La Parola ai Lettori – L’orco assassino

La storia di Nunzia Munizzi e Barbara Sellini: caso ancora irrisolto del 1983.

“Uno dei crimini più mostruosi, che si siano mai verificati nell’Italia del dopoguerra e mi accingo a raccontare in questo articolo, venne barbaramente commesso a Ponticelli, sobborgo situato nella periferia orientale di Napoli.

Una di quelle zone del Mezzogiorno, dove la degradazione sociale e urbana è più evidente e la legge è una parola astratta e dal significato assai incerto.

Ma veniamo ai fatti.

La sera di sabato 2 Luglio 1983 due bambine, Nunzia Munizzi di 10 anni e Barbara Sellini di 7, escono dopo le 19:00 dal Rione Incis di Ponticelli, dove vivono.

Barbara, ha in mano una busta, con dentro delle merendine e insieme alla sua amichetta del cuore, si avviano a qualche centinaio di metri dove si trova il Ristorante Pizzeria “La Siesta”.

Davanti a questa Pizzeria le sta aspettando, un giovane a bordo di una 500 di colore blu scuro.

A vederle salire per caso, su questa auto con questa persona è Antonella Mastrillo, una compagna di classe di Nunzia Munizzi.

La macchina, parte in direzione di Volla un comune, confinante, con la frazione di Ponticelli.

Da quel momento, sono le 19:20 e delle due bimbe si perdono le tracce.

Alle 22:30, gli abitanti del quartiere e anche i proprietari di un bar che si trova a 4 km di distanza dal luogo, dove le due bambine sono scomparse, sentono un odore nauseabondo di carne umana bruciata tanto che nonostante il caldo di quella sera, gli abitanti di quella zona non sopportando più la puzza maleodorante, sono costretti a chiudere le finestre delle loro abitazioni.

Ed è proprio questo particolare a spingere il giorno dopo, tre ragazzi del quartiere a seguire il fumo biancastro e l’odore acre, provenire dal canalone secco di un torrente nell’area di Pollena e a scoprire verso le 12:30 con enorme orrore e tremenda angoscia, i cadaveri semi – carbonizzati di due bambine.

Si tratta proprio delle due bambine scomparse la sera prima Barbara Selllini e Nunzia Munizzi che vengono ritrovate, abbracciate, l’una sopra l’altra in posizione del lottatore.

Le due bimbe, sono parzialmente vestite: Nunzia indossa solo una camicetta mentre Barbara una magliettina a girocollo, un paio di slip e due calzettoni bianchi.

Vicino ai due corpicini, vengono individuati: “Un paio di zoccoli, un mozzicone di sigaretta e un barattolo di latta, sporco di sangue“.

Gli investigatori arrivati sul luogo dello scempio, iniziano a fare una serie di ricostruzioni una delle quali, sembrerebbe essere la più attendibile e sarebbe quella secondo cui il feroce stupratore e assassino, aspettando il calare della sera per non farsi notare da occhi indiscreti e non destare sospetti, prese le due bambine dal posto in cui le uccise e le portò sul greto del fiume Pollena.

Dopo aver deposto le bambine ammazzate sul canalone, l’orco assassino, le cosparse di alcool etilico e gli diede fuoco.

Dall’autopsia, svolta nelle ore successive dal dottor Alfonso Zarone risulta che in una delle due bambine e in particolar modo su Nunzia, sarebbe stata tramortita, con dei violenti pugni alla testa è ripetutamente colpita alla schiena, con un coltello a serramanico.

Nel suo corpo sono stati rinvenuti segni di violenza carnale ed erano, totalmente assenti, tracce di liquido seminale.

Anche Barbara è stata ripetutamente colpita con dei pugni alla testa e seviziata con lo stesso coltello a serramanico e nel suo caso il professor Zarone non riuscì a stabilire se ci fosse violenza carnale perché, quando le tolse le mutandine, il medico legale scoperse che la carbonizzazione aveva anche interessato gli organi genitali.

Nel corso delle indagini, Polizia e Carabinieri riuscirono a far emergere le figure di tre sospettati interessanti.

Il primo sospettato si chiamava Luigi Anzovino, un ragazzo di 19 anni che abitava vicino a Nunzia e Barbara e che da tempo soffriva di disturbi mentali, precisamente da quando era morta la madre.

Anzovino, era stato condannato e poi scagionato, dall’accusa di usare violenza sessuale su un minore.

Nel settembre del 1983 Luigi Anzovino fu arrestato per aver prima violentato e poi accoltellato al torace sua sorella Angela, che all’epoca era una ragazzina di 13 anni.

Però, al momento di questo fatto non ci sarebbero stati nei confronti dell’Anzovino, altri elementi a suo carico infatti, il ragazzo non possedeva un auto e il suo alibi, per la sera del 2 Luglio fu confermato, dalla testimonianza di varie persone che lo videro, rientrare a casa alle 18:30.

Il secondo sospettato è Enrico Corrado: un trentenne venditore ambulante, che all’epoca frequentava il Rione Incis per motivi di lavoro e possedeva una 500 blu scuro.

Questa macchina aveva due caratteristiche: un fanalino destro anteriore rotto e un cartello sul parabrezza, con la scritta “vendesi“.

Enrico Corrado, era un pedofilo predatoriale e faceva degli appostamenti in via Argine a Napoli che era “una zona non molto distante dal Rione Incis“.

Il giovane tentava di attirare le sue vittime utilizzando gomme e caramelle e nel momento in cui agiva in strada, cercava di afferrare donne e bambine per violentarle.

Enrico Corrado, era un soggetto molto squallido, si denudava e si masturbava in circostanze in cui poteva vederlo chiunque e quando era colto da queste nefande azioni, era spesso ubriaco.

Finisce tra gli indiziati degli inquirenti, per i suoi precedenti e per la 500 blu scuro e anche perché, lui, si gettò la zappa sui piedi perché quando fu interrogato dagli investigatori, disse: “Ho appreso della morte delle bambine guardando sui giornali le foto dei due cadaveri carbonizzati“, foto che però non sarebbero state divulgate da nessun organo di stampa.

Il suo alibi fu tenuto in piedi dalla moglie Ida Fusco che affermò agli inquirenti che il marito quella sera, rientrò intorno alle 20:30 senza mai più muoversi da casa.

Il terzo sospettato è Vincenzo Esposito che, all’epoca del 1983, era un ragazzo di 19 anni era robusto con i capelli un po’ lunghi.

Vincenzo Esposito era un giovane di gradevole aspetto tanto da suscitare un certo interesse nelle ragazze adolescenti.

Il giorno prima dell’atroce assassinio, Vincenzo Esposito viene visto parlare con Barbara e Nunzia nel Rione Incis da un ragazzo di nome Ernesto Anzovino.

Vincenzo Esposito viene messo di fronte a questo fatto ma lui nega questa circostanza affermando che lui non frequenta il Rione Incis dal Dicembre del 1982.

Vincenzo Esposito messo davanti a questo testimone oculare che affermava di averlo visto nel Rione Incis il 1 Luglio del 1983 è costretto ad ammettere questo episodio, dichiarando così il falso.

Vincenzo Esposito, disponeva di una Fiat 500 blu scuro che era di proprietà di suo fratello Luigi, da circa tre anni.

Gli inquirenti, poi, gli chiedono un alibi per la sera del 2 Luglio e lui risponde che si trovava nei campi agricoli di Avezzano in provincia di Caserta per raccogliere l’insalata.

Viene smentito dai due fratelli Antonio e Pasquale Nappa, che sono i suoi due datori di lavoro e dal suo collega Luigi Petrazzuoli che viene chiamato in causa, per avallare il suo alibi.

Lui e suo fratello Luigi possedevano ancora questa 500 blu scuro anche nell’estate del 1983, come lo stesso Vincenzo confermerà a verbale.

Il fratello Luigi, dichiara inoltre che questa macchina non la prestava a nessuno ad eccezione di suo fratello Vincenzo che qualche volta, la usava, per spostarsi tra i Paesi limitrofi.

Un testimone, di nome Carmine Mastrillo, dichiara a verbale nell’agosto del 1983 di aver sentito da due bambine di Ponticelli, che il 1 Luglio del 1983 Vincenzo Esposito, avrebbe dato appuntamento a Nunzia e Barbara per il giorno successivo.

Poco tempo dopo aver rilasciato queste dichiarazioni, Carmine Mastrillo, afferma di aver taciuto fino a quel momento perchè: “Ho paura di Vincenzo Esposito perché è un ragazzo irascibile e violento“.

Nel momento, in cui la Polizia inizia a mettere insieme tutti questi gravi elementi, Vincenzo Esposito, inizia a sviare le indagini e comincia a tirare fuori un sacco di nomi e ad accusare, un sacco di persone tra i quali Giuseppe La Rocca, Luigi Schiavo e Ciro Imperante, facendoli passare per una banda di pedofili che adescava minorenni.

È proprio per questo motivo, che Vincenzo Esposito, finisce in carcere per un mese in quanto e questo è scritto in un rapporto di Polizia Giudiziaria del 1983 dove dice, che Vincenzo Esposito, viene ritenuto oltre che un depistatore anche un calunniatore perché le accuse che ha rivolto a parecchia gente e soprattutto a Imperante, La Rocca e Schiavo, si sono rivelate inverosimili.

Questi tre ragazzi avevano degli alibi.

Luigi Schiavo si era visto con la sua ragazza Rosa Irollo ed un suo amico di nome Andrea Formisano che sostenne il suo alibi.

Giuseppe La Rocca era stato in compagnia della sua ragazza Vincenza Nocella e di suo fratello e il suo alibi fu tra l’altro comprovato anche da un vicino di casa della fidanzata di La Rocca.

Ciro Imperante, alle 19:30 era andato con il cugino di Luigi Schiavo a San Giovanni a Teduccio dove si era recato per ritirare dal meccanico un motorino guasto e il suo alibi per la sera del delitto fu avvalorato dai familiari della ragazza di Imperante.

Tutti i testimoni, che avrebbero confermato gli alibi dei tre giovani inquisiti, vennero: torturati, minacciati oppure sbattuti in galera è lo stesso è successo per Ciro Imperante, Luigi Schiavo e Giuseppe La Rocca quando il 5 settembre del 1983 su ordine del Pubblico Ministero Arcibaldo Miller, vengono arrestati dai Carabinieri della Caserma Pastrengo di Napoli è condotti, nel carcere di Poggioreale con l’accusa di avere stuprato, ucciso e bruciato, i corpi di Nunzia e Barbara.

Nel prosieguo dell’attività investigativa, gli inquirenti, si erano poi convinti (sulla base delle deposizioni rese da Vincenzo Esposito) che ad assassinare, brutalmente, le due bambine fossero stati i tre ragazzi incensurati e che all’incontro con Barbara e Nunzia, si sarebbe dovuta aggregare anche la piccola Silvana Sasso di 9 anni che, non partecipò all’appuntamento con le sue amiche perché quella sera, non venne fatta uscire di casa dalla nonna.

Ma su questo orribile delitto, rimasto irrisolto per 40 anni, potrebbe esserci una svolta.

Siamo nel Dicembre del 1982 sette mesi prima, del duplice omicidio di Barbara e Nunzia.

Eva, una bambina di 10 anni, ha appena lasciato l’abitazione di un’amichetta a San Giorgio a Cremano che si trova a due passi da Ponticelli.

Sono le 17:30 di pomeriggio e fuori piove a dirotto.

Eva uscita fuori da questa palazzina, nota un tipo intorno ai vent’anni appoggiato al muro e mentre gli passa accanto, questo giovane sconosciuto le fa un apprezzamento.

Eva si incammina verso casa e con la scusa che sta piovendo, questa persona si infila sotto il suo ombrello chiedendole, gentilmente, se potesse dargli un passaggio fino alla macchina per non bagnarsi.

La macchina è una 500 blu scuro: la stessa auto in cui vennero viste salire Nunzia e Barbara.

Il giovane sconosciuto viene accompagnato fino alla macchina da Eva che si ritrova così all’interno della sua autovettura.

Il ragazzo, per ricambiare alla cortesia fattagli dalla bambina, si offre per dargli uno strappo fino a casa.

Questo tizio parte da via Alessandro Manzoni e dopo aver percorso 20 metri, Eva gli intima di svoltare a sinistra dove lei abita ma lo strano individuo alla guida della sua Fiat Cinquecento prosegue dritto lungo il viale.

Giunti all’altezza di un bar, Eva, dice al ragazzo che in quel locale si trova suo fratello e gli chiede di fermarsi ma il giovane la rassicura dicendogli che suo fratello lo conosce e senza alcuna esitazione continua a percorrere la strada che porta in direzione di Ponticelli.

Eva a quel punto intuisce di essersi messa in pericolo e afferra il volante nell’intento di far sbandare la vettura del losco individuo che reagisce, sferrandole un violento schiaffo al volto che le fa sbattere la testa, contro il finestrino della macchina.

Arrivati poi vicini a una gelateria chiamata “Tutto Gelo”, Eva abbassa il finestrino dell’auto e inizia a piangere e a urlare a squarcia gola tanto da richiamare, l’attenzione di alcuni passanti.

Il giovane aggressore, spaventato dalla reazione di Eva accosta l’auto al marciapiede e la bambina terrorizzata dalla paura, scende dall’automobile del sequestratore e si mette a correre e la prima persona che incontra per chiedere aiuto è una signora ferma davanti alla fermata di un autobus che, vedendola spaventata a morte, si propone di accompagnarla a casa.

Una volta rientrata a casa, Eva, rimasta particolarmente sconvolta per quanto accadutogli, racconta tutto a suo padre fornendo alcuni dettagli sul riconoscimento di questa persona.

Il ragazzo secondo la descrizione di Eva, indossava un giubbotto beige e portava i capelli un po’ lunghi di colore castano chiaro.

Il padre, con queste sommarie informazioni dategli dalla figlia sul giovane assalitore, si reca alla Caserma dei Carabinieri per sporgere denuncia ma le forze dell’ordine, non potendo aprire l’esposto senza la testimonianza diretta di Eva, chiedono al padre di ascoltare la versione dei fatti della figlia.

Il capofamiglia, però, pur di non far rivivere un altro trauma alla sua bambina e essere interrogata, si rifiuta al punto tale che alla fine il genitore, impone ai Carabinieri di interrompere le indagini.

Mentre si spargeva la voce nel quartiere, di ciò che era successo, a San Giorgio a Cremano si era instituita una caccia all’uomo.

Dopo alcuni giorni di ricerche, che vengono svolte da un parente della famiglia di Eva, si riesce a risalire all’identità e al nome del sequestratore della bambina che però io non vi farò prima di tutto, perchè questa persona è ancora viva e poi non è neanche detto, che l’aggressore di Eva, possa essere lo spietato assassino che con 32 coltellate, complessive, tolse la vita a Barbara e Nunzia.

“E se invece fosse proprio lui, il mostro, che avrebbe ammazzato e poi dato alle fiamme, le due povere creature?”

Quell’orco assassino che, travestito da principe azzurro, si potrebbe ancora aggirare indisturbato in mezzo alle bambine, pronto ad agguantare la sua preda preferita.”

(Articolo di Davide Corda).

Giappone, preside si versa troppo caffè: licenziato e pensione azzerata

Caffè da 1,12 euro su tazza da 0,68 euro 7 volte in 6 mesi.
Truffa da 3,08 euro che gli è costata lavoro e 124mila euro di pensione.

Un caffè particolarmente amaro per un preside giapponese, che ha perso lavoro e diritti pensionistici per aver rubato la bevanda al self-service del negozio in cui era solito fare colazione.

La storia, raccontata dal giornale nipponico Yomiuri e poi ripresa da Quotidiano.Net, ha dell’incredibile: l’accusa nei confronti del 59enne è quella di essersi versato quotidianamente 180 yen (circa 1,12 euro) di caffè in una tazza da 110 yen (68 centesimi).

Non è chiaro come il provveditorato scolastico sia giunto a sapere dei piccoli furti del preside, ma il Mirror riporta che a segnalare la questione sia stato uno studente, mentre il New York Times afferma che un dipendente del negozio abbia colto in flagrante l’uomo.

Fatto sta che il provveditorato ha chiesto il licenziamento.

Il 59enne ha confessato di “aver fatto il furbo” in sette diverse occasioni tra giugno e dicembre 2023: a suo dire, la prima volta si sarebbe versato più caffè per sbaglio, e non essendo stato ripreso dai dipendenti, ha deciso di reiterare il misfatto: “Potevo procurarmi bevande a un prezzo più conveniente”, ha dichiarato scusandosi.

Il provveditorato ha deciso di non processare l’ormai ex preside, ma ciò non gli ha risparmiato pesanti ripercussioni.

Non solo, quindi, il licenziamento, ma anche la perdita dei 20 milioni di yen (124mila euro) che gli spettavano di pensione.

Codacons: esposto per far luce sul “nullatenente” Fedez

L’accusa: “uso continuo e ripetuto di operazioni poco trasparenti”.
Il rapper: “nulla è intestato a nome mio; sono tecnicamente nullatenente”

Il Codacons ha presentato un esposto per far luce sulle società di Fedez.

Lo riporta Il Sole 24 Ore, aggiungendo che il rapper è una sorta di Re Mida, in quanto trasforma in oro i fatturati che tocca: la sua holding Zedef (ovvvero il nome in arte del cantante al contrario), infatti, ha registrato 9,3 milioni di euro di utili in 10 anni, quindi circa un milione di euro netti all’anno dal 2013 al 2022. Con i ricavi che sono però schizzati a 3,9 milioni proprio nel 2022.

Il Codacons ha ricostruito storia e passaggi societari della galassia di Fedez e, nella denuncia, si parla di “un uso continuo e ripetuto di operazioni poco trasparenti negli ultimi anni, talvolta senza un’apparente ragione economica”.

La replica del rapper non si è fatta attendere con l’artista che ha dichiarato quanto di seguito:

Durante un processo (2020) mi è stata posta una domanda circa quali beni mobili e immobili siano a me intestati. Ho risposto la verità, che non ho intestato nulla a nome mio e dunque sono tecnicamente nullatenente. Le mie società sono a disposizione disposizione per ogni eventuale controllo delle autorità competenti. Non abbiamo nulla da temere o da nascondere”.

Agricoltori polacchi in protesta verso la capitale

Due richieste: ritiro delle politiche green europee e fine delle agevolazioni per i prodotti ucraini.
“Pochi giorni e la merce non arriverà più ai negozi”.

Dopo le forti manifestazioni avvenute in Germania che hanno bloccato il Paese per una settimana (approfondimento al link), anche agli agricoltori italiani, francesi e spagnoli si erano uniti alle contestazioni (approfondimento al link).

Il fronte comune è contro le fallimentari politiche europee decise da Bruxelles ed ora si aggiunge anche la Polonia.

Come riporta Polonia Oggi, infatti, proseguono le proteste degli agricoltori polacchi, con oltre 250 blocchi stradali in tutto il Paese.

Nella giornata di ieri hanno indetto un’altra protesta, prevista per il 20 febbraio, che hanno definito una “marcia sulla capitale”.

Secondo notizie non ufficiali, anche i centri di vendita al dettaglio (Biedronka, Lidl, Auchan, Carrefour) saranno oggetto di blocchi.

Un agricoltore al portale Wirtualna Polska ha dichairato:

Bastano pochi giorni e la merce non arriverà più ai negozi”.

Gli agricoltori hanno due richieste principali: il ritiro del Green Deal dell’UE e la reintroduzione delle tariffe sui prodotti agricoli provenienti dall’Ucraina.

Polonia, Tusk blocca gli investimenti Intel

L’Ue ritarda ed il nuovo governo vuole più fondi dai privati.
Rischiano di saltare 20 miliardi di zloty di investimento e 2.000 posti di lavoro.

L’inizio della costruzione dell’Impianto dell’integrazione e collaudo dei semiconduttori della statunitense Intel era previsto per il primo trimestre di quest’anno, prevedeva quasi 20 miliardi di złoty di investimento e 2.000 posti di lavoro (approfondimento al link).

Avrebbe dovuto dipendere al 30% dalle risorse statali, tuttavia, come riporta Polonia Oggi, la richiesta di approvazione dell’UE non è stata inviata.

Il governo ha dichiarato, perciò, di voler rinegoziare l’accordo, fermando la costruzione dell’impianto.

Intel ha dichiarato che il nuovo impianto, insieme a quello esistente per la produzione di wafer di silicio in Irlanda e a un secondo impianto previsto a Magdeburgo, avrebbe contribuito a creare una catena di fornitura completa e tecnologicamente avanzata, la prima del suo genere in Europa, per la produzione di semiconduttori per circuiti integrati.

Il governo esigerebbe che la società statunitense metta più fondi a disposizione ed ora rischia di saltare tutto.