cose.

E l’impatto toccherà anche la mentalità, la concezione delle cose.

Di questo abbiamo parlato con il prof. Stefano Zamagni, già presidente dell’Agenzia per il terzo settore, professore alla Johns Hopkins University, preside della Facoltà di economia dell’Università degli Studi di Bologna, tra i principali collaboratori di papa Benedetto XVI per la stesura del testo dell’EnciclicaCaritas in veritate” (tra il 2007 ed il 2009) e, dal 2019, presidente della Pontificia accademia delle scienze sociali.

Professor Zamagni, come riporta anche wikipedia, lei è un esperto mondiale di economia sociale. Qual è il suo punto di vista sull’attuale situazione?

Guardi, chi conosce il carattere italiano, e qui la storia parla chiaro, sa che gli italiani hanno una peculiare caratteristica: hanno bisogno di arrivare fino alla linea del baratro; quando ci arrivano, allora si spogliano delle tante litigiosità, si rimboccano le maniche e ripartono. E’ sempre stato così. Questo mi porta a congetturare che, una volta terminata questa emergenza, da parte della nostra gente ci sarà una ripresa potente di interesse a quello che si chiama “bene comune”.”

Cosa intende?

Questa pandemia ci indica che l’aver mirato al “bene totale” ha prodotto i guasti che stiamo vedendo. Bisogna appunto sostituire all’aggettivo “totale”, l’aggettivo “comune”. Ciò significa che le persone e soprattutto le imprese devono sì operare per restare sul mercato in condizioni di vitalità e sostenibilità economico-finanziaria, ma non solo: l’errore, e qui la responsabilità è anche dei professori di economia, è dire che l’obiettivo dell’impresa è massimizzare il profitto per gli azionisti (shareholder value).”

Effettivamente è ciò che dicono. Secondo lei, invece, quale sarebbe l’obiettivo dell’impresa?

Storicamente, l’impresa, nasce con una missione: produrre valore; o meglio, creare valore. Questo valore creato non deve traghettarsi tutto, senza residui, nel profitto. Il profitto deve prendere una parte, anche rilevante, del valore, ma non tutto com’è successo negli ultimi 25-30 anni.

Su questo tema molti studiosi di economia stanno cambiando la loro prospettiva.”

E come si può determinare questo cambiamento?

Ce ne sarebbero tanti, ma mi sento di indicare quattro punti in particolare.

Il primo punto è quello che abbiamo appena visto. Il secondo punto sta nel comprendere la natura propria della burocrazia: oggi tutti sono contro la burocrazia, nessuno si sogna neanche minimamente di parlarne bene, ma questo è un errore gravissimo.”

Curioso. Perché?

Perché la burocrazia non è la causa, è l’effetto. La causa che genera la burocratizzazione è la ricerca della rendita; e la ricerca della rendita è una disposizione d’animo che colpisce sia il settore pubblico che quello privato. Questo perché la burocrazia è lo strumento che consente (allo Stato o all’imprenditore privato) di acquisire e mantenere le posizioni di rendita.

La rendita è il nemico numero uno sia del salario, sia del profitto: più alta è la rendita e più basso è il profitto e dunque più basso è il tasso di investimento in innovazione. D’altro canto, più basso è il salario, più bassa è la domanda effettiva.

Questa pandemia farà piazza pulita di questa mentalità perché ha dimostrato che se un’impresa non fa innovazione vera, va fuori mercato. Guardiamo un banale ed immediato esempio: le uniche imprese che sono comunque riuscite a funzionare sono quelle che hanno attivato lo smart working (15-20%); non tanto per aver messo i computer a casa dei dipendenti, ma perché hanno cambiato l’organizzazione del lavoro. Ad oggi, sempre per via della ricerca della rendita, imprese e organizzazioni non vogliono cambiare il modo di produzione, rimanendo abbarbicate all’obsoleto modello Taylorista e perdendo resilienza.

Se applichiamo il concetto all’amministrazione pubblica, capiamo perché tutti i partiti, da sinistra a destra, vogliono conservare la burocrazia. Tutti promettono di ridurla senza mai farlo: la burocrazia serve alla politica per mantenere le proprie posizioni di potere.

Le imprese – chiaramente e per fortuna ci sono lodevoli eccezioni – non denunciano con decisione la cosa perché loro stesse sono vittime della burocrazia e quindi temono operando contro la burocrazia pubblica che alla fine la cosa si ritorcerebbe contro di loro.

Quindi, se la seguo correttamente, una volta messa a fuoco la necessità di puntare sul bene comune e non sul bene totale, bisogna lavorare sulle cause che generano la burocrazia. Il terzo punto, invece, quale sarebbe?

“Il terzo punto è l’istruzione.

Bisogna cambiare radicalmente l’architettura del comparto scolastico universitario. L’attuale struttura è ancora quella della riforma Gentile del ventennio fascista: una struttura di tipo Tayloristico, dove il docente svolge il ruolo del capo officina che controlla che gli studenti imparino la lezione e dove l’istituzione funziona come un’aula di tribunale dove i giovani vengono giudicati e sanzionati (nel senso che se il giudizio è negativo, vengono bocciati).

La domanda è: perché in oltre settant’anni tutte le forze politiche non hanno avuto la forza di cambiare l’impianto fascista su un tema importante come quello dell’educazione? Perché ci si è limitati da approvare riforme e non una trasformazione?

E’ evidente che si debba attendere che siano i cittadini che si organizzino e comincino a far sentire la propria voce, se realmente si vuole che la scuola torni ad essere luogo di educazione e non solo di istruzione.

Prendiamo il caso di quella riforma nota come alternanza scuola-lavoro: chi l’ha inventata spero avesse buone intenzioni, ma ha commesso un errore enorme! Non ci può essere alternanza tra scuola e lavoro, ma piuttosto convergenza scuola-lavoro.

Quindi il terzo punto è inerente alla riforma dell’istruzione, che si collega anche con quanto detto in apertura. Il quarto punto?

Infine c’è lo scandalo per cui, in questo tempo di emergenza, il terzo settore è stato tenuto in disparte: abbiamo il miglior terzo settore del mondo tra volontariato, cooperative sociali, imprese sociali, ONG, fondazioni, e non è stato coinvolto nel processo decisionale.

La dimensione del sociale non è garantita dallo Stato, dagli ospedali, dalla polizia o dai carabinieri, ma è garantita dal terzo settore.”

Come vede l’evolversi della situazione?

Ora i nodi sono arrivati al pettine e vedrà che quando sarà finita questa emergenza, si innescheranno cambiamenti a catena.

Le persone stanno già capendo quanto abbiamo detto prima, si tratta solo di aspettare che un qualche soggetto collettivo dia il via al processo. Non servirà molto tempo, alcuni mesi; al massimo entro la fine dell’anno.

E non sarà questione di trovare un leader, quelli emergono dopo. Si tratta piuttosto di sensibilizzare la società civile organizzata.

Quando si sarà raggiunta la massa critica, il processo di ricostruzione del paese potrà avere inizio.

Vada a vedere il sito dell’associazione “Politica Insieme” ed avrà già un’idea dello stato dell’arte.

Coronavirus, tensioni sociali altissime: guerre civili dietro l’angolo?

Bill Gates finanzia l’Oms e lancia il vaccino tatuato sottocutaneo; Trump accusa l’Oms, che a sua volta anticipa la necessità di prelevare le persone da casa anche con la forza.
In Italia i cittadini aspettano ancora gli aiuti, la Francia “seda” i gilet gialli e in Germania gli industriali vanno dalla Merkel.

È una situazione complessa e dinamica.

Ogni giorno, infatti, accade qualche colpo di scena. Il filo conduttore è, ovviamente, il coronavirus.

Solo la sua nascita, di per sé, ha portato varie agitazioni: c’è chi dice sia partito da un pipistrello, chi ritiene sia stato creato in un laboratorio (con particolare riferimento al laboratorio nazionale di biosicurezza di Wuhan, reperibile al link  e cliccando su “mostra tutto”) chi, ancora, sostiene che la verità non si saprà mai.

La gente vuole sapere cosa stia succedendo e perchè. Ma le informazioni, sotto ogni punto di vista, latitano.

In Italia aziende e partite iva aspettano ancora aiuti concreti dal governo dopo l’imposizione del lockdown e, con il morale alterato dalla quarantena oltre che dalle preoccupazioni, si stanno scaldando gli animi. Il governo, contemporaneamente, mette in piedi una task force per il controllo delle notizie inerenti al coronavirus, stabilendo cosa possa essere detto o meno, con buona pace della FNSI, e firma il Mes, ovvero lo strumento utilizzato durante la crisi greca.

In Francia, Macron ha militarizzato il Paese per l’emergenza del coronavirus riuscendo momentaneamente a sedare le rivolte dei gilet gialli, ma cosa accadrà nel post crisi quando le rivolte riprenderanno e saranno aggravate dalla crisi economica?

In Germania le industrie dell’automotive sono andate in delegazione dalla Merkel per chiedere che aiuti Italia e Spagna a riaprire le aziende perché, senza la componentistica proveniente dai due Paesi, la Germania non riesce a produrre auto.

Di contro la Germania, insieme ad altri Stati, non vuole sentir parlare di coronabond e spinge per il MES; cosa non gradita a molti in Italia e che soffierebbe sul fuoco delle rivolte.

Nel frattempo Trump attacca l’Oms, sostenendo che sia “filocinese” e lo colpevolizza di “aver dato in ritardo l’allarme”, minacciando di tagliare i fondi.

L’Oms, però, di fondi ne riceve da Bill Gates, che tramite la sua fondazione Bill and Melinda Gates Foundation è tra i più grossi sostenitori dell’Organizzazione e sponsorizza fortemente la creazione di un vaccino che venga applicato tramite un tatuaggio sottocutaneo che sarebbe da lui stesso prodotto (approfondimento al link).

La genealogia di Gates è già stata portata alla luce da Maurizo Blondet, che ha indicato la sua stirpe come “eugenetici, malthusiani e vaccinatori”, oltre che mettere in evidenza le sue connessioni con l’alta finanza dei Rockefeller (approfondimento al link).

Il vaccino sarebbe una delle grandi truffe legate al coronavirus secondo i punti di vista di autori definiti come sostenitori della tesi del complotto (approfondimento al link) ed anche il pubblico pro-vax si chiede si chiede come mai i medici si vaccinino così poco, se sono proprio loro stessi i primi a consigliare di farlo (approfondimento al link ).

Infine, l’Oms, tramite l’Executive Director dottor Michal Ryan, ha dichiarato che “a causa del diffondersi del virus, le autorità potrebbero dover entrare all’interno delle case e rimuovere alcni membri delle famiglie, presumibilmente con l’uso della forza, per isolare i malati seppur in modo sicuro e dignitoso” (reperibile al link).

Andare a prendere con la forza le persone nelle loro case ed imporre loro un vaccino in formato cip, sommato alle tensioni già presenti in tutto il mondo, potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso sfociando in rivolte popolari e guerre civili.

Coronabond e Mes: l’Italia rischia di fare la fine della Grecia?

Germania, Olanda, Austria e Finlandia si dichiarano contrari ai coronabond. Ursula von Der Leyen li definisce uno slogan. Resta l’opzione Mes, ma cosa rischiamo come paese?

(Pubblicato per Wall Street Cina al link)

C’è fermento, sul tema dei coronabond.

I Paesi del Sud Europa, Italia in testa, li richiedono a gran voce. I Paesi del Nord Europa, si oppongono.

In particolare a dire no sono Germania, Austria, Finlandia e Olanda. Ed è proprio quest’ultimo paese ad essere forse il più agguerrito sul tema dei covid bond.

Il primo ministro olandese, Mark Rutte, si è fatto portavoce della campagna del “no” e a tal proposito il suo ministro delle Finanze, Wopke Hoekstra, ha addirittura attaccato l’Italia chiedendo come mai il Bel Paese non abbia approfittato della crisi del 2008 per risanare le proprie finanze.

Questa domanda, posta in termini di una esplicita accusa, ha portato il premier portoghese Antonio Costa a prendere le difese dell’Italia, definendo il commento di Hoeskstradisgustoso e privo di senso”.

Di contro, il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha definito i coronabonduno slogan”, salvo poi correggere il tiro ed ammorbidire i toni. Esattamente come fatto dal presidente della Bce, Christine Lagarde, quando dichiarò che “chiudere gli spread” non è compito della Bce, salvo poi rettificare le proprie dichiarazioni nei giorni successivi; ma nel frattempo le Borse erano crollate e lo spread Btp-Bund schizzato in alto.

L’emergenza però non può attendere tempi di risposta e coordinamento così lunghi. Se non si può contare sui coronabond, almeno nel breve termine, cosa si può fare?

L’alternativa è rappresentata dal Mes (meccanismo europeo di stabilità), per il quale il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’economia Roberto Gualtieri spingono molto (con modalità che hanno tuttavia suscitato più volte agitazioni tra i partiti dell’opposizione ma anche all’interno della maggioranza Pd-M5S). Il suo utilizzo, inoltre, riporta alla memoria la gestione della crisi in Grecia.

Il rischio è proprio quello di finire come la Grecia: disoccupazione alle stelle, potere d’acquisto delle famiglie e qualità della vita in calo drastico, porti ed aeroporti venduti a Germania e Cina, isole cedute all’asta ad acquirenti privati.

Quando si decise di salvare la Grecia, la Germania era già troppo sbilanciata con i crediti verso gli ellenici per poter stanziare ulteriori aiuti economici (i debiti della Grecia erano infatti quasi totalmente nei confronti dei tedeschi, in quanto la Germania era ed è l’unico Paese dell’Eurozona con un forte surplus; questo significa che può concedere prestiti senza problemi, anzi ne può trarre vantaggio in termini di interessi o godere della forza di paese creditore).

Di conseguenza iniziarono i summit europei per decidere come affrontare la questione; a questi incontri, l’Italia al tempo rappresentata da Matteo Renzi, non venne nemmeno chiamata a partecipare ma si decise comunque che doveva stanziare 48,2 miliardi di euro per il piano di salvataggio.

Se andiamo ad analizzare come furono usati i fondi stanziati, capiamo quale fosse la vera faccia del piano chiamato “salva Grecia”: lo studio della European School of Management and Technology di Berlino mette in evidenza che dei 220 miliardi di euro versati alla Grecia sotto forma di prestiti, 209 miliardi sono serviti a ricapitalizzare le banche europee. Solo il 5% è effettivamente finito nelle casse del governo di Atene. Sono dunque stati salvati banche ed altri creditori privati, più che la Grecia  il popolo greco.

La Germania divise quindi il suo credito tra i vari Paesi dell’Eurozona, eliminando il rischio di avere un grande debitore insolvente, altro non fece che dare alle banche (appunto per lo più tedesche) i soldi stanziati per il salvataggio, decidendo quindi come la Grecia doveva usare i “suoi” soldi.

Non molto tempo dopo, la Suddeutsche Zeitung, uno dei principali quotidiani tedeschi, riportava che la Germania aveva guadagnato oltre 1,34 miliardi di euro di soli interessi derivanti dai prestiti concessi. Nel dettaglio, la banca statale Kreditanstalt Fur Wiederaufbau KFW incassò 393 milioni di euro di interessi, la stessa banca centrale tedesca Bundesbank ne incassò 952 derivanti dall’acquisto per la BCE dei bond ellenici sulla base del Securities Market Programme.

Erano poi stimati, sempre sulla base del SMP, un flusso di interessi entro la fine del 2017 per 1,14 miliardi di euro ed almeno 901 milioni di euro entro la fine del 2018. Di questi, un quarto dedicato esclusivamente alla Germania.

Ora, con Deutsche Bank e Commerzbank in piena crisi, la Germania potrebbe voler attuare un piano simile: niente coronabond ma applicazione del Mes per l’Italia.

Sospeso il patto di stabilità, abbiamo visto con quale forza si sia mossa la Germania mentre l’Italia ancora tentenna e l’utilizzo del Mes sarebbe quindi più vincolante per l’Italia, rispetto ai coronabond.

Il comportamento che sta mettendo in campo la Germania in merito ai piani di emergenza rispetto agli altri paesi, fa chiaramente intendere chi comandi in Europa e, come già successo, quali strategie si perseguano.

È altresì vero che si parla di un Mes con condizioni “soft”, ma tutto rimane ancora incerto e soggetto a negoziati. Di certo, la parola Mes evoca brutti ricordi.

Un piano di aiuti, poi, perché sia definibile come tale e perché i soldi arrivino all’economia reale evitando il rischio di farli rimanere in pancia alle banche, dovrebbe essere gestito come fanno Usa e Gran Bretagna: assegni inviati direttamente nei conti correnti dei cittadini (helicopter money o QE for the people).

Un’ alternativa sarebbe l’Italexit, che risulta comunque altamente complicata: basti pensare, a livello di emblemi e senza entrare in dettagli tecnici, che quando si parlava di Grexit (con un conseguente ritorno della Grecia alla dracma) addirittura l’allora Presidente Usa Barack Obama scese in campo più di una volta per evitarla.

Ue, da Germania e Francia via libera al nuovo MES “light”

L’accordo prevede che superata la crisi dovuta al coronavirus, le regole del Patto di Stabilità torneranno in vigore. Ciò significa che saranno validi anche i vincoli di bilancio e deficit.

(Pubblicato per Wall Street Cina al link)

Francia e Germania hanno trovato l’accordo sul Mes per affrontare il coronavirus.

E la cosa interessa anche l’Italia, visto che è uno dei Paesi tra i più soggetti al rischio di utilizzo del Mes.

Secondo l’agenzia tedesca Dpa, l’accordo dell’asse franco-tedesco si baserebbe su una linea di credito che arrivi fino al 2% del Pil del singolo Stato, con un intervento della Banca europea per gli investimenti (Bei).

Vediamo, innanzitutto, cos’è il Mes

Il Meccanismo europeo di stabilità (appunto, Mes) è anche noto come Fondo salva-Stati ed è un ente inter-governativo dell’Unione Europea nato nel 2012, allo scopo di fornire assistenza economica agli Stati dell’Eurozona in difficoltà finanziaria per salvaguardare la tenuta degli altri Paesi membri. 

Ogni governo contribuisce a formare il tesoretto in base al suo peso economico; la quota più grande è nelle mani della Germania (27,1%), seguita da Francia (20,3%) e Italia (17,9%). L’aiuto economico del Mes viene concesso ai Paesi dell’area Euro a rischio default e consiste in un prestito (l’ammontare della cifra è deciso dal Paese in difficoltà) concesso dopo la presentazione di una lettera d’intenti o un protocollo d’intesa negoziato dallo stesso Paese richiedente e dalla Commissione Ue.

Le aree di intervento sono tre: la prima riguarda il consolidamento fiscale, che va attuato tramite tagli alla spesa pubblica, attuazione di riforme fiscali e privatizzazioni; la seconda è inerente alle riforme strutturali e, la terza, concerne le riforme del settore finanziario, come ad esempio la vigilanza bancaria e l’operato.

Il Mes viene attuato tramite l’utilizzo di prestiti, la ricapitalizzazione diretta od indiretta delle banche, l’istituzione di linee di credito precauzionali e/o l’acquisto di titoli di Stato sul mercato.

Nel caso attuale, il Mes verrebbe applicato in forma “soft”, vale a dire che l’accesso al credito sia sottoposto alla firma dello Stato di un memorandum di intesa in cui si impegna a destinare le risorse prelevate esclusivamente all’emergenza sanitaria ed economica, rispettando il Patto di Stabilità.

Il trucco del Patto di Stabilità

Il Patto di Stabilità era stato sospeso proprio due settimane fa per far fronte alla crisi dovuta al coronavirus; con l’utilizzo del Mes, verrebbe dunque ripristinato, per la felicità dei Paesi come Germania, Austria, Olanda e Finlandia che non volevano assolutamente sentir parlare di coronabond.

Infatti l’accordo prevede una clausola che rappresenta il pezzo da novanta: superata la crisi dovuta al coronavirus, le regole del Patto di Stabilità torneranno in vigore a pieno regime. Ciò significa che saranno validi di nuovo anche i vincoli di bilancio e deficit.

Scomparirebbe invece la Troika, sostituita però da Mes e Commissione europea.