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Armamenti: la Polonia li acquisterà solo da chi investe nel Paese

Varsavia: i trattati non sono una sorta di pagamento per la sicurezza.
Per vendere armi alla Polonia bisogna investire concretamente nel Paese, non solo assemblaggio e lavori e basso valore aggiunto.

Il governo di Varsavia invia un chiaro segnale ai produttori stranieri di armamenti: la vendita di armi alla Polonia deve essere accompagnata da investimenti concreti nel Paese.

Il viceministro delle Attività Statali, Konrad Gołota, ha sottolineato che il precedente modello di acquisti, soprattutto dagli Stati Uniti, era svantaggioso per la Polonia e si basava sull’idea di considerare i contratti come una sorta di “pagamento per la sicurezza.

La nuova strategia, come riporta Polonia Oggi, prevede non solo l’apertura in Polonia di semplici linee di assemblaggio, ma soprattutto il trasferimento di tecnologia e l’integrazione delle imprese polacche nelle catene globali di approvvigionamento.

L’obiettivo è garantire alle aziende nazionali un ruolo nella progettazione, nello sviluppo e nella produzione di armamenti, e non soltanto nell’esecuzione di lavori a basso valore aggiunto.

La Polonia vuole presentarsi come un partner interessante grazie alle ingenti risorse destinate agli acquisti e agli investimenti, anche nell’ambito del programma europeo SAFE, nonché alla presenza di numerose piccole imprese tecnologiche specializzate.

Il nuovo approccio dovrebbe favorire in particolare il gruppo statale Gruppo Polacco degli Armamenti che necessita di capitale e tecnologie moderne.

Il governo sottolinea che le nuove regole valgono per tutti i partner, compresi gli Stati Uniti: se le aziende straniere non saranno pronte a una cooperazione più profonda, con joint venture e un reale trasferimento di know-how, la Polonia cercherà altri partner.

Polonia: Ministero Difesa ritira formazione sul gender per i soldati

Gli stessi soldati avevano espresso critiche sull’utilità di tale formazione.

Il Ministero della Difesa Nazionale ha informato che, per decisione del ministro, dal programma delle formazioni integrative per il 2026 è stato eliminato il tema riguardante i “diritti umani e la prospettiva di genere nelle operazioni militari.

La formazione, come riporta Polonia Oggi, era stata precedentemente proposta dalla Presidente del Consiglio per il Servizio Militare delle Donne e approvata dal Dipartimento del Personale del Ministero.

La questione è diventata pubblica dopo alcune notizie diffuse dai media e dichiarazioni anonime di soldati che hanno espresso critiche sull’utilità di tale formazione.

Nel comunicato ufficiale, il Ministero ha sottolineato che, nonostante la precedente approvazione a livello dipartimentale, il ministro della Difesa ha deciso di ritirare questo punto dal programma.

Il Ministero ha inoltre ricordato che formazioni di questo tipo possono essere organizzate sulla base di una decisione del 2020 relativa alla metodologia dell’educazione civica e alla prevenzione e disciplina militare. Tuttavia, il tema in questione non sarà incluso nel programma di formazione per il 2026.

Il Mondo di Ketty -La teoria della patente spiegata da un filosofo… claudicante

Dopo aver superato la giungla burocratica degli anni ’80, ero finalmente vicina al traguardo: il foglio rosa.

terza puntata – Quiz, ascelle e incroci.

Dopo aver superato la giungla burocratica degli anni ’80, ero finalmente vicina al traguardo: il foglio rosa.  

Prima quello provvisorio, un A4 anonimo e poco poetico, poi il vero foglio rosa, quello che precedeva il mitico “lenzuolo rosa” che tanto desideravo.  

Per chi non ha vissuto quell’epoca, vale la pena ricordarlo: all’iscrizione alla scuola guida, subito dopo la visita medica fatta lì sul posto, ti consegnavano il foglio rosa che ti permetteva di esercitarti alla guida con un adulto patentato da almeno dieci anni.  

Solo dopo aver superato l’esame di teoria avresti iniziato le guide con l’istruttore.

Chiarito il contesto, posso riprendere il mio viaggio nelle lezioni di teoria dell’omino claudicante, che dispensava spiegazioni con una ricchezza di particolari degna di un’enciclopedia… illustrata male.

Lezioni di teoria: entusiasmo, panico e saponette

Le lezioni si tenevano ogni primo pomeriggio, quando la digestione e la sonnolenza si alleavano contro la mia attenzione.  

All’inizio mi ripetevo: “E che ci vuole? Sono due concetti in croce.”  

Dopo qualche giorno, la frase diventò: “Ma come posso ricordarmi tutto ciò?”  

E infine, il più sincero: “Non ce la farò mai.”

L’omino, che aveva un radar infallibile per le anime smarrite, decise di aiutarmi.  

Visto che ero timida, mi propose di sostenere l’esame orale con la nuova tecnica delle schede a risposta multipla.  

Mi sembrò un dono della provvidenza.  

Non sapevo ancora che sarebbe stato viscido come una saponetta bagnata.

I miei pomeriggi si divisero così: mezz’ora di teoria e mezz’ora di schede.  

La teoria iniziava sempre con il motore a scoppio a quattro tempi, poi quello a iniezione, pistoni, cilindri, carburatori, battistrada, livello dell’olio, acqua della batteria, cinghia di distribuzione, frizione che attacca e stacca l’albero di trasmissione…  

Nel mio cervello tutto questo diventava un’immagine surreale: un albero di Natale montato su pneumatici, con siringhe, bottiglie di benzina, acqua e olio che penzolavano come decorazioni.  

Un caos totale.  

Il metodo di associazione non mi aiutava: era ormai assodato.

“Assettati ccà”

Non so quante schede io abbia compilato, segnando sempre lo stesso errore.  

Finché, spazientito, l’omino fece spostare tutti i ragazzi, mi guardò negli occhi e disse:  

“Assettati ccà.”

Mi sedetti, rigida come un palo della luce.

Mi mostrò un quiz:  

“Mentre percorri la carreggiata, una vettura sopraggiunge dal verso opposto invadendo la tua corsia. Come ti comporti?”  

A – Passi nella carreggiata di sinistra.  

B – Frena subito e mantieni la destra.  

C – Suoni il clacson e ti sposti al centro.

Io rispondevo a volte A, altre C.  

Lui sospirò, poi sfoderò il suo metodo educativo preferito: la metafora teatrale.

“Tu stai camminando tranquilla sul marciapiede, pensi all’appuntamento col fidanzato.”  

Apro bocca per dire che non avevo il fidanzato, ma mi zittisce con un gesto.  

“A 150 metri da te c’è un ragazzo che ti viene incontro con le braccia aperte. Che fai?”

Rifletto.  

Lo guardo.  

E mi viene un lampo di comicità.

“Dipende.”  

Lui alza il sopracciglo: “Da cosa?”  

Io: “Se è giovane e bello oppure vecchio e brutto.”

Risate generali.  

Per la prima volta, i ragazzi si accorgono che esisto.

L’omino, fingendo esasperazione, insiste:  

“E tu che fai?”  

Io: “Scendo dal marciapiede e cambio strada.”

Lui si mette le mani nei pochi capelli rimasti e urla:  

“E no no no! Ti devi FERMARE e metterti alla tua destra!”

Io, con innocenza teatrale:  

“E io dovrei aspettare che questo mi abbracci? E se gli puzzano le ascelle?”  

Altre risate.  

Ero diventata l’attrazione della scuola guida.

Alla fine, mi indica il quiz sbattendo con vigore il dito indice sulla B quasi a volerlo infilare insieme alla risposta esatta nella mia testa:  

“Quindi è chiaro che la risposta giusta è la B?”  

Io: “Chiarissimo. Anche se è un bel ragazzo, io mi fermo, accosto a destra e aspetto che passi, ma almeno gli posso fare l’occhiolino?”  

Applausi e risate.

Così, tra incroci paralizzanti e finestrini aperti che, udite udite, consumano più carburante in velocità, passai l’esame di teoria.

Il foglio rosa era finalmente mio.  

La teoria superata.  

Ora restava la parte più temuta e più desiderata: le guide.  

E soprattutto… l’incontro con l’istruttore, quello che avrebbe trasformato tutta quella teoria in strada vera, rumori veri, errori veri e prime piccole conquiste.La prossima puntata inizia lì: seduta al volante, con il cuore che batte più forte del motore.

La prossima puntata inizia lì: seduta al volante, con il cuore che batte più forte del motore.

Il Mondo di Ketty – La scecca parata e il foglio rosa

Quando per una fototessera serviva più coraggio che per la patente.

Seconda puntata

Ci sono momenti in cui la libertà non arriva con un gesto eroico, ma con una porta che si apre cigolando e un omino che ti squadra come se avesse già capito tutto di te.  

Il mio viaggio verso la patente iniziò così: con un sorriso sgembo, un elenco di tasse da pagare e un outfit che oggi definirei… coraggioso.  

All’epoca, invece, mi sembrava un’opera d’arte.

Era il 3 ottobre 1986: diciotto anni e un giorno.  

Alle 15:30 precise, perché certe cose si fanno con puntualità svizzera, varcai la porta della rinomata autoscuola Manzoni, a poche centinaia di metri da casa.

Mi accolse un omino di statura medio-bassa (non che io potessi vantarmi di molto di più), con un’andatura leggermente claudicante e una corporatura che suggeriva un rapporto affettuoso con i pranzi delle festività… anche fuori stagione.  

Aveva un sorriso sgembo ma irresistibile, e attorno a lui un gruppetto di aspiranti patentati che pendevano dalle sue battute.  

Un uomo empatico, di quelli che i giovani eleggono a mascotte senza nemmeno accorgersene.

Gli parlai del mio desiderio di libertà, movimento, indipendenza.  

Lui, in tutta risposta, mi consegnò un foglio con un elenco puntato: documenti, marche da bollo, tasse.  

La poesia finiva lì.

Così, mogia mogia, andai dal mio papi, il mio personale banco di mutuo soccorso, che aprì il portafoglio con la solennità di un ministro del Tesoro e mi invitò a occuparmi da sola di tutto.  

Detto fatto: mancavano solo le tre fototessera.

La scelta dell’outfit per le foto mi impegnò per buona parte del pomeriggio.  

Quando il mio ego fu soddisfatto del risultato che lo specchio a figura intera della mia camera mi rimandaca, uscii alla volta dello studio fotografico.

Perché sì, ci voleva un fotografo professionista: erano foto destinate a rimanere sul famoso lenzuolo rosa per sempre… o almeno così si credeva.  

In realtà ci rimasero “solo” 31 anni.  

Un’era geologica.

Il mio ego, quel giorno, era in vena di grandi opere.  

Decise che mi sarei presentata dal fotografo come una “scecca parata”.

Per chi non è della mia parte di Sicilia: durante sagre e manifestazioni, prima fra tutte la Sagra del Mandorlo in Fiore, cavalli e asini vengono bardati con ricami, piume e colori sgargianti: giallo, arancione, rosso, i colori della bandiera sicula.  

Ecco, io ero la versione umana di quella tradizione.

Jeans (fin qui tutto bene).  

Sopra, una camicia lunga fino alle ginocchia (nessuno mai mi aveva detto che l’effetto ottico sarebbe stato di rendermi ancora più bassa, se mai fosse stato possibile), color giallo tuorlo d’uovo in un tessuto lucido tipo lamé che avrebbe fatto a pugni con il flash della macchina fotografica.  

Capelli in stile mullet: corti sopra, lunghi sulle spalle.  

Non proprio l’ideale per il mio viso “da ‘o’ di Giotto”.  

Completai l’opera con orecchini a cerchio con pietre blu, che con me c’entravano quanto un cactus in Val Gardena, e un girocollo rigido in oro con rose di Francia, regalo della mia mamma per il mio diciottesimo anno d’età.

Oggi, se guardo quella foto, mi si accappona la pelle.  

Ma la me di allora era fiera, convinta di aver raggiunto l’apice dello stile.  

E così quella foto rimase, per un trentennio, sui registri della Motorizzazione Civile.  

Una testimonianza indelebile della mia creatività adolescenziale.

Il foglio rosa era quasi pronto.  

L’outfit pure.  

Mancava solo l’incontro con l’istruttore: quello vero, quello che avrebbe messo alla prova la mia pazienza, il mio coraggio e, soprattutto, la frizione.

Nella prossima puntata entreremo finalmente in macchina.  

E lì sì che iniziano le curve… in tutti i sensi.

Prietenia: un viaggio nel passato

Un treno sovietico che collega due capitali europee, con carrozze costruite negli anni 70/80 in Germania dell’est. Un viaggio nel tempo, però che è possibile realizzare anche oggi, nel 2026.

Ancora oggi, le capitali di due paesi che un tempo si trovavano al di là di quella che veniva chiamata la “cortina di ferro”, sono collegate da un treno di epoca sovietica, il “Prietenia”, che in lingua rumena significa “amicizia“. Avendo quasi l’impressione di trovarsi a bordo di una macchina del tempo, è possibile viaggiare in carrozze in finto legno costruite in Germania dell’Est negli anni 70/80 del secolo scorso e riscaldate rigorosamente a carbone. Non si tratta della versione est europea del film “Ritorno al futuro”, ma di un collegamento ferroviario reale dei giorni nostri, anche se dal sapore ormai antico.

Il treno, infatti, collega quotidianamente le stazioni di Bucarest Nord e Chisinau, quindi le capitali di Romania e Moldavia, con un viaggio che dura all’incirca 14 ore. Le numerose ore che impiega il treno a percorrere gli oltre 350 km che separano le due capitali, si possono passare nelle cuccette, le quali, oltre ad avere un’atmosfera nostalgica e spartana, sono anche sorprendentemente comode. All’interno del treno è presente una carrozza con bar/ristorante, dove è possibile mangiare dei piatti caldi, oppure semplicemente bere bevande alcoliche e non.

Il prezzo del biglietto di seconda classe si aggira intorno ai 25/30 euro, con cuccette con posti letto per quattro persone, mentre le cuccette di prima classe prevedono due posti letto, ma il prezzo del biglietto sale al doppio di quello di seconda classe, quindi 60 euro circa.

Una volta arrivati nella cittadina moldava di Ungheni, al confine tra Romania e Moldavia, compresa nel prezzo del biglietto c’è un’ulteriore attrazione: il cambio delle ruote, o meglio, dei carrelli del treno. Avendo fatto parte dell’Unione Sovietica, la Moldavia utilizza lo scartamento ferroviario sovietico (1.520 mm), mentre la Romania lo scartamento standard europeo (1.435 mm). Le operazioni di cambio dei carrelli avvengono ogni notte, quindi ad ogni passaggio del treno nelle due direzioni e durano un paio d’ore. Le carrozze vengono sollevate con dei grossi martinetti idraulici ed i carrelli vengono sostituiti. Il viaggio poi prosegue a velocità moderata, fino alla capitale moldava. Un’esperienza di viaggio che va oltre il tempo, che ci riporta in un’epoca di forti divisioni, come quella della guerra fredda, ma che in questi ultimi anni non sembra poi così lontana nel tempo, a causa delle forti tensioni geopolitiche in corso.